martedì 24 dicembre 2013

mettendo insieme gli indizi…

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Il 24 dicembre.

Il piccolo Joe si sveglia e come ogni mattina per prima cosa viene a svegliare me.   

- Che cosa vuoi, mamma?

- Niente, sai com’e’, stavo dormendo... Tu, Joe, che cosa vuoi?

- Voglio tanto bene mamma.

 

 

Insomma, tutti gli indizi fanno supporre che sara' un buon Natale da queste parti.

E tanti auguri anche a tutti voi.

lunedì 23 dicembre 2013

di cieli e prigioni

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Questo è senza dubbio il secondo tramonto per spettacolarità che abbia mai visto. L'altro è insuperabile perché è conservato solo nella memoria. Eravamo in macchina da ore e da ore osservavo il cielo che lentamente preparava il suo tripudio. Mi ero appisolata un attimo. Quando riaprii gli occhi vidi il mondo completamente inondato da una luce che non pareva di questo mondo. Sono fenomeni che durano pochi minuti, così ci  fermammo lì dov'eravamo senza nemmeno sapere con precisione dove eravamo. A occhio e croce, da qualche parte in Texas, in mezzo al nulla. Ecco, venne fuori che fra tutti i luoghi in cui saremmo potuti capitare, ci eravamo fermati a guardare il paesaggio proprio all'ingresso di una prigione. Arrivo' subito una guardia, giusto il tempo di scattare questa foto.
L'ironia della sorte a volte. La massima idea di libertà e la massima idea di mancanza di libertà una accanto all'altra.

venerdì 20 dicembre 2013

essere umani

Questa settimana sono successe due cose importanti a scuola.

La prima e’ che e’ morto il fratello maggiore di una mia bambina di quinta elementare. E’ venuta a scuola come sempre e non lo avrei mai immaginato se un’amica della famiglia non avesse deciso di inoltrare agli insegnanti un’email con copiato lo status di facebook in cui la madre raccontava a tutti l’accaduto.

Non posso dire di essermi stupita. Ci sono e ci sono stati casi incredibili, per me almeno, in questi anni a scuola. Il bambino, il cui padre si e’ appena suicidato che viene come se niente fosse il giorno stesso e non mostra mai (sono passati due o tre anni…) nessun segno esteriore di sofferenza o niente di diverso, idem la madre. La maestra con quattro figli al cui marito di trentadue anni hanno appena diagnosticato una malattia degenerativa del sistema nervoso che e’ sempre sorridente e a un certo punto manda un’email alle famiglie per spiegare la situazione e finisce addirittura con uno smiley perche’ gli hanno dato dieci anni di vita, ma puo’ essere anche che duri di piu’. L’altra collega che fa la chemioterapia da agosto e viene tutti i giorni e fa tutto come prima senza dire niente a nessuno e per fortuna qualcuno se ne accorge. Potrei continuare a lungo questa triste lista.

Vedo che qui il dolore non si mostra, non si deve mostrare mai.

Per questo mi ha fatto impressione la seconda cosa che e’ successa. Una carissima collega e’ tornata a scuola dopo essersi assentata alcuni giorni per organizzare il funerale della madre ultranovantenne. Le ho chiesto come stava ed e’ bastato questo per farla letteralmente crollare. Piangeva tanto che a un certo punto mi e’ sembrato di sostenerla anche fisicamente piu’ che di abbracciarla. Per permetterle di tornare al lavoro, le ho dovuto raccontare una di quelle cose assurde che dice il piccolo Joe, cosi’ ha smesso di piangere e ci siamo anche fatte una bella risata.

Ecco, avrei voluto ringraziarla. Per non aver avuto paura di mostrarsi cosi’ com’e’, come si sente in questo momento, per aver condiviso una sua emozione con me e avermi in qualche modo fatto sentire utile, umana.

martedì 17 dicembre 2013

segnali cosmici

Stamattina sono andata in libreria, ci vado sempre meno purtroppo, ma mi serviva un libro da regalare a un’amica e cosi’ ero li’. Mentre mi guardavo intorno, ho involontariamente sentito una conversazione da dietro uno scaffale. Una conversazione tipica:

- Sto cercando un libro…dice ‘I love you…’ o qualcosa del genere…un sacco di volte…

- Si ricorda il nome dell’autore?

- No, ma e’ un libro per bambini…e’ famoso…i disegni sono davvero belli…

- Va bene, vado a controllare sul computer.

Quante volte mi sono trovata in una situazione simile. Il libraio in questi casi di solito si fa una risata sotto i baffi o ti guarda dall’alto in basso. Chissa’ quante volte al giorno gli capita qualcuno che non sa nemmeno cosa sta cercando, ma pretende che glielo trovi lui. Chiaramente anche quel libraio non scalpitava dalla voglia di perdere tempo a scervellarsi. Pero’ mi aveva colpito con quanto entusiasmo la cliente parlasse di quel libro, sembrava ne avesse davvero bisogno, mi spiaceva che non lo trovasse. E poi ero curiosa, si’. Che storia c’era dietro a quel libro? O magari dentro? Magari era un buon libro, magari avrei voluto leggerlo anche io e magari lo avrei trovato allo stesso modo imprescindibile per qualche motivo. Da come lo descriveva, mi ricordava vagamente un libro che conosco, cosi’ ho fatto capolino e le ho chiesto se per caso fosse proprio quello li’. La risposta e’ stata negativa, ma ha continuato a descrivermi il libro che cercava mentre si guardava intorno.

- E’ un libro stupendo, piccolo eh, ma unico. La prima volta che l’ho letto ho pianto tanto, e’ stato meraviglioso, ancora me lo ricordo…la mia amica sta per avere un figlio e glielo DEVO regalare. Assolutamente, deve averlo domani per la sua festa.

A quel punto il libraio e’ tornato e come avevo previsto, le ha comunicato che non poteva aiutarla.

Non ero tenuta a farlo, ma vedendo la delusione nello sguardo della cliente, ho deciso di darle una mano perche’ sapevo perfettamente come risolvere il problema. E poi ho sempre sognato di lavorare in una libreria. Mi andava di fare questo gioco e vedere come andava a finire insomma.

Ho tirato fuori il telefono. Google, tutto qui. Non capisco perche’ nessuno ci abbia pensato prima.

- Senti, dimmi quello che ti ricordi. Il titolo? L’autore?

- Niente…ma diceva I love you…tante volte.

- Proviamo cosi’. Kids book I love you

Eccolo la’. Trovato in un secondo. La ragazza mi ha ringraziato e ha richiamato il libraio che ha immediatamente individuato il libro fra mille altri. Mi ha salutato e se n’e’ andata via tutta soddisfatta con il suo libro.

In teoria ero di fretta, ma ero anche sempre piu’ curiosa. Non potevo andarmene senza sapere di cosa trattava quel libro. In fondo noi tutti conosciamo il concetto di serendipity e anche le magie che possono succedere fra gli scaffali di una libreria. E se quella conversazione casuale fosse piombata nella mia vita per un motivo specifico? E se un qualche disegno cosmico avesse previsto che quel libro dovesse finire nelle mie mani proprio quel giorno?

Appena si e’ allontanata, ho ricercato il libro sullo scaffale. Ci ho messo un attimo perche’ era piccolissimo.

L’ho aperto e ho cominciato a leggere.

Noioso. Banale. Patetico. Uno dei libri peggiori che abbia mai letto.

Suppongo che ‘il destino’ volesse dirmi di farmi gli affari miei. 

lunedì 16 dicembre 2013

come nascono i bambini

Il figlio di una mia amica che stavo curando l’altra sera, 4 anni.

- Dov'e' la mia mamma?

- E' uscita con il tuo papa'. Sono andati a festeggiare il suo compleanno in un bel ristorante, poi andranno ad ascoltare un po’ di musica e piu' tardi mentre starai dormendo, verranno a prenderti e ti porteranno a casa.

- Stanno facendo un bambino?

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Il piccolo Joe, tre anni.

- Io ero nella tua pancia.

- E’ vero.

- Tu hai mangiato io.

lunedì 9 dicembre 2013

essere o non essere. social

Forse sono stata ingenua, ma per molto tempo ho pensato che Facebook fosse solo uno strumento fra i tanti per stare in contatto con gli amici lontani. Finche’ una volta, una mia amica mi ha fatto una confessione drammatica alle tre di notte:

- Io ho un problema: non riesco a smettere di guardare Facebook.

All’inizio pensavo che scherzasse perche’ io lei su Facebook non l’ho mai vista. Credevo si fosse perfino dimenticata di avercelo un profilo e invece se ne ricordava eccome e lo usava sempre, ma di nascosto, limitandosi a leggere e a guardare le cose che pubblicavano gli altri. Era diventata una specie di droga, mi raccontava. Che sorpresa.

E io? Da quanto tempo era che non passava giorno senza che lo aprissi? Ero forse diventata dipendente come lei e non me ne ero resa nemmeno conto? 

Proprio in quel periodo, online ho cominciato a notare vari articoli e notizie che parlavano piu’ o meno dello stesso argomento e negli stessi termini indicati dalla mia amica. Siamo diventati tutti degli spioni? Ci piace o ne siamo vittime?

Sono state condotte diverse ricerche per capire come Facebook influenzi l’umore delle persone e ne ricordo una che concludeva che renderebbe le persone piu’ infelici a causa del continuo ed estenuante confronto con gli altri. Un confronto impari perche’ tutti in genere tendono a mostrare solo il meglio delle loro vite. Insomma provocherebbe, invidia, gelosia, rivalita’, senso di inferiorita’, insicurezza e chi piu’ ne ha piu’ ne metta.

E’ che, non ci si pensa mai, ma sui social oramai si rischia moltissimo sia in termini lavorativi che di rapporti personali. A questo punto, non e’ piu’ una cosa che rimane li’ quando si spegne il computer, ma entra sempre piu’ nelle nostre conversazioni di tutti i giorni. Non so se capita anche a voi, ma a me tanti quando mi incontrano, chiedono conto di quello che hanno postato.

- Hai visto cosa ho scritto? Hai visto quella foto? Hai letto cosa mi hanno risposto?

(Fra le righe: perche’ non sei intervenuta?)

E’ diventato abbastanza normale basare il giudizio di simpatia o antipatia su quello che vediamo li’. Un dialogo tipico di questi tempi:

- Scusa, ma perche’ ti sta cosi’ sulle scatole? Ti ha fatto qualcosa di male?

- No, ma hai visto cosa posta?

E’ che alcune persone hanno passioni che non pubblicizzano a voce, ma che vengono fuori li’. Proprio la settimana scorsa, ad esempio, ho scoperto di aver cenato piu’ di una volta con qualcuno a cui “piace” un gruppo razzista tipo KKK. Uno shock che non vi so spiegare, al punto che avrei preferito non sapere. Ma al di la’ di questi eccessi, tante persone piacevolissime nella vita, per qualche imperscutabile motivo, spesso in quel contesto li’ hanno un modo di esprimersi che e’ fastidioso all’inverosimile. C’e’ gente che riesce fastidiosa perfino quando condivide la tua stessa opinione o i tuoi stessi gusti, e’ pazzesco.

