mercoledì 26 dicembre 2012

cosa ho trovato sotto l’albero

Il piccolo Joe e’ nato proprio poco prima di Natale e da quando c’e’ lui queste feste hanno tutto un altro significato per noi. Anche quest’anno, dicembre e’ stato un periodo splendido, pieno di giochi e di sorprese [qualcosa qui] e pensavamo che sarebbe stato splendido fino all’ultimo momento, che saremmo stati tristissimi di vederlo passare questo Natale.

E invece. 

A volte succede che sei talmente convinto che le cose vadano in una certa maniera che non ti poni nemmeno il dubbio di trovarti di fronte a una situazioneIMG_20121225_143942 diversa. E’ cosi’ che ti sorprendono di solito le cose peggiori della vita, quando meno te lo aspetti, quando credi di avere tutto sotto controllo e invece sei ancora piu’ vulnerabile perche’ totalmente impreparato.

Insomma, un giorno prima di Natale abbiamo avuto una gran brutta sorpresa. Di quelle che il primo istinto sarebbe cancellare tutto e raggomitolarti sotto a un piumone per uscirne due o tre o anche quattro giorni dopo. Ecco quel tipo di brutta sorpresa.

Poi pero’ succede una cosa strana, per la prima volta affronti la situazione da genitore, non da individuo. E allora ti chiedi… ma a cosa serve fare cosi’? Che cos’e’ che voglio? Posso avere quello che voglio? In questo caso no purtroppo, pero’ posso non peggiorare le cose, anzi devo.

Cosi’ ti tiri su, non pensi di farcela, ma lo fai e ci riesci perche’ pensi alla sua faccia e ti dici che non importa cosa sia successo, anche quel giorno avrai almeno un attimo di felicita’ guardando quella faccia.

Ed e’ proprio cosi’ e passi un Natale che a guardarlo da fuori sembra quasi perfetto.

Anzi forse lo e’, perfetto. Il pomeriggio di Natale arriva perfino la neve e a Dallas e’ davvero un evento storico. Pura magia.

E anche questo Natale e’ andato, la tristezza c’e’ e restera’ sotto la pelle a lungo, ma si guarda avanti e si sorride nonostante tutto perche’ di motivi per sorridere ce ne sono ancora tanti e c’e’ qualcuno che ce lo ricorda in ogni momento.

giovedì 20 dicembre 2012

diritti

L’estate scorsa in Italia, una mia carissima amica mi ha confessato di essersi appena accorta di essere incinta per la seconda volta. Era giugno e aveva da qualche giorno finito il suo primo anno di insegnamento in una scuola superiore. Era stata dura con un bambino di un anno e mezzo a casa, ma era contenta, era il lavoro che voleva fare.

Nonostante cio’ era preoccupata. Incinta e con un contratto da rinnovare a settembre.

Non ebbe molti dubbi e agi’ secondo la sua coscienza con grande chiarezza e correttezza, provando a fidarsi di chi aveva di fronte.

Queste persone furono molto comprensive infatti.

Le dissero di stare tranquilla, le fecero tanti auguri e poi non si fecero piu’ sentire.

Ho saputo solo qualche giorno fa l’epilogo di questa storia e mi ha fatto una gran rabbia. Mi e’ successa la stessa cosa qui, fortunatamente per un piccolo secondo lavoro e non per quello principale, ma sono cose che lasciano l’amaro in bocca a lungo, che umiliano perche’ non c’e’ davvero nulla che tu possa fare per cambiare la situazione e perche’ vieni danneggiata professionalmente da un qualcosa che dovrebbe solo arricchirti e che oltretutto con le tue competenze lavorative non ha nulla a che fare.      

Purtroppo e’ cosi’ che va il mondo.

mercoledì 19 dicembre 2012

l’omologazione

Mi chiama la maestra dei bambini di Kindergarten, quelli di cinque anni.

Mi fa vedere una ventina di collage appesi al muro, sono esattamente identici. Tutte le casette sono uguali, dello stesso colore, stessa forma con gli alberelli uguali tutti da un lato e le stelline. Non voglio fare la polemica, ma io i lavori fatti cosi’ li chiamo fotocopie, sono completamente anonimi. Poi, certo, immagino che a certi genitori, oltre che a certe maestre, piacciano anche di piu’ di quelli che faccio fare io, ma son gusti, a me non sembra molto creativo e non mi interessa lavorare cosi’.

Ad ogni modo, indica un disegno praticamente uguale agli altri, ma con le casette che invece di essere appoggiate al terreno sono sollevate. Mi fa:

- Senti, ma secondo te, come mai tutti gli altri hanno messo le casette al posto giusto e solo lui mi ha fatto le casette volanti? Glielo ho anche fatto notare, ma lui niente, le voleva proprio cosi’!

Sorrideva, ma si vedeva benissimo che le dava fastidio. Probabilmente le era costato appendere quel disegno. Era come una nota stonata dal suo punto di vista.

Mi sono limitata a dirle che mi sembrava perfettamente normale e che l’unica cosa insolita semmai, era il fatto che tutti gli altri fossero identici.

Trovo sempre questa cosa nelle maestre, se un bambino fa qualcosa di diverso dagli altri vanno in crisi. Eppure io vedo che con me non fanno cosi’ i bambini. Anch’io faccio fare a tutti lo stesso lavoro, ma non ne ho mai ottenuti due uguali. Per me la sorpresa, il tocco di genio improvviso, magari del ragazzino da cui meno te lo aspetteresti, e’ la parte piu’ esaltante del mio lavoro. Certo devi creare le condizioni giuste affinche’ questo succeda ed e’ li’ che sta la fatica vera.

lunedì 17 dicembre 2012

impossibile capire

E’ successo solo venerdi, ma a voi dall’altra parte del mondo forse sembrera’ passato un sacco di tempo. A voi forse sembrera’ la solita strage americana senza senso che vi ha fatto commuovere giusto un attimo prima di tornare alle cose di tutti i giorni. Come se fosse successo su un’altro pianeta, come se non avesse nulla a che vedere con voi e forse non ce l’ha davvero.

A me invece, la strage di Newtown sembra orribilmente reale, vicina. Lavoro in una scuola elementare proprio come quella li’ e anche mio figlio viene tutti i giorni a scuola con me. E’ impossibile non pensare che potevamo esserci noi. Tornare a scuola domani, non sara’ una passeggiata. Ci dicono di essere pronti alle domande piu’ difficili e di essere rassicuranti, ma a noi insegnanti, genitori, cittadini, chi ci rassicura? C’e’ poco da stare tranquilli, oramai queste cose succedono di continuo.

Quella sera mi sono addormentata sul divano ascoltando alla Cnn i vari servizi sull’accaduto. Ho visto giornalisti normalmente pacatissimi perdere completamente la calma. C’e’ gente che riesce a dire in faccia ai parenti delle vittime che la soluzione e’ armarsi ancora di piu’. Verso mezzanotte mi sono svegliata di soprassalto e prima di rendermene conto mi sono ritrovata a svegliare Mr. Johnson chiedendo dov’e’ il piccolo Joe? E’ un miracolo che non gli sia venuto un infarto, poverino.

L’ansia, la paura, il chiedersi…ma io cosa farei?

Una volta anni fa, a scuola fecero partire il protocollo di emergenza. Qualcuno telefono’ in classe dicendo una stupida parola d’ordine. Qualcosa tipo le papere nuotano nel lago, non ricordo bene. E rimanemmo tutti chiusi nelle nostre classi al buio, con i bambini seduti per terra per un bel po’, tipo un’oretta credo. Fu molto difficile. Sia tenere i bambini fermi cosi’ a lungo, sia non fargli capire cosa stava succedendo e sia aspettare cosi’ tanto senza sapere assolutamente nulla.

Noi fummo fortunati. Si trattava solo di un genitore un po’ contrariato diciamo e a me la gestione di tutto quell’evento sembro’ eccessiva. Ora, alla luce di quello che e’ successo in Connecticut, penso che le precauzioni non siano mai abbastanza in questi casi.

Questa cosa che e’ successa ci ha toccato moltissimo qui. Una mia amica che mi chiama apposta per parlarne, le lacrime di un genitore qualsiasi e quelle di Obama che dice 'nothing can fill the space of a lost child'.

Pero’ la mattina successiva sono andata in un negozio di articoli sportivi e sono rimasta basita nel vedere all’entrata una sorta di arsenale di armi giocattolo perfettamente realistiche. Dentro, l’unico reparto preso d’assalto dai clienti era quello dove vendevano le armi. Pistole, fucili, coltelli, qualunque cosa.

La gente non e’ riuscita a lasciare perdere, a sentirsi un minimo disgustata dalle armi nemmeno il giorno dopo una strage del genere.

La settimana scorsa una mia carissima amica e’ andata a trovare la famiglia in un altro stato. Al ritorno mi ha fatto vedere le foto di un incredibile set di armi comprato su internet da suo padre. Perfettamente legale, ma ecco, suo padre beve e tanto. Si sveglia la mattina e comincia a bere, in una settimana l’ha dovuto portare a letto a spalla piu’ di una volta e probabilmente stava cercando di non esagerare vista l’occasione speciale. Cosa se ne fara’ di tutte quelle armi?

Ma si, e’ solo l’ennesimo pazzo esaltato armato fino ai denti di questo paese.  

 

 

p.s. Continuano i problemi tecnici di Nonsisamai :(

Non ho idea di che cosa stia succedendo, ma ricordate che se non riuscite a entrare o a commentare potete sempre contattarmi su FB. Scusate il disagio.    

venerdì 14 dicembre 2012

il senso della performance

Oggi c’era la prima recita di Natale del piccolo Joe. Ero emozionatissima e anche un po’ preoccupata perche’ sapevo che tutti gli altri bambini sarebbero andati a casa subito dopo e lui sarebbe rimasto da solo per tutto il pomeriggio visto che io avevo ancora da lavorare.

La recita e’ stata divertentissima. Erano talmente buffi tutti quanti, ognuno nel suo mondo. Immaginavo che lui se ne sarebbe stato li’ impalato o che avrebbe fatto finta di cantare come facevo io e invece devo dire che a modo suo la sua parte l’ha fatta (oddio veramente anche quella degli altri…). La maestra dice che ha il ‘senso della performance’, che ridere, di sicuro se ce l’ha non l’ha preso da me. Dopo lo spettacolo, abbiamo pranzato tutti insieme e gli hanno regalato un piccolo salvadanaio a forma di maialino (lo sponsor credo…). Poi siamo usciti fuori a giocare in giardino finche’, approfittando di un momento di sua distrazione, sono riuscita a svicololare fuori. Il problema e’ che all’ultimo momento mi ha visto uscire e ha cominciato a piangere e a urlare, una tragedia che e’ proseguita per un bel po’. Immaginate che tortura sentirlo e non poter fare nulla. Non appena ho finito la prima lezione, sono corsa a controllare come stesse.

Dormiva lui. Abbracciato al suo salvadanaio.

La maestra mi ha raccontato che era inconsolabile, erano tutti preoccupatissimi perche’ non piange davvero mai e poi e’ il piu’ piccolo della scuola e si sentono tutti un po’ piu’ protettivi nei suoi confronti. Una collega ha perfino proposto di portarmelo in classe mentre facevo lezione, idea folle quanto disperata. Poi qualcuno ha realizzato una cosa fondamentale, che non stava dicendo ‘mommy mommy’, stava dicendo ‘my piggy my piggy”.

Non voleva me, voleva il maiale!

Cioe’ lui non era disperato perche’ la mamma se ne era andata e anche tutti i suoi amici e rimaneva da solo, no. Lui era triste perche’ pensava che fossi andata a giocare con il suo maiale.

Dopo di che’ sono stata lo zimbello della scuola per tutto il pomeriggio.

