domenica 25 settembre 2022

non puoi farcela da solo

L'estate scorsa in Italia, ho comprato delle bellissime tazzine da espresso. Sono fra le poche cose che qui non si trovano. Il fatto è che appena la scuola è iniziata, ho smesso di usarle. Non dormo e la mattina una tazzina non mi basta più.

Ho cercato su Google 'come smettere di pensare al lavoro di notte'. Sorprendentemente ci sono un sacco di articoli, ma nessuno mi ha aiutato a risolvere questo mio attuale inconveniente professionale. 

Lo scorso fine settimana mi sono rilassata come se me lo avesse ordinato il medico. Un po' di tempo di qualità con la famiglia, un po' con gli amici e un po' nella natura. Avessi potuto sarei stata in pigiama per due giorni, ma avevo come un presentimento. Pensavo al pulsante che abbiamo in classe per chiedere aiuto. Pensavo che era da qualche lunedì che non lo premevo più, pensavo ok, è dura, ma posso farcela a tenerli sotto controllo. Certo, posso farcela solo se sono tranquilla e riposata, ci vuole la mente fresca.

La preside ci ha spiegato che tutti gli incidenti peggiori a scuola succedono il venerdì e il lunedì. Il venerdì perchè molti studenti non vogliono andare a casa e rimanere magari senza cibo in balia di genitori problematici o abbandonati a se stessi. Il lunedì è un giorno di assestamento dopo i vari drammi familiari del fine settimana.

Lunedì scorso è stato il giorno peggiore di tutta la mia carriera e, non vorrei esagerare, ma forse anche fra i peggiori di tutta la mia vita. I ragazzi più grandi, quelli che in teoria sarebbero in quinta elementare e prima media, ma chissà quanti anni hanno, erano fuori controllo. Ci sono stati una serie di incidenti che preferisco non descrivere. Ho premuto il pulsante. Sono arrivati i rinforzi e ho avuto un attacco di panico. Sono riuscita a finire la giornata grazie al supporto dei colleghi che facevano la processione per venire a vedere come stavo e darmi coraggio.

Preciso che le aggressioni non erano rivolte a me. Ho sempre sentito tanto affetto da parte degli studenti.

I problemi ce li hanno fra di loro o per meglio dire, dentro di loro.

Per la prima volta mi sono sentita in pericolo a scuola. Credo che tutti noi abbiamo dei limiti, assistere a gravi aggressioni fisiche e verbali nella mia classe deve essere il mio.  

La cosa più devastante è che non faccio questo lavoro per caso. Avevo altre  offerte e possibilità. Sto lavorando in questo tipo di scuola perchè l'ho desiderato intensamente e nonostante ciò, non ne posso più. Il carico psicologico per me al momento è insostenibile. Non sono ancora capace a essere distaccata, a non farmi coinvolgere.

Una collega nella mia stessa situazione mi ha detto 'sento che sto assorbendo il loro trauma'. Assorbendo. Accidenti se ci ha preso.

L'altro giorno un bambino grande e grosso ha avuto un accesso d'ira. Nessuno in classe ha capito il motivo, ma i compagni mi hanno raccontato che è una cosa che gli succede relativamente spesso. Respirava forte, guardava nel vuoto, pugni chiusi, stava per esplodere. Gli ho messo una mano sulla spalla e l'ho tenuta lì immobile, pesante, mentre gli parlavo piano. Il respiro ha rallentato. Le lacrime hanno cominciato a bagnargli il naso. E' tornato in sè. Si è rimesso a lavorare, stava bene. Io invece ho ripensato alle parole della collega. Quanto aveva ragione, avevo assorbito tutta quella rabbia, quel dolore. Tutta quella roba era passata da lui a me. Difatti a sera ero completamente esausta.

Neanche quella notte ho dormito.

In qualche modo sono arrivata a venerdì. Venerdì mattina volevo licenziarmi. Sul serio, stavo per andare a casa lì per lì. avevo raggiunto il limite. Poi non so cosa mi sia passato per la testa. Probabilmente ho pensato a qualcuno che entra in classe e dice, la maestra non torna più. Ho immaginato le facce, la delusione e il senso di colpa anche perchè loro lo conoscono perfettamente il motivo per cui ci sono sempre tutti questi nuovi insegnanti e se ne dispiacciono da morire, anche quelli che provocano i problemi ne soffrono. Non sono capaci di fermarsi in tempo, ma non significa che non lo vogliano. E' un problema di regolazione degli impulsi.

Non so cosa mi sia scattato. Un colpo di genio forse. E' stato come riemergere dopo essere stati troppo a lungo sott'acqua. Ho ripreso a respirare. All'improvviso mi sono resa conto che avevo io un grosso limite mentale: non riuscivo ad accettare quanto i miei studenti fossero indietro rispetto ai coetanei. Ho semplificato tutto (hanno tantissimo bisogno di sentirsi competenti!) e ho dato anche modo di scegliere a ognuno la propria attività. Dovevano imparare a collaborare prima di qualunque altra cosa. Vedere il presunto bullo e il presunto bullizzato divertirsi insieme è stato surreale. Alcuni di questi bambini, non li avevo mai visti sorridere. Li guardavo e mi erano del tutto estranei. Non avevo mai realizzato quanto un sorriso possa cambiare i connotati di una persona. Ero entrata in un universo parallelo dove erano semplicemente dei bambini, come tutti gli altri.

C'era un bambino di nove anni che mi è sempre sembrato clinicamente depresso, che all'improvviso ha cominciato a parlarmi in spagnolo. Non sapevo parlasse spagnolo. E sorrideva, e rideva.

E' stato il giorno più bello della mia carriera e, non vorrei esagerare, ma forse anche uno dei più belli di tutta la mia vita.

Per questo, sono rimasta molto sorpresa quando anche quella notte non sono riuscita a dormire.

Ci sono volute 24 ore buone per uscire da quel tunnel emotivo. Ieri notte ho dormito almeno sette ore e bene, senza aiuti esterni.

Il fatto è che domani è un'altra volta lunedì e penso di nuovo a quel pulsante.

Ho ottenuto di avere un altro adulto in classe con me quando il gruppo piú aggressivo arriverà e stavolta ho un piano. Ho fatto dei cambiamenti che venerdì ho sperimentato e hanno dato ottimi risultati. Oltretutto, quello che è successo la settimana scorsa, ha sollevato il velo. Mi ha reso umana ai loro occhi. Ho una quantità di lettere, confessioni, disegni, abbracci, ti voglio bene, sei la migliore, posso aiutarti? Niente niente, la catastrofe sfiorata ci ha unito.

Un ragazza delle più grandi mi ha regalato un disegno. Da un lato c'è un bel cuore rosso e grande e dall'altra c'è un omino tutto triste e grigio che cerca di legarlo con una corda e tirarlo a sè. L'omino è grigio perchè è solo e senza amore, mi ha spiegato meglio. Lo vuole tanto e cerca di tirarlo verso sé con la forza, ma non funziona. Guardando attentamente si intravede una scritta in bianco; non puoi farcela da solo. La ragazza mi ha spiegato ancora: è che nessuno può amare e essere felice da solo. 

Sarò pazza, ma un po' di speranza, lo confesso, ancora ce l'ho.

Chissà se riuscirò a dormire questa notte.

giovedì 8 settembre 2022

piccolissimi passi avanti

Una volta, alla fine di una giornata lunghissima, dalla disperazione, ho scritto una sorta di breve lettera per i miei studenti e l'ho appesa fuori dalla porta. È un po' stucchevole forse, ma è quello che penso e volevo aumentare le possibilità che lo sapessero subito in qualsiasi modo, a scanso di equivoci. 
È un messaggio molto semplice:
Cari studenti, siete capaci di grandi cose. Credo in voi. Vi ascolto. Vi rispetto. Sono qui per voi. 
Quando finalmente ho trovato un momento per tradurla anche in spagnolo. L'ho fatta rileggere a una persona madrelingua per sicurezza.

"Vosotros? - mi guarda leggermente inorridita - Cos'è latino?"

Nell'America centro meridionale, nei paesi dei miei studenti almeno, non si usa il voi (vosotros) come in Spagna ma il loro, (ustedes). Io che lo spagnolo l'ho imparato in Spagna, ho sempre detto "vosotros". In realtà, troverei molto difficile sostituire il "voi" con il "loro" anche in italiano, ma devo farlo, devo "riprogrammarmi" anche in questo senso perché adesso so con certezza altrimenti non mi capiscono. Quella persona pensava parlassi latino!
Qualche volta a scuola, soprattutto con quella famigerata classe di "nuovi al concetto di scuola", ho avuto la terrificante sensazione che non capissero non solo l'inglese, ma nemmeno lo spagnolo.
Ecco, è possibile che non fosse solo una sensazione. Mi hanno spiegato che è plausibile.
Abbiamo degli studenti appena arrivati da paesi come il Guatemala ad esempio, che a casa parlano solo dialetti o lingue indigene e stanno imparando entrambe le lingue allo stesso tempo.
+ Il concetto di scuola
+ la vita in un nuovo paese 
+ tutto il resto.
È del tutto naturale che siano confusi e agitati poveri piccoli.
Il primo giorno di scuola per capire un po' chi avevo davanti, ho chiesto a tutte le classi di fare un autoritratto usando solo certi colori. Devo dire che non è andata benissimo, ma i disegni sono comunque fantastici in tutto ciò che raccontano di questi bambini.
Il fatto che li abbia appesi tutti quanti come avevo promesso li ha emozionati molto. In questa scuola purtroppo non c'è (ancora) l'abitudine di esibire i lavori degli studenti.
Uno studente di quelli più grandi, uno di quelli che mi hanno dato più filo da torcere, mi ha ringraziata. Ha cercato il suo disegno e poi mi detto solo: "grazie", non ci potevo credere. Un'altra, una ragazza che durante quella prima lezione era stata portata via a forza perché si era scagliata contro un compagno e aveva urlato, fra le altre cose, che sono un'incompetente, si è fatta dare un foglio perché ora vuole esserci pure lei su quel muro con gli altri.
Tanti piccoli passi avanti che mi riempiono di felicità e speranza.