Sono fastidiose le coppie. Sempre. Sia quelle che si dichiarano amore eterno che quelle in crisi. Vi vedete tutti i giorni, d-i-t-e-v-e-l-o. Sono fastidiosi i lamentosi a oltranza, i polemici e quelli che usano i social network per regolamenti di conti personali. Ma sono fastidiosi perfino gli ultrapacifisti che condividono solo citazioni del Dalai Lama e quelli che ringraziano tizio e Caio per la bella serata. Un messaggio privato e’ troppo scontato, eh? Sono fastidiose le persone che scrivono e fotografano TUTTO quello che fanno, ma anche quelle che fanno solo battute e considerazioni che possono capire in tre e che si aspettano che tutti gli altri chiedano spiegazioni. I piu’ irritanti di tutti restano quelli che si sforzano troppo a dimostrare che la loro vita e’ migliore di quella degli altri perche’ si vede che si sforzano. Tipo questo mio contatto che un mese fa posta la foto instagrammata dei suoi cinquanta adorabili biglietti di Natale fatti a mano, giustificandosi perche’ gliene mancano ancora quattordici e tu pensi che davvero questa persona ha tutto sotto controllo nella vita. Poi viene fuori che e’ alcolizzata e il marito la tradisce nei bagni dei bar con la prima che passa. Quando esci con questo tipo di conoscenze ti aspetti che ti portino nel loro magico mondo perfetto e invece non fanno altro che fotografare e aggiornare lo status in tempo reale e non c’e’ niente di perfetto in questo.

Il punto vero e’ che essendoci tutti prima o poi macchiati di una o piu’ di queste colpe, siamo tutti potenzialmente irritanti e fastidiosi sui social. La domanda vera e’: c’e’ un modo per non esserlo?

Esiste anche un fenomeno leggermente inquietante e inverso. Ci sono persone praticamente estranee che ti piacciono per quello che pubblicano li’, con cui scambi opinioni quotidianamente e che pian piano sembra che entrino davvero un po’ nella tua vita.

- Hai visto cosa ha fatto B? Fantastico!

- Si davvero, e’ un genio…

- Ma ci pensi che non lo vediamo da tre anni e anche prima che si trasferisse l’avevamo incontrato giusto un paio di volte? Eppure a me sembra di conoscerlo da una vita...

- Anche a me...

Il che forse dimostra che la storia della vicinanza percepita attraverso i social potrebbe essere tutta un’illusione.

Sui social ci conosciamo meglio o nella maniera sbagliata (dando cioe’ un’idea di noi che non ci corrisponde del tutto perche’ non sappiamo ancora usare bene il mezzo che abbiamo a disposizione)?

L’unico aspetto che a me, in quanto emigrante, e’ sempre piaciuto soprattutto di Facebook, e’ questo senso rassicurante e illusorio di sapere o poter immaginare che in qualche modo stanno tutti bene. Tanto e’ vero che non riesco ad aprirlo senza cliccare ‘mi piace’. Mi trattengo molto perche’ se no diventa ridicolo, ma mi piace quasi tutto quello che i miei amici pubblicano semplicemente perche’ in qualche modo mi dice che e’ tutto piu’ o meno a posto. Gia’, ma sono tutti miei amici quelli li’? Assolutamente no. Le persone si aggiungono per i piu’ vari motivi, non e’ un segreto.

E’ proprio come nella vita: ci si imbatte in chiunque, ma bisogna ascoltare e seguire solo chi ci piace e chi ci passa qualcosa di buono.

Anzi ripensandoci non e’ proprio come nella vita: volendo se ne esce in maniera molto piu’ semplice e indolore.

mercoledì 4 dicembre 2013

insegnare l’empatia

Una volta ho parlato con una mamma che ha fatto una scelta radicale. Ha lasciato il lavoro dei suoi sogni per stare a casa con i figli. Quando le ho chiesto perche’ lo avesse fatto, mi ha risposto che per essere sicura che imparassero l’empatia doveva essere presente, insegnargliela attraverso il suo esempio.

Secondo lei solo dalle reazioni di tua madre o di chi passa piu’ tempo con te nei primi anni di vita, impari ad ampliare il tuo sguardo agli altri esseri umani e a capire veramente come si sentono.

Ci pensavo oggi.

Il piccolo Joe imita i miei comportamenti in una maniera inquietante. Mi sta facendo prendere coscienza di cose che ho sempre fatto o detto e che non ho mai notato in nessun modo.

Sembrava sempre una scusa quando a scuola i genitori sgranavano gli occhi e dicevano non riesco proprio a capire dove abbia potuto imparare una parolaccia del genere! Ora che sono un genitore anch'io, lo so per certo: era una scusa.

Il lato serio della faccenda e’ che i figli non copiano solo le parolacce o i gesti stupidi, ma soprattutto il modo in cui si relazionano agli altri. In questo periodo sbatto in continuazione contro al fatto che quei valori che sono del tutto acquisiti e naturali per me non lo sono assolutamente per lui, che magari dice per favore e grazie perche’ glielo ho ripetuto mille volte, ma non sa affatto che cosa sia giusto o sbagliato e per quale motivo.

A volte, quando sono in difficolta’ con lui, mi sorprendo a dirgli cose ridicole.

E’ bello aiutare gli altri. Non bisogna fare sentire gli altri tristi. Se ti viene chiesto ‘per favore’ devi farlo.

Non ci avevo mai pensato, ma anche tutte quelle cose che non ti ricordi nessuno ti abbia mai insegnato, quelle che pensi che facciano parte di te perche’ tu, banalmente, ti ritieni quello che si dice una brava persona, da qualcuno le hai imparate, le hai viste. Di sicuro, non ti sono venute spontanee e bisogna che in qualche modo le insegni a tuo figlio. Gia’ ma quale modo? L’unico plausibile mi sembra proprio quello che dice quella mamma di cui accennavo all’inizio, l’esempio.

Ti faccio vedere come si lavano i denti e ti faccio vedere come si rispettano le persone.

Non si puo’ mica mandare in giro per il mondo uno a cui non gliene frega nulla degli altri.

Questa, fra tutte quelle della vita, e’ davvero una responsabilita’ da cui e’ complicato non farsi schiacciare.

mercoledì 27 novembre 2013

nuovi orizzonti professionali

Negli ultimi giorni sono stata alla mia prima conferenza sull’educazione artistica in Texas. E’ stata un’esperienza estremamente interessante per diversi motivi. Prima di tutto perche’ non avevo mai partecipato a nulla di simile. Era organizzata all’interno di un grandissimo hotel qui a Dallas e c’erano mille cose da fare ogni giorno, anzi le cose si accavallavano, era un po’ come all’universita’.

C’erano riunioni, lezioni, laboratori e una grande sezione che era una sorta di fiera dei piu’ disparati materiali artistici. Dal graffitaro che vende i piu’ nuovi strumenti nel suo campo, a chi si occupa di forni e torni per lavorare la creta, a chi offre macchinari per tagliare il vetro, per stampare, fare mosaici…e poi tavoli infiniti pieni di prodotti di ogni tipo con cui giocare  da provare.

Non avevo mai visto cosi’ tante persone che fanno il mio lavoro tutte insieme. Anzi, a dire il vero in tutti questi anni, mi e’ capitato di conoscerne solo una per puro caso a una festa. E’ che in ogni scuola di solito c’e’ una sola insegnante di arte e cosi’ queste occasioni di scambio sono preziose.

A me questa conferenza e’ servita molto per rendermi conto di quanto sia fuori dal comune la mia situazione, avere un metro di paragone finalmente. Innanzitutto, ho poco piu’ di cento studenti, mentre la maggior parte delle mie colleghe delle scuole pubbliche ne hanno circa settecento. Hanno contratti decisamente migliori da quello che si dice in giro, ma non si fermano mai e soprattutto gli manca quella inestimabile possibilita’ che ho io di stabilire un contatto un minimo piu’ approfondito con gli studenti (per quanto si possa approfondire vedendosi un’ora alla settimana…). Io non vedo mai piu’ di venti bambini alla volta e ho anche un’aiutante sempre a disposizione. Loro sono da sole con piu’ di trenta alla volta, ho sentito racconti terrificanti.

Insomma, mi sono sentita un pesce fuor d’acqua anche li’ ma soprattutto perche’, al di la’ della grandezza della scuola, non ho incontrato nessuno che insegna in modo simile al mio. Per me il centro del discorso e’ la teoria. Facciamo dei lavori, ma sono sempre in funzione dell’assorbimento di quei determinati contenuti che voglio far passare. Li’ invece ho visto tantissimi ‘lavoretti’, alcuni bellissimi, davvero, e che non sarei mai in grado di replicare, ma l’impressione che ho avuto e’ che fosse tutto abbastanza focalizzato sull’apprendimento di una quantita’ di tecniche fini a se stesse, che va benissimo poi, ma e’ un’altra cosa rispetto a quello di cui mi occupo io. C’era questa tizia, ad esempio, che ha tenuto un’intera lezione di due ore per spiegare come tenere in ordine la classe. Numerare tutto. Numerare ogni tubetto di colla stick e ogni tappo di tubetto di colla stick, cosi’ gli studenti non potranno piu’ rubarseli a vicenda, ma saranno inchiodati dalla prova incontrovertibile dei fatti. Non si volava altissimo il piu’ delle volte purtroppo. Non vedevo l’ora di seguire qualche lezione sull’arte afroamericana, che conosco solo da autoditatta e ne ho trovata solo una. Non bisognerebbe giudicare dai colori, ma quando sono entrata nella classe sono rimasta un momento colpita…avevo visto moltissimi insegnanti di colore, forse la maggioranza, ma la’ dentro eravamo tutti bianchi. Sembrava ci fossimo riuniti per parlare in segreto di una qualche creatura esotica. E alla fine poi, la cosiddetta lezione era semplicemente la testimonianza, umanamente molto intensa diciamo, di qualcuno che ha conosciuto un certo artista nero di secondo piano. Insomma, io che non c’entro nulla con questa cultura, mi invento il Black Art History Month nella mia scuola e sto sveglia fino alle due di notte a studiare, gli insegnanti di qui, nulla? Non e’ un argomento estremamente interessante sia a livello artistico che sociale? 

Quelli che fanno il mio lavoro qui sono o si definiscono artisti, io invece vengo dal mondo della storia dell’arte e dei musei, ho un approccio completamente diverso alla cosa, forse anche un po’ troppo accademico in un certo senso. Ho moltissimo da imparare nel campo delle tecniche e faccio di tutto per colmare da sola questa mia lacuna, ma ora capisco perche’ tutti si sono sempre stupiti in senso positivo e hanno sempre apprezzato cosi’ tanto il mio lavoro: e’ perche’ faccio cose che qui praticamente non fa nessuno.  

- Secondo te quando dovrei chiedere un aumento?

- Tre anni fa.

giovedì 21 novembre 2013

la lingua di renzo piano

Renzo Piano ha lavorato molto in Texas ed e' piuttosto conosciuto da queste parti. In questi giorni e' al centro dell'attenzione per l'imminente apertura al pubblico di un nuovo padiglione da lui progettato all’interno del Kimbell, un importante museo della zona. Ascoltavo una sua intervista e mi sono completamente persa nella sua voce. Fa una cosa, quando parla in inglese, che adoro e vorrei tanto essere in grado di fare anch'io un giorno. Mantenere il proprio accento, costruire la frase in maniera il piu' possibile simile all'italiano, ma senza commettere errori in inglese. Prima di ascoltarlo, non sapevo nemmeno con certezza fosse possibile. Gli italiani che parlano molto bene in inglese che conosco, hanno la caratteristica comune di non sembrare italiani. Lui invece, traduceva letteralmente termini che sono corretti, ma che non sono per niente comuni e questo conferiva eleganza e autorevolezza ad ogni frase. 

Quello che succede a me quando parlo in inglese invece e' che cerco di semplificare per evitare di fare errori ed essere chiara, ma semplificando non riesco mai a esprimere esattamente quello che ho in mente, soprattutto quando si parla di questioni al di fuori della quotidianita'.

Poi mi sono anche un po' commossa quando ha parlato del cielo del Texas, della sua unicita', della luce. Un italiano che sente quello che sento io e lo esprime come piacerebbe esprimerlo a me, non capita spesso. Se un giorno lo incontrassi, lo ringrazierei per portare in giro questa Italia. Non vedo l’ora di andare a vedere la sua nuova creazione. 

mercoledì 20 novembre 2013

il palloncino rosso

Dopo aver fatto una lezione sul palloncino rosso di Klee con i bambini di cinque anni, mi e' venuto spontaneo suggerire alla maestra di mostrare, in caso ne avesse avuto il tempo, il bellissimo corto francese degli anni Cinquanta, "Le ballon rouge".