- Non preoccuparti per Joe, voleva il maiale!

- Tranquilla, Joe non voleva te!

- Ma ti hanno detto che ridere…Joe piangeva per il maiale! Hilarious!

- Hai saputo del maiale? La segretaria voleva proprio essere sicura che te lo raccontassero…

Mio figlio preferisce un maiale di plastica a me, fantastico. E io che mi illudevo che la fase di adorazione della madre durasse ancora qualche annetto.

 

 

 

p.s. Nonsisamai ha un po’ di problemi tecnici in questo periodo e questo e’ il motivo per cui e’ stato chiuso per qualche ora. Non e’ ancora tutto risolto, ma siamo qui. Se doveste ancora trovare ancora chiuso nei prossimi giorni, potete scrivermi (nonsisamai.nonsisamai@gmail.com) o venire a trovarmi qui.

Buon fine settimana!

giovedì 13 dicembre 2012

la erre moscia

Avete mai sentito un bambino di lingua inglese che non sa pronunciare la ‘erre’?

E’ molto carino, esattamente come in italiano.

Pero’ notavo che non ho mai conosciuto adulti con questo difetto di pronuncia.

Allora mi e’ stato spiegato che la ‘erre moscia’ negli adulti e’ sinonimo di "poverta’ e ignoranza" (!) e che appena viene fuori che un bambino ha questa difficolta’ di pronuncia viene spedito dal logopedista a risolvere tutto prima che smetta di fare tenerezza.

Ecco, io conosco moltissime persone con la cosiddetta ‘erre’ alla francese in Italia. Con diverse ci sono andata a scuola, ma non ho mai visto nessuno preoccuparsene piu’ di tanto, anzi ho sempre sentito dire che era una specie di segno di nobilta’ o qualcosa del genere.

Insomma, mi ha colpito questa cosa. La societa’ giudica qui e li’ lo stesso identico fenomeno in maniera diametralmente opposta, non succede spesso.

mercoledì 12 dicembre 2012

non sgomitiamoci addosso

Qualche giorno fa siamo stati alla festa di Natale dell’azienda in cui lavora Mr. Johnson. Quest’anno hanno fatto davvero le cose in grande, insomma sembrava una vera festa, non come quelle tristissime della mia scuola. Per di piu’ alcuni colleghi oramai sono anche amici quindi si stava passando una bella serata. Sul piu’ bello, pero’ arriva questa tipa arrogantissima in minigonna, prende il microfono e comincia a intimare a tutti di smettere subito di giocare (c’era un casino’ con dollari con la faccia del capo, croupier professionisti…magari questa ve la racconto un’altra volta).

Non l’avevo mai vista in vita mia, ma a me una cosi’ istantaneamente sta sulle scatole. Tra l’altro mi ricordava tantissimo una simpatica compagna di universita’ che faceva tanto l’amica e poi mi diceva i giorni degli esami sbagliati per vedere se ci cascavo.

Comunque, ci chiedeva di fare una pausa perche’ doveva parlare il presidente che dopo un bel discorsetto, ha  assegnato una serie di premi ai migliori dipendenti dell’anno votati dagli stessi colleghi e fra questi la tizia sgambata, che e’ stata nominata addirittura impiegata dell’anno.

Vi confesso che a un certo punto con quel tanto di acidita’ femminile che basta, mi sono proprio chiesta ma com’e’ che sono sempre queste sgomitone a far carriera?

Questa in un paio d’anni e’ diventata vicepresidente mica pizza e fichi.

Pero’ diamine se e’ stata votata dai colleghi non sara’ cosi’ stronza, no?

Ecco, e’ venuto fuori che ha avuto un bambino piu’ o meno quando ce l’ho avuto io, due anni fa, ma e’ tornata al lavoro a tempo pieno giusto poche settimane dopo. Lavora fino a tardi tutti le sere e fa trasferte anche di quattro o cinque giorni alla volta. E’ per questo che i suoi stessi colleghi l’hanno votata, perche’ se lo merita, non perche’ e’ simpatica.

Infatti, non sembra per niente simpatica.

martedì 11 dicembre 2012

la dimensione insondabile*

Conosco qualcuno a Milano che si impegna molto per far conoscere la cultura del popolo Rom. Organizza delle manifestazioni molto belle e credo che in questi anni abbia davvero dato un contributo alla possibilita’ di un loro sdoganamento futuro, se cosi’ si puo’ dire.

Mi e’ rimasto impresso un’aneddoto che mi racconto’ una volta. Era una delle prime volte che si incontrava con i rappresentanti del campo. Andarono in un locale, se non ricordo male, a bere qualcosa. Tutto stava procedento per il meglio quando la sua amica si accorse che le mancava il portafoglio dalla borsa. Una situazione surreale: ti fai in quattro per dimostrare che non sono come ‘la gente’ pensa che siano e te la fanno sotto il naso cosi’? Infatti, la spiegazione era un’altra e loro non c’entravano nulla, ma me lo raccontava per farmi capire quanto fosse stato difficile perfino per lei superare il pregiudizio. Poi cerco’ di spiegarmi un po’ come vivono. Ricordo vagamente che mi parlo’ di tante tradizioni interessanti, ma il suo discorso era comunque pieno di ‘per noi e’ impossibile capire’, e devo dire che non mi soddisfo’ a pieno. Mi sembrava affascinata da loro, ma ancora molto lontana sia dal capirli che dal farli capire a chi non li conosceva direttamente.

Allora lei era solo all’inizio ma immagino che in tutti questi anni abbia riempito quei buchi almeno in parte e che sarebbe capace di spiegarmi un po’ meglio ora. Ho ripensato a lei perche’ mi piacerebbe farle alcune domande.

Al supermercato, qualche giorno fa, ho visto una cosa che non avevo mai visto prima qui: un’intera famiglia, madre, padre e tre bambini che chiedevano l’elemosina davanti all’ingresso.

Il fatto di non vedere praticamente mai un povero da queste parti ti crea dei forti scompensi quando ne incontri uno. Poi, un’intera famiglia cosi’ e quel povero bimbo nel passeggino, ancora piu’ piccolo del mio…avrei voluto andar li’ e chiedere cosa fosse successo, immaginando un tornado, una malattia, una qualunque catastrofe.

Quello che ho fatto e’ stato invece entrare nel supermercato e fargli una spesa, riso, scatolette, biscotti per i bambini, cose cosi’.

Quando sono uscita dal supermercato se n’erano gia’ andati. Ma poi li ho visti, li ho rincorsi e gli ho dato le buste. Parlavano spagnolo, ma piu’ che altro non parlavano. La madre, specialmente, mi ha guardato davvero con una sorta di odio che non ho capito. E io che cercavo di comunicare nella loro lingua, avrei voluto darle un po’ di cose per il bimbo eventualmente, ma nulla, avendo davanti quel gelo ho lascialo perdere.

Mi sono un po’ informata e dice che quelle persone di fatto in quel parcheggio quasi ci vivono. Fanno l’elemosina ‘di lavoro’, sono gipsy, in pratica zingari (si puo’ dire o e’ offensivo?).

Non lo sapevo, ma ci sono ovunque non solo nell’Europa dell’Est. E’ venuto fuori che una nostra amica di Fort Worth vive in un quartiere dove ci sono gli zingari irlandesi ad esempio e io non ne avevo davvero mai sentito parlare, ma quello che mi rimane addosso e’ quel brutto sguardo. Quanto mi piacerebbe capire.

 

* citazione

lunedì 10 dicembre 2012

alcuni malintesi sono meglio di altri

Qualche giorno fa il piccolo Joe ha giocato con i bambini delle vicine. Ogni volta che li vede fuori mi trascina da loro, si divertono un mondo tutti e tre. E noi mamme si sta li’ un po’, si fanno quattro chiacchere e cosi’ senza pensarci li ho invitati alla sua festa di compleanno.

A cena racconto a Mr. Johnson che li ho invitati, ma che mi ricordo solo il nome dei bambini, lui nemmeno quelli. Quando gli dico il nome della bambina, fa un salto dalla sedia:

- Ma e’ razzista!

- Ma figurati!

- Lo so, neanche a me sembrano razziste, ma chi altro chiamerebbe la figlia Ivory?

Da li’ nasce una discussione infinita. A me quel nome non dice nulla e loro non mi sembrano assolutamente razziste. Lui insiste che chiamare una bambina bianca Ivory e’ quantomeno ambiguo. Chiedo a una serie di amici americani e ognuno ha la sua opinione, ma sono tutti piu’ o meno d’accordo con lui sull’ambiguita’. La poverina dovra’ vivere con queste discussioni per il resto della vita. Dice un nostro amico che conosce un ragazzo di colore che si chiama cosi’ e a me viene spontaneo immaginare un omaccione che si chiama qualcosa tipo Chiara, anche se non so se il paragone sia proprio calzante.

C’e’ una persona con cui la discussione si fa davvero appassionante e si sposta su una moltitudine di altri livelli come spesso succede in questi casi. Un nome e’ una questione delicata.

Dico a questo amico, quasi vergognandomi di doverlo specificare…

- Ma per te cambia qualcosa il fatto che si tratti di una coppia di donne?

- Assolutamente no. Dimentichi che il razzismo e’ spesso latente proprio nelle persone che si percepiscono come suscettibili di discriminazione, basti pensare ai cristiani radicali per esempio....

- Ma hanno anche un figlio con la sindrome di down, con questo fanno due possibili enormi fonti di discriminazione nella stessa famiglia, come fanno a essere razziste proprio loro? Mi spiace, ma non me lo spiego…

- Il razzismo latente e’ fuori controllo in questo paese, me ne sono accorto durante le elezioni. Nel posto in cui sono cresciuto ogni sorta di fanatismo era assolutamente inaccettabile. Nessuno si sarebbe mai definito ‘razzista’, ma il 99% della nostra cultura era bianco, in altre parole: era semplice. Ora invece, con la tecnologia che ci avvicina sempre di piu’, cominciano a vedersi i ‘veri colori’ delle persone. Quindi, queste persone sono razziste? Se glielo chiedi ti diranno sicuramente di no, ma osservali un po’ piu’ da vicino…    

Finalmente arriva il giorno della festa e soprattutto la possibilita’ di parlare un po’ meglio.

NON CI POSSO CREDERE.

La bambina si chiama Avery non Ivory!

Confesso il malinteso ai miei amici e ci facciamo una gran risata. Il mio inglese, dopo sei anni, continua a essere un’inesauribile fonte di imbarazzo, ma non me la prendo, in fondo sono un po’ svampita anche in italiano e poi ho imparato tante cose, e’ stato un buon malinteso dai.

giovedì 6 dicembre 2012

la say yes

E’ un po’ triste, ma da quando sono diventata madre, le madri mi piacciono un po’ meno. Non tutte per carita’…ma le mammine, quelle nuove nella professione e gia’ desiderose di condividere la loro illuminante saggezza con il mondo, quelle che sanno tutto in un campo in cui nessuno sa quasi niente…che esseri vanagloriosi e irritanti.

Recentemente, ho scoperto che non sono tutte uguali.

Ogni tipologia ha una fissazione precisa: il cibo biologico, l’allattamento fino alla maggiore eta’, l’idiosincrasia per i vaccini, chi piu’ ne ha piu’ ne metta e alla peggio anche tutte la variabili allo stesso tempo. E non sarebbe un problema se potessero evitare di ricoprire di fango chi non condivide le stesse convinzioni.

Pero’ qui secondo me c’e’ un particolare tipo di mammina che va di moda, quella che lascia fare, quella che io chiamo ‘say yes’.