martedì 6 settembre 2022

di lunedì e ancore

Oggi sono rimasta a casa perché è festa. È il nostro "primo maggio" anche se tutti i negozi sono aperti come sempre.
Il lunedì a scuola è il giorno più delicato, sono davvero sollevata di poterne saltare uno.
La scuola è iniziata un mese fa di lunedì.
Quel lunedì non lo dimenticherò tanto presto. Non credo di essere mai passata dalla felicità alla disperazione più velocemente.
Immaginai che ogni giorno sarebbe stato come quel lunedì e che quindi non ce l'avrei mai fatta a arrivare alla fine dell'anno (o della settimana).
La persona che ha fatto l'orario scolastico mi spiegò solo in un secondo momento di aver pensato di far fare arte a tutte le classi più difficili di lunedì per agevolarmi, in quanto risulta che la scuola sia più spesso chiusa di lunedì rispetto agli altri giorni. Mi avrebbe fatto molto piacere essere avvisata, ecco, per spaventarmi meno.
In classe abbiamo un pulsantone che possiamo premere per chiedere aiuto in caso di emergenza. L'ho premuto tutti i lunedì.
La settimana scorsa c'è stata una classe che ha superato se stessa. 25 piccoletti completamente fuori controllo. 
Non parlano inglese e a un certo punto ho avuto paura che non capissero nemmeno lo spagnolo.
Ho premuto il mitico pulsante senza drammi.
È arrivato qualcuno dall'amministrazione e ha cominciato a sbraitare in inglese. I bambini non avevano idea di cosa dicesse così mi è toccato tradurre anche la sgridata altrui.
Ho capito che forse ce la posso fare a arrivare almeno alla fine dell'anno scolastico perché mi veniva da ridere e non da piangere come i primi giorni. La situazione era abbastanza comica in effetti. Il comportamento di quei bambini, tutti, era semplicemente ridicolo. Era inimmaginable che un solo adulto potesse tenerli a bada tutti quanti. Quel pomeriggio la loro maestra mandó un'email ai colleghi per dire qualcosa tipo "avrete notato che la mia classe è un po' diversa dalle altre. Ho scoperto che quasi tutti i miei studenti sono "nuovi al concetto di scuola". Non sono mai stati in una scuola e non sanno cosa sia la scuola".

Mi succedono cose di questo tipo.
E non era nemmeno un lunedì.

Venerdì scorso si è licenziata la seconda insegnante. Mi è dispiaciuto molto anche perché era la maestra del programma avanzato. Quello in cui i bambini più interessati e curiosi possono fare lezioni lezioni al loro livello, senza essere trascinati indietro dalle proprie classi. Oltretutto se ha avuto problemi lei con gli alunni più bravi, la situazione è abbastanza grigia per tutti noi che rimaniamo.
Venerdì però è anche arrivato un insegnante nuovo.

La classe più difficile in assoluto, credo, da quello che ho visto almeno, è senza un insegnante fisso da più di un anno. Venerdì erano con me quando ha fatto il suo ingresso il nuovo insegnante appena assunto. C'è stato un gasp generale.
È probabilmente l'uomo più bello che abbia mai visto. Una sorta di giovane Idris Elba. Altissimo, muscolosissimo, elegantissimo. Aveva perfino il farfallino al collo, un pesce fuor d'acqua.
Vediamo cosa succede. Spero tanto che riesca a usare questo suo carisma naturale per portare un po' di calma.
Non potendo insegnare come ho sempre fatto, con i ragazzi più grandi sto cercando di fare un lavoro un po' più ampio della tipica lezione di arte. Per ora mi sembra stia funzionando.
Stiamo parlando di quanto riflettere sulle nostre azioni possa aiutarci sia a stabilire relazioni più profonde con gli altri che a trovare la nostra "voce" in senso artistico.
Tutti abbiamo una voce e una storia e tutti abbiamo il diritto di essere ascoltati.
Da qui siamo partiti per ragionare su come si possa migliorare la nostra comunità in concreto. Avevo fatto esempi come cause ambientaliste, avere più biblioteche, scuole migliori...
Mi hanno risposto "menos tiroteos", meno sparatorie, meno rapimenti, meno omicidi, più cibo. 
Anche quando danno il massimo, quando partecipano, la loro realtà gli impedisce di volare con l'immaginazione, come se avessero un'ancora pesantissima attaccata ai piedi.
Quando si parla di meritocrazia oppure quando si dà implicitamente la colpa ai poveri dei propri problemi bisognerebbe considerare sempre la presenza di quell'ancora.

venerdì 2 settembre 2022

abbott elementary e noi

Dato che me lo hanno consigliato o me ne hanno parlato praticamente quasi tutti quelli che conosco ho guardato Abbott Elementary.
Ho guardato i primi due episodi una sera tornata da scuola stanca morta e un po' demoralizzata e li ho trovati carini.
Il resto della serie è simpatico, ma mi ha anche abbastanza "triggerato".
Lavoro in una scuola in teoria simile, ma quello che ho visto non ha quasi nulla a che vedere con la realtà.
È vero che è una commedia, ma quale insegnante ha il tempo di andare a farsi la manicure in pausa pranzo?
A un certo punto si vede un bambino di kindergarten passare da non saper leggere a leggere la biografia di Michelle Obama alla fine dell'episodio. Come no.
Già che ci siamo sfatiamo un paio di miti sulle scuole americane. C'è l'idea, su cui è basata anche la serie, che le scuole dei quartieri poveri siano brutte, vecchie e senza soldi.
Di sicuro ci sono tantissime realtà di questo tipo, ma non è una regola generale.
La mia scuola (ma ce ne sono tante altre simili, le ho visitate lo scorso anno facendo supplenze) è in un quartiere poverissimo eppure mi sembra abbia tutti i mezzi a disposizione.
Non credo che gli insegnanti vengano pagati poco. Potremmo (e sarebbe giusto) essere pagati di più?
Assolutamente. Ma abbiamo uno stipendio dignitoso e ci sono modi di fare una discreta carriera volendo, anche a livello economico.
Abbiamo la tecnologia, abbiamo i materiali, abbiamo tutto.
Il punto è che quando una scuola è immersa in una realtà degradata, quando molti studenti hanno subito traumi che influiscono in modo negativo sull'apprendimento, quello che manca sono le persone. Si può fare quello che si può fare, non i miracoli.
La mia scuola, ad esempio, ha una biblioteca meravigliosa, ma non si trova un bibliotecario. Si cerca qualcuno che sia altamente qualificato e si offre uno stipendio onesto, ma nessuno evidentemente se la sente.
Non vedo dei responsabili diretti. 
La situazione è quella che è. 
Cosa ne pensate?
Non so se mi sono spiegata bene.
È che trovo un po' frustrante il pensiero unico in ogni campo. L'idea che le cose siano in un certo modo e basta.
Le famiglie povere sono abbandonate dalle istituzioni, gli insegnanti martiri fanno fatica a sopravvivere e in più devono anche spendere i propri soldi per gli studenti. 
Certo, ci sono queste situazioni, ma ce ne sono anche di altre. Dico solo questo.
Per l'opinione pubblica in generale è difficile guardare in faccia la realtà e accettare che purtroppo a volte le difficoltà persistono anche quando ce la si mette quasi tutta.

domenica 28 agosto 2022

o anneghi o impari a stare a galla

Durante il colloquio si era parlato, fra le altre cose, di giustizia sociale e di come si possa arrivare a buoni risultati accademici tenendo conto dei gravi traumi di cui molti bambini poveri purtroppo fanno esperienza fin dalla più tenera età.

Per me quel colloquio è stato un punto di svolta. Per un anno intero ero stata testimone di un sistema scolastico fondato sull'ingiustizia. Cercavo esattamente un'opportunità di quel tipo. Volevo lavorare in un ambiente dove si parla apertamente di questi temi, dove ci si assumono le proprie responsabilità e ci si impegna al massimo. 

Quello che sapevo quando ho accettato il lavoro è che la scuola - che fra l'altro è nuovissima, e a mio parere anche bellissima- si trova in una zona problematica e che la stragrande maggioranza degli studenti vive in una condizione di povertà. Quando ho iniziato però, mi sono accorta che c'era di più, molto di più. 

Frasi buttate lì durante le riunioni preliminari, frasi che mi mettevano i brividi. 

"Bisogna cambiare la divisa perchè il tale colore è lo stesso che viene utilizzato da una gang della zona ed è meglio evitare confusioni". 

"Se mentre entrate sentite degli spari, anche a distanza, avvisate sempre".

Cose così. Non so se mi inquietassero di più i fatti in sè o la normalità che certe affermazioni o certi aneddoti incontravano.

Dice, alcuni studenti, qualche decina, non hanno una casa. E tu che sei completamente fuori da quest'ordine di idee subito ti chiedi...ma come? 

Di solito vivono in qualche motel di quart'ordine, famiglie numerose in una stanza. Il problema è che molti anche se lavorano non hanno le credenziali o un modo di mettere insieme abbastanza denaro per l'acconto. Gli studenti senza casa, li porta a scuola un autobus speciale, mi hanno raccontato. Ma sento parlare di un ex studente che, ad esempio, non si poteva permettere nemmeno il motel di quart'ordine e così un giorno che l'aveva combinata grossa ha confessato di stare vivendo abusivamente in uno di quei garage che si affittano con la funzione di ripostiglio.