Mi ha risposto che i bambini non sono abituati a non essere intrattenuti cosi' a lungo.

Dura solo 32 minuti.

Alla fine glielo ha fatto vedere lo stesso, ma mi ha fatto sapere che i bambini sono rimasti turbati dalla scena dei bulli, sottointendendo chiaramente che non era adatto a loro. Molti di voi forse non lo avranno mai visto questo film, ma quella che mi ha fatto e’ un’obiezione ridicola. “Le ballon rouge” e’ una fiaba meravigliosa, astratta, piena di poesia ambientata in una Parigi post bellica che e’ cosi incantevole da togliere il fiato. Si e’ mai vista una fiaba senza cattivi? A me pare che la maestra non lo abbia capito il senso di quello che ha visto. E’ che quando uno non ha la mente aperta, va dritto al contenuto anche quando si trova davanti a un’opera d’arte. E questo e’ sbagliatissimo perche’ di solito il contenuto in se’ non ti da’ molto, e’ la forma che ti arricchisce.

E poi delle volte mi sembra che si seguano troppo questi bambini. E lasciamoli respirare. Non vanno intrattenuti 24 ore su 24.

Lasciamogli il piacere dell’ascolto di se stessi, del sogno, dell’immaginazione. Ci sono cose che non hanno bisogno di essere spiegate, ognuno ci deve arrivare a modo proprio oppure al limite puo’ anche non arrivarci subito, che sara’ mai? Anche perdersi ha il suo fascino e la sua validita’ quando si affronta un percorso creativo, anzi forse soprattutto quello.

Lavoro con centocinquanta bambini e sette adulti. Indovinate chi mi causa piu’ mal di testa.

lunedì 18 novembre 2013

la lingua che parli influenza i tuoi pensieri? sei bilingue o biculturale?

Qualche giorno fa, ho letto un articolo sull’Economist che tratta una questione che mi interessa molto: se la lingua che parliamo e’ in grado di influenzare la nostra personalita’.

La prima volta che ragionai su questa cosa, fu molti anni fa, quando feci uno scambio linguistico con uno studente americano. Ci incontravamo una volta alla settimana, lui mi aiutava con l’inglese e io con lo spagnolo. Questo ragazzo, era un entusiasta, anzi quasi un esaltato della lingua spagnola. Mi racconto’ che lui voleva parlare il piu’ possibile in spagnolo perche’ in quella lingua si sentiva felice. Es como fumarme un porro, cioe’ diceva che per lui parlare spagnolo era come farsi una canna. Mi faceva molto ridere e dato che anch’io mi sentivo molto piu’ felice parlando spagnolo che inglese, non ebbi grandi benefici dal nostro scambio.

Col tempo, ho notato delle differenze anche nella maniera in cui io stessa uso le lingue. In spagnolo, soprattutto all’inizio, dicevo un sacco di parolacce che non avrei mai detto in italiano (il mio era il famoso spagnolo imparato por la calle…), e ancor meno in inglese.

Anzi, a dire la verita’ in inglese non dico mai nessuna parolaccia. Non mi sono mai ripresa dal trauma di aver detto accidentalmente culo davanti alla Nonna Johnson nel 2008. Dopo quell’esperienza, ancora oggi ho il terrore delle parolacce in inglese, deve essere stress post traumatico.

Ma le differenze piu’ grandi le ho notate in Mr. Johnson. Quando ci siamo conosciuti l’unica lingua che avevamo a disposizione per comunicare era lo spagnolo, poi entrambi abbiamo imparato la lingua dell’altro e io gli ho sempre detto senza scherzare che e’ un po’ come avere avere a che fare con tre persone perche’ la sua personalita’ cambia notevolmente da una lingua all’altra.

Di solito sembriamo tutti meno sicuri di noi stessi in una lingua che non e’ la nostra. Dover pensare in un’altra lingua ci rallenta e ci rende meno spontanei, spiritosi, sarcastici. Come e’ logico che sia, ci sforziamo di non dire qualcosa di sbagliato insomma.

Supponiamo, pero’, che la nostra competenza sia speculare in entrambe le lingue. Ecco, perfino in questo caso potremmo notare delle differenze nel nostro modo di comportarci. Questo avviene, secondo l’articolo, perche’ essere bilingue non significa affatto essere biculturale. Ed e’ qui che la discussione si complica e si fa ancora piu’ interessante.

E’ probabilmente per questo che il mio amico americano si sentiva felice parlando spagnolo perche’ lo associava al divertimento, ai viaggi, alle feste. L’inglese invece per lui era la lingua dei doveri, del lavoro, dello studio. Immagino possa succedere qualcosa del genere anche al piccolo Joe un giorno. L’italiano e’ la lingua di casa, delle vacanze. L’inglese della scuola e del dovere. Oltretutto, stranamente sia io che Mr. Johnson tendiamo a parlargli in inglese quando si tratta di rimproverarlo. Forse perche’ abbiamo l’impressione che capisca meglio? Chissa’.

Mi piacerebbe sapere come la pensate e qual e’ la vostra esperienza.

giovedì 14 novembre 2013

l’acqua calda (o una sorta di risposta collettiva)

Gli ultimi post sulle differenze nei rapporti personali hanno provocato diverse reazioni, che lasciando fuori qualcosa, potrei suddividere in due grandi categorie: quelli che mi scrivono per ringraziarmi per averne parlato perche’ e’ esattamente quello che vedono anche loro ma non sapevano come o a chi dirlo e poi quelli che liquidano un po’ la faccenda ricordandomi che le persone sono uguali ovunque quindi. Si certo, le persone e soprattutto i loro sentimenti sono uguali ovunque, ma la cultura in cui crescono produce delle grosse differenze nel loro comportamento. Quello che e’ accettato in una societa’, magari non lo e’ in un’altra. Mi ricordo che in Spagna, ad esempio, era perfettamente normale per gli uomini fare pipi’ per strada la notte, in Italia non credo proprio. D’altra parte in Italia e’ perfettamente normale baciarsi sulle guance per salutarsi o farsi gli auguri, qui assolutamente no. Queste sono piccole cose che ogni turista puo’ notare. Quelle di cui ho scritto io in questo periodo sono un po’ piu’ sottili, a volte cosi’ sottili che ci sono voluti anni e anni per afferrarle e comunque non del tutto.

Non sottointendo mai che sia meglio qui o meglio li’ in generale perche’ non lo penso. Alcune cose sono migliori qui, altre li’, e’ questa la verita’ pura e semplice per me. Quello che mi piace fare e’ raccontarvi la complessita’ che questo banalissimo fatto determina.

La gentilezza che ho trovato qui, il sorriso, la disponibilita’ in caso di bisogno, sono cose che mi rendono la vita infinitamente piu’ serena. Qualunque cosa debba affrontare, avere qualcuno che ti sorride e ti sostiene se sei in difficolta’ e che sembra sempre avere un pregiudizio positivo nei tuoi confronti, ti da’ una spinta in piu’ in ogni situazione. Per questo mi sono sempre sentita accolta qui e mi sono affezionata a questo posto e a queste persone dal primo giorno. E sempre per questo ogni volta che torno in Italia, soffro tantissimo per cose minime come gli sguardi di traverso sul tram o la maleducazione dell’impiegato delle poste perche’ non solo non ci sono piu’ abituata, ma ho anche sperimentato quanto allegerisca l’esistenza un comportamento anche superficiale se vogliamo, ma piu’ disponibile nei confronti degli altri.

Il rovescio della medaglia e’ che in Italia pero’ le persone nel bene e nel male tendono a farsi conoscere per quello che sono. Qui, invece, questa sorta di gentilezza eccede a tal punto da permeare i rapporti personali, da non farti mai capire cosa pensi di te la persona che hai di fronte, da trasformarsi in ipocrisia. Se c’e’ una divergenza non se ne parla mai, ci si limita a sparire. Si perdono amici o presunti tali, come fosse nulla, ma il bello e’ che quando ci si rivede per caso sono sempre grandi I missed you so much! Per questo non ci ho mai capito molto, mi fidavo troppo delle parole e dell’espressione del viso, mentre la comunicazione vera viaggia su ben altri binari. Puo’ capitare ovunque questo? Assolutamente si’. Per mia personale esperienza, mi sento di affermare che in questo tipo di societa’ pero’ un bel po’ piu’ che altrove.

Detto questo, sto facendo pace anche con questo aspetto della mia vita qui. Ne parlo tanto ora perche’ non e’ piu’ un ostacolo cosi’ enorme e sono piu’ distaccata. Quando ti stacchi dai problemi, li vedi nel loro insieme e tutto ti sembra piu’ chiaro. Ti sembra di capirci qualcosa e anche se forse hai solo scoperto l’acqua calda e’ la tua acqua calda, te la sei andata a cercare nei posti piu’ impervi e qualche volta, ci sei quasi annegato dentro. Continui a ragionarci, all’interno delle varie situazioni in cui ti trovi, per un solo motivo: anche se ancora non sai bene cosa, senti che c’e’ dell’altro, ancora tanto altro da decifrare.

lunedì 11 novembre 2013

uno strano pianeta

Vado a trovare un amico italiano che ha avuto un incidente. Vive qui da moltissimi, ma prima ha vissuto in altri posti certamente piu’ esotici. Altri paesi, altri continenti, altre lingue, soprattutto paesi del terzo mondo. Questo e’ il luogo in cui si e’ fermato, in cui ha fatto in modo che crescessero i suoi figli e da cui non andra’ piu’ via, eppure mi diceva che e’ anche quello in cui ha fatto piu’ fatica ad ambientarsi e in cui ha sofferto di piu’ la solitudine.

Mi raccontava che quando si trasferirono nella casa in cui ancora oggi abitano, pensarono di cominciare subito con il piede giusto e di dare una bella festa per i nuovi vicini. Uno di loro passo’ ad avvertire che purtroppo quella stessa sera aveva un altro impegno e non avrebbe potuto partecipare, poco male avevano invitato l’intero quartiere. Aspettarono a lungo, ma non si vide nessuno. Non si erano presi nemmeno la briga di declinare.

Il senso di non sentirsi accettato, di avere qualcosa di sbagliato e di non capire cosa. Le casse di alcoolici gia’ pronte per la festa…fu una memorabile sbronza solitaria.   

Ragionando sui motivi di tutto questo e sulle medesime difficolta’ che trent’anni dopo io stessa sto affrontando per la prima volta, mi propone due ipotesi che trovo quasi opposte. Una, e’ che molti qui sentano una sorta di senso di inferiorita’ nei confronti degli stranieri con un alto livello di istruzione. Tu hai viaggiato, parli tutte queste lingue e io non sono mai uscito di casa, e’ una frase che in effetti ci si sente dire molto spesso. L’altra ipotesi e’ che siano in qualche modo poco propensi a frequentare uno straniero in genere, qualcuno con un modo di fare e un accento cosi’ diverso dal loro e che a volte puo’ essere perfino difficile comprendere. Elementi, entrambi, che non avevo mai interpretato in questo modo, chissa’ dove sta il vero.

Tornando all’incidente. Mi raccontava di aver letteralmente pianto di gioia di fronte all’immensa disponibilita’ ad aiutare sia lui che la sua famiglia anche da parte di persone che pensava di conoscere in modo estremamente superficiale, come alcuni vicini di casa appunto. Dice che, dopo la disavventura, si e’ scatenata una vera e propria gara di solidarieta’ e che queste persone non si sono limitate a fare delle semplici visite di cortesia o mandare mazzi di fiori, ma si sono adoperate nel concreto per rendergli la vita di tutti i giorni molto piu’ semplice durante la convalescenza. Non mi sono stupita perche’ e’ una cosa che mi e’ capitato di vedere piuttosto spesso in questi anni alla scuola Flanders.