Questo tipo di mammina e’ convinta che il figlio sopravvivera', a tutto, sempre, che andra’ sempre tutto bene. Ci sono interi siti e community online di gente che si esalta a far fare ai figli le cose piu’ pericolose (giocare vicino al fuoco, giocare con oggetti piccolissimi o animali selvatici, arrampicarsi sulle rocce, giocare nell’acqua ghiacciata d’inverno, sdraiarsi per strada, si’ anche questo e molto altro).   

Oggi c’era una di queste mammine che se ne stava beata a chiaccherare con le amiche mentre il figlio di si e no un anno se ne andava in giro da solo dall’altra parte del parco. E’ passato talmente tanto tempo che pian pianino e’ riuscito ad arrampicarsi sui giochi dei grandi che nel frattempo gli saltavano sulla testa come se fosse un bambolotto, senza rendersi conto che avrebbero potuto fargli male. Ho cercato di farmi gli affari miei, ma quando ho visto che la cosa si faceva pericolosa (tempo fa il piccolo Joe e’ semplicemente volato da un’altezza simile e non si e’ divertito per niente…) sono corsa ad avvertirla.

- He’s fine.

Sta bene, si per adesso e prego figurati non c’e’ bisogno che mi ringrazi.

Mi chiedo se questo approccio sia arrivato anche in Italia. Da una parte e’ affascinante. Mi piace l’idea che i bambini non assorbano le ansie dei genitori, che facciano piu’ esperienze possibili, ma se portato all’estremo come ogni tanto vedo qui, mi sembra assurdo. E’ vero che lo diceva anche Gandhi che un genitore saggio ogni tanto lascia che i figli si brucino le dita, ma insomma tante volte anche una piccola azione dimostrativa e’ sufficiente a imparare la lezione.

 

 

[Il post in teoria era finito, ma mentre scrivevo Mr. Johnson scattava questa IMAG0430foto di quello che lui definisce il mio capolavoro. Va bene, tutti facciamo cose potenzialmente pericolose, ma un conto e’ una mamma un po’ svampita che mette via la spesa ‘in maniera creativa’ diciamo, un’altra e’ testare di proposito la durezza della capoccia del suddetto. O no?

Sapete che cos’altro ho scoperto da quando sono diventata mamma e soprattutto negli ultimi mesi? Che e’ molto piu’ facile dire si che dire no, la chiave potrebbe essere anche tutta qui].  

mercoledì 5 dicembre 2012

il rosso e il blu

- Ma anche con te dice ‘blu’ quando gli fai vedere il rosso?

- Si, sempre. Magari e’ daltonico.

- Oddio.

- Ci sono cose peggiori.

- Ma non e’ ereditario?

- Boh.

- Nella mia famiglia non c’e’ nessun daltonico.

- Nemmeno nella mia.

- Ma se non e’ daltonico allora perche’ fa cosi’? Mi sta facendo diventare matta con questa storia. Sa tutti i colori, tutti, sa anche il marrone… il marrone e’ piu’ difficile del rosso o no? Il rosso e’ proprio una stupidata, lo sanno tutti il rosso, per di piu’ gli sto facendo un testone da quando e’ nato con i colori primari…ma allora perche’ lo chiama ‘blu’? Non ha senso…

- Secondo me ha capito che ti da’ fastidio e si diverte un sacco a darti noia. Dai si vede che gli piace quando ti arrabbi…magari anche quello e’ ereditario, anche se non riesco proprio a capire da chi possa aver preso…

martedì 4 dicembre 2012

costruire i ricordi

C’e’ un’espressione che si usa molto qui e che mi piace particolarmente: costruire ricordi, to make memories. Che fai? Sto costruendo dei ricordi. Perfetto. E’ un’espressione che mi sento cucita addosso. Forse e’ che pensare al presente in termini di ricordo e’ una cosa che un po’ ho sempre fatto. Non so quante volte al giorno, mi fermo un attimo e mi concentro: questa cosa devo proprio DSC04891 (2)fissarla nella memoria. Devo dire che la presenza del piccolo Joe ha accentuato questo lato del mio carattere, lui mi ricorda continuamente di assaporare ogni minuto perche’ il tempo, come nient’altro, vola, lo vedo su di lui quanto. Quindi, in questi giorni piu’ che mai stiamo costruendo un sacco di ricordi, splendidi ricordi. Prima il Natale era una ricorrenza fra le altre ora che c’e’ lui invece e’ completamente diverso perche’ e’ vero che il Natale e’ dei bambini, della loro frenesia e della loro immaginazione, ti contagiano loro altrimenti tutto questo agitarsi generale non avrebbe molto senso. La prima volta che ha aperto la scatola delle decorazioni, il modo in cui guarda le lucine…ancora non capisce bene il senso del tutto, ma sa che sta succedendo qualcosa di diverso.
Mia madre comprava sempre il calendario dell’Avvento quando ero piccola, quello in cui apri le finestrelle e mangi il cioccolatino, ma era sempre un po’ deludente perche’ quel cioccolatino non mi piaceva. Allora quest’anno ho deciso di costruire un calendario dell’Avvento un po’ diverso per il piccolo Joe. Ho appeso ventitre’ sacchetti vicino alla finestra e dentro ci ho messo dei piccolissimi regalini, piu’ che altro cose che gli avrei comprato o fatto lo stesso, ma travestite un po’ giusto per creare un momento speciale alla fine della giornata. Lui mi ha aiutato a decorarlo, ci siamo molto divertiti, ma la cosa buffa e’ che sabato mattina non appena lo abbiamo finito, nella posta abbiamo trovato insieme ai regali di Natale mandati dall’Italia, il buon vecchio calendario dell’avvento con i cioccolatini, quello che non mi piaceva. E’ stata una bella coincidenza, ha rievocato tantissimi bei ricordi. Cosi’ ora abbiamo due calendari, quello vecchio e quello  nuovo, ma la vera sorpresa e’ stata scoprire che quando e’ arrivata l’ora di aprire il primo pacchettino, il piccolo Joe non era per niente interessato. Non ci potevo credere, ma era molto piu’ preso dal suo solito vecchio gioco lui che da tutti quei pacchettini rossi.
E’ una cosa che mi spiego pensando che probabilmente e’ ancora in quella fase meravigliosa in cui conta di piu’ il processo del risultato. Forse il regalo, anche per lui e non solo per me, e’ stato fare qualcosa insieme alla sua mamma, salire sulla sedia senza essere sgridato, sentirsi grande.
Insomma, un altro ricordo costruito e pronto da scartare all’evenienza.

[Se volete vedere il caledario, c’e’ un piccolo album natalizio qui, che aggiornero’ ancora fino a Natale]

lunedì 3 dicembre 2012

cosa fare in caso di tornado

Ogni tanto qui mi chiedono:

- Ma in Italia ci sono i tornado?

E io dico di no e poi allora mi richiedono:

- …E i serpenti velenosi? E I ragni velenosi? E gli uragani? E gli orsetti lavatori rabbiosi? E le puzzole? E le formiche del fuoco?…

Io continuo a rispondere di no e puntualmente dicono qualcosa tipo:

- Ah! L’Italia e’ proprio un paradiso, ma cosa ci fai qui? 

E io sono un po’ contenta che pensino che venga dal paradiso e glielo lascio anche credere.

Poi l’altro giorno mi sono imbattuta in questo e ho capito di aver sempre sbagliato risposta. Quello che hanno ripreso a Taranto sembra proprio un tornado come quelli che ci sono qui e l’idea di un’intera classe di ragazzini che lo guarda dalla finestra insieme alla professoressa, mi fa venire il mal di stomaco dall’ansia.

Evidentemente e’ un fenomeno talmente raro che non si sa come comportarsi, mentre qui siamo molto piu’ preparati. A costo di sembrarvi esagerata, vi dico che se fosse successo qui, io al posto loro mi sarei chiusa in bagno con in testa un bel materasso o qualcosa. Insomma, non si sottovalutano i tornado. La tromba d’aria e’ un po’ d’aria che vuoi che sia, ma un tornado e’ un ventaccio carico di distruzione, roba che vola, roba che esplode, un disastro.

Mai stare vicino alle finestre quando succede una cosa del genere!

venerdì 30 novembre 2012

il suo nome e’ magic

Questa settimana oltre a fare il mio lavoro ho sostituito l’insegnante di spagnolo. Ho lavorato tutti i giorni tutto il giorno, il piccolo Joe, come ogni volta che ci sono dei cambiamenti, non ha dormito per niente bene e il risultato e’ che sono distrutta, stanchissima, sto per stramazzare.

Stamattina, mi sono svegliata con gli occhi gonfi come quando piangi prima di dormire. A un certo punto, mi osservavo allo specchio per cercare di ricordarmi perche’ avevo pianto, ma… non avevo pianto, avevo solo un sonno indescrivibile.

Ad ogni modo, in queste condizioni, arrivo a scuola. Accompagno il piccolo Joe in classe e la maestra mi fa:

- Guarda abbiamo una nuova bambina, Magic.

- In che senso?

- Quella bambina li’ ha cominciato oggi, Magic.

- Come hai detto che si chiama scusa?

- Magic.

- M - A - G - I - C?

- Si.

Mi guarda come se avessi detto qualcosa di strano. Mi giustifico.

- Scusa, forse e’ che sono straniera e non ho mai sentito un nome simile…

Tra l’altro la bambina sembrava proprio magica, tipo una fatina o qualcosa del genere. Per un attimo ho avuto il dubbio di stare ancora sognando.

Allora sono andata a prendere un caffe’ con una nuova amica dallasiana che qualche mese fa ebbe la bizzarra idea di gugolare ‘mucca chianina’ e per qualche imperscutabile motivo fu catapultata proprio su queste pagine.

Lei da Dallas sta per trasferirsi in Italia, mentre io ho fatto il percorso inverso, diciamo che abbiamo un po’ di cose in comune.

Comunque sia le racconto la storia di Magic, giusto per capire da una madrelingua se sia un nome vero o cosa. Qui in realta’ c’e’ un sacco di gente che se li inventa di sana pianta i nomi, ma no, mi diceva, l’unico Magic che abbia mai sentito e’ il giocatore di Basket, Magic Johnson, ma era solo un soprannome, no? Chissa’ che accidente gli passava in testa ai genitori, ci diciamo.

Dopo un po’ mi fa:

- Sai che mia sorella lavorava proprio in questo Starbucks? E’ la piu’ piccola. Dopo due femmine i miei si erano autoconvinti che avrebbero avuto un maschio e…

Un brivido mi ha percorso la schiena come ogni volta che capisco di aver appena detto la cosa sbagliata e si’, e’ andata proprio come temevo.

- …le hanno lasciato il nome da maschio che avevano scelto, Houston.