Come fa una famiglia a vivere dentro una scatola senza riscaldamento o aria condizionata, senza nemmeno un rubinetto o uno straccio di finestra? Chiaro che un ragazzino in quella situazione debba trovare un modo per farsi sentire con tutta la rabbia e il dolore che ha dentro.

C'é un'altra bambina che è da sola. Il papà è morto di aids e la mamma che è malata terminale ha pensato che avesse più possibilità di cavarsela qui negli Stati Uniti che con lei in Messico. Così l'ha affidata a una conoscente, insieme hanno passato il confine, non so come, e ora viene da noi. Sento storie di questo tipo tutti i giorni.

La sera dell'open house, quella in cui le famiglie vengono a conoscere gli insegnanti, mi si avvicina una mamma con una bambina piccola, ma non così tanto da non capire cosa stesse succedendo. Mi chiede in spagnolo dove distribuiscono i materiali scolastici gratis. Scopro in questo momento che vengono organizzati degli eventi in cui si regalano alle famiglie in difficoltà quaderni, matite e tutto il necessario per cominciare la scuola. Quegli eventi però si erano tenuti la settimana precedente. Inoltre lei usava una parola che non conoscevo. Il mio spagnolo oltre a essere leggermente arrugginito, è anche un po' diverso da quello che sento a scuola perchè l'ho imparato in Spagna. Nell'America del centro e del sud in ogni paese, si usano espressioni diverse che tante volte io non conosco. E così questa povera donna si è trovata non solo a farmi questa richiesta, ma anche a ripeterla più e più volte con evidente frustrazione finché è come esplosa in un "FREE! No habla español?". Ero mortificata, anzi è passato quasi un mese e sono ancora mortificata. Quando il malinteso si è chiarito, sono andata a informarmi e ho scoperto che non c'è nessun problema. Ognuno porta ciò che può e al resto provvede la scuola. Capivo che ovviamente il problema di quella mamma era un altro: non voleva mandare la bimba a scuola senza tutto il necessario. Allora l'ho portata nella mia classe e con la lista in mano ho cercato quello che potevo darle sul momento. Ho preso quella decisione per conto mio, ho fatto bene? Ho fatto male? Dovevo darle qualcosa in più già che c'ero? Ogni bambino dovrebbe avere delle matite e colori anche a casa, no?

Quando sono cominciate le lezioni, il gioco si è fatto duro sul serio. il primo giorno sono tornata a casa attonita, traumatizzata. Mi sono resa conto che sarebbe stato impossibile insegnare come sono abituata a insegnare in questa scuola. 

Abbiamo una classe di "nuovi arrivati". Ogni giorno mi si presentano almeno un paio di studenti di ogni età che mi raccontano che sono appena arrivati (dal Messico, ma anche dal Guatemala, dall'Honduras...) e non sanno una parola di inglese.

Non sono stata assunta come insegnante bilingue, il fatto che conoscessi lo spagnolo era un di più. Le classi in cui parlo inglese però sono pochissime, nel senso che se parlo in inglese non mi capiscono per niente. Ci sono delle classi in cui posso parlare inglese e altre in cui posso parlare spagnolo, ma ce ne sono anche tante altre in cui se voglio essere capita devo tradurre tutto. E' come essere catapultata in un paese straniero. Anche la  cultura è diversissima, un giorno ve ne parlerò. 

Il mio più grande problema quando sono arrivati gli studenti è stato l'imprevedibilità. Ogni volta che entra una classe non so cosa succederà, ancora non li conosco, non so che lingua capiscono, se sono aggressivi o sereni più o meno come tutti gli altri studenti delle scuole in cui ho insegnato perchè ci sono anche studenti così grazie al cielo. La prima settimana guardavo fuori dalla finestra e ogni giorno vedevo lunghissime file di genitori che ancora stavano iscrivendo i bambini di persona (nelle altre scuole non funziona così, ci si iscrive per tempo, online). Domani è probabile che torni a scuola e trovi vari studenti nuovi in ogni classe, ma non è detto che restino. Mi hanno spiegato che c'è un grande viavai in questo tipo di comunità. Raramente hai la consolazione di poter almeno seguire gli stessi bambini dal kindergarten alla prima media.

Come insegnante vieni in po' buttato dentro così. O anneghi o impari a stare a galla. Ci sono classi ancora scoperte. Gli insegnanti stanno arrivando dal Messico, ci vuole tempo per fare i documenti. E guarda caso sono le classi in cui ho visto i casi umani più tragici. Ogni giorno mettendo insieme gli indizi, scopro un pezzettino nuovo. Incredibilmente nessuno si è preso la briga di avvisarmi, ad esempio, che avrei avuto ben due classi di bambini con disabilità così gravi che da richiedere la presenza di vari insegnanti di sostegno. 

C'è uno di questi studenti che è fissato con i pastelli a cera, li mangia. Non sono tossici, ma non deve mangiarli, sono sporchissimi e avvolti nella carta. C'è una maestra che lo segue ovunque. Io nascondo i pastelli a cera, ma lui li trova lo stesso. L'altro giorno ne ha messo uno in bocca e non c'è stato verso di farglielo sputare. Lo abbiamo guardato impotenti masticare questo pastello verde per minuti interminabili. Ho avuto gli incubi.  

L'impatto di tutto questo sulla mia psiche inizialmente è stato catastrofico.

Il peggio è arrivato quando ho smesso di dormire. Ero perseguitata sia da quello che vedevo sia dall'ossessione di trovare soluzioni. Era come cercare di svuotare il mare con il secchiello. Non riuscivo a smettere di pensare mai, né di giorno né di notte.

Il secondo giorno di lavoro, mi sono chiusa in bagno a piangere. Non dico che non possa capitare di piangere sul lavoro, ma era il secondo giorno, chiaramente qualcosa non stava andando per il verso giusto. Ho cominciato ad avere paura di non farcela ad arrivare alla fine dell'anno e poi della settimana. Era troppo. Non riuscivo a funzionare. A casa erano preoccupati, non c'ero e quando c'ero avevo la lacrima facile. Non riuscivo nè a parlare, nè a distrarmi in nessun modo. 

Il dolore. Il dolore che ho sentito in quei bambini mi ha travolto e contagiato. Anche se non era il mio dolore. Anche se io la sera torno nella mia bella casa con tutto il cibo che voglio e una famiglia che mi aiuta e si fa in quattro per me. Quindi avevo anche il senso di colpa. Quel dolore non riguarda me, io non posso lamentarmi di nulla se non della mia incapacità di fare di più, eppure soffro.

Quando ho visto che le cose non accennavamo a migliorare, ho chiesto supporto a scuola. Sono stata convocata in amministrazione, una riunione ufficiale. Mi sembrava all'inizio di essere stata "mandata dal preside". Il mio unico obiettivo era rimanere professionale e non piangere davanti a quella persona. Beh, dopo un'ora che parlavamo a piangere era lei non io.

È venuto fuori che quello che sto provando è perfettamente normale. Chissà forse è per questo che l'anno scorso quasi metà corpo docente se n'è andato. Chissà forse è per questo che non riescono ad assumere uno psicologo mentre dovremmo averne almeno due. 

Prima di entrare in quell'ufficio mi aspettavo di essere in qualche modo rimbrottata per i miei metodi che sono sempre stati considerati troppo soft a livello disciplinare. Assolutamente no, nessuna critica. È che non si parla nemmeno di disciplina in termini "normali". Se hai degli studenti che a volte non sono mai stati in una scuola, che sono appena arrivati da un altro paese, che magari sono in terza elementare e hanno problemi a usare anche solo il bagno, c'è poco da fare: è dura. Ci sono studenti così traumatizzati che hanno comportamenti ingestibili da una persona sola. E allora si lavora insieme, si parla, si tirano fuori soluzioni da provare, strategie, ci si fa coraggio a vicenda senza accusarsi. 

Quella riunione, insieme a varie chiacchierate con altri colleghi, è stato un altro punto di svolta. 

Ho capito non solo di essere circondata da persone per tanti versi simili a me, ma anche di essere sulla strada giusta. Ho capito che la situazione è difficile di per sé, non sono io a complicarla. Sembrerà strano, ma fino a quel momento non lo sapevo. Mi si è come accesa la luce, come se qualcuno avesse premuto l'interruttore. Sono tornata a casa, ho guardato un film e ho dormito serena per tutta la notte. 

Tutti i colleghi che lavorano lì da vari anni a cui ho esposto i miei dubbi ho visto che si commuovono ancora quanto mi commuovo io pensando a determinati studenti. Ragionando con loro ho capito però che esiste anche una strada per continuare a fare questo lavoro con gioia ed entusiasmo. Quella strada non fa per tutti. Passa dalle lacrime e dalle notti in bianco iniziali, pare che sì, fanno parte del pacchetto. A volte bisogna semplicemente passarci, attraversare il dolore e arrivare da un'altra parte, arrivare a una nuova consapevolezza. 

La consapevolezza nel mio caso è questa: io posso cambiare solo un'ora alla settimana nella vita dei miei studenti, è così. Se mi carico tutto il peso dei loro guai sulle spalle, cado e se cado gli tolgo anche quell'unica ora di serenità.

Quando ho fatto mia questa semplice verità, è cambiato tutto. Sto cominciando anche a divertirmi di nuovo. Il mio lavoro è divertente, sorprendente, interessante, lo stavo quasi per dimenticare. Le giornate volano. A me non viene detto quali siano i bambini senza casa o senza genitori o con chissà quali problemi. Non lo voglio nemmeno sapere. Voglio creare per tutti noi un luogo e un momento di pace in cui essere bambini, in cui usare l'immaginazione, in cui chiudere tutti i problemi fuori dalla porta. E se qualche problema si intrufola non è la fine del mondo, è già successo. Ne parliamo, tutto si affronta, tutto si può non risolvere ma migliorare usando la testa e la calma.