La conclusione di tutto il suo discorso di vecchio expat sembra essere che se ti capita una disgrazia, diventano tutti amici tuoi, ma se va tutto bene, ognuno ha la sua vita.

In che strano pianeta sono capitata.

mercoledì 6 novembre 2013

ma noi giudichiamo o non giudichiamo?

Prima, a cena con Mr. Johnson si ragionava su un ennesimo episodio accaduto nell’ambito di quell’insieme di comportamenti che ho cercato di descrivere l’altro giorno e che anche lui, esattamente come me (e molti di voi, ho visto), subisce e mal sopporta.

Concordavamo sul fatto che rendono la vita estremamente piu’ complicata e pesante. Devi sempre in un certo senso guardarti le spalle perche’ non capisci mai da dietro a quale sorriso di circostanza possa partire un eventuale attacco.

Gli dicevo che per me il risultato immediato di questo modo di fare e’ una sorta di ansia generalizzata in tutta la societa’ causata dal fatto di sentirsi sempre sotto esame, sempre giudicati. La paura che vedo qui, o per lo meno piu’ che altrove, di farsi vedere per come si e’ forse nasce proprio da questa specie di malinteso sulla gentilezza, nel senso di kindness.

Per essere gentili o kind, bisogna sorridere e annuire.

No.

E’ senz’altro piu’ difficile, ma si puo’ anche essere gentili e sinceri allo stesso tempo.

Mentre gli dicevo questa cosa, mi sono venute in mente tutte le espressioni che contengono l’idea che giudicare gli altri sia profondamente sbagliato che sento dire mille volte al giorno. Don’t judge. Sorry if I sound judgmental. I don’t judge. Please, don’t judge me. E cosi’ via.

In italiano questo modo di esprimersi non esiste in questa misura perche’ non e’ un’idea cosi’ forte e acquisita dalla nostra cultura. Bisogna andarci piano con i giudizi affrettati, questo si, lo sanno tutti e lo dicono tutti, ma una volta appurati i fatti e’ considerato piu’ che lecito farsi un’opinione e agire di conseguenza.

Ma qui vengo interrotta.

- Si dice cosi’ tanto perche’ si ha bisogno di autoconvincersi che sia cosi’.

Gia’, evidentemente per alcuni e’ piu’ facile fingere di non avere certe opinioni che farci i conti.

martedì 5 novembre 2013

il far west…ma e’ vero?

Se uno pensa al Texas gli viene subito in mente il cosiddetto Far West, come lo chiamiamo noi in Italia, i cowboy e le mucche e tutta quella roba li’. Poi quando si arriva qui a Dallas, certo l’eco di quel mondo e’ presente, ma non e’ poi cosi’ preponderante rispetto a tante altre realta’ che ci sono.

C’e’ una citta’, pero’, proprio qui a due passi, che si chiama Fort Worth e che ancora oggi e’ proprio l’essenza di quello che uno immagina sia stato il tempo delle sparatorie nei saloon, degli indiani e dei cowboy come si vedono nei vecchi film.

Ci sono stata proprio l’altro giorno e quando abbiamo avvistato l’ennesimo belloccio vestito da cowboy che con tanto di lazzo alla mano intratteneva i turisti, ho fatto una domanda che credevo retorica a una mia amica che e’ nata e cresciuta proprio li’.

- Ma non ti sembra un po’ riduttivo che l’unica immagine che la citta’ trasmetta sia questa?

Lei che con quel mondo li’ non ha praticamente nulla a che vedere, che vive in centro, che si occupa di pubblicita’ e ama l’arte e la critical mass, ci ha pensato un attimo e mi ha risposto:

- A volte calcano un po’ troppo la mano su questa cosa, pero’ in fondo ogni volta che vado a fare un giro in bici mi tocca fermarmi per far passare qualcuno a cavallo. Ci sono i ranch, le mucche, gli steccati…insomma, questa cosa esiste, e’ vera. I cowboy veri non si vestono come questi qui, ma forse e’ l’unica differenza.  

lunedì 4 novembre 2013

i sottointesi che ancora ignoro

Ogni volta che cerco di descrivere questa sensazione che ritorna, questo modo di fare particolarissimo che vedo solo fra gli americani non riesco mai ne’ a farmi capire bene ne’ ad arrivare a una conclusione, a decidere che idea dovrei farmi e come dovrei reagire a determinate situazioni che mi si ripresentano quasi quotidianamente.

Piu’ passa il tempo e piu’ mi sembra che questa societa’ sia strapiena di sottointesi che ignoro. Uno all’inizio si illude che una volta che ha capito la lingua il piu’ sia fatto, invece e’ proprio li’ che il gioco si fa duro perche’ nel momento in cui capisci le parole cominci anche a intuirne meglio le sfumature, ma non ancora del tutto.

Proviamo a fare degli esempi proprio di quelli banalissimi successi diverse volte in questi anni, che forse si capisce meglio.

Richiedi un servizio, ti viene chiesto di proporre un prezzo e la persona che avrebbe dovuto fare quel lavoro per te scompare letteralmente, non si fa piu’ trovare, non risponde piu’ al telefono. Salvo poi incontrarti per caso e farti degli immensi sorrisi come se niente fosse. Deduci che il prezzo non era quello auspicato, ma perche’ mai non parlarne, cercare un accordo? L’hai offesa fino a questo punto con la tua proposta? Cosa e’ successo? Cosa hai fatto di male?

Ti invitano a un qualcosa in modo informale, la data si avvicina e non senti nessuno. Se stai li’ ad aspettare e’ facile che la cosa sfumi senza che nessuno si scomodi per avvisarti pero’ poi rimane sempre il dubbio nell’aria di chi abbia dato buca a chi e non e’ bello. Se chiami per una conferma, viene fuori quasi sempre che c’e’ stato un imprevisto e non se ne fa piu’ nulla. Ma nessuno ti avvisa, e’ come se fosse maleducato dire che non si puo’ piu’ fare invece che avvisare per tempo. Anzi ancora peggio, e’ come se fosse un tabu’ parlarne, meglio far finta di niente e passare oltre. A un certo punto ti pare quasi di essertelo sognato quell’invito.

Hai un problema da risolvere e chiedi un’informazione (es. per caso conosci una baby sitter?) a una persona che conosci. Ti dice si si certo, ora guardo un po’ e ti faccio sapere subito. Tu aspetti, magari contando molto su quell’informazione e nulla, non arriva piu’. Dopo un po’ rivedi la persona, anche in questo caso grandi sorrisi e l’argomento non viene mai piu’ toccato. La famosa storia dell’elefante nella stanza, quello che tutti vedono, ma che nessuno nomina mai. Perche’? Hai sbagliato a chiedere quell’informazione? Non si fa?

Conosci di vista delle persone, i tuoi vicini di casa per esempio, ti pare che ci sia una buona simpatia, si chiacchera allegramente le volte che ci si incontra. Dopo un po’ pero’ ti rendi conto che se pensano che tu non li abbia visti, corrono via. Proprio corrono a nascondersi. Cioe’ se tu le saluti ti salutano e attaccano anche bottone, altrimenti scappano lasciandoti la sensazione di averle qualche volta importunate. Li’ ti fai davvero mille domande. Prima di tutto: che fine ha fatto il buon vecchio buongiorno e buonasera e finita li’ alla milanese? Forse quella che per te era una simpatica conversazione fra conoscenti per loro invece era un abuso di tempo e confidenza? Pero’ non sembrava, proprio non sembrava con tutti quei sorrisi. Qualcosa avrai sbagliato se fanno cosi’. O no?

Potrei andare avanti a fare molti altri esempi, ma il discorso e’ questo: le cose non vengono quasi mai dette chiaramente e cosi’ non solo le grandi divergenze, ma anche le piccole questioni prive di significato diventano qualcosa di imbarazzante. Ti senti come se avessi fatto un qualche misterioso errore, ma non sai mai quale di preciso. E’ tutto molto kafkiano.

Devo dire che tutto questo mi crea una certa ansia, come e’ facile intuire. Se fai qualcosa che non va nessuno te lo dice mai apertamente, pero’ poi puntuale come un orologio ti arriva quel certo sguardo che ti trafigge e a quel punto non c’e’ davvero nulla da fare perche’ una cosa l’ho imparata di sicuro: non cercare mai di giustificarti o spiegarti perche’ peggiori solo le cose, puoi solo far finta anche tu di nulla e proseguire. Puoi stare tranquillo che tutti si comporteranno come se niente fosse, solo a te rimarra’ quel tarlo, quella sensazione di “I don’t fit in”.

mercoledì 30 ottobre 2013

essere nel momento

C’era una persona prima che parlava del suo diario e del fatto che nel momento in cui e’ tornato a rileggersi quello che aveva scritto in un periodo che ricordava come molto felice della sua vita, ha avuto la sgradevole sorpresa di imbattersi in un sacco di lamentele e negativita’.

Le recriminazioni erano in fondo piccolezze che non avrebbero dovuto distrarlo per niente da tutto il buono che aveva intorno. Eppure giorno per giorno era cosi’ che percepiva la realta’, piena di piccole cose che lo infastidivano.

Ecco, la conosco quella sensazione. La vedo in me stessa e in tanti altri. Quando un amico si lamenta per cose che mi sembrano dall’esterno minime, vorrei dirgli ma non riesci a vedere che hai tutto?

Insomma…perche’ e’ cosi’ facile perdere di vista quello che abbiamo sotto gli occhi perfino se ci fa stare bene? Perche’ ci piace cosi’ tanto fissarci sulle macchioline, sulle crepe quasi invisibili?

Sono stufa di guardare le foto di quando mi sentivo brutta e scoprire che ero molto piu’ bella di ora o quelle di quando pensavo di essere infelice e invece avevo tutto.

Ah, comunque se vi interessa, quel tale era David Sedaris.

martedì 29 ottobre 2013

soluzioni creative per la vita di tutti i giorni

Quello che con il mio metodo cerco di insegnare ai miei bambini, quelli a scuola e anche a quello a casa, e’ che non e’ tanto importante il risultato -ben pochi faranno dell’arte il proprio mestiere - ma il dotarsi di un modo di ragionare creativo che puo’ essere applicato a qualunque campo della nostra esistenza quotidiana.

[Per questo, tra l’altro, come dicevo l’altro giorno, e mi scuso per non avere ancora avuto il tempo di rispondere ai commenti, anche quelli un po’ polemici, non credo nell’acquisto di materiali costosi]

Allora, facciamo un esempio.

Io ho questo bambino a casa, questo tale piccolo Joe, che ha delle grosse difficolta’ a far arrivare… come si puo’ dire…. i frutti della sua digestione, chiamiamoli cosi’, la’ dove devono arrivare e cioe’ nel bagno e sto provando qualunque sistema per ovviare a questa sua legittima reticenza.

Ho seguito umilmente, e continuero’ a farlo, ogni consiglio che mi sia arrivato. No, le ricompense non funzionano e nemmeno la personalizzazione del vasino e tutto il resto. Cosi’ l’altro giorno ho provato a modo mio.

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Ho pensato. Cosa gli piace piu’ di tutto? I dinosauri. E poi? Costruire.

Allora costruiamo un bello scivolo per dinosauri con i rotoli di carta igienica.

Piu’ lo scivolo e’ lungo, piu’ ci divertiamo a costruirlo.

Piu’ rotoli usi, piu’ lungo sara’ lo scivolo.

Ergo, Joe usali ‘sti rotoli!

Vi chiederete se ha funzionato.

Naturalmente no, ma e’ stato senz’altro un gran bel tentativo.