Si’, Houston, come la citta’, perche’ c’e’ una sacco di gente che i nomi…

giovedì 29 novembre 2012

sul giornale della domenica

Ogni tanto, quando sono di fretta in classe, do ai bambini dei fogli di giornale da mettere sotto a quello che stanno facendo per non sporcare troppo il tavolo. Di solito si tratta sempre del giornale della domenica, l’unico che qui qualcuno ancora compra perche’ e’ pieno di offerte e omaggi. Allora. Il mese scorso, una bambina a cui era appena morto il padre e’ incappata nel suo elogio funebre e stamattina questo.
‘All the shooting essentials you need’, compresa la pistola rosa per le ragazze romantiche e una serie di fantastici bersagli a forma di zombie. Mai piu’ senza. Il tutto ovviamente pubblicizzato accanto a vari articoli per bambini, giusto per abituarli bene a questo tipo di immagini fin da piccoli.
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L’ho lasciato sul tavolo di proposito per vedere cosa succedeva e nessun bambino lo ha notato. Del resto, la settimana scorsa una bambina di prima mi raccontava tutta orgogliosa che nel loro ranch il padre spara anche ai serpenti, non credo si impressionino per cosi’ poco.
Visto che il tavolo si insudicia regolarmente lo stesso, forse dovrei lasciare perdere i giornali.

mercoledì 28 novembre 2012

i primi tempi

Mi e’ tornato in mente che all’inizio il tipo di cui vi raccontavo ieri non mi stava particolarmente simpatico. Lui e’ il migliore amico di Mr. Johnson da tempi immemorabili, e’ perfino venuto al nostro matrimonio in Italia. Ogni volta che abbiamo avuto bisogno di qualcosa e’ sempre stato presente. Una volta si e’ fatto quattro ore di strada per aiutarci a far passare un divano da una porta, un vero amico insomma, ma all’inizio io non lo capivo, non capivo quello che diceva, e non era solo questo. Lui scherza sempre e non c’e’ cosa piu’ frustrante per una persona che non parla bene una lingua di non capire perche’ gli altri ridono. Non sai mai che faccia fare, se ti hanno offeso… e’ imbarazzante. Ricordo un’infinita’ di serate cosi’, passate ad abbozzare, a cercare di capire cosa succedeva, a non sentirmi me stessa, a non riuscire a esprimermi, a un certo punto a rinunciare a esprimermi, mentre percepivo che invece avrei potuto starci bene con quelle persone perche’ in fondo avevamo una miriade di cose in comune.

Pensavo oggi che obiettivamente i primi tempi qui, sono stati duri, che una conversazione su argomenti profondi e difficili come quelli di cui vi accennavo ieri, la potevo solo sognare, ma io non li ricordo cosi’ quei momenti. E anche tornando a rileggere quello che scrivevo allora, non sembra che me la passassi poi tanto male, anzi. Forse e’ solo che ero davvero convinta della mia scelta e vedevo tutto con gli occhi della novita’, ero disponibile nei confronti della vita. Insomma, l’entusiasmo fa la differenza.

A volte succede che esperienze che tranquillamente potrebbero abbatterti (come un trasloco transoceanico ad esempio…) ti fanno un baffo e altre che sulla carta dovrebbero essere un bel po’ piu’ semplici, ti colgono di sorpresa e ti fanno stramazzare al suolo perche’ quando sei convinto di una cosa per quanto difficile possa essere e la vuoi fare veramente, non ti ferma nessuno, quando invece non te la sei cercata.... 

Come dicono le giovani marmotte be prepared.

martedì 27 novembre 2012

due modi di essere di sinistra

L’altro giorno parlavo con un mio amico americano di politica. Lui nella vita fa altro, non se ne occupa direttamente per ora, pero’ e’ da sempre una delle sue passioni. Ne parlavamo tra l’altro perche’ ultimamente ha avuto un po’ di grane con i suoi amici su Facebook: alcuni hanno cominciato a lamentarsi dei suoi post a sfondo politico e lui a un certo punto, sotto elezioni, ha deciso di cominciare ogni post con un disclaimer ‘questo e’ un post politico’ oppure ‘questo non e’ un post politico’ cosi’ le persone sapevano a cosa andavano incontro continuando a leggere. Gli dicevo piu’ o meno che mi sembrava una stupidata e che se fossi stata in lui suppongo che o avrei continuato a scrivere le mie cose incurante dei commenti negativi o avrei direttamente scancellato (unfriend) quei cosiddetti amici che mi importunavano. Non mi sembra giusto lamentarsi perche’ qualcuno esprime un’idea diversa dalla propria oppure semplicemente perche’ ha voglia di parlare di un argomento che a me non piace.

Lui mi ha risposto che invece scrive quei post politici proprio per arrivare a quelle persone apparentemente ottuse, che per lui non c’e’ soddisfazione piu’ grande che discutere con quelli che la pensano in modo diverso dal suo. Che in fondo li deve ringraziare perche’ sono proprio loro a costringerlo ad argomentare, a informarsi, ad andare a fondo delle cose, non quelli che sono gia’ dalla sua parte.

Come dargli torto?

Vi confesso che mi piacerebbe essere come lui, ma non lo sono. Non credo nemmeno di averceli degli amici che la pensano in modo cosi’ diverso dal mio. Amo discutere, ma fino a un certo punto. Se una persona ha delle idee davvero lontane dalle mie, mi avvilisco. Anzi, piu’ che avvilirmi mi innervosisco. Non riuscirei mai a discutere pacatamente come fa lui con un razzista o un omofobo ad esempio. Eppure e’ cosi’ che si fa politica, confrontandosi, cercando di portare l’altro dalla tua parte senza giudicarlo.

Ecco c’e’ una mia conoscente italiana che oggi ha scritto sempre su Facebook un post riguardante le primarie del Centrosinistra. Questa persona ha la mia eta’, ma si occupa da molti anni di politica. Esordisce affermarndo che fa uno strappo alla regola perche’ non scrive mai su Facebook, come se fosse una cosa imbarazzante da cui prendere le distanze e finisce la sua riflessione (che tra l’altro trovo condivisibile almeno in parte) con questa frase:

“Chiediamocelo, elettori di sinistra (quelli di destra che hanno votato per Renzi non mi interessano...)...”

Ma come non ti interessano? Mi veniva da dirle.

Vedete quanto e’ diverso l’approccio? E lo dico facendo tutta l’autocritica del caso. Usiamo un mezzo di comunicazione, ma non fino in fondo per non confonderci nella massa. Facciamo una riflessione, ma ci rivolgiamo solo ai nostri. Questo approccio, tipico della sinistra italiana, direi piu’ o meno tutta, trasuda senso di superiorita’ da tutti i pori. In questo modo non si va da nessuna parte, ci tocca cambiare, parlare a tutti, per forza.

domenica 25 novembre 2012

sempre ‘avanti’ lui

Vado a prenderlo in palestra e mi accorgo che bisogna cambiarlo.
- Ma non gli stai insegnando a usare il bagno?
- Beh, non ancora, non credo sia pronto, non ha nemmeno due anni…
- I miei figli hanno imparato tutti e due a usare il bagno da soli a un anno, basta insegnarglielo!
- Ah davvero, che bravi…e come glielo hai insegnato?
- Gliela facevo fare sotto un albero, loro pensavano che fosse divertente e hanno imparato a capire quando gli scappava.
- Il mio a un anno non camminava nemmeno.
- Guarda che non e’ mai troppo presto. Ad esempio, una mia amica l’ha insegnato alla figlia di sei mesi. A un anno e mezzo sapeva andare al bagno, le lettere dell’alfabeto e anche i numeri! Si puo’ fare, basta provarci!
Sono andata via, molto perplessa.
Le mie ipotesi sono due:
1. Le madri che fanno cosi’, e sono tante, per qualche strano motivo, cercano di farti sentire inadeguata. Stupido, io non ci gioco a questa roba qui. 
2. Sono cose successe talmente tanto tempo fa che oramai sono entrate nel mito. Aveva un anno o due? Due o tre? Le date si mischiano e si fa confusione. Perche’ su, lo so che ci sono madri che insistono che il figlio a sei mesi capiva quando era il momento, non e’ certo un caso isolato, ma io non ci credo. A sei mesi non sanno parlare, come fanno a farti capire che devono fare la pipi’?
E poi comunque, sapete che vi dico? Anche se fosse possibile, io i pannolini a mio figlio glieli voglio cambiare, e insomma. Fa parte dell’essere bambino, oltre che dell’essere genitore, non e’ l’aspetto piu’ divertente, ma cos’e’ tutta questa fretta di crescere?
Gli stimoli al piccolo Joe vengono dati in continuazione, facciamo mille attivita’ (ved. FB), gli spieghiamo le cose, ma vogliamo che nel limite del possibile, segua i suoi ritmi, l’importante e’ che sia sereno.
E infatti mio figlio e’ gia’ ‘avanti’ rispetto ai suoi coetanei. Stamattina, per esempio, contava in due lingue.
One, two, four, sei, otto….

giovedì 22 novembre 2012

il giorno del ringraziamento

E’ mezzanotte e sto aspettando di tirare i biscotti fuori dal forno. Domani e’ il giorno del ringraziamento e il cibo del IMAG0140giorno del ringraziamento e’ importantissimo. Ci sono tutta una serie di piatti che vengono preparati da generazioni. Ogni famiglia ha le sue tradizioni. Chiedo sempre se posso portare qualcosa, ma mi dicono sempre di non preoccuparmi. Ognuno ha i suoi compiti e io ancora non ne ho uno mio, forse anche perche’ il giorno del ringraziamento non e’ una mia tradizione in fondo. Ad ogni modo, quest’anno ho deciso di contribuire lo stesso con questi biscotti.  Sono molto stupita dal fatto che assomiglino in maniera impressionante alla foto della ricetta. Vuoi vedere che stavolta mi sono venuti? Non ci posso credere, sicuramente avro’ messo il sale al posto dello zucchero. Quanto invidio le persone che sanno cucinare e ancora di piu’ quelle che si divertono facendolo. Comunque, questa festa mi piace perche’ e’ davvero genuinamente sentita e non implica grandi consumi come tutte le altre. E’ l’unico giorno dell’anno in cui e’ quasi tutto chiuso anche se lo sforzo di non comprare per un’intera giornata per gli americani e’ talmente grande che hanno inventato il Black Friday, dove si azzuffano alle quattro del mattino per un paio di calzettoni in saldo. Ognuno si diverte a modo suo e anch’io spero di divertirmi domani.

Buon giorno del tacchino a tutti. 

mercoledì 21 novembre 2012

qui di treni non ce ne sono molti

Andiamo al parco quasi tutti i giorni e li’ succede quasi sempre qualcosa di interessante.

Innanzitutto, mi diverte molto osservare le varie tipologie di genitori. C’e’ una notevole differenza di approccio fra madri e padri, quando si tratta dell’eta’ dei pargoli ad esempio...

- …Un anno…

- Tredici mesi fra due giorni.

Indovinate chi e’ chi.

Oggi sono stata avvicinata da una mezza pazza, tanto per cambiare. O forse non era completamente pazza, forse aveva solo un disperato bisogno di parlare e in fondo puo’ darsi che anch’io avessi un disperato bisogno di ascoltare o almeno non mi e’ dispiaciuto. Mi ha agganciato chiedendomi se il piccolo Joe fosse il mio unico figlio e non sono per niente sicura che abbia ascoltato la risposta. E’ partita a bomba a raccontarmi il suo piu’ grande dubbio esistenziale.

- Ho trentotto anni, ne faccio un altro oppure no?

L’ho lasciata sfogare un po’ e poi le ho detto molto francamente:

- Senti, sono una completa sconosciuta, e’ la prima volta che parliamo e non so nulla di te, ma se stiamo avendo questa conversazione, ci sara’ un motivo, no?

- […] Se lo raccontassi a mia madre penserebbe che sono pazza a volerne un altro…

Strano come spesso si finisca per aprirsi meglio con degli estranei che con le persone piu’ care, e’ successo anche a me diverse volte, specialmente in treno. Qui di treni non ce ne sono molti.

Le chiedo come si trovi con il figlio che gia’ ha visto che non e’ semplice eventualmente averne due piccoli insieme. Mi risponde:

- Ah, lui e’ un mostro!

- Come?

- E’ un mostro, e’ orribile, e’ un bambino fuori controllo. Non mi fraintendere, lo amo da morire, ma e’ orribile, e’ proprio un mostro.

Mi ha fatto molto ridere il modo in cui lo ha detto. Pero’ in effetti, a me non e’ mai venuta in mente una battuta del genere sul piccolo Joe, mai, nemmeno fra me e me nei momenti peggiori. E’ che lui deve essere proprio un ragazzino simpatico, immagino. Proprio oggi pensavo che prima di conoscerlo, ero convinta che fosse noiosissimo passare una giornata con un bambino della sua eta’, lui invece per me e’ interessante, e’ cool.