Non so quanto riuscirò a mantenere questo equilibrio e non so se questo è il lavoro della mia vita, ma per adesso sono qui e ne sono felice. Quello che sto facendo mi sta dando una soddisfazione e una gioia profonde che mi ripagano di tutto.

Un collega che mi aveva visto demoralizzata, mi ha lasciato un cookie sul computer l'altra mattina. Sul biglietto ha scritto "resisti, sei qui per un motivo". Forse è proprio così.

domenica 7 agosto 2022

per vivere a lungo bisogna annoiarsi

La Sequenza è una scultura di Fausto Melotti che si trova all'HangarBicocca. Rivederla quest'estate mi ha sbloccato un po' di ricordi universitari e non solo. Pare che Melotti una volta abbia detto:

“Lavorando accaniti il tempo passa via e non lo vedi.
Per vivere a lungo bisogna annoiarsi.”

Questa frase mi è tornata in mente in questi primi giorni del lavoro che dovrebbe confermarsi il più impegnativo che abbia mai fatto. Il tempo è volato e ho perso innumerevoli dettagli su cui prima avevo il tempo di soffermarmi e ora no.

Quanto è difficile trovare un equilibrio fra lavoro e vita privata.

Sono orgogliosa di me per non aver avuto timori a mettere in chiaro fin dal colloquio quanto questa sia una priorità per me e aver già ottenuto dei piccoli aggiustamenti su un orario che mi sembrava poco sostenibile, ma di cui nessuno, chissà perchè, si era mai lamentato prima.

Adesso che con Mr J i ruoli si sono in parte invertiti, non lo nascondo, mi manca un po' la terra sotto i piedi. Al lavoro per adesso sono così concentrata e occupata che vivo con la perenne sensazione di aver dimenticato qualcosa o di trascurato qualcuno. 

Ha corso abbastanza Mimì?

Joe è tranquillo prima di iniziare le medie?

Woody ha imparato a salire sul ramo più alto? me lo sono perso? 

A parte questo, la prima settimana è stata una sorpresa dietro l'altra. Sapevo di dover fare una settimana di formazione, questo sì. Nella mia esperienza, però la cosiddetta formazione è sempre stata sedersi lì e ascoltare dei discorsi, al massimo partecipare a qualcuno di quei ridicoli giochi per rompere il ghiaccio (e ho fatto anche quello, eh), non partecipare a eventi mastodontici in giro per la città.

La città, quanto mi è mancata la città. Cercare di inserirmi nei suburbi è stata una frustrazione continua. La mentalità è completamente diversa.

So che in tutte le grandi organizzazioni non si può essere tutti d'accordo al 100%, ma sto apprezzando molto il messaggio generale di quella per cui lavoro. Gli insegnanti (a parole e con regali) vengono ringraziati di continuo a tutti i livelli, dal preside al sovrintendente e questo conta, spinge e motiva perchè il compito che abbiamo davanti è colossale. Sentirsi dire grazie, anche solo per aver accettato di provarci non è per niente scontato.

Ho sentito parlare tanto in questi giorni di restorative practices, pratiche riparative. Si tratta sostanzialmente di studi che insegnano come migliorare e riparare le relazioni sociali per costruire comunità più solide e sane e aumentare il capitale sociale. Queste teorie riguardano vari campi: non solo l'educazione, ma anche la psicologia, la sociologia, la criminologia e lo sviluppo delle organizzazioni. Per farvi un esempio pratico, nel mio distretto solo state abolite le sospensioni. Analizzando i dati si sono accorti che le sospensioni non funzionano, che gli studenti sospesi non imparano nulla.

Mi ha colpito questa frase: non sanno leggere e gli insegnamo a leggere, non sanno la matematica e gli insegnamo la matematica, non si sanno comportare e li puniamo.

Verrano prese misure alternative. Ci saranno delle cosiddette 'reset rooms', classi in cui fermarsi a riflettere e calmarsi prima di tornare nel gruppo in modo produttivo. 

Nella mia scuola, ogni classe, anche la mia, avrà un suo "angolo della calma". Da parte dei miei colleghi ho sentito commenti positivi, ma anche polemici rispetto a questo approccio. Per me che tutto questo l'ho sempre fatto per conto mio, è di grande conforto sentirmi parte di un tutto, legittimata e non più isolata nelle mie posizioni un tempo, e altrove, considerate estreme.

Ho avuto delle conversazioni incredibilmente franche e profonde con i miei colleghi riguardo a quello che ci aspetta. La nostra è una scuola con una popolazione povera in modo purtroppo a volte anche estremo. Io questo non lo sapevo, me lo stanno raccontando loro in questi giorni. Mi dà speranza il fatto che finora tutti quelli con cui mi sia confrontata mi abbiano raccontato di avere motivazioni robuste per aver scelto di insegnare proprio lì e tantissime idee. Ci vuole determinazione, concentrazione.

Sapete però qual è stata la cosa migliore di questa prima settimana per me? Sentire la mia storia raccontata da altri, cioè rendermi conto che quello che è successo a me lo scorso anno (qui) era vero e tutto sommato piuttosto comune, non me lo ero sognato e non avevo fatto nulla di male.

Questa forse la più grande tragedia della discriminazione sistemica: ritrovarsi a dubitare di se stessi in quanto immersi fino al collo in una macchina che lavora tutto il tempo contro di te in modo sottile, ambiguo, sfuggente. Se questo meccanismo perverso funziona è perchè nessuno parla apertamente, nessuno sa di chi può fidarsi, tutti hanno paura.

Spesso ricevo commenti a post che ho scritto anche quindici anni fa. Da una parte vorrei aggiornare quei post perchè non sono più io o perchè nel frattempo ho imparato qualcosa di nuovo, ma poi non lo faccio perchè quello che conta è che qualcuno ci si riveda in qualche modo. Credo che la privacy sia necessaria in molti casi, ma che sia anche incredibilmente sopravvalutata. Se non mettiamo in mezzo quello che abbiamo e quello che sappiamo nella maniera che troviamo più adatta a noi, non possiamo davvero conoscerci in modo intimo e vero. Sentire la propria esperienza raccontata da altri in altre circostanze e altri luoghi ha un potere quasi taumaturgico, guarisce. Per questo racconto e ascolto e non smetterò mai di farlo.

Uscendo dalla conferenza, l'altro giorno, sono andata a riprendere la mia macchina nel parcheggio sotterraneo del teatro. Per un attimo, per un qualche strano gioco di riflessi, è apparso un arcobaleno così vivido nel grigiore generale da sembrarmi finto. Passo e chiudo con questa immagine, qualunque cosa rappresenti.

lunedì 1 agosto 2022

sentirsi utile

Grazie per i messaggi di incoraggiamento!

Direi che il primo giorno di lavoro è andato bene. La prima impressione è molto buona.
La scuola, intendo proprio a livello di edificio, è nuovissima. E' enorme, luminosa e piena di tecnologia.
Oltre a un lunghissimo davanzale -dove già visualizzo un paio di piante che sarà bellissimo vedere crescere insieme a noi durante l'anno- avrò a disposizione una lavagna/tv touch screen, vari tipi di stampanti (anche un paio 3d...) e un forno per la ceramica. Insomma, un sacco di possibilità e di roba nuova da imparare.
Attenzione però, mi sa che c'è il trucco.
Nella mia classe ci sono una quantità di banchi e sedie che mi ha lasciata basita. Deduco un numero di studenti che mi intimidisce leggermente. Il mio cosiddetto "armadio", è una stanza vera e propria piena di materiali artistici con cui divertirsi pazzamente. La maggior parte dei miei studenti vengono da situazioni di disagio sociale. Ho letto che quelli che non appartengono a nessuna minoranza sono meno dell'uno per cento.
L'idea che tutti questi bambini abbiano a disposizione tutte queste risorse per imparare, anzi per divertirsi a imparare e migliorare la propria vita mi riempie di gioia.
So che quest'anno sarà difficile. Lo so perchè l'ho provato in altre scuole analoghe come supplente, però non so come dire, è un "difficile" che ho voluto fortissimamente e che mi sono scelta. Quindi parto con tanta speranza e tanto entusiasmo.
Mi sento utile.
Cosa c'è di più bello nella vita?

martedì 19 luglio 2022

i cambiamenti climatici e noi

Quando ero in Italia e soffrivo come una matta per il caldo, non credo la temperatura abbia mai superato i 34 gradi, ma per me è stato quasi traumatico. In passato spesso la sera c'era un temporale, un po' di fresco. Quest'anno niente, il caldo era continuo e attanagliante.Facevo mille docce al giorno, non dormivo e non mi sentivo bene.
Tutti mi chiedevano (proprio tutti):
"Ma come? In Texas non fa molto più caldo?"
Certo, in Texas fa molto più caldo, però qui siamo organizzati a vivere con il caldo e non stiamo male. Abbiamo le piscine, i giochi d'acqua nei parchi giochi per i bambini e l'aria condizionata ovunque. Il dramma purtroppo è per chi fa lavori all'aria aperta ma in ogni altra circostanza, non ci sono problemi particolari.

Non c'è davvero niente da ridere quando gli inglesi o gli scozzesi si lamentano per i 31 gradi. Loro non sono preparati a sopportare quel tipo di temperatura.

Non tornavo in Italia da tre anni e ho notato cambiamenti notevoli sia nel clima che nella fauna (prima non c'erano coniglietti, scoiattoli e stormi di pappagallini) che nella vegetazione. Ho visto tanti alberi di limone e ulivi crescere in modo imponente. Non è normale. Sono piccoli segni, ma non sottovalutiamoli. Non si sta mettendo per niente bene.Anche in Texas il caldo di questi giorni è anomalo, ma la gente tende a notarlo meno perché il clima in Texas come sapete é sempre in un certo senso un po' anomalo e imprevedibile. Qui il sole tramonta verso le 8 e mezza. Raccontavo ai miei amici texani che a Milano le giornate sono molto più lunghe e che mi manca la luce fino quasi alle 10 di sera. Per carità!- mi hanno risposto loro- abbiamo bisogno di qualche ora senza sole bollente.
Come sempre, ogni punto di vista ha il suo perché.

venerdì 15 luglio 2022

l'odissea del ritorno

Ciao! Dopo più di un mese in Italia sono tornata in Texas.