E non e’ tutta un gran tentativo la vita in fondo? E’ cosi’ che si va avanti anche quando non sembra. 

domenica 27 ottobre 2013

tutte le novita’

Oggi ho voglia di raccontarvi un po’ del piccolo Joe e di tutte le sue novita’.

Se dico delle ovvieta’ perdonatemi, come sapete e’ il mio primo e unico figlio, e’ tutto nuovo per me e continuo a guardarlo crescere con gli occhi pieni di stupore. E soprattutto, mi diverto un sacco.

Fa tre anni a dicembre e attualmente sembra che la sua cosa preferita (a parte i dinosauri of course) sia andare all’asilo. In questo ultimo periodo e’ cosi’ entusiasta dell’asilo che vuole andarci anche nei giorni in cui gli tocca stare a casa e credo di aver capito il perche’. Entrambi i suoi asili sono associati a delle chiese e lui, non essendoci mai entrato in una chiesa, e’ fermamente –serissimamente e che non si provi a contraddirlo- convinto che siano castelli. Vive nella meraviglia di questa cosa, andiamo in giro ed e’ tutto un “mamma guarda! castello!”, “andiamo al castello!”.

Dovreste vedere quello sguardo, c’e’ dentro tutto lo splendore dell’infanzia, spero che un pochettino gli rimanga sempre.

Per quanto riguarda il linguaggio, direi che a questo punto si esprime in maniera comprensibile sia in inglese che in italiano e non gli sento fare enormi miscugli. Lui sa con chi parlare una lingua e con chi l’altra, ma non credo sappia coscientemente che sono due lingue diverse, non parliamo mai di questo, e’ tutto molto naturale. Con me, non ha dubbi: preferisce l’italiano. A volte, se comincio a leggergli un liPhotoGrid_1382908852052bro in inglese, mi dice di no, che non lo sto facendo per niente bene e mi traduce le prime parole in italiano per farmi capire il modo giusto. Oppure se mi viene da sgridarlo in inglese (non so perche’, ma quello mi viene di piu’ in inglese…) mi risponde “yes Mrs. Johnson!” perche’ l’unico luogo in cui mi sente parlare inglese e’ a scuola, dove tutti mi chiamano cosi’. Ha un amichetto coetaneo francese ed e’ uno spettacolo guardarli giocare insieme. A volte parlano ognuno la sua lingua, mai un malinteso. E’ una cosa che, tra l’altro, mi fa molto riflettere sulla comunicazione e l’amicizia in generale, ma quello e’ un altro discorso. 

Finalmente, mostra di apprezzare molto le cose che gli faccio fare con i colori e tutto il resto e ne sono molto felice, ma a volte e’ quasi impossibile convincerlo a fare altro. Mi e’ gia’ capitato di doverlo implorare di andare al parco e lui impassibile: “No! I wanna art!”. Mi ricorda molto me da bambina anche se forse io ero ancora piu’ solitaria.

Di sicuro per ora non e’ un tipo avventuroso, anzi tutto il contrario. Mi sembra riflessivo, di solito valuta bene le conseguenze delle sue azioni, non gli piace per niente farsi male e cerca di evitarlo. Non e’ nemmeno particolarmente atletico o coordinato, sembra sempre che si muova in un equilibrio piuttosto precario. E’ un bel po’ fifone devo dire. L’altro giorno abbiamo costruito delle scarpe da mostro con le scatole dei fazzoletti di carta e, appena sono andata di la’ ha tolto tutte le unghie perche’ facevano ‘palula’. Il giorno dopo, una volta assicuratosi che non se ne andavano in giro da sole, le ha volute riattaccare.

Continua a coltivare la sua passione per le lettere dell’alfabeto. Ora le cerca sempre, ovunque andiamo, e vedo con quanta curiosita’ prova a metterle insieme. A volte legge delle piccolissime parole. Con i numeri non se la cava per niente bene invece. Ancora non capisco se sappia contare o se vada a caso, una volta lo fa bene e l’altra malissimo. Chiaramente i numeri non gli danno la stessa curiosita’ delle lettere per ora e di nuovo: spero non abbia preso troppo dalla sottoscritta.

Mi dicono tutti che e’ molto intelligente, come si dice un po’ di tutti i bambini credo. Certo che a volte mi chiedo come mai pero’ se e’ cosi’ intelligente, fa cosi’ fatica a fare una cosa cosi’ semplice come usare il bagno. Misteri della vita.

Una cosa mi colpisce molto di questa sua fase attuale: sembra che non gli sfugga nulla. Anche quando non risponde o sembra distratto, in realta’ non lo e’ mai. A volte torna su delle cose che gli ho detto o che sono successe dopo dei giorni, come se fossero state li’ in una specie di sala d’attesa e finalmente fossero pronte per uscire fuori e servire a qualcosa.    

Anche i suoi disegni, quando me li spiega, cominciano ad avere un vago senso e per me e’ incredibile assistere a tutto questo per la prima volta, anche a livello professionale intendo.

Essere sua madre e’ l’avventura piu’ grande e affascinante che avrei mai potuto intraprendere nella vita. Sto imparando davvero tanto da questo piccoletto e non lo ringraziero’ mai abbastanza per questo.

venerdì 25 ottobre 2013

lavorare con i soldi o senza

Una volta, di mia iniziativa, feci fare a una classe un lavoro da battere all’asta a favore della scuola che si tiene una volta all’anno.

L’opera venne venduta per un sacco di soldi, cosi’ nelle edizioni successive mi chiesero espressamente di far fare un lavoro del genere ad ogni classe, e ne ho un bel po’ dai cinque ai dodici anni.

Gia’ li’ un po’ ero pentita. Certo mi faceva piacere che il lavoro fosse piaciuto, ma io volevo fare solo un gesto carino e invece ora mi ritrovavo con un sacco di aspettative e lavoro in piu’. Di anno in anno la cosa si e’ fatta sempre piu’ onerosa.

Adesso c’e’ stato un ulteriore salto di qualita’. E’ venuta a cercarmi la rappresentante delle mamme. Quando l’ho vista arrivare ho capito subito che avrei avuto qualche grana. Dopo tutti questi anni di insegnamento, ho il terrore delle mamme soprattutto quelle agguerritissime che fanno le rappresentanti delle altre. Voleva dirmi che quest’anno sono fortemente invitata a spendere dei soldi per far fare ai bambini i lavori da mettere all’asta. Certo, molto bello quello che hai fatto in passato, ma sai magari se spendi qualcosa in piu’ nei materiali…

Ho a disposizione una cifra che secondo me e’ piuttosto alta anche se in realta’ qualunque cifra mi sarebbe sembrata alta considerando che ho sempre fatto tutto benissimo senza spendere nulla.

Questo dovrebbe essere positivo, il problema e’ che.

Mi da’ proprio fastidio questa cosa, per una questione di principio. Insomma, io mi sono sempre fatta un vanto nel tenere bassi i costi. Sia perche’ so che la scuola non naviga mai nell’oro e sia perche’ spendere tanto per comprare materiali bizzarri non fa parte della mia filosofia come insegnante. Non credo siano necessarie grandi cifre per fare esprimere i bambini. Anzi, di solito la mancanza di mezzi (fino a un certo punto) aguzza l’ingegno, e’ un fatto comprovato. Preferirei darli in beneficienza quei soldi o usarli per comprare dei computer o dei libri, ma e’ una mia idea opinabilissima. 

Pensavo che l’obiettivo fosse ottenere il massimo spendendo il minimo, creare un oggetto dal valore simbolico, un bel ricordo, invece qui si vuole proprio intraprendere tutta un’altra strada. E tra l’altro, non so nemmeno se sono in grado. Voglio dire, il mio lavoro non e’ fare oggetti di artigianato. Di sicuro mi inventero’ qualcosa, da tutto questo imparero’ qualcosa di nuovo e andra’ tutto bene, ma proprio non mi piace l’idea che sta dietro a una manovra simile. Dal sentimentale al commerciale, sola andata.

martedì 22 ottobre 2013

se l’impiegato paga il datore di lavoro

Il primo anno e’ stato piuttosto traumatico. Avevo ricevuto qualcosa a proposito di un certo pledge, ma lo avevo completamente ignorato, non conoscevo nemmeno il significato della parola allora e poi, a dire il  vero, anche dopo essermelo andata a cercare, avevo continuato a far finta di niente, pensando ci fosse un errore. Fino a quando il direttore mi affronto’ direttamente e, con molta cortesia, mi chiese su due piedi di pagare perche’ aveva bisogno di annunciare di aver raggiunto il 100% di partecipazione da parte del corpo insegnante e mancavo solo io. Non ricordo benissimo ora, ma potrei realisticamente -con il mio inglese pessimo dell’epoca- aver risposto qualcosa tipo ‘non capisco, nel mio paese e’ il datore di lavoro che paga l’impiegato e non viceversa’.

A pensarci ora, mi vengono un po’ i brividi perche’ solo un marziano risponderebbe cosi’ e io in un certo senso lo ero (e forse lo sono ancora, ma molto meno).

Insomma, lavoro in una scuola privata che si basa in gran parte sulle offerte monetarie del prossimo. Ci sono diverse campagne di found raising durante l’anno scolastico e in particolare ce n’e’ una in cui e’ importante mostrare che non solo i genitori, ma anche l’intero staff crede talmente tanto nella progetto che si sta portando avanti da donare qualcosa, qualunque cosa, di tasca propria. E’ un concetto che non ho mai sentito in Italia nei diversi posti in cui mi e’ capitato di lavorare, ma che qui in certi ambiti come il mio, esiste ed e’ una cosa piuttosto normale e accettata di buon grado dai lavoratori, credo. Anche perche’ di fatto non hanno molta scelta.

Dopo quella prima cosiddetta imboscata da parte del mio capo tornai a casa, mi arrabbiai molto, e alla fine decisi di pagare. Da allora in poi l’ho sempre fatto in automatico ogni anno non perche’ abbia completamente cambiato idea, ma perche’ ho capito che qui e’ cosi’ che va, che e’ una cosa importante per le persone che mi danno da lavorare e mi sono adeguata. Bisogna scegliersi le battaglie, si dice da queste parti, e io in questo caso ho deposto le armi.

Devo dire che, in realta’, piu’ ho conosciuto i miei colleghi e il mio capo e meno mi ha dato fastidio pagare per questa cosa. La settimana scorsa ho fatto la mia piccola donazione come ogni anno, e oggi , come ogni anno, come tutti quelli che hanno fatto una donazione, ho ricevuto a casa una lettera di ringraziamento scritta a mano, personalizzata, fatta apposta per me. Una cosa che mi stupisce ogni volta perche’ immagino la quantita’ di ore impiegate in questa attivita’. Non lo so se questo sistema sia giusto o sbagliato. Mi sembra che ad ogni modo produca una grande gratitudine e che nessuno dia per scontati gli sforzi degli altri come avviene in tante altre situazioni lavorative.    

lunedì 21 ottobre 2013

energie condivise

L’altra sera a Dallas c’e’ stata una grande festa, un block party, nel quartiere dei musei. Ogni tanto ce ne sono, ma questo qui era specialeIMAG3481 perche’ oltre alla musica, il cibo per strada e i musei aperti, solo per una sera si potevano ammirare una serie di opere contemporanee completamente diverse fra loro, ma accomunate dal filo conduttore della luce.

Quel giorno il tempo era piuttosto incerto e le previsioni dicevano che avrebbe piovuto, tanto che  avevamo quasi rinunciato all’idea di andarci, ma quando poi siamo arrivati li’, siamo rimasti stupiti dalla quantita’ di gente presente e dalla tranquillita’, dalla voglia di divertirsi senza disturbare gli altri. E’ stata davvero una serata memorabile.