Mentre l’ascoltavo pensavo tante cose e dicevo poco. Da un lato mi infastidiva e dall’altro quasi mi affascinava questo suo dare tutto per scontato, questa sua arroganza inconsapevole nel ritenere che si trattasse semplicemente di una sua scelta.

- Se lo faccio, lo faccio fra due mesi, non di piu’.

Con il mio solito fatalismo, ho pensato che magari, non fosse un caso che stesse importunando proprio me, che forse avrei dovuto darle un nuovo spunto di riflessione. Chissa’ magari ero io quello sconosciuto che incontri un giorno per caso e che ti cambia la vita. Va bene, la smetto.

Ad ogni modo, le ho detto una sola cosa, ma con il cuore E’ una cosa che ho fatto fatica, ma che mi e’ capitato di dire in passato a diverse amiche mie coetanee quando mi hanno confessato cose come ‘adesso, va bene cosi’, magari fra un paio d’anni faccio un figlio’. E’ una cosa che, non e’ cosi’ scontata come sembra e che mi sarebbe piaciuto che qualcuno avesse detto a me verso i ventisette anni.

- I bambini non arrivano a comando e anche quando arrivano presto non dobbiamo mai dimenticare quanto sia un privilegio pazzesco e una fortuna che siano arrivati. Insomma chiarisciti le idee e se e’ questo quello che vuoi, non aspettare.

A quel punto mi e’ sembrato quasi che per un secondo le sia balenato qualcosa di nuovo nella testa. Poi ha detto:

- Gia’, ti raccomando senza dubbio di avere un altro figlio.

O almeno cosi’ ho tradotto io letteralmente nella mia testa (‘Yeah, I definitely recommend you to have another child’). Ma allora…avevo appena fatto un bel discorsetto a me stessa? Di chi stavamo parlando?

Poi ha detto ‘ciao, e’ stato bello parlare con te’ e se n’e’ andata con il mostro.

lunedì 19 novembre 2012

una domenica

A un certo punto, alla fine del pranzo in uno di quei ristoranti per vecchietti dove ci porta sempre lei, uno di quelli in cui ti servono il polpettone con il ketchup e la gelatina, ha tirato fuori dalla borsetta una scatolina di quelle dei gioielli. Credo di avere spalancato gli occhi, non ci sono mai grandi colpi di scena con la Nonna Johnson.

Dentro c’era un anello d’oro. Le pietre, tre, erano dello stesso identico colore dei suoi occhi. Ho concluso che di sicuro e’ per questo che il figlio, tantissimi anni fa, penso’ di regalarglielo.

- Ho smesso di usarlo perche’ mi si sono ingrandite le nocche delle mani, ma l’altro giorno me ne sono ricordata all’improvviso. L’ho cercato ovunque e non lo trovavo. E’ stato terribile, non potevo credere di averlo perso. Poi e’ saltato fuori, ho pensato che fosse giusto che lo tenessi tu.

Io assistevo alla scena, aspettando di capire cosa sarebbe successo dopo. Qualcuno ha provato a sdrammatizzare anche, ma una lacrima incurante ha cominciato ad affacciarsi timida da quegli occhi blu e grigi come le pietre dell’anello.

Ho guardato bene, erano proprio lacrime. Me ne sono voluta assicurare perche’ non ho mai visto la Nonna Johnson commuoversi, non e’ proprio il tipo lei. Quando, frugando nel caos della mia borsa, sono riuscita a trovare un fazzoletto di carta, aveva gia’ il naso bagnato. Quel naso importante, quella pelle bianca e fine che per una volta, sembrava di vederci attraverso anche il dolore.

Dopo pranzo gli ha consegnato anche uno scatolone pieno di filmati familiari degli anni Sessanta con un aggeggio a manovella per guardarli e montarli. Sono molto gelosa, non so cosa darei per avere un simile patrimonio di memorie della mia famiglia.

Il bello e’ che pero’, quando giri la manovella e vedi quei visi sgranati in quel piccolo schermo ti emozioni tantissimo lo stesso, anche se non hai idea di chi siano quelle persone buffe che si mettono in posa davanti alla telecamera come se dovessero fare una foto o che riprendono un tramonto di chissa’ quando e chissa’ dove.

Una domenica piena di emozioni e nodi in gola. In qualche modo felice. Gia’.

venerdì 16 novembre 2012

ci rinuncio

Vi ho raccontato diverse volte di quanto le raccolte fondi siano importanti da queste parti. Si raccolgono donazioni sempre, ovunque e per qualunque causa. Ai semafori qui non si vedono poveri che chiedono soldi, ma pompieri, boyscouts e cheerleaders, una cosa ancora stranissima per me, ma solo per me.

Immaginate quante raccolte fondi possano esserci in una scuola privata e ancor di piu’ in una scuola privata e cristiana come quella in cui lavoro io. La settimana scorsa, ad esempio, ho trovato sia la richiesta di un contributo per fare dei regali di Natale ai bambini poveri sia quella di un contributo per supportare l’associazione dei genitori che organizzano attivita’ extrascolastiche per finanziare la scuola (praticamente raccogliere fondi per quelli che raccolgono fondi).

Questa volta, pero’, si sono inventati davvero un’idea originale.

Fare pagare dieci dollari al giorno per comprare il diritto per il proprio figlio di non indossare l’uniforme quel giorno. Cinquanta dollari per l’intera settimana dal lunedi al venerdi, mica bruscoletti, con quello che pagano di retta poi. E non e’ che siano tutti straricchi.

Non mi va nemmeno di spiegare sotto quanti punti di vista mi sembri sbagliata un’idea simile. Quello che davvero mi ha fatto impressione in questi giorni, e’ stato vedere la distinzione che si e’ creata fra i bambini.

Alcuni si sono potuti vestire liberamente (ma molto liberamente, cappellini, occhialetti…giustamente non potendolo fare mai si sono sbizzarriti) e altri no. Quindi tu vedevi a occhio nudo chi aveva sganciato e chi no.

Che bello papa’, hai visto? Basta pagare e puoi fare come ti pare.

Piu’ vado a avanti e piu’ credo che questa storia delle donazioni non la capiro’ mai del tutto.

mercoledì 14 novembre 2012

perche’ la felicita’ dura solo un minuto

Oggi ho chiesto ai miei bambini di quinta di completare una frase (che ai lettori di Nonsisamai suonera’ familiare):

“Noi tendiamo a cercare la felicita’ mentre la felicita’ in realta’ e’…”

Un ragazzino ha scritto ‘tristezza’.

- E’ questo quello che pensi? E’ successo qualcosa che ti rende triste?

E la sua maestra:

- Lascia stare, sta solo facendo lo sciocco (silly).

Ma io ho insistito:

- Perche’ hai scritto che la felicita’ e’ tristezza?

- Perche’ la felicita’ dura solo un minuto.

La maestra ha ripetuto che stava facendo lo sciocco e gli ha fatto cancellare quella parola.

Non voglio sembrare presuntuosa, ma a volte penso che solo la maestra di arte dovrebbe essere ammessa nella classe di arte.

C’e’ tutto il resto della vita giornata per sentirsi frustrati.

martedì 13 novembre 2012

quella vocina

Oggi il piccolo Joe ha passato qualche ora con la babysitter. Lei e’ dolcissima, mamma di due ragazzini, in attesa di un terzo bambino in affidamento, maestra part time in un asilo nido, cosa chiedere di piu’?

Eppure ieri sera, non so perche’ proprio prima di dormire, mi sono improvvisamente ricordata di quella babysitter di New York che la settimana scorsa ha fatto fuori due fratellini.

Che pensiero stupido. Ma… se invece fosse il famoso istinto materno? Quello che non si sbaglia mai? In fondo anche quella li’ di sicuro non avra’ avuto mica la faccia da serial killer, no?

- Senti Mr. Johnson secondo te come si distingue il sesto senso materno dalla paranoia?

- Se sono preoccupato anch’io e’ sesto senso altrimenti e’ paranoia, buonanotte, eh.

Poi ti svegli al mattino e fai quello che devi fare e grazie al cielo non succede proprio nulla. Torni a casa zitta zitta e li trovi sul pavimento che giocano felici e contenti. In effetti, e’ molto probabile fosse paranoia stavolta.

C’e’ questa mia amica che ha sua una frase preferita quando parliamo di queste cose. Anzi piu’ che altro e’ una domanda. Dice sempre:

- Come fai a fidarti, a essere sicura di conoscere davvero una persona fino in fondo?

Implica che non ci si puo’ fidare mai, e’ questo che vuole ribadire sempre. Con tutte quelle che si sentono.

Recentemente ho parlato con un genitore che ha costretto i figli a buttare via tutti i dolcetti di Halloween. Alla mia obiezione che le confezioni sono tutte individuali e chiuse, ha risposto:

- Si, ma potrebbero aver iniettato qualcosa con una siringa.

Li’ ho pensato, ma come mi sentirei se sapessi che i miei vicini di casa sospettassero che fossi in grado di compiere un gesto del genere? Si certo, magari non mi conoscono benissimo, ma e’ orribile. Vale la pena creare un clima del genere per una legenda metropolitana? A me pare che il rischio che un dolcetto di Halloween sia avvelenato sia significativamente minore rispetto a quello di una caduta, un incidente, un fulmine.

Dopo qualche giorno, ero con una persona che non appena e’ arrivata, ha acceso una certa applicazione che ti permette di vedere se nella zona abita qualcuno che e’ stato arrestato per crimini a sfondo sessuale. Si, immagino che alcune persone si possano sentire piu’ tutelate in possesso di determinate informazioni, ma cosi’ non si vive piu’.

Insomma, io penso che sia giusto e doveroso vigilare, ma a un certo punto devi prendere quella vocina paranoica e bastarda che abita dentro di te e le devi mettere un bel cerotto sulla bocca. Tanto il pericolo arriva sempre da dove meno te lo aspetti, non puoi insegnare ai tuoi figli a vivere nella paura e nella diffidenza, o almeno non e’ questo il modello di societa’ a cui voglio contribuire.  

lunedì 12 novembre 2012

live large and think big

Live large and think big e’ il motto di Dallas e in effetti mi pare gli calzi a pennello. E’ da sei anni che vivo qui e la citta’ e’ gia’ cambiata completamente. C’e’ questa idea del nuovo qui -deve essere sempre tutto nuovo- che mi affascina da morire e non so nemmeno io il perche’ considerato il mio background.

L’architettura e’ il massimo da queste parti. La citta’ sale come direbbe Boccioni, pulsa, e’ viva e la gente lo sente, e’ costretta a farci caso.

Probabilmente non ne avete mai sentito parlare in Italia, ma proprio il bellissimo museo progettato da Renzo Piano a Dallas e’ al centro di una disputa architettonica fra le piu’ appassionanti degli ultimi anni. Poco tempo fa, vicino al museo e’ stato eretto un nuovo edificio, coperto di specchi. Non c’e’ stata nessuna violazione, ma e’ successo qualcosa a cui incredibilmente nessuno ha pensato per tempo: il riflesso del sole sui vetri del nuovo grattacielo e da li’ sul Nasher Sculpture Center, provoca un innalzamento talmente notevole della temperatura da mettere in serio pericolo sia le opere che il giardino. Il problema e’ grave e complesso, la battaglia e’ aperta e all’ultimo sangue, nessuno vuole cedere, chissa’ come andra’ a finire.

Nel 2009 e’ stato inaugurato lo splendido AT&T Performing Arts Center per ogni tipo di esibizione artistica, il teatro classico o sperimentale, i concerti, l’opera, la danza. Pochi mesi fa e’ stato inaugurato il nuovissimo ponte di Calatrava a DSC04255 (2)Dallas e infine un paio di settimane fa un parco davvero particolare, il Klyde Warren.