Non riuscendo a dormire a causa del fuso, ho raccontato nelle storie le mille vicissitudini del viaggio di rientro.
Dato che sto ricevendo molti più messaggi del solito, trascrivo tutto anche qui per lasciare una traccia oltre le solite 24 ore.
La nostra "odissea" è iniziata a Malpensa mercoledi mattina. Arriviamo con larghissimo anticipo.
Check-in.
Pago 74 euro per ognuna delle nostre valige. E' la novità di quest'anno: il biglietto costa uguale, ma in un altro continente per più di un mese, puoi portarti solo il bagaglio a mano.
Eh, signora mia.
Primo controllo passaporti. Il cartello dice 30 minuti di cammino fino al gate. Una passeggiata. Dopo 10 minuti però si intravede una folla. Dicono sia una fila, ma è decisamente una folla. Dopo un'altra decina di minuti di attesa qualcuno ci comunica che noi con i bambini dobbiamo andare avanti. Saltiamo tantissime persone, ma quando arriviamo almeno a vedere che c'è un controllo passaporti, la fila non solo rimane enorme, ma si muove pochissimo. Alcuni si innervosiscono, alcuni saltano avanti sfacciatamente, alcuni si lamentano ad alta voce, alcuni piangono. I controlli automatici non funzionano mi dice una ragazza della Repubblica Ceca che ha provato a usarli ed è tornata nella fila dei controlli tradizionali. Il problema è che in quel momento vedo solo due o tre guardie doganali. La fila non va avanti. Il tempo passa. Ci sono altri 20 minuti di cammino fino al gate. Comincio ad agitarmi. Non voglio nemmeno pensare a cosa potrebbe succedere se perdessi il volo per Londra e la "coincidenza" per Dallas.
Quando finalmente arriva il nostro turno, la guardia doganale è gentilissima e non smette di scusarsi. È mortificato per i disagi causati. Sembra poco, ma non è poco avere davanti una persona gentile anche in una situazione del genere. Ci controlla velocemente i passaporti e corriamo al gate. Arriviamo in tempo. Anzi c'è così tanto tempo che ci sediamo ad aspettare il nostro turno per l'imbarco. Qualcosa non va.
L'aereo per Londra è in ritardo di più di un'ora.
Dato che una cinquantina di persone hanno il nostro stesso problema di perdere il volo per Dallas, veniamo tutti fatti passare avanti e ci viene detto di non preoccuparci perché ovviamente ci aspetteranno. Dopo tutto arriveremo al gate con 10 massimo 15 minuti di ritardo.
Indovinate.
Non ci hanno aspettato.
Questo - e il fatto che la stessa cosa è successa contemporaneamente anche a un grosso gruppo di passeggeri diretti a Chicago - causa il delirio. Gli unici che possono aiutarci sono i responsabili del disastro, cioè quelli di British Airways.
Cominciamo una fila infinita volta a trovare un altro volo per Dallas. Joe, Woody e altri bambini hanno la possibilità di sedersi per terra e giocare. Tante persone anziane o con bambini piccolissimi in braccio non hanno la stessa fortuna. Se ci si muove, si perde il posto. Non si può andare in bagno o a bere, bisogna stare lì.
Gli impiegati del desk British sembravano fuori dalla realtà. Sorridevano, prendevano o perdevano tempo. La gente era esasperata e loro imperturbabili. Qualcuno ha ipotizzato che stessero facendo una sorta di sciopero bianco. I più fortunati davanti a noi hanno ottenuto voli per il venerdì e il sabato. Era mercoledì!
Ci ha salvato il colpo di genio di Mr J che dal Texas ha chiamato American Airlines.
Dopo tutto, noi il biglietto lo avevamo comprato da loro.
Ci piazzano sull'ultimo volo disponibile per gli Stati Uniti, ma non andiamo a Dallas: andiamo a New York!
A New York in tarda serata, ci tocca recuperare le valige. Anche lì, troviamo una guardia doganale gentilissima. Rimangono davvero impresse le persone che ti aiutano in certi momenti, anche solo con un sorriso o una battuta. Mentre ero spaventata a morte che potesse esserci qualche problema con i bagagli, fa: "Solo una cosa, vorrei un po' del vostro pesto". Ridiamo e per un attimo la tensione svanisce.
Era quasi mezzanotte, il nostro volo per Dallas partiva alle 6 e mezza del mattino. La cosa più logica da fare, forse l'unica, era pernottare in aeroporto. Che sarà mai. Ti piazzi su una sedia e aspetti.
Fosse così facile. All'aeroporto JFK di New York, Terminal 8 non ci sono sedie 🤯
Mi hanno dato due spiegazioni diverse: covid e contrasto dei senzatetto. In ogni caso un'assurdità.
L'unica cosa da fare è sedersi o sdraiarsi sul pavimento. Non sono disponibili nemmeno prese della corrente per ricaricare i telefoni. I gate li dovrebbero aprire alle tre di notte, ma anche lì se la sono presa comodissima.
Io non so quali siano i motivi di certi disservizi, ma vedere la completa indifferenza di chi in qualche modo li causa, mi irrita molto, anche più del disservizio stesso.
In un modo o nell'altro, dopo quasi 36 ore di viaggio siamo arrivati a Dallas 😭
Un pensiero speciale va a una studentessa cinese che mi ha fatto compagnia nell'attesa notturna a New York. Vuole diventare un'insegnante. Stanche come eravamo abbiamo parlato di un sacco di cose interessanti e il tempo è passato più veloce.
Un altro pensiero va al bravissimo farmacista del mio quartiere in Italia che mi ha consigliato la Rinazina per il mal di orecchie in fase di atterraggio. Soffro di questo disturbo e non so come avrei fatto a sopravvivere a tre voli senza i suoi consigli.
Tanti amici in Italia mi hanno detto che quest'anno in vacanza si muoveranno in macchina per evitare il tipo di problemi che sono capitati a me. Il fatto è che non tutti hanno questa scelta.
E' incredibile dover spendere così tanto tempo e soldi e trovarsi a viaggiare in questo modo nel 2022.

domenica 12 giugno 2022

affrontare la vita con il sorriso. oppure no

Ogni volta che torno a Milano mi rendo conto di quanto sorrida!
La gente non sorride qui.
Un signore ieri al supermercato mi ha gentilmente fatto passare avanti dato che avevo comprato solo una cosa.
Gli ho chiesto: -E' sicuro (che non le dia fastidio)? 

Mi ha risposto tutto scorbutico:
-Non faccio mica polemiche io! Ha una cosa sola, vada avanti!
Mi ha fatto una cortesia rimanendo musone. Non è facile.
Però poi quando mi ha rivisto nel parcheggio mi ha sorriso.
È come se ci fosse un pregiudizio negativo di default, poi appena si scambia una parola si diventa amici. Non ci sono più abituata.
Vengo da un posto in cui si sorride un sacco e non si diventa mai amici. Però - amici o no - sorridere e vedere la gente sorridere migliora molto la qualità della vita secondo me.

lunedì 6 giugno 2022

qualche riflessione sui vostri commenti

Non mi aspettavo che in un sabato estivo, così tanti (fra i meravigliosi quattro gatti che bazzicano queste pagine, eh) arrivassero in fondo all'ultimo post. L'argomento non era leggerissimo diciamo.

Devo ringraziarvi prima di tutto per la solidarietà. I tanti messaggi affettuosi e pieni di incoraggiamento che ho ricevuto mi hanno stupito e rallegrato.

Credo che l'insieme dei messaggi meriti una riflessione collettiva perchè ci sono stati dei temi ricorrenti, a parte la solidarietà unanime. Condivido queste riflessioni con voi, così se volete potete dirmi cosa ne pensate, come al solito. 

Quelli che forse passavano di qui per caso non conoscendomi bene, mi hanno chiesto qualcosa tipo: allora perchè rimani lì? Domanda piú che legittima.

Il commento forse più frequente sono state versioni di "che coraggio che hai a vivere lì" che è una cosa che mi sono sempre sentita dire. A seconda dell'aneddoto che racconto mi aspetta un *che coraggio* o un *beata te*, oramai lo so. 

Per me ci vuole coraggio a vivere punto. 

Non credo assolutamente ci voglia più coraggio qui che in altri posti. Sono qui perchè l'ho scelto e in quasi sedici anni non ho mai cambiato idea. Malgrado tutte le difficoltà, trovo che la vita sia non solo sotto tanti punti di vista più stimolante per me qui, ma anche molto più semplice rispetto a quella che ho lasciato a Milano. La bellezza di vivere in mezzo alla natura, ma anche vicino alla città, i grandi spazi, il sole quasi tutti i giorni, l'abbondanza di lavoro, il costo della vita non eccessivo, la gentilezza delle persone: sono tutte cose che mi fanno amare la mia vita qui. Ci sono cose che odio -e probabilmente già sapete o immaginate quali siano- e cose che amo, sarebbe così ovunque.

Una delle persone che mi hanno scritto ieri, Camu, mi ha ricordato di avermi intervistata nel lontano 2009. Mi ha fatto sorridere rileggere quell'intervista e vedere che alla stessa domanda tutti quegli anni fa, avevo risposto come rispondo oggi.

(L’intervista di baby Nonsi è qui se volete fare un salto nel passato dell'epoca d'oro dei blog, grazie ancora a Camu). 