E’ questo che mi affascina di questa citta’, che rispetto all’Italia mancano moltissime attivita’ culturali, ma poi appena qualcuno organizza qualcosa, non importa che ci siano quaranta gradi o che faccia brutto, la gente accorre numerosa. C’e’ una sete di arte, di bellezza, di voglia di stare all’aperto che in Europa giustamente oramai e’ considerata come un privilegio ampiamente acquisito, ma che qui invece scatena l’entusiasmo generale, che e’ qualcosa da inseguire e da apprezzare. C’e’ un’energia esplosiva che in pochi anni sta producendo una crescita culturale impressionante.

Vi segnalo anche la cover story del Time sul Texas a proposito di tutto questo fermento che si avverte in giro. Non e’ assolutamente una visione idilliaca della situazione, ma a un certo punto l’autore dice Texas feels like the future.

giovedì 17 ottobre 2013

cosa vi ha colpito di piu’ la prima volta che siete venuti negli stati uniti

Dopo essermi divertita a leggere le risposte degli utenti di Reddit a questa domanda, mi sono messa anch’io a pensare alle primissime cose che mi hanno colpito appena sono arrivata qui. Alcune sono generiche e altre dipendono molto sia dal mio luogo di provenienza (Italia, Milano) che da quello del mio arrivo qui (il Texas non New York o L.A. che sono posti completamente diversi).

Mi piacerebbe sapere se ne avete delle altre.

Allora.

- L’ospitalita’ e la gentilezza in generale. Il fatto che tutti ti salutino, ringrazino, si scusino tantissimo e ti rivolgano la parola senza conoscerti.

- Soprattutto il fatto che ti chiedano sempre come stai e magari ti chiamino sweetheart o honey senza averti mai visto prima.

- Il fatto che non ci si tocca mai e che gli abbracci…beh non ci si tocca nemmeno abbracciandosi.

- Le bandiere. Tantissime, enormi, ovunque.

- Il fatto che il postino ritira la posta nella tua casella a casa e non devi andare tu a spedirla.

- Il fatto che la gente normalmente compri bottiglie di latte da un gallone invece che da un litro. E anche il fatto che il latte a lunga conservazione, quello che sta fuori dal frigo, sia una rarita’ e quasi un’eccentricita’.

- Le uova in frigo sempre.

- Il fatto che c’e’ quasi sempre il sole.

- Il fatto che si parli sempre del tempo e che non si esce di casa senza aver guardato le previsioni (e’ legendario quanto il tempo in Texas cambi rapidamente. Si dice If you don't like the weather, wait five minutes, ma dipende dalla stagione, da maggio a settembre non cambia m-a-i).

- Il fatto che costi quasi di piu’ mangiare a casa che nei ristoranti.

- La grandezza spropositata delle porzioni, anche delle bevande. Il fatto che per quanto riguarda il cibo si guardi alla quantita’ piu’ che alla qualita’.

- L’elaborazione e l’abbondanza di ingredienti anche per i piatti in teoria piu’ semplici.

- L’esigenza di mettere una salsa su qualunque cibo dal calamaro fritto alla frutta.

- Il fatto che se pero’ chiedi della maionese per le patatine fritte o l’hot dog ti guardano come un marziano (o un europeo).

- Il free refill!! E non dico altro. Ma ve lo immaginate da noi?

- I bagni:

1) quelli pubblici hanno delle fessure da cui si vede chiaramente chi c’e’ e cosa sta facendo (e se lo fai notare ti danno del maniaco)

2) L’acqua nel water, senza entrare nei dettagli magari.

3) Lo spazzolone del bagno usa e getta (meraviglia delle meraviglie)

4) Il fatto che i bagni non abbiano mai le finestre, almeno qui (Suppongo sia perche’ di solito il bagno e’ la stanza piu’ interna della casa in cui rifugiarsi in caso di tornado).

5) Il cartello employees must wash hands before returning to work in tutti i bagni pubblici. All’inizio lo trovavo offensivo e perfino ora un po’, pensa te.

- Il fatto che i segnali stradali siano quasi sempre scritti invece che disegnati. Per me era importante perche’ non parlavo inglese.

- Il fatto che se qualcuno ti spiega una strada, ti dice i punti cardinali invece che ‘destra’ o ‘sinistra’. Bel casino, ma ora ci sono i gps per fortuna.

- Il fatto che la gente non cammina mai e se a te gira di farlo senza indossare una tuta da ginnastica e non in un parco, tutti ti guardano con compassione come se fossi il piu’ povero dei poveri.

- Il fatto che i vestiti costano di meno e soprattutto che ci sono grossi sconti e offerte tutto l’anno. Oltre al fatto che il cliente ha veramente sempre ragione qui.

Appena schiaccero’ il tasto ‘pubblica’ mi verranno in mente un sacco di altre cose, e’ fatale.

mercoledì 16 ottobre 2013

la geografia non c’entra

Quando mi sono trasferita qui, avevo paura soprattutto che avrei perso i miei vecchi amici. Ora, dopo sette anni invece, mi rendo conto che forse non e’ cosi’ che funzionano le cose. Sento ancora una vicinanza profonda con quasi tutti i miei amici del passato e se non la sento la verita’ e’ che la geografia non c’entra.
Le persone si perdono in tanti altri modi. Cioe’ forse in fondo in un modo solo, quando non te ne importa piu’. Quando si e’ cresciuti e cambiati in modo talmente radicale e opposto che ti rendi conto che davvero, non c’e’ piu’ molto da condividere. E’ una mezza tragedia, nel vero senso della parola, ma a volte va cosi’.
E’ strano. Ci sono persone che incontri brevemente, anche solo un paio di volte, e che ti rimangono davvero dentro e magari finisce che sanno piu’ di te di quelle che ti vivono accanto. Ce ne sono altre che amavi alla follia in un certo periodo della tua vita e che a un certo punto smettono di piacerti, che fanno scelte importanti che non condividi e non capisci e non le riconosci piu’. E poi ci sono quelle che magari fanno parte di un passato molto remoto, che non sai piu’ quasi nemmeno che fine abbiano fatto, ma di cui adesso che ti guardi indietro con un po’ piu’ di esperienza, senti la mancanza perche’ ora sai per certo quanto siano rare.
Insomma, tutto questo con la lontananza e l’emigrazione ha ben poco a che vedere.

martedì 15 ottobre 2013

e poi ci sono le follie

Raramente vi racconto dei cibi folli in cui mi imbatto. Alla State Fair, ad esempio, vendono qualunque cosa fritta, perfino la coca cola, il gelato o l’intera cena di Thanksgiving, ma tutto questo fa parte dell’eccentricita’ estrema. In questo caso, invece, mi sembrava rilevante condividere l’esperienza.

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Sono dovuta tornare indietro perche’ non pensavo fosse possibile eppure…

IMAG3115

Coni fatti di pasta della pizza e riempiti di frutta e gelato.

MAMMAMIA!

(Non chiedetemi com’e’ perche’ stavolta non ho avuto il coraggio di provare)

lunedì 14 ottobre 2013

lunedì 7 ottobre 2013

alba hawaiana

Ieri sera ho mangiato la pizza 'alba hawaiana'


all-natural red sauce, Canadian bacon, pineapple, roasted cashews, sun-dried cranberries, mozzarella and cheddar cheese

Confesso: non mi e' per niente dispiaciuta.

E ora mi aspetto che da un momento all'altro un oscuro impiegato del consolato italiano bussi alla mia porta per chiedermi indietro il passaporto. Sappiate che non opporro’ nessuna resistenza. Accetto le conseguenze del mio gesto estremo, la giustizia deve fare il suo corso.

mercoledì 2 ottobre 2013

viva la vida

Mi e’ sempre capitato che la gente mi chiedesse come insegnante di arte o anche nei lavori che facevo prima perche’ un tale artista e’ importante rispetto agli altri e ogni volta ci sono diverse considerazioni da fare, ma in certi casi non ci sarebbe nemmeno bisogno di una spiegazione, il motivo e’ del tutto lampante secondo me.
Prendiamo Frida Kahlo, ad esempio.
Oggi con i bambini di prima abbiamo fatto uno dei quadri piu’ felici di Frida. Si intitola Viva la vida ed e’ una natura morta di angurie. Mi sembrava perfetta per fargli vedere i colori complementari all’opera per cosi’ dire. Normalmente mostro il quadro e faccio piu’ che altro parlare loro, ma mi e’ sembrato giusto fargli vedere anche uno dei suoi famosi autoritratti e raccontargli almeno un paio di cose su Frida come il fatto che ha avuto una vita difficile e che a un certo punto e’ stata costretta addirittura a dipingere i suoi quadri sdraiata a letto.
Una bambina riccettina ha cominciato a sbracciarsi.
- Lo so! Lo so!
- Ma non ho fatto nessuna domanda...
- Ma io lo so gia’! E’ esattamente quello che e’ successo a Lady Diana!
L’ho gia’ detto che li adoro vero?
Allora. Il lavoro era semplice. Dovevano solo comporre delle angurie e mischiare ognuno il suo verde.
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Frida Kahlo, The Reconstructionist
C’e’ questa bambina che ha davvero tanti problemi. Abbandonata dai genitori, tirata su dai nonni, dislessica, ma nella mia classe e’ felice ed e’ talmente brava e ben disposta che non ho mai notato che ci fosse nulla fuori posto. Quest’anno pero’ purtroppo la sua insegnante di sostegno arriva proprio durante le mie lezioni e ogni volta e’ un dramma. 
Appena capisce che deve andarsene diventa paonazza ed e’ come se la sua faccia crollasse. Diventa lunga lunga e le sparisce il sorriso.
C’e’ una cosa del lavoro di insegnante che odio. Il fatto che a volte vedi proprio il trauma di un bambino in diretta, nel momento in cui sta succedendo. Te lo immagini quasi mentre lo racconta allo psicanalista fra vent’anni, ma non puoi fare assolutamente nulla per impedirlo perche’ e’ la vita e va cosi’, non c’e’ niente da fare. Cosi’, ho assistito a quel moto di ribellione, ma anche di impotenza che mi ha spezzato il cuore potendo solo prometterle che avrebbe potuto finire il suo lavoro in un altro momento, anche se non sarebbe stato lo stesso e sapevo benissimo che il fatto di essere portata via nel bel mezzo dell’unica attivita’ in cui riesce davvero bene, le sarebbe sembrato incomprensibile e l’avrebbe fatta sentire diversa e peggiore di tutti gli altri bambini.
Prima di andare via, mi ha chiesto solo una cosa, con le lacrime agli occhi:
- Mi scrivi il suo nome per favore?
- Il nome di chi?
- Della signora con i fiori in testa. Voglio scrivere il suo nome.
Guardo il suo foglio e vedo che invece di seguire le mie indicazioni aveva fatto un bellissimo ritratto di Frida. Forse sono troppo sentimentale, ma io sono davvero convinta che quella bambina ci abbia visto qualcosa di speciale in quello sguardo un po’ torvo e in quei colori brillanti. La sofferenza riconosce la sofferenza e la bellezza riconosce la bellezza. 
Per una donna le opere di Frida sono una sorta di specchio dell’inconscio. Avvicinandosi un po’ a lei, credo sia piuttosto difficile non solo non amarla, ma in un certo senso volerle proprio bene, come si vuole bene a qualcuno che si conosce o alla parte piu’ fragile e tragica di se stessi.
Ricordo che una volta portavo in giro un gruppo di visitatori dentro sua mostra a Milano e mentre spiegavo un quadro, una donna scoppio’ a piangere. Io ero giovane e forse non avevo gli strumenti per capire del tutto quelle lacrime, ma poi quando e’ stato il mio turno di piangere Frida e’ stata li’ anche per me, come una sorta di angelo custode con le sue parole e le sue immagini.
Viva la vida.

lunedì 30 settembre 2013

nel paese dei mostri selvaggi*

Venerdi scorso il piccolo Joe ha avuto una giornata di quelle che ricordero’. Non capisco cosa gli stesse succedendo, ma non ha fatto altro che urlare e ribellarsi a qualunque cosa per tutto il giorno. Sono sincera: non lo sopportavo piu’. Non ha dormito cinque minuti e non si e’ fermato un solo secondo. Piuttosto che niente si metteva a tirare fuori tutti i giochi senza usarli, non c’era piu’ un centimetro di pavimento libero e non eravamo nemmeno a casa nostra. Ero esausta, anzi piu’ che esausta, proprio arrabiata. Alle cinque del pomeriggio ho deciso di andare in palestra. Piu’ che altro perche’ era l’unico posto in cui avrei potuto lasciarlo senza essere denunciata per abbandono di minore. Di solito dopo un po’ di movimento mi tranquillizzo, ma niente, umore pessimo mentre lui continuava con la sua rivolta che io probabilmente stavo alimentando. Non riuscivo nemmeno a guardarlo. Non volevo che vedesse quanto poco bene gli volevo in quel momento, non mi ero mai sentita cosi’ verso di lui.