Prima fra l’Art District, il quartiere dei musei, e quello di Uptown, c’era un’autostrada, ora invce c’e’ questo parco, nel senso che il parco e’ stato costruito direttamente sull’autostrada come su una sorta di grande ponte. E’ un parco relativamente piccolo per le consuetudini texane, ma pieno di cose da fare. C’e’ l’area dedicata ai cani, quella per giocare a scacchi, a ping pong e a un sacco di altre cose, poi c’e’ la zona lettura con il prestito libri, la connessione Wi-Fi e tantissime attivita’ gratuite ogni giorno (corsi, concerti, visite guidate…).     

C’e’ un’atmosfera fantastica. Gia’ solo vedere tanta gente in giro a piedi a Dallas e’ un evento (qui siamo abituati purtroppo a guidare ovunque) e poi estranei che parlano, leggono, giocano, cani, bambini, un grande caos, ma allegro, tollerante.

La nota di colore e’ che il parco e’ dedicato al figlio di nove anni del multimilionario che ha finanziato la costruzione del parco. Suppongo che se doni dieci milioni a un progetto ti e’ consentito intitolarlo anche al tuo canarino, pero’ mi piacerebbe sapere come se la vive questo bimbetto balzato all’improvviso agli onori delle cronache cittadine tutta questa celebrita’. Io mi sentirei importantissima se mi dedicassero un parco, ma anche una lavanderia o una barchetta a remi. Secondo me il padre in realta’ e’ J. R. E’ troppo una cosa da soap opera questa di intitolare un parco al figlio. Che poi dico, se per caso arriva un altro erede cosa gli intitola?

venerdì 9 novembre 2012

cacchi nostri

L’altra sera mi arriva un messaggio da Mr. Johnson che faceva la spesa:

“Vuoi i cacchi?”

Forse c’e’ una ‘c’ di troppo, ma si certo che li voglio i cachi.

A casa, chiedo per curiosita’ quanto costino perche’ non li avevo mai visti in quel supermercato i ‘cacchi’.

- Non lo so, non ho controllato…aspetta che guardo sullo scontrino…

Fa per buttare lo scontrino.

- Non ti preoccupare, gustateli e basta, saranno buonissimi!

Quindici dollari. Erano cinque piccoli cachi da tre dollari l’uno. Tantissimo.

Senza dubbio, ha sbagliato lui a non controllare bene il prezzo pero’ anche loro a non esporlo come fanno normalmente. Vi diro’ la verita’, a me questi ‘cacchi’ non stavano bene anche per una questione di principio. Non mi sembra giusto che il nostro supermercato di fiducia, dove facciamo la spesa tre o quattro volte la settimana da anni e anni, usi questi mezzucci.

Fossi stata in Italia non me lo sarei nemmeno sognata, ma qui…l’ho fatto. Volevo togliermi la soddisfazione di spiegargliela questa cosa e li ho riportati indietro.

Ci sono voluti due minuti. Ho detto semplicemente quello che era successo e che, certo, avevamo sbagliato a non controllare il prezzo, ma che non mi sembrava giusto che non lo esponessero come gli altri. Poi non e’ un supermercato di frutta esotica, non te l’aspetti una sorpresa del genere e insomma. Sempre con molta cortesia.

A quel punto ho avuto la netta sensazione di averla raccontata piu’ per me che per la persona che avevo di fronte questa cosa, ma inspiegabilmente mi sentivo molto meglio.

Si sono scusati, si sono ripresi i cacchi e mi hanno restituito i miei quindici dollari.

giovedì 8 novembre 2012

che cos’e’ l’ottimismo americano

Come forse sapete, questo blog e’ nato per raccontare le impressioni di un’italiana immersa all’improvviso nella cultura e nella vita americana. Tante volte mi e’ stato chiesto se lo avrei chiuso nel momento in cui lo shock culturale si fosse esaurito. Beh, sono passati piu’ di cinque anni e siamo ancora qui, quasi quotidianamente, mai a corto di argomenti. Certo, lo chock culturale dei primi tempi, come e’ naturale che succeda, e’ svanito, ma ci sono tante di quelle riflessioni da fare ogni giorno. Dettagli sempre piu’ piccoli e interessanti da osservare e vere e proprie illuminazioni, tutte quelle cose che non ti puoi spiegare se non dopo averci vissuto un bel po’ in un posto.

Una delle prime cose che mi hanno colpito della cultura americana, pero’, e’ il loro particolarissimo ottimismo. Se avete un sacco di tempo libero potete andarvi a rileggere i quaranta e passa post sull’argomento, altrimenti, ce l’ha spiegato benissimo ieri sera Obama e in pochissime frasi, che cos’e’ l’ottimismo americano.

“[…] Non sono mai stato più speranzoso riguardo al nostro futuro.

Non sono mai stato più speranzoso riguardo all’America. E io vi chiedo di sostenere questa speranza. Non sto parlando di cieco ottimismo. Il tipo di speranza che solo ignora l’enormità dei compiti a venire o i blocchi che ostacolano il nostro cammino. Non sto parlando del desideroso idealismo che ci permette di sederci in panchina o sottrarci a una battaglia.

Io ho sempre creduto che la speranza è quella cosa ostinata dentro di noi che insiste, nonostante le evidenti avversità, che qualcosa di meglio ci aspetta in lontananza se abbiamo il coraggio di continuare a raggiungerlo, di continuare a lavorare, di continuare a combattere.”

mercoledì 7 novembre 2012

gesu’?

Visto che oggi per me come per tutti credo, il pensiero e’ li’ e solo li’, a qualche classe ho fatto fare qualche lavoro che c’entrava con le elezioni.
Come al solito la parte piu’ bella e’ quella delle domande, specialmente ai cuccioli di cinque anni.
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- So why is the White House so important?
- Because Jesus lives there.
L’ho gia’ detto che li adoro, vero?

martedì 6 novembre 2012

less italian more english

- Vuoi togliere le scarpe Joe?

- Off.

Ecco, non so spiegare esattamente il perche’, ma quando ho sentito quell‘off mi e’ venuto un po’ il magone. Per la prima volta, mi e’ stato chiaro che mio figlio non parlera’ la mia lingua come me. Avrebbe potuto dire no pappi, che e’ il suo modo di dire scarpe (una pappa due pappi) invece off era specifico, era giusto, era semplice. Ce ne ho messo io a usare off cosi’.

Ho talmente tanti amici stranieri con figli piccoli qui che ho visto benissimo quanto il loro uso della lingua dei genitori sia appeso ad un filo. Perfino fra fratelli a volte, ce n’e’ uno che la parla e l’altro che la rifiuta. Gia’, alcuni bambini rifiutano proprio di parlare la lingua dei genitori, sembra quasi che ne siano imbarazzati in un certo senso, per questo sia io che Mr. Johnson parliamo il piu’ possibile in italiano e cerchiamo gia’ di fargli entrare in testa quanto e’ fortunato ad avere due lingue a disposizione. Nonostante cio’, a quasi due anni, le parole in inglese le pronuncia abbastanza bene direi e ha anche un buon vocabolario, in italiano invece capisce tutto, ma dice pochissime parole e male.  

Qualche giorno dopo questo episodio, una delle sue maestre ha chiuso cosi' il racconto della sua giornata a scuola:

- …And he talks talks talks: al the time! And I always say Hey Joe, less Italian and more English!

Less Italian, more English?!

Ed e’ scoppiata a ridere. Lei.

Li’ per li’, non c’era tempo, ma ho cercato ugualmente di spiegarle un attimo che noi invece vogliamo che parli italiano, che lo incoraggiamo in tutti i modi e che a casa parliamo tutti italiano perche’ sappiamo che l’inglese vivendo qui e con un papa’ madrelingua non sara’ mai un problema, e’ l’italiano che rischia di essere messo in secondo piano.

Piu’ ci penso, piu’ mi sembra una frase disastrosa. Less Italian, more English. La maestra che ti dice di non parlare in italiano, ti fa capire che e’ sbagliato farlo. E’ proprio il messaggio che non va. L’italiano non va bene, l’inglese va bene, ma lui e’ ancora troppo piccolo per aspettarsi che comunichi a quel livello, sono addirittura sorpresa che parli cosi’ tanto. Insomma, credo che domani dovremmo fare un discorsetto un po’ piu’ articolato io e la maestra.

venerdì 2 novembre 2012

maman

C’e’ questa scultura famosissima di Louise Bourgeois, e’ enorme, rappresenta un ragno di bronzo con delle grosse uova di marmo nella pancia. Il titolo e’ ‘Maman’. Tutti gli adulti con cui ne ho parlato, hanno sempre espresso dei dubbi e dell’inquietudine a riguardo. Chiamare una gigantesca scultura a forma di ragno ‘mamma’ ha qualcosa di sinistro per loro e anche per me, devo dire.

Poi c’e’ l’altro punto di vista, quello dei bambini.

Loro non ci vedono mai nulla di strano. Si chiama ‘mamma’ perche’ ha i ragnetti nella pancia e’ la risposta che mi e’ piaciuta di piu’, ma anche quest’anno nessun bambino ha ipotizzato nulla di negativo o angosciante, anzi solo pensieri molto teneri. Tanto che a un certo punto mi sembrava parlassero piu’ della loro mamma che della scultura. Insomma, sono in quell’eta’ in cui la mamma e’ quella cosa li’, dolce, buona, che ti protegge e ti segue ovunque e anche se poi magari viene fuori che e’ un ragnaccio di dieci metri non se ne accorgono. Guarda te che responsabilita’ che abbiamo.

Beh, riguardo alla scultura indovinate un po’ chi ci ha capito di piu’.

“Il Ragno è un’ode a mia madre. Era la mia migliore amica. Come un ragno, mia madre era una tessitrice. La mia famiglia era nel giro del restauro di arazzi e mia madre era la responsabile del laboratorio. Come i ragni, mia madre era molto intelligente. I ragni sono presenze amichevoli che mangiano le zanzare. Noi sappiamo che le zanzare diffondono malattie e di conseguenza non sono gradite. Quindi i ragni sono utili e protettivi, proprio come mia madre”.

A riprova, ancora una volta di quanto gli artisti e i bambini si somiglino.

E piu’ ne conosco di bambini e piu’ ne sono affascinanata. Gli farei mille domande, infatti, durante le mie lezioni, lascio che siano loro a parlare il piu’ possibile. Da una parte perche’ penso che solo cosi’ si mettano davvero a guardare le opere senza distrarsi e dall’altra perche’… e’ semplicemente troppo bello sentire che cosa pensano.

giovedì 1 novembre 2012

il secondo halloween del piccolo joe

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Probabilmente la foto della signora con la maglietta dei Texas Longhorns e la zucca intagliata che apre la porta e distribuisce caramelle, racconta del nostro halloween texano piu' di mille parole.

lunedì 29 ottobre 2012

l’usato

Quando sono arrivata qui, mi sono subito accorta che il mercato dell’usato e’ molto piu’ vivace che in Italia. Ci sono i ‘garage sale’, per esempio, che da noi non riesco proprio a immaginare e non so nemmeno spiegarmi il perche’. Forse, paradossalmente, mi sembra che sia un meccanismo troppo semplice per funzionare in Italia, ma ditemi voi. In pratica, se decidi di fare un po’ di pulizia in casa e ti rendi conto di avere un sacco di cose che non sono da buttare, ma che non ti servono piu’, nel fine settimana metti su un banchetto fuori dal tuo garage e vendi quello che vuoi ai tuoi vicini di casa. Conosco delle persone che se ne intendono proprio di garage sale e fanno ottimi affari, ci trovano davvero di tutto.