Mi hanno fatto un po' di tenerezza/tristezza quei commenti del tipo 'per fortuna che vivo a _____ dove queste cose non succedono. Mi dispiace, ma il razzismo è ovunque. Certo, si manifesta in modo differente a seconda del paese e del proprio posizionamento nella società. Il fatto che non lo vediate lo trovo piuttosto problematico. Ci sono forme di razzismo in Italia, ad esempio, che qui dal Texas, mi fanno impallidire. State in guardia.

Qualcuno mi ha scritto di avere sempre ricevuto grandi complimenti per il proprio accento italiano in altre città degli Stati Uniti o in giro per il mondo. Io pure! Succede quasi tutte le volte che apro bocca. Vi ricordate cosa mi aveva scritto quella preside? Era piaciuta molto la mia *diversità*, ma guarda caso al momento di assumere un collaboratore ha preferito una persona che ha ritenuto simile a lei, non "diversa". Perfino girando per le varie scuole quest'anno, ho sempre trovato immensa cordialità e disponibilità. La discriminazione l'ho sperimentata e compresa solo nel momento in cui non poteva essere tenuta nascosta. Quando si trattava di dare un lavoro a me o a un altro e sistematicamente -nonostante tutte queste grandi lodi- non sono stata scelta per due anni scolastici di fila, ho capito che qualcosa non andava. Sono questioni molto sottili.

Voi siete disposti a scavare almeno un po' sotto la superficie? Siete disposti a scoprire se sotto quei bei complimenti c'è solo ammirazione o se nascondono qualcosa che potrebbe non piacervi? A ognuno le proprie scelte, ma ricordatevi che ognuna di queste due strade non riguarda solo voi. Quello che è successo a me quest'anno, non riguarda solo me.

In uno dei suoi scritti, bell hooks raccontava che i suoi studenti consideravano una sorta di condanna il fatto che lei gli avesse fatto notare determinati meccanismi della società. Una volta che li noti quei meccanismi, li vedi ovunque non perchè ti ossessionano, ma perchè sono ovunque. 

Quando rifletto sull'esperienza che ho descritto nel post precedente, mi rendo conto che tutta la sofferenza che ho provato si basava sullo sguardo che la società in cui mi muovevo aveva di me. Mi facevano sentire sbagliata nel profondo (vai in chiesa, fatti bionda, cambia cognome, cambia accento) e non c'era niente che potessi fare per fargli cambiare idea. Un curriculum perfetto per quel lavoro, tanti anni di esperienza, referenze eccellenti, lingue straniere, ma niente, preferivano sempre un'altra persona.

Una volta cercai di spiegare al responsabile delle risorse umane cosa mi stava succedendo e lui rispose 'beh, forse non sei così brava come pensi di essere'. 

Ora, alla mia veneranda età, con tutte le mie insicurezze -e sono tante ve lo garantisco- a un certo punto mi sono dovuta arrendere all'idea che se questi qui preferivano assumere gente che dipinge i mutandoni sulle opere di Leonardo al posto di una che per anni ha lavorato in istituzioni che conservano le opere originali di Leonardo con alcuni dei più grandi conoscitori di Leonardo, forse il problema era loro, non mio.

You ain't the problem, come canta il mio caro Michael Kiwanuka. Quante volte l'ho ascoltata quest'anno. Rigrazio anche Michael Kiwanuka per il supporto.

Deve essere chiaro che il dramma vero, non è il mio. Il dramma vero è ciò che questo tipo di mentalità produce nelle menti dei giovani. Quante volte insegnanti mi hanno segnalato gli studenti migliori: quasi sempre biondi con gli occhi azzurri. Quante volte mi hanno segnalato quelli da tenere d'occhio: quasi sempre neri. E' andata avanti così per un anno in tante scuole diverse. Può essere sempre un caso? Ne dubito fortemente, anche perchè la mia esperienza aneddotica è confermata da un sacco di studi (qui un articolo dell'American Psychological Association per esempio). 

Vi racconto un piccolo aneddoto fresco fresco.  

E' venuto a passare un paio di giorni con noi un amichetto di Woody. A un certo punto, loro giocavano in piscina, io li tenevo d'occhio mentre leggevo un libro. Non stavo ascoltando i loro discorsi fino a quando mi hanno coinvolta nella loro discussione. 

Woody mi fa una domanda che ho trovato stranissima: "Tu lo sai perchè Baton Rouge è una delle città più pericolose degli Stati Uniti?" 

Baton Rouge è una delle città più pericolose degli Stati Uniti? Boh, non ne ho idea. Non sapevo nemmeno che Woody conoscesse la città di Baton Rouge.

Mi spiega che il suo amico, lo sa ma non vuole dirglielo. Dato che sono curiosa, glielo chiedo anch'io e a me questo bambino di sette anni risponde senza esitazioni:

- Baton Rouge e tutta la Louisiana in generale sono pericolose perchè ci sono tanti neri e i neri uccidono le persone.

Tuc, fa il mio cuore spaccandosi in due.

- Tesoro scusa, ma tu di che colore sei? - gli ho chiesto.

- Nero.

- Sei uno dei bambini più bravi e generosi che abbia mai conosciuto. Ti prendi cura dei tuoi fratellini, chiedi sempre se puoi aiutare. Ti conosco da un bel po' oramai e non ti ho mai visto fare il monello. Quando sarai grande, sarai un fantastico uomo nero con una professione, una famiglia e tanti amici. Non andrai mica in giro a uccidere la gente. Chi ti ha detto queste cose? 

Lui sostiene che glielo abbia detto la sua mamma che è figlia di una nera e un bianco e ha la pelle molto più chiara della sua (la mamma è gialla, dice lui). Non so se sia vero, mi sembra improbabile per quel poco che la conosco. Amici non bianchi che conoscono queste situazioni meglio di me, mi hanno suggerito che potrebbe essere stato un modo del bambino per farsi accettare da noi. Come a dire...so cosa state pensando, lo penso anch'io.

Quando non si parla apertamente delle cose, i bambini riempiono i vuoti come meglio credono. Da un lato sono felice che abbiamo avuto l'opportunità di chiarire questi non detti fra noi insieme. 

Sono questioni così complicate, ma il punto del discorso è: come si fa a parlare di meritocrazia quando hai due bambini davanti in un pomeriggio d'estate: uno gioca spensierato e l'altro tira fuori queste riflessioni? Anche avessero esattamente le stesse opportunità economiche, uno ha chiaramente un'idea di sè più positiva dell'altro e questo influisce sui risultati, sulle relazioni con gli altri, su tutto.

Conoscete quella famosa frase di Toni Morrison? La vera funzione del razzismo è distrazione. Ti impedisce di fare il tuo lavoro. Ti impedisce anche di essere un bambino in un pomeriggio d'estate.

sabato 4 giugno 2022

quando ti schiacciano l'anima

La giornata è finita, in classe finalmente regna il silenzio. Raccolgo le mie cose, faccio per uscire ed è questione di un attimo. Il mio sguardo fa una virata panoramica per assicurarsi un'ultima volta che sia tutto in ordine e intercetta, in bella vista su un mobile, l'uomo vitruviano di Leonardo da Vinci. Bob Ross quanti ne vuoi, ma non se ne vedono tanti di Leonardo qua intorno, ci si fa caso. Il fatto è che questo qui ha le mutande, ha proprio le mutande. L'insegnante di arte che avevo sostituito quel giorno aveva dipinto con una tempera celeste molto spessa, delle mutandone fantozziane sull'uomo vitruviano. Ma si può? Per una come me che non usa nemmeno l'evidenziatore, è un gesto incomprensibile ad ogni livello.

Come tutti quelli a cui l'ho raccontato, starete ridendo. Beh, per me invece è stata una mezza tragedia. Avete presente quei momenti, quelli all'apparenza banali in cui un dolore cronico, sordo, un dolore che hai voluto con forza spingere giù, torna su all'improvviso? E' stato uno di quei momenti lì. Davanti all'uomo vitruviano con i mutandoni mi è esploso un magone difficile da tenere a bada.

Chi fa una cosa del genere? Chi espone un bellissimo catalogo -ci avrà speso anche dei soldi- per poi sfregiarlo in quel modo? Un bambino che vede una mostruosità simile tutti i giorni in classe che idea si fa? Se deve essere così, vi prego, ridatemi Bob Ross

Quello che ha scatenato il mio magone e poi calde lacrime una volta a casa, è l'idea che questə insegnante abbia ottenuto il lavoro che volevo io. Gente così mi passa davanti da un anno.

Dare le dimissioni durante la pandemia è stata una delle rinunce più grandi della mia vita. Ci siamo trasferiti in questa zona soprattutto per le scuole. Immaginavo che i bambini avrebbero frequentato delle buone scuole pubbliche e io avrei trovato lavoro qui vicino. Non è che volessi diventare provveditore, avevo un'ambizione semplice e del tutto in linea con le mie competenze. Gli insegnanti di arte non sono richiestissimi, ce ne sono solo uno o due in ogni scuola, ma ci sono così tante scuole. Qualcosa prima o poi salterà fuori, pensavo.

Il mio primo colloquio risale a un anno fa. Tornai a casa vittoriosa, sicura che mi avrebbero fatto un'offerta di lavoro. In una situazione praticamente identica, nell'ultima scuola in cui avevo lavorato, dopo due ore, di venerdi pomeriggio, all'ultimo minuto, ricevetti il mio bel contratto da firmare ché avevano paura che cambiassi idea. E invece in questo caso non andò così. Dopo un paio di settimane scrissi alla preside che si era detta così colpita dal mio portfolio ed era stata amichevole, quasi confidenziale durante il colloquio. Non mi rispose. Non seppi più nulla, evidentemente non ero stata scelta, ma perchè non poteva dirmelo? Passai quel colloquio al setaccio mille volte nella mia mente per capire cosa avessi potuto aver sbagliato. Percepivo in quel silenzio dell'ostilità. Avevo offeso qualcuno? Sembravano tutti così piacevolmente colpiti quel giorno. Cos'era successo?