Fortunatamente quella sera, sono riuscita a fare una lunga chiaccherata con una carissima amica che aveva avuto una giornata piuttosto simile alla mia ed e’ bastato quello per rimettere tutto nel giusto ordine di idee. PhotoGrid_1380550854804

La mattina dopo, non vedevo l’ora che il piccolo Joe si svegliasse per sbaciucchiarmelo tutto e fargli sentire di nuovo tutto l’amore che per un momento forse si era fermato o non era riuscito a uscire fuori e arrivare fino a lui come sempre. Anche lui era piu’ affettuoso del solito. Credo ci sentissimo in colpa entrambi in fondo. O qualcosa del genere.

Volevo fare qualcosa di bello con lui, cosi’ l’ho portato ad ascoltare le favole in una libreria vicino a casa. Quando le favole sono finite, ci siamo fermati a guardare un po’ i libri. A un certo punto, me ne ha portato uno da leggere. Si tratta di “Where the wild things are” di Maurice Sendak. E’ un grande classico, ma non lo avevo mai letto. Conoscevo l’autore per via di una serie di bellissime interviste che aveva rilasciato nel mio programma radiofonico preferito ed ero sicura che sarebbe stato un libro speciale, ma non fino a questo punto.

Quando ho cominciato a leggere, e’ successa una cosa rarissima e magica, mi sono accorta che quel libro parlava proprio di noi e di quello che ci era successo. Non potevo crederci perche’ non ci sono molti libri per bambini che parlano di mamme arrabiate e figli dispettosi. E’ stato rassicurante in quel momento vedere questa particolare situazione rappresentata, un po’ come quando ti dicono che il male che hai ha un nome.

L’abbiamo comprato e lo abbiamo gia’ letto diverse volte. Credo che l’ultimo libro che mi ha fatto piangere cosi’ sia l’autobiografia di Johnny Cash, ma li’ piangevo per la storia, qui per la poesia.

Maurice Sendak non ha mai avuto figli, eppure era in grado di notare ed esprimere sentimenti estremamente sfuggevoli e difficili come questi, che gran dono l’empatia. Mi sarebbe tanto piaciuto chiedergli un paio di cose.

 

 

*E’ il titolo della versione italiana.

giovedì 26 settembre 2013

la paura del futuro

Ultimamente il piccolo Joe ogni tanto va a dormire e dopo un po’ piange. Ma non piange rumorosamente, chiamando qualcuno o affannandosi. No, sta li’ e piange grossi lacrimoni tutto solo. E’ una cosa tristissima.

L’unica cosa che lo fa sentire meglio e’ sdraiarsi, chiudere gli occhi e sentire tutto quello che succedera’ il giorno dopo, in maniera molto molto dettagliata.

Adesso dormi, poi quando il cielo diventa azzurro ti sveglio, ci ascoltiamo Il Caffe’ della Peppina, ti vesti, poi prendiamo la macchina rossa e andiamo a scuola. Li’ vedrai tutti i tuoi amici e farai la merenda e poi andrai a giocare in giardino e poi…

…E poi lui a quel punto e’ tranquillo e dorme.

Ha meno di tre anni, ma credo che abbia gia’ paura del futuro, che tutto sommato e’ una cosa molto comune nei bambini. Qui dicono che hanno bisogno di una routine, ma quello che vuol dire in realta’ e’ che hanno paura del futuro.

Del resto, come dargli torto? Il futuro e’ incerto, ha molto piu’ senso aggrapparsi alle certezze dell’oggi piuttosto che lasciarlo andare via per sempre. Anche a me piacerebbe tanto avere qualcuno che, prima di addormentarmi mi raccontasse esattamente tutto quello che faro’ il giorno dopo. Non importa se poi va proprio cosi’ o no, e’ bello crederci e fare dei bei sogni d’oro.

mercoledì 25 settembre 2013

addobbiamoci

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Gli americani adorano gli addobbi in ogni stagione. Da queste parti, tanti le luci di Natale non le tolgono mai, per dire. Ma la stagione in cui forse si sbizzarriscono di piu’, fra Halloween e Harvest, e’ l’autunno.

Si avverte proprio un’euforia per la fine della torrida estate. Ed e’ comprensibilissimo, anch’io adoro l’autunno, da quando vivo qui. E’ una sorta di primavera senza tornado, praticamente un sogno rispetto a quello a cui siamo abituati il resto dell’anno.

Sono tutti cosi’ esaltati che sembra che non riescano nemmeno ad aspettare le varie ricorrenze e fin dai mesi estivi si vedono in giro chicce come queste.

Le zucche leopardate, le palline dell’albero di Natale leopardate (si vede che quest’anno in Texas va il leopardato…) e soprattutto il monumentale albero di Natale decorato con le foglie secche e tutti gli altri simboli dell’autunno.

Un bel minestrone e via. Evviva l’autunno!

martedì 24 settembre 2013

stranieri e viaggiatori

Un po’ di tempo fa Mr. Johnson ha ricevuto una strana email del suo capo, anzi proprio dal capo dei capi con cui normalmente ha ben poco a che fare. Diceva che aveva bisogno di parlargli e soprattutto, di venerdi pomeriggio. Da queste parti il venerdi pomeriggio e’ il momento preferito per licenziare e inizialmente ci siamo piuttosto allarmati. In realta’, ragionandoci, non poi piu’ di tanto perche’ anche se tutto puo’ essere, l’ipotesi del licenziamento sembrava poco probabile e di solito non e’ il presidente a occuparsi di queste cose. L’unica altra ipotesi che ci veniva in mente era un cambio di posizione. Dopo tutto l’azienda ha un’altra sede in Europa e la responsabile si era vista spesso in giro in quel periodo.

Doveva essere quello. Gli voleva proporre di trasferirsi a Londra.

Era un giovedi e abbiamo passato la serata a interrogarci su quello che sarebbe potuto succedere il giorno dopo.

Mr. Johnson era piuttosto possibilista riguardo all’ipotesi del trasferimento, io invece, non l’ho detto, ma ero abbastanza terrorizzata all’idea.

Cercavo di immaginare i vari scenari, ma non riuscivo a trovarne nessuno che rappresentasse un miglioramento per noi. Mi vedevo, molto piu’ vicina all’Italia, certo, ma in realta’ ancora piu’ sola, senza i miei amici e il mio amato lavoro, in una citta’ enorme e grigia. D’altra parte pero’, come si puo’ rifiutare di trasferirsi in una metropoli del genere e per di piu’ a poco piu’ di un’ora di volo da casa? Sarebbe stata una scelta a dir poco sofferta, che speravo davvero di non dover fare.

Allora mi e’ venuto in mente qualcosa che mi ha detto una vecchia amica quest’estate, una volta che le raccontavo che piu’ o meno tutti stavano cercando di convincermi a tornare in Italia.

- C’e’ una cosa che non nessuno vuole considerare e cioe’ che a me la condizione di straniera in fondo piace. Mi piace essere continuamente alla prova in un certo senso. Mi piace imparare ogni giorno una parola, un modo di fare nuovo. Essere a contatto con persone diverse da me, scoprire posti nuovi, fare fatica anche, ma non annoiarmi. 

- Sicuramente e’ cosi’, ma non confonderti. Ti piace vivere all’estero, ma non hai il vero spirito del viaggiatore. Ti piace esplorare, ma hai bisogno di fermarti in un posto abbastanza da renderlo casa tua, da ricreare delle relazioni stabili, mettere radici ovunque ti trovi.

Le cose che ti tirano fuori gli amici sono fantastiche. Ci sto ancora pensando dopo tre mesi.

 

Quel venerdi abbiamo poi scoperto che l’email era destinata ad un omonimo.

lunedì 23 settembre 2013

cose che succedono nella classe di arte

Mi ha regalato questo disegno l'anno scorso, quando era in seconda elementare e facevamo i colori freddi. L'ho conservato perché mi piace molto e mi ricorda la sua bella faccia e la sua allegria. Un giorno dovevamo ricalcare la nostra mano e quando ho notato che in una aveva solo quattro dita, mi sono rattristata molto. Lei no, lei era orgogliosa della sua mano e mi ha chiesto di ricalcare proprio quella lì. Mai saputo cosa fosse successo a quel dito fino a qualche settimana fa.

Il tumore è tornato, ha detto la mamma, e deve essere rioperata. Ricevevamo aggiornamenti ogni giorno ed eravamo tutti in ansia.

Ora è di nuovo a scuola. Ho capito solo che era benigno e ho fatto una cosa che non faccio spesso, le ho dato un grande abbraccio.

venerdì 20 settembre 2013

quelli che rimangono su

Torno a casa dopo un’altra meravigliosa giornata passata con i miei bambini a scuola e mi ritrovo a leggere una lettera che mi ha girato la mia preside. L’ha scritta la madre di una bambina uccisa nella scuola elementare di Sandy Hook e credo sia indirizzata in generale a tutti gli insegnanti che hanno appena iniziato il nuovo anno scolastico. Non ho il tempo di tradurvela purtroppo, ma se potete leggetela, e’ davvero un messaggio potente e, a sorpresa, considerate le circostanze, piuttosto incoraggiante e positivo direi. Mi fa pensare che quello che non dovremmo davvero dimenticare in realta’ non e’ quella strage orribile e senza senso, ma quello che un insegnante deve cercare di essere per i suoi studenti, quanto e’ importante il suo ruolo e quanta differenza puo’ fare nella vita di una giovane persona, specialmente una in difficolta’.

Per qualche motivo, l’ho associata subito a un’intervista che ho visto la settimana scorsa per caso e a cui ho pensato spesso in questi giorni. Giovanni Floris parlava con Domenico Quirico, quel giornalista de La Stampa che era stato appena rilasciato dopo essere stato vittima di un lungo sequestro in Siria. Sembrava quasi che l’intervistatore andasse di fretta, come se fosse ansioso di tornare a occuparsi dei guai giudiziari di Berlusconi e tutta quella nuvola di aria fritta che domina la vita pubblica italiana in questo periodo, ma l’intervistato e’ comunque riuscito a dire qualcosa di significativo e con un’intensita’ a cui forse nessuno veramente era preparato in un contesto simile.

Quando gli e’ stato chiesto cosa provasse nei confronti dei suoi rapitori, ha risposto che la via piu’ facile sarebbe quella dell’odio per chi ha rubato a lui e alla sua famiglia ben cinque mesi di vita (ci pensate? cinque mesi in quelle condizioni sono un’eternita’…), ma che lui, anche se non ha ancora ben chiaro come, e’ determinato a non cedere a questo sentimento. Gia’, ma perche’? La sua spiegazione e’ semplicissima e inappuntabile e mi convince perche’ non fa appello ai cosiddetti buoni sentimenti tanto per dire qualcosa di costruttivo a tutti i costi, ma a quello che e’ buono e utile per se’, quindi puo’ spronare davvero tutti.