In realta’, ho cominciato a pensare all’usato solo da quando e’ nato il piccolo Joe. Quando ti nasce un bambino ti rendi conto davvero dello spreco sia economico che ambientale in cui viviamo. Devi comprare tantissime cose che nella migliore delle ipotesi userai per poche settimane o mesi e vorresti per lo meno risparmiare un po’ su certe cose secondarie. Non so come sia in Italia, ma qui, fra amiche ci si scambiano tranquillamente le cose ed e’ un bell’aiuto reciproco. Mia cognata in Giappone invece mi dice che li’ non si fa e che e’ quasi offensivo. Il problema e’ che con i bambini non sai mai di preciso cosa ti serve, con cosa si sentiranno piu’ comodi e con cosa gli piacera’ giocare, non e’ cosi’ facile capire cosa comprare. Ma anche volendo comprare tutto nuovo, resta la questione di cosa fare con tutta questa roba dopo che l’hai usata. A parte i garage sale, qui ci sono diverse catene di negozi che vendono cose per bambini ‘usate in modo gentile’. E’ semplicissimo, vai li’, vendi le tue cose al momento e ti pagano in contanti.

Ogni volta penso che sia un’idea geniale: potrei vendere le cose che non gli stanno piu’ e usare i soldi che ricavo (che non sarebbero pochi) per comprarne delle nuove. Ma poi non lo faccio mai. All’ultimo momento decido sempre che in fondo quei soldi non mi cambieranno la vita e che dovrei dare tutto in beneficienza. Che brava. Il problema e’ che alla fine non faccio nemmeno quello, o molto raramente. E’ che le cose che ha usato tuo figlio da piccolo hanno un valore affettivo immenso e a me viene molto difficile separarmene. Di solito, se decido di farlo lo faccio d’impulso davanti a un’amica col pancione e il resto sono cassetti che stanno per scoppiare.

Come vedete questo progetto di riorganizzazione della mia casa pian piano va avanti e mi sta facendo capire e affrontare moltissime cose di me. Comincio a pensare seriamente che magari quando avro’ finito con la casa, se mai finiro’, anche la mia vita sara’ un po’ piu’ in ordine.   

venerdì 26 ottobre 2012

bugire

Lie -> To lie

Bugia -> Bugire

Non fa una piega e a noi piace cosi’, giusto?

A scuola e’ arrivata una persona nuova. All’apparenza, sembrerebbe una persona qualunque, ma ha una caratteristica molto particolare che nessuno ha potuto fare a meno di notare: mente. La cosa bella e’ che mente bene! Ma quante persone conoscete che sono in grado di mentire bene? Sono rarissime, per questo mi sento molto fortunata ad averne incontrata una. Racconta delle storie fantastiche. Parte da un granello di noiosa, banalissima realta’ quotidiana e lo lavora e lo lavora finche’ non lo trasforma in una perla dell’immaginazione, una storia che vale davvero la pena raccontare ed escoltare e riportare in giro a tua volta. A me questa persona piace un sacco, ma davvero tanto. Mille volte di piu’ di quelle persone che parlano solo di se stesse e mai che facessero qualcosa di speciale. L’unico difetto e’ che a volte dice la verita’. Voglio dire, se mentisse sempre sarebbe perfetta, invece il fatto che ogni tanto dica la verita’ crea qualche confusione, speriamo nessun danno in futuro. Ma quanto e’ divertente. Chissa’ perche’ lo fa. Forse si annoia pure lei.

giovedì 25 ottobre 2012

esserci

Un giorno e’ venuto in classe per dirmi quanto fosse contento del mio programma e che a giudicare dal mio lavoro, probabilmente avevamo anche gli stessi gusti in fatto di arte. Mi racconto’ della sua collezione e delle opere che aveva donato alla scuola, fece dei nomi prestigiosi. Un signore distinto, ma cordiale, sorridente, forse un po’ anziano per avere due figli alle elementari, questo pensai.

Successivamente ho scoperto che li ha adottati i due bambini e da solo.

La bimba che e’ di una dolcezza disarmante, sembra completamente sprovvista di autostima. E’ una pena vederla disperarsi ogni giorno nell’insoddisfazione perenne per qualcosa che sa fare esattamente come tutti gli altri bambini della sua eta’ se non meglio. Ma qualcuno a casa glielo dice? Sembra non lo sappia.

Il bimbo, simpaticissimo, vivace, carino, ha quello sguardo inconfondibile di chi ha avuto una mamma alcolizzata. Va seguito passo passo.

Vivono nel quartiere piu’ ricco della citta’, con un ex presidente come vicino di casa, una tata per il giorno e una per la notte. Keeping up with the appearances. Ma avere un figlio, che sia adottato o no, non e’ solo apparenze, e’ un continuo lavoro che non si ferma a quel desiderio iniziale per quanto profondo e struggente possa essere, di essere genitori. E’ un lavoro che nessuna tata al mondo potra’ mai fare per te. In qualunque circostanza, c’e’ un’unica cosa fondamentale da fare: esserci.  

mercoledì 24 ottobre 2012

un’impressione dell’italia

La settimana scorsa ho cercato di togliere il ciuccio al piccolo Joe e, dopo tre giorni di puro delirio, ho tamponato uno. Un tamponamento davvero insignificante con la mia macchina che non si e’ fatta nulla e la sua appena un graffio sul paraurti (ammesso che glielo abbia fatto io quel graffio…). Ma la colpa era mia e mi sono subito scusata.

- Guarda, non so nemmeno come funziona esattamente, e’ il mio primo incidente…

- Tranquilla, io so tutto ormai, mi e’ successo un sacco di volte, sembra che abbia una calamita su questo paraurti!

Considerando che l’interlocutore era un ragazzino neopatentato e che sembrava ‘telecomandato’ dal padre al telefono, il tutto ha cominciato ad assumere un contorno un po’ sospetto. Sempre piu’ sospetto finche’ mi e’ arrivata una telefonata dell’assicurazione che mi faceva sapere che il tipo aveva dichiarato successivamente di essersi ferito durante l’incidente. Insomma, a giudicare dalla velocita’, dai danni e, soprattutto, da come l’ho visto io dopo l’incidente, secondo me voleva fare il furbo.

Ma tutto questo ve lo racconto perche’ mi ha fatto tornare in mente un’altra cosa, una mia parente in Italia. Ci ha campato per anni lei con questo scherzetto del colpo di frusta. Ricordo che una volta fece uno di questi suoi fantomatici incidenti proprio davanti a casa mia e ci spaventammo tutti a morte. Era senz’altro molto piu’ esperta del ragazzino che ho incontrato io. Finse di perdere i sensi e venne portata via in ambulanza, era cosi’ cadaverica. Poi al pronto soccorso prese tutti in giro per ore, finche’ finalmente, riusci’ a fare un occhiolino o a dare un qualche segno (non ricordo bene perche’ e’ successo moltissimi anni fa) per far capire che era tutta una messa in scena. C’e’ qualcuno che non ha piu’ voluto rivolgerle la parola dopo quella volta.

Raccontavo questo episodio a Mr. Johnson, spiegandogli che pero’, nonostante quello che possa sembrare, questa parente non e’ una persona cattiva e che anzi ha aiutato tantissima gente nella vita e senza ricevere mai niente in cambio.

Ragionando ad alta voce ho detto:

- E’ che lei… frega solo gli sconosciuti.

- Sai che e’ proprio questa l’impressione che ho avuto dell’Italia?

- In che senso?

- Che se le persone ti conoscono fanno di tutto per te, ma se non ti conoscono, cercano di fregarti.

lunedì 22 ottobre 2012

lunedi

Martedi scorso, mentre sono al lavoro e sto facendo mille altre cose, mi chiama la segretaria del mio medico per ricordarmi che ho un appuntamento lunedi alle dieci. Li’ comincia il panico: dove metto il bambino? Niente sembra funzionare, cosi’ non ho scelta: chiedo aiuto alla vicina, quella che ha inchiodato la croce alla porta subito dopo il trasloco. Lavora part time in un asilo nido, ha due figli, due cani e sembra molto dolce. Mi ha sempre detto che potevo chiamarla se avevo bisogno, cosi’ lo faccio, vado da lei.  

Soluzione perfetta. Sono tranquillissima. Anzi le dico che la chiamero’ spesso visto che siamo cosi’ vicine e piace anche ai bracchetti.

Infatti, faccio uno di quei sogni. L’unica cosa che vi racconto e’ che ho sentito il cuore rimpicciolirsi e fermarsi, tanto che mentre mi preparo per uscire ancora mi fa male. O almeno cosi’ mi sembra.

Lei arriva puntualissima. Le spiego tutto, anche di piu’.  

Approfitto di un momento di distrazione del piccolo Joe (che nel frattempo ha deciso che gli piacerebbe di piu’ chiamarsi Mimmo) e sguscio fuori dalla porta.

Ce la faccio. E’ tutto sotto controllo. Un paio d’ore con la baby sitter, che sara’ mai, prima o poi doveva succedere.

Arrivo dal medico e penso che una volta era il medico ad innervosirmi.

L’appuntamento era lunedi prossimo.

crudini

- Come sono venuti i cornetti?

- Un po’ crudini...

- Perche’ non li hai lasciati dentro ancora un po’ allora?

- Perche’ il primo andava bene era il secondo che era un  po’ crudo.

- Quindi ne hai mangiati due…?

- Tre.

venerdì 19 ottobre 2012

l’odore della classe di arte

Quante possibilita’ ci sono che distribuendo dei giornali da mettere sul tavolo per dipingere, alla bambina a cui e’ appena morto il padre capiti la pagina con il suo elogio funebre?

Quante possibilita’ ci sono che la direttrice arrivi esattamente nel momento in cui Ms. Guorton risponde al suo medico che, tra l’altro, finalmente le da’ una sorta di buona notizia, e quasi la licenzi perche’ non si telefona al lavoro?

Succedono delle cose un po’ cosi’ a volte a scuola.

Quasi tutti i giorni, pero’, c’e’ qualche ragazzino che entra in classe e dice:

- Che buon odoore! Ma cos’e’?

E qualcun’altro risponde: - E’ la classe di arte!

E la classe di arte non ha un buon odore. Neanche un po’. E allora sorrido perche’ penso che deve essere buono quello che provano quando sono li’ dentro allora.

martedì 16 ottobre 2012

la signora di ieri aveva ragione

Qualcuno ieri mi ha dato quasi dell’esagerata per la mia opposizione a qualunque tipo di pena corporale, pero’ io rimango convinta della mia idea.

Principalmente per i seguenti motivi (in ordine sparso).

1. Mr. Johnson mi ha raccontato che quand’era piccolo, le pene corporali erano ancora legali nelle scuole texane, anzi proprio ora, mentre parlavamo del post abbiamo scoperto che incredibilmente in molte contee lo sono ancora. Questa

e’ una mappa dei distretti di quest’area dove e’ legale picchiare i bambini nelle scuole e fra parentesi trovate il numero dei casi verificatisi negli anni 2005-2006. Lui era un bambino piuttosto ribelle quindi, l’argomento lo conosce abbastanza bene. Quando combinava qualcosa chiamavano sua madre nell’ufficio del preside, lei doveva lasciare il lavoro e precipitarsi li’. Poi il preside le spiegava cosa aveva fatto il figlio e a turno procedevano a picchiarlo con questo aggeggio fatto apposta, lo spanking paddle. La prima volta che me lo ha raccontato ho pensato ‘questo e’ proprio il far west’. Ad ogni modo. Successivamente la famiglia si trasferi’ in uno stato dove le maniere forti erano illegali e indovinate come ando’? A quel punto divento’ davvero un bulletto. Dice che dopo che ti picchiano, nulla funziona, nessun discorso. Le parole ti scivolano addosso come acqua fresca, anzi ti fai anche una bella risata. Non hai piu’ limiti perche’ i limiti che avevi prima erano imposti, non autoimposti.