Dopo qualche tempo capitò la stessa cosa. Tutto identico. Bel colloquio-complimenti-silenzio. Un'amica insegnante per consolarmi mi disse che di sicuro ero troppo qualificata per quel posto. Più qualifiche hai, più gli tocca pagarti: avranno problemi di budget. Io la ignorai e presi in seria considerazione l'ipotesi contraria invece. In un certo senso, è più facile incolpare se stessi. Spingi, ti prepari meglio, migliori il portfolio, fai dei corsi e poi andrà bene. Invece no, non è mai andata bene. Ogni mattina accompagnavo i miei bambini a scuola e osservavo le varie maestre: che cos'avranno queste qui più di me?

Un giorno notai una cosa che non mi era mai saltata all'occhio: erano tutte simili. Erano quasi tutte bionde, texane, probabilmente cristiane, un certo taglio di capelli, un certo abbigliamento. Non mi somigliavano. Mi sentivo un'intrusa anche solo a immaginarmi lì. Le maestre che non rispondevano a quella descrizione al limite facevano sostegno che è il tipo di lavoro più richiesto, immagino il più ingrato visto che nessuno vuole farlo. 

La mia amica insegnante allora fece un'altra ipotesi: magari è il tuo nome. Magari vedono il nome e pensano che non parli bene inglese. Interessante, ma non si chiama discriminazione questa cosa? Ci fu chi  mi suggerì di cambiare cognome, cominciare a frequentare la chiesa o di farmi bionda: in parole povere, se volevo quel lavoro dovevo cambiare nientemeno che la mia identità. La segretaria di una scuola che aveva visto il mio portfolio, ma che non conoscevo personalmente mi fece iscrivere fra le liste dei supplenti. "Una come te non può non lavorare! Di sicuro il problema è che non ti conoscono". Benissimo: mi metto a fare la supplente così mi conoscono, vedono come lavoro e al colloquio spicco rispetto agli altri candidati.

Quando ho cominciato a fare supplenze ho smesso di mettere in discussione la mia preparazione. Ogni settimana visitavo un paio di scuole. Mi ero fatta l'idea che ci lavorassero dei geni in quelle scuole, ma non era necessariamente così, come si evince dal caso dei mutandoni leonardeschi. 

Una volta, dopo aver sostituito un'insegnante per una settimana, questa mi mandò un regalo per ringraziarmi. Questo gesto mi colpì moltissimo. Mi stupì e mi commosse enormemente. Non ci conoscevamo e avevo solo fatto il mio lavoro. Mi scrisse che tutta la scuola parlava di me e aggiunse che si sarebbe trasferita in un altro stato alla fine dell'anno quindi avrei potuto eventualmente prendere il suo posto. Scrissi subito ai dirigenti scolastici. Non mi risposero. Rimasero in silenzio anche quando finalmente l'offerta di lavoro divenne pubblica. Con tutte le mie qualifiche e raccomandazioni anche di vari insegnanti della loro stessa scuola, non mi considerarono degna nemmeno di un colloquio.

Una delusione dopo l'altra sono arrivata alla fine dell'anno scolastico. C'è stata solo una preside che ha avuto la bontà di spiegarmi perchè non ero stata scelta. Mi ha scritto che la commissione aveva discusso a lungo e alla fine avevano finito per scegliere un altro candidato. Però avevano tutti apprezzato molto la mia "diversità".

Quale diversità? Sono americana quanto lei. Si riferiva al mio accento? Alla mia carnagione? Bisogna fare attenzione perché la parola "diversità" in bocca a una persona di potere bianca può essere molto ambigua. Infatti, con il suo potere ha preferito assumere qualcun altro. 

Quando ho chiesto che mi indicasse nello specifico quali fossero le qualifiche dell'altro candidato che a me mancavano (una lingua in più, un titolo di studio in più, più anni di esperienza...?) la risposta è suonata abbastanza grottesca. Hai mai pensato di insegnare alle superiori? Forse sei un po' sprecata da queste parti. E poi un consiglio piuttosto sinistro: la prossima volta che devi fare un colloquio, cerca di capire qual è la clientela della scuola, chi fa la decisione ultima di assumerti e fai contatti

E io che pensavo che per ottenere un lavoro fosse sufficiente mandare un curriculum. Mai mi sognerei di chiamare i miei studenti e le loro famiglie "clientela".

Visto che un lavoro mi serviva e la finestra per le assunzioni per il nuovo anno scolastico si stava chiudendo, senza convinzione, ho risposto a un paio di offerte altrove. In entrambi i casi, ho ottenuto il lavoro. Il primo l'ho rifiutato per una serie di motivi miei, il secondo l'ho accettato. Andrò a lavorare in città, dove la mentalità evidentemente è più aperta.

Alla fine del colloquio online, mi hanno detto che se accettavo, cancellavano tutti gli altri colloqui. Mi sembrava troppo bello per essere vero, però effettivamente questo è il tipo di feedback a cui ero sempre stata abituata prima di approdare in questo posto. Il giorno successivo sono andata a vedere la scuola. E' nuovissima, con una classe di arte meravigliosa che ha una finestra gigante e anche la fornace per la ceramica. Avevo mandato quel curriculum quasi a caso, nello sconforto, e quella proposta mi aveva colta alla sprovvista anche perché dentro di me, in realtà non avevo mai nemmeno considerato di fallire nel mio piano e dovermi spostare. Quello che mi ha convinto ad accettare è stata l'unica domanda che mi aveva fatto la preside durante il colloquio online. In queste circostanze si viene intervistati da una commissione. Ognuno mi aveva  fatto delle domande, ma lei voleva sapere solo una cosa da me: la mia visione del concetto di equità. Mi ha steso. Non ho mai sentito nemmeno pronunciare la parola "equità" in un anno passato a girare le scuole dei suburbi. Eppure di scuole disagiate ne ho visitate tante.

Una volta parlai con un professore bianco che quasi si vantava di non avere mai imparato nemmeno una parola di spagnolo dopo dodici anni passati in una scuola a stragrande maggioranza messicana in un quartiere povero. In quella scuola avevo incontrato studenti anche di undici anni che non parlavano una parola di inglese. Difficile immaginare che i genitori parlassero inglese e i figli no. Come faceva quel professore a tenere i contatti con le famiglie? E poi avete idea di cosa significhi passare anche solo una giornata in un posto in cui ti chiedono di fare una serie di cose senza capirci niente, zero? Io sì, quel professore no. 

Anche la scuola in cui lavorerò ha una popolazione afflitta da vari problemi sociali. Non so come andrà, sono consapevole che sarà difficile, ma sulla base di quello che ho potuto vedere finora, ho la sensazione che almeno sarò circondata da un'amministrazione che vede il mestiere di insegnante come lo vedo io.

Il fatto di non essere stata assunta nella comunità in cui vivo, continua a non andarmi giù. Che sia stato razzismo, nepotismo o un miscuglio di chissà che fenomeni sociali, la verità è che per la prima volta nella vita, mi sono sentita discriminata. 

Fino a questo momento, vivendo qui, avevo sempre sentito il sapore dolce e vagamente stucchevole della discriminazione positiva, ora so per esperienza diretta che il contrario -non so come altro dirlo- ti annienta. In inglese c'é un'espressione perfetta, soul-crushing. Non dico di non essermi imbattuta in esperienze e persone positive quest'anno, anzi, ma passare tutto questo tempo in un'ambiente così tossico per me, per i miei valori, mi ha schiacciato l'anima. Sono arrivata a fare incubi tutte le notti e ad avere la nausea al solo pensiero di dover tornare a scuola il giorno dopo.

Pensavo di essere più forte. Pensavo che sarei arrivata lì, avrei ottenuto il lavoro e avrei fatto la mia parte per migliorare la comunità in cui vivo dall'interno. Non ci sono riuscita. Nessuno ce la può fare da solo contro un sistema. Questi sono sistemi, enormi, radicati e accettati da tutti come inevitabili da generazioni. Ero partita con così tanto entusiasmo e fiducia che è stato difficile perfino ammettere quello che stava succedendo e confidarmi con chi mi era più vicino.

Mi sento sollevata che la mia esperienza personale si sia conclusa, ma il mio pensiero va a chi ha passato le stesse cose e poi non ha mai trovato un lavoro altrove. Penso continuamente agli studenti che purtroppo pagano lo scotto maggiore in questo tipo di meccanismi.

Proprio l'ultimo giorno di scuola, la ciliegina sulla torta. Entra nella classe di arte in cui stavo facendo supplenza un gruppo di studenti. La loro insegnante, una cinquantenne bianca bless your hearth, subito dopo loro, strilla trafelata: "Questi due studenti sono *fuori controllo*! Non esiti a chiamare aiuto se le rendono la vita impossibile.

*Sono fuori controllo!*

Che espressione forte, mi vengono in mente dei cavalli imbizzarriti. Avevo capito perfettamente, ma a scanso di equivoci ho chiesto che mi indicasse quali studenti erano imbizzarriti: guarda caso erano gli unici due studenti neri presenti. In realtà, con me hanno lavorato e abbiamo anche parlato un attimo del loro comportamento. Non mi sono sembrati per niente *fuori controllo*, confusi e incompresi sì.

Una parte di me vorrebbe dimenticare tutto, ma sento la responsabilità di denunciare.

Chimamanda Ngozi Adichie in Americanah, lo dice chiaro e tondo: se (siete neri e) pensate che a parità di qualifiche persone con la pelle scura non avrebbero ottenuto gli stessi lavori, non dite niente (perchè non otterreste niente), fate parlare i vostri amici bianchi.