Diceva che se avesse cominciato a odiare, sarebbe diventato un uomo peggiore di quello era prima del rapimento e cosi’ avrebbe pagato doppiamente il prezzo della violenza subita. L’unico modo per riavere indietro quel tempo di dolore secondo lui e’ fare in modo che sia servito a qualcosa, che lo abbia arricchito come individuo.

Ecco, sono queste le persone che ammiro in maniera sconfinata, quelle che malgrado tutto non smettono di cercare il bene per se stesse e di riflesso, fanno tantissimo anche per quelli che gli vivono intorno.

giovedì 19 settembre 2013

le traveggole

Ultimamente mi succede una cosa strana. Ogni volta che mi metto a scrivere con la tenda tirata, dopo un po' ho la sensazione che stia piovendo, mi sembra proprio di sentire le gocce, a volte anche i tuoni. Chissa' cos'e' invece. Magari il rumore delle dita sui tasti oppure qualche scoiattolo burlone che gioca sul tetto. Perche' poi quando guardo fuori mi accorgo puntualmente che c'e' il sole e tutto e' uguale a prima.

Possibile che la siccita' texana mi faccia davvero desiderare la pioggia fino a questo punto? Perfino a me che sono sempre stata metereopatica fino all’eccesso e notoriamente odio il brutto tempo? Comincio quasi (quasi) a capire quei texani che quando fa freddo e il cielo e’ grigio si illuminano tutti e ti dicono senza scherzare hai visto che bella giornata e’ venuta fuori?

Allora. Se hai sempre la pioggia vuoi il sole e se hai sempre il sole finisce che vuoi la pioggia.

Si vuole sempre quello che non si puo’ avere, ora ne ho proprio la dimostrazione pratica.  

mercoledì 18 settembre 2013

pensavo a questo

Leggevo da qualche parte che la gente pensa di essere piu’ felice quando ha tante scelte nella vita, mentre nella realta’ ci sono studi scientifici che hanno dimostrato esattamente l’opposto. Tipo. Qualcuno ti offre una mela e sei perfettamente contento, ma come la mettiamo se ti offrono una mela oppure una fetta di torta al cioccolato? In quel caso non sei piu’ cosi’ sereno perche’ entrano in campo tutta una serie di altre considerazioni. Si tratta di investire un minimo di tempo nella decisione e poi c’e’ anche la netta possibilita’ che tu non ne sia comunque soddisfatto. Se scegli la mela, magari rimpiangi il sapore della torta al cioccolato se scegli la torta magari rimpiangi di non aver avuto la forza di volonta’ per scegliere quello che fa meglio alla tua salute.

E qui si parla solo di due scelte. Nella vita siamo continuamente di fronte a decisioni di qualsiasi tipo, perfino in questo preciso istante stiamo facendo una scelta. Stare davanti a un computer invece di fare un’infinita’ di altre cose.

Ed e’ proprio a questo che non avevo mai pensato, al fatto che in realta’ le alternative che abbiamo di fronte non ci paralizzano piu’ di tanto, ma al contrario piu’ scelte abbiamo e piu’ finiamo paradossalmente per non scegliere, per tirarci fuori da questa situazione sgradevole il piu’ in fretta possibile seguendo il nostro istinto. Piu’ siamo oppressi dalle scelte e piu’ seguiamo l’umore del momento invece di valutare razionalmente i pro e i contro di qualunque cosa.

Insomma, non ricordo dove volesse arrivare quell’articolo che citavo all’inizio.

lunedì 16 settembre 2013

parliamo, please?

L’atteggiamento passivo aggressivo tipico di una gran parte di questa societa’ e’ una scoperta piuttosto recente per me. Il mio amico psicologo italiano si stupiva quest’estate, perfino che una terminologia cosi’ tecnica, passive aggressive, sia di uso comune in inglese.

Mi sono chiesta come mai ci abbia messo cosi’ tanto ad assimilare questo meccanismo e credo che il motivo sia che e’ talmente lontano dalla mia mentalita’ che anche quando lo incontravo non sapevo definirlo o riconoscerlo. Poi finalmente un giorno, con un po’ di aiuto (e sofferenza…), ho messo insieme tutti i pezzettini e ho cominciato a capire come mai tutti sembrano sempre cosi’ cordiali e poi magari non si fanno mai piu’ vedere.

Non so a livello clinico, ma nel sentire comune si tratta di un comportamento passivo perche’ e’ fondamentale non dire o fare mai capire all’altro quello che stai pensando o provando ed e’ anche aggressivo per via del risentimento che fuoriesce lo stesso e si manifesta con piccolissimi e a volte involontari, gesti sull’altro.

Qualche tempo fa, ad esempio, ho avuto una piccola divergenza di opinione con una persona a scuola, una cosa normalissima che puo’ succedere, a mio modo di vedere. Ho voluto subito chiarire come la pensavo. Ho parlato con grande cortesia e con grande cortesia la controparte ha continuato a fare quello che stava facendo prima. Allora la cosa si e’ fatta un po’ piu’ seria, sempre con immensa cortesia, sia chiaro.

In qualche modo, diciamo che la partita l’ho vinta io, ma le cose fra noi sono lievemente cambiate: in meglio. Ogni volta che ci si vede sono salti di gioia e sorrisoni e complimentoni ed e’ tutto orribilmente mellifluo e ridicolo per quanto mi riguarda. Non c’era un rapporto d’amicizia prima, non vedo perche’ si debba fingere che ci sia ora.

Va bene. Ho capito che qua va molto di moda fare sempre finta di starsi supersimpatici e che se dici quello che pensi vieni bollato come confrontational ed e’ il piu’ grave stigma sociale che ti possa colpire e che la gente ti dice sempre si si scusa hai ragione e poi magari ti detesta, ma e’ sano tutto questo? Non possiamo semplicemente riconoscere i nostri disaccordi e dimostrarci il rispetto reciproco non attraverso l’ipocrisia ma il dialogo?

Questo modo di fare un po’ mi offende. So per certo che ha dei lati positivi, che limita i contrasti e salva le formalita’ e in determinati casi probabilmente e’ anche meglio cosi’, ma e’ pur sempre come dire, io con te non ci provo neanche a ragionare, e’ come se si dovesse sempre fare finta di essere d’accordo solo perche’ non si e’ capaci di comunicare che non si e’ d’accordo come si deve. E a me questa cosa qui sembra poco umana, poco civile. Tanto davvero, il risentimento si avverte, non c’e’ niente da fare.

Parliamo, please.

venerdì 13 settembre 2013

la nostra cosa

Mi sono sempre lamentata che al piccolo Joe, in confronto ai suoi amichetti, non piacesse l’arte e invece ultimamente ne e’ praticamente ossessionato. Forse avevo cominciato a tormentarlo proporgliela troppo presto e ora, a due anni e mezzo, e’ il contrappasso: e’ lui che mi insegue per casa con in mano non solo pastelli a cera o pennarelli, ma anche un gomitolo di lana, un tubo della carta igienica, un guanto, praticamente qualunque cosa… strillando “mamma dinosauro!”, “mamma treno!”, “mamma pinguino!”…

Mr. Johnson dice che di sicuro a questo punto pensera’ che io sia una sorta di strega che trasforma le cose.

Tutto questo, che causerebbe un bel po’ di scompensi a quasi tutte le mamme che conosco, e’ una specie di sogno per me. Nel segno che e’ proprio uguale uguale a quello che sognavo fosse avere un bambino prima ancora che ci fosse lui.

E’ sempre tutto sottosopra, ma questa qui e’ proprio la nostra cosa, quella cosa che e’ solo mia e sua e di nessun altro.

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(Trovate molte altre foto qui se vi interessa l’argomento)

giovedì 12 settembre 2013

di nonne e convinzioni che si sbriciolano

A proposito di armi, vi racconto quello di cui ho parlato con la nonna del Far West la settimana scorsa, quando siamo andati a trovarla.

Quasi con soggezione a un certo punto mi ha chiesto se ero d’accordo che il piccolo Joe a dodici anni imparasse a sparare con certo un fucile (non ricordo il tipo…) perche’ lo aveva prestato e , in caso, doveva farselo restituire. Lo descriveva come un fucile perfetto “fatto apposta per bambini”, lo stesso con cui ha imparato anche suo padre.

L’argomento e’ sempre molto spinoso perche’ lei sa come la penso sulle armi e anch’io so come la pensa lei, ma ci vogliamo un gran bene lo stesso e nessuna delle due vuole offendere l’altra. Ho fatto molta fatica a non dire quello che mi e’ venuto in mente in quell’istante su un cosiddetto “fucile fatto apposta per bambini” e l’ho lasciata un po’ parlare anche per capire dove volesse arrivare. E niente, voleva arrivare proprio li’, che e’ il caso che il piccolo Joe imbracci un bel fucile in tenera eta’. Ma non li sente i telegiornali?

Ha cominciato a raccontare un po’ di storie sul perche’ a uno serve un fucile. A parte l’autodifesa, in sostanza a me pare che lei ce l’abbia con gli scoiattoli. Proprio cosi’. E’ convinta che cospirino per entrate nella sua soffitta, rosicchiarsi avidamente i fili dell’elettricita’ e causare incendi e catastrofi, allora appena ne vede uno gli spara e fortuna che vive nel Far West in mezzo al nulla. In citta’ non potrebbe mai farlo, forse e’ anche  per questo che si rifiuta con tutte le sue forze di trasferirsi. Che io dico, sei li’ completamente sola in mezzo a una natura selvaggia che da cinquant’anni non fa altro che ripetere a te e a tutti gli altri di andarvene da li’ (e infatti se ne sono andati praticamente tutti…), vedi un piccolo scoiattolino indifeso e tu che fai? Gli spari! Ma che cos’hai al posto del cuore? Anche se un cuore ce l’ha eccome visto che questa e’ la stessa persona che non lascia la sua casa nemmeno per una notte perche’ non puo’ separarsi dal suo cane e deve proteggere le sue galline dalle grinfie dei coyote. Si vede che le stanno antipatici gli scoiattoli e anche le puzzole in effetti, dice che trasmettono la rabbia.

Qualche giorno fa mi e’ tornata in mente questa conversazione e ne ho parlato con Mr. Johnson, anche per chiedere conferma, e’ sempre possibile che non abbia capito bene.

- Ma che’ dodici anni! Avro’ avuto sette anni!

E scoppia a ridere. Io spero che scherzasse, ma non ne sono molto sicura. Poi piu’ seriamente quando gli ho detto che non intendo vedere mio figlio con nessuna arma in mano, mai e basta mi ha detto una cosa a cui sto ancora pensando e cioe’ che se vivessimo altrove si’, lo terrebbe lontano dalle armi anche lui, ma visto che viviamo qui e che ci sono armi ovunque e che realisticamente potrebbe capitargli nella vita di trovarsi in mano un’arma (magari a casa di un amico o chissa’ in che situazione) e’ giusto che sappia perfettamente come usarla proprio per una questione di sicurezza.

Credo che continuero’ a pensarci a questa cosa, c’e’ ancora per qualche anno di tempo, perche’ mi verrebbe tanto da dire di no, pero’ d’altra parte e’ capitato anche a me piu’ di una volta di vedere armi in giro a casa di persone che conosco qui. Chi lo sa se erano cariche o no e che cosa capisce un bambino di un’arma e di quello che ci si puo’ fare se nessuno non glielo spiega per bene.

A parte questo discorso comunque notavo una cosa, una differenza lampante fra le mie nonne e le sue.

Le mie, esci un attimo a comprare il pane, dici ci vediamo dopo e ti rispondono “se Dio vuole”. La sua a ottantuno anni fa progetti per i prossimi dieci anni. Santo ottimismo americano.