Ora. Con il mio accento e la mia carnagione, mi sono resa conto di non essere percepita come bianca qui nella zona in cui vivo (almeno sul posto di lavoro) ma tecnicamente lo sono, sono privilegiata in mille modi. Non posso andare avanti con la mia vita senza almeno provare a intavolare una riflessione.

Per prima cosa devo rimettermi in senso perchè quando ti schiacciano l'anima non è proprio come in quei cartoni animati in cui a Wile E. Coyote cade un masso in testa, si fa sottiletta e poi si rialza come se niente fosse. Quando avrò recuperato le forze, vedrò il da farsi. 

Non ho fiducia di poter trovare ascolto nella controparte. Per questo vorrei chiedere una comparazione fra le mie competenze e quelle di chi è stato scelto volta per volta al mio posto. Mi pare l'unico modo per dimostrare se c'è stata effettivamente una discriminazione nei miei confronti oppure no.

Mi rendo conto che tante delle cose che ho subito non siano poi dimostrabili: ma cosa racconta di quel sistema il solo fatto che qualcuno faccia una richiesta come la mia?

Un paio di chiarimenti indispensabili per chi ha avuto la pazienza di arrivare fino a qui.

Anticipo quello che di sicuro a qualcuno sarà venuto in mente leggendo questo post.

- "Allora anche in America non c'è la meritocrazia". Dato per assodato che la cosiddetta meritocrazia non esiste da nessuna parte (potremmo parlarne a lungo, ma non usciamo fuori tema), no. Credo che il problema sia circoscritto ad alcuni ambienti. Ho sempre ottenuto lavori semplicemente presentandomi ai colloqui e così tutti quelli che conosco. 

- "Allora gli italiani non sono visti come bianchi?" Assolutamente no. In questo caso, io italiana dalla carnagione olivastra con un accento latineggiante nel cuore della Bible Belt texana, in uno specifico ambiente lavorativo, non credo di essere stata percepita come bianca. In 15 anni, non mi era mai successo. 

A tanti piace pensare il mondo in bianco e nero, ma non sono qui per semplificarvi la vita. Adoro il Texas, lo dico anche alla luce di tutto quello vi ho appena raccontato. Il mondo è complesso. La vita vera non è storytelling, non c'è una vicenda con uno snodo e poi una soluzione con una morale unica. Continuo a pensare che quello che è positivo e giusto sia in netta maggioranza rispetto a quello che è negativo e ingiusto in Texas e ovunque.

L'esperienza che ho vissuto mi ha cambiato profondamente. Esco da quest'anno scolastico migliore come persona e come insegnante, ma  a caro prezzo. Del resto forse è vero che la crescita morale e l'empatia tendono a passare dal dolore. Non ci sono scorciatoie. 

giovedì 2 giugno 2022

una questione di volontà

 Ieri Joe ha cominciato il campo estivo di robotica. È molto contento, è una delle poche cose che ci abbia mai chiesto. L'entusiasmo di tutti i ragazzini e anche dei genitori era palpabile.

Quando l'ho accompagnato, davanti alla scuola che è una struttura molto grande con tanti campi estivi per studenti di tutte le età, c'era una macchina della polizia. L'agente era dentro, suppongo. Non l'ho visto.
Un sacco di gente, porte aperte.
Nessun controllo.
Questo dettaglio che in passato magari non avrei nemmeno registrato, in questo caso mi ha irritato.
Se una settimana dopo una strage, c'è questa indifferenza, significa che hanno mollato il colpo in tutti i sensi con la prevenzione.
Ne parlo con una mia amica e lei non si scompone per niente invece.
Mi racconta che alla scuola di sua figlia ci sono mille controlli invece e nonostante tutto un ragazzino quest'anno è riuscito a portare dentro una pistola.
A Uvalde le forze dell'ordine erano presenti in gran numero durante l'ultimo mass shooting, eppure sono rimaste fuori dall'edificio per circa un'ora. In questi giorni i media non parlano d'altro. Sembra quasi che aspettassero che finisse tutto per intervenire. È uno scandalo: erano lì e non hanno fatto nulla. Alcuni bambini dall'interno della scuola chiamavano il 911, il numero delle emergenze, per chiedere aiuto alla polizia e la polizia se ne stava là fuori ponderando non si sa bene cosa.
L'ipotesi è che anche loro, armati fino ai denti e addestrati, avessero paura.
C'è stata una mamma che gli ha chiesto di entrare. È andata in escandescenze e loro l'hanno ammanettata.
Pare abbiano usato violenza contro diversi genitori che gli chiedevano di agire.
Lei, la mamma, appena si è liberata è corsa dentro la scuola e ha liberato i suoi due figli.
È tutta una questione di volontà.
Però ragioniamo. Cosa sarebbe successo se i poliziotti fossero entrati prima? Avrebbero salvato delle vite? Forse sì, ma forse no.
Dato il tipo di arma usato per compiere il massacro, il tutto è avvenuto nei primissimi secondi. Giustamente ci indignamo di fronte al comportamento della polizia, ma è verosimile che se avessero agito diversamente ben poco sarebbe cambiato.
Torniamo sempre lì.
Non distraiamoci.
C'è una sola cosa da fare per prevenire queste situazioni: regolare il mercato delle armi.

mercoledì 25 maggio 2022

gun control now

 Ho ricevuto tantissimi messaggi. Vi ringrazio collettivamente ora per il pensiero e vi rispondo pian piano.

So che mi avete pensato perché se siete qui probabilmente sapete che più volte quest'anno -il primo in cui ho lavorato come supplente- non mi sono sentita al sicuro a scuola.
Queste cose in vari modi ci toccano ogni giorno, non solo quando succedono massacri come quello di ieri.
Oggi qui è l'ultimo giorno di scuola.
Ieri c'era un'atmosfera di tale euforia che, volevo, ma non sono riuscita a spiegare a Joe e Woody cosa è successo a Uvalde. Sono appena tornata dalla cerimonia di fine delle elementari di Joe. Nessuno ha detto una parola, nè sul palco, nè privatamente.
Una normalità terrificante. Tutti felici.
Ho visto che la classe dirigente texana si è affrettata a fare dichiarazioni tipo 'adesso basta! Le scuole devono avere un ingresso unico oppure adesso basta! E' ora che gli insegnanti comincino a imparare a difendersi. Come se il problema non fosse che uno solo: la facilità con cui chiunque qui può procurarsi qualunque tipo di arma.
Non so spiegare il livello di sconforto.
Mentre le donne che decidono di abortire sono assassine, gli uomini continuano a uccidere indisturbati: asiatici, neri, ebrei, bambini, persone a caso.
Il corto circuito è evidente.
Ieri sera Woody è andato a dormire e dopo un po' è tornato indietro per un ultimo abbraccio.
Mi dice: - Mamma, ho paura.
- Di cosa?
- Che mi mancheranno i miei amici quest'estate.
E di cos'altro dovrebbe avere paura un bambino di prima elementare?
In questo momento mi chiedo davvero che senso abbia raccontargli quello che è successo. Non posso dargli una notizia del genere senza offrirgli un qualche barlume di speranza, ma adesso, mi dispiace, quel barlume di speranza non ce l'ho.

#GunControlNow

domenica 3 aprile 2022

unapologetic/3

Volevo raccontarvi di un lavoro che stanno facendo dei ragazzi in un liceo che ho visitato questa settimana.

Partendo dalla forma del cuore anatomico, devono rappresentare il

proprio cuore.
C'è il cuore che piange. Il cuore che fiorisce. Il cuore infilzato da un pugnale. Il cuore ferito e il cuore ferito, ma senza perdere la speranza. Il cuore che è in costruzione. Il cuore buffo. Il cuore avvolto nelle spine.
C'è un cuore con sopra il simbolo del dollaro. Il ragazzo che sta lavorando a questo cuore mi ha spiegato che la gente ama i soldi più di tutto e i soldi entrano nelle relazioni. Chi vuole essere tuo amico perché hai tanti soldi e chi non vuole essere tuo amico perché hai pochi soldi.
C'era un ragazzo che mentre gli altri lavoravano, con le cuffiette nelle orecchie cantava e ballava.
Bella voce.
L'ho fatto andare avanti per un po'. Era una canzone su un tale che andava in prigione, una brutta storia che "non vuoi sapere" mi ha spiegato quando gli ho chiesto di raccontarmi. In realtà l'ho fermato perché vedevo che gli altri cominciavano a ridere e lanciarsi occhiatine. Non volevo ridessero di lui.
Gli ho chiesto di mostrarmi il suo cuore che somiglia a una massa informe. Il suo cuore è fatto così. Un po' - mi ha detto- perché non è capace di fare meglio, un po' perché il suo cuore è veramente messo male.
"Però li vedi quei buchini? Lì ci metterò dei pezzi di vetro luccicante perché c'è sempre qualcosa che fa accendere una scintilla".
Vi racconto forse più dei problemi che vedo, ma di insegnanti eccezionali, soprattutto in quartieri difficili, ce ne sono tantissimi. La professoressa che ha assegnato questo progetto sul cuore, ad esempio, mi ha lasciato una mappa dei banchi con la foto, il nome e in alcuni casi il modo in cui i ragazzi vogliono essere chiamati. Voleva che perfino io, la supplente, avessi un qualche rapporto con loro, che ci dialogassi, che li chiamassi per nome.
Questo è rispetto. Questo significa vedere persone dietro a studenti che hanno spesso comportamenti anche facilmente condannabili.
La voglia di essere più *unapologetic* viene da qui, dalla rabbia che mi prende quando vedo persone pigre e incompetenti maneggiare questi cuori fragilissimi e pieni di scintille.


P.S. Potete vedere i lavori dei ragazzi nelle storie in questo momento (si vedono meglio su IG, FB fa i capricci), non credo le salverò.