2. I miei non hanno mai picchiato ne’ me e ne’ mia sorella. E’ una cosa che quasi un po’ mi sorprende, pensando a quanto erano giovani e agli esempi che avevano avuto loro crescendo, eppure questa e’ stata la loro strategia educativa, niente botte. Mi ricordo grandi chiaccherate, soprattutto con mio padre fin da molto piccola, su qualunque argomento. Mi sono sempre state spiegate le cose e anche se non le capivo immediatamente, mi tornavano in mente al momento opportuno. Non ho mai avuto una punizione, un limite di orario, un ‘vai a fare i compiti’. Sapevamo cosa bisognava fare e di solito, con i nostri tempi e i nostri modi, lo facevamo. Qualche volta no, certo, ma nessuna delle due ha mai combinato grossi disastri perche’ ci erano state insegnate non delle regole specifiche, ma un modo di ragionare generale credo.

3. Appena arrivata qui ho avuto la fortuna di imbattermi in Mrs. Guorton. Proprio l’altro giorno sentivo una storia su una maestra che conosco molto molto piu’ giovane e fresca in teoria, che in preda alla frustrazione, ha scotchato le scarpe di un bambino che proprio non voleva saperne di tenerle su. Sapete cosa ha fatto il bambino? Ha tolto lo scotch e ha ricominciato daccapo a togliersi e scarpe. Ho visto succedere la stessa cosa quando lavoravo con Mrs. Guorton, e’ un comportamento molto tipico quello di non voler tenere le scarpe, ma il suo sistema e’ molto piu’ efficace. Per prima cosa si assicura che banalmente le scarpe siano comode. Se non lo sono, ne parla con i genitori in modo che lo mandino a scuola con un paio di scarpe piu’ adatte, altrimenti asseconda il bambino. Va bene, stai pure scalzo. Dopo un po’ puntualmente e’ il bambino a chiedere le sue scarpe indietro perche’ ha capito a cosa gli servono. A quel punto non togliersi piu’ le scarpe diventa una sua scelta, non un’imposizione incomprensibile. E questo e’ lo schema che lei segue in ogni situazione, potrei fare altri mille esempi. Ho visto tante persone scettiche, tantissime criticarla ancora oggi perche’ il caos iniziale sembra una sconfitta dell’educatore, ma alla lunga per me e’ questo il sistema che paga: fare in modo che sia il bambino a scegliere. 

lunedì 15 ottobre 2012

genitori alla frutta

La settimana scorsa e’ stata davvero pesante per me. Il piccolo Joe non e’ per niente facile da gestire in questo periodo e il fatto che senta dire sempre e solo cose positive su di lui e su quanto sarebbe piu’ bravo e tranquillo degli altri bambini della sua eta’, mi ha fatto venire un bel po’ di sensi di colpa per questa improvvisa stanchezza mentale che sento, per questo bisogno di staccare un attimo la spina proprio da lui visto che e’ sempre con me perfino al lavoro e non ho davvero mai un momento di silenzio. Vorrei solo non sentirmi chiamare, tirare, non capire cosa vuole almeno per qualche ora ogni tanto. Sto considerando addirittura di mandarlo all’asilo una mezza giornata in piu’ se continua cosi’. Fa fatica a dormire e fa fatica a stare sveglio, nel senso che sembra che voglia dormire solo quando c’e’ qualcosa da fare. L’altro giorno ho invitato due amichetti a casa per giocare. Quando se ne sono andati sembrava che avessero lanciato una bomba a mano in salotto, la casa era completamente sottosopra e io avevo rimediato un fantastico mal di testa visto che dopo un’oretta di inseguimenti, mentre i suoi amici si divertivano, lui era gia’ esausto e nervoso. Insomma, e’ un momento po’ cosi’, i famigerati terrible two, suppongo.

Ho fatto tutta questa premessa semplicemente per farvi capire quanto possa essere solidale con un genitore alla frutta, stanco, frustrato e che non dorme a sufficienza come me.

Pero’.

Pero’ poi questi sono momenti che passano e che comunque all’interno di una giornata sono intervallati da mille sorrisi e da innumerevoli altri momenti pieni di gioia e scoperte e cose indicibilmente meravigliose.

Posso capire molto bene il momento di demoralizzazione di un genitore, ne ho anch’io, ci sta, ma non di piu’. Quello che voglio dire, e ci tengo a dirlo chiaro e tondo, e’ che un genitore che alza le mani sul figlio, non lo giustifico in nessun modo, sotto nessun tipo di circostanza.

E’ successo che sabato pomeriggio, essendomi resa conto di avere davvero bisogno di una pausa, ho lasciato il bimbo con il papa’ e sono andata a farmi un bel giro per conto mio. Era da talmente tanto che non succedeva che all’inizio non sapevo quasi cosa fare con quel tempo libero, avevo paura di sprecarlo.

Che cos’e’ che proprio non posso fare con lui? Shopping!

Cosi’, dopo mesi, sono andata a fare un bel giro per negozi. Mi sono divertita e rilassata al punto che dopo tre ore non vedevo l’ora di tornarmene a casa da lui. E’ per questo che ogni tanto e’ giusto staccare, per tornare insieme piu’ carichi di prima. Ero li’ che mi provavo l’ultimo paio di jeans quando ho cominciato a sentire dal camerino accanto delle urla di bambino disperate.

Qualcosa tipo shhh e botte, proprio rumore di botte, e poi ancora rimproveri, shhh e ancora urla e pianti.

Mi sono rivestita in fretta e furia e sono uscita chiedendo ad alta voce ma cosa sta succedendo? C’e’ qualcuno che sta picchiando un bambino la’ dentro! 

Un altro paio di clienti sembravano turbate quanto me e un’altra invece ha cominciato a fare tutt’altro ragionamento a bassa voce, verso di me, ma senza guardarmi in faccia.

- No, no! Non e’ contro la legge, non lo e’ nello stato del Texas. In Texas puoi picchiare i tuoi figli, lo dice la legge.

- Ma cosa dice? E’ assurdo!

- No cara! C’e’ stato un poliziotto che mi ha detto di sculacciare mio figlio una volta! La signora non sta facendo niente di illegale!

A un certo punto sembrava quasi una questione razziale, una cosa un po’ complicata da spiegare ora, ma che ho avvertito piuttosto chiaramente nella voce di questa donna che continuava stranamente a prendere le parti della madre manesca senza essere stata nemmeno interpellata.

Nel frattempo i rimproveri e i pianti continuavano dentro a quel camerino. Dieci minuti forse. Avevo lo stomaco aggrovigliato dalla tensione e dal fastidio.

Il problema e’ che non sapevo come comportarmi, sono stata colta completamente alla sprovvista. Li’ per li’ mi e’ sembrato che la cosa migliore fosse che intervenissero i proprietari del negozio. Ho pensato fosse loro responsabilita’ che nessuno si facesse del male la’ dentro. Mi ci e’ voluto un po’, ma alla fine ho trovato il manager, mentre le urla continuavano dentro al camerino, ma niente. Mi ha detto che non possono dire a un genitore come comportarsi con i figli.

Me ne sono andata furibonda, tanto che ho dimenticato li’ una camicia che avevo appena comprato (e che poi gentilmente mi e’ stata restituita).

Mr. Johnson mi ha detto in seguito che se pensavo che quella persona stesse davvero picchiando la figlia avrei dovuto semplicemente chiamare la polizia, il 911 che si fa per le emergenze. Il fatto e’ che non ho visto, ho solo sentito anche se molto chiaramente. Avrei potuto bussare forse, ma per dire cosa? A che tipo di persona e in che stato? Cosi’ me ne sono andata e non ho risolto niente. La prossima volta, se mai ce ne sara’ una, cerchero’ di perdere meno la calma e rendermi piu’ utile. Che brutta esperienza pero’, non smettevo piu’ di tremare.

venerdì 12 ottobre 2012

justin bieber si spezza ma non…

Magari voi ve lo siete dimenticato, ma ogni giorno in una scuola elementare si consumano dei veri e propri drammi.

Oggi c’era questo bambino sconvolto, quasi in lacrime, che ha preso un pastello a cera e l’ha spezzato in due.

Ovviamente tutti i compagnuzzi spioni hanno cominciato a denunciarlo alla maestra, che sarei io.

- Allora, va bene, ora stai tranquillo, voglio solo capire. Perche’ hai spezzato quel pastello?

- Io…veramente…emm…cioe’…

- Forza, ti ascolto, non ti preoccupare.

- Stavo facendo finta che fosse Justin Bieber.

giovedì 11 ottobre 2012

il metodo johnson

E’ una di quelle sere, anzi uno di quei giorni. Qualunque cosa succeda c’e’ sempre questa voce in sottofondo che si lamenta e si lamenta e piagnucola e strilla e non vuole mangiare e soprattutto non vuole dormire.

Sono le undici di sera e lui incredibilmente ancora strilla nel suo letto.

Che’ a un certo punto, dopo che le hai provate tutte, rimani li’ impalato e non sai davvero piu’ cosa fare se farlo alzare o farlo piangere.

Poi all’improvviso, la pace.

Arriva Mr. Johnson.

Sottovoce:

- Sai come ho fatto?

- Ti prego dimmelo!

- L’ho fatto sdraiare, l’ho messo sotto le coperte, gli ho acceso la musica e gli ho detto: “Joe, adesso devi dormire perche’ domani avrai una giornata molto lunga a scuola e devi riposarti. La mamma e papa’ ti vogliono bene e domani giocheremo ancora con te, ma ora devi dormire”. E lui ha chiuso gli occhi e si e’ addormentato.

Spero che i genitori disperati la’ fuori abbiano preso appunti. 

mercoledì 10 ottobre 2012

catene

Ci siamo ritrovati in un negozio in un quartiere, non dei peggiori credo, ma certamente dei meno, diciamo, pittoreschi della citta’. Era un negozio di catena dove eravamo gia’ stati e in teoria di solito sono tutti uguali.

Ecco, questo qui era orribile. Sporco, con le cose buttate per terra, le scatole aperte e nessuno che se ne preoccupasse. E comunque era pieno di gente, con I prezzi uguali agli altri posti. A un certo punto avevamo avuto la mezza idea di comprare una cosa, ma abbiamo subito lasciato perdere perche’ la coda per pagare, era di almeno mezz’ora.

Mi ha fatto impressione questa cosa. Come se fosse ovvio che certi clienti, non meritassero di essere trattati come tutti gli altri.

Come se.  

martedì 9 ottobre 2012

art is full of creativity

C’e’ un compito che do quasi tutti gli anni. Chiedo ‘che cos’e’ l’arte?’ e loro devono rispondere con una frase e poi la devono illustrare. Adoro leggere i loro pensieri e lasciarli completamente liberi di esprimersi ogni tanto.

Quest’anno, ho posto la domanda ai ragazzini di terza.

Come sempre, ho avuto delle risposte fantastiche.

- Arte e’ qualunque disegno, dipinto o qualsiasi cosa con le forbici, i pennarelli, la matita, la penna, la pittura o i pastelli a cera (non deve essere bello).

- Arte e’ dove la tua immaginazione comincia!

- Arte e’ usare la tua mente.

- Arte e’ creativita’, immaginazione, design ed esprimere le tue emozioni.DSC02943

- L’arte riguarda esprimere te stesso e chi sei.

- Arte e’ immaginazione su un pezzo di carta.

- Arte e’ lasciare la tua immaginazione correre selvaggia!

La mia preferita e’ questa:

Arte e’ quando stai cercando di afferrare quello che e’ nella tua mente per farlo vedere al mondo.

Ma c’e’ stato anche un bambino che ha scritto:

Arte e’ qualcosa che fai quando non hai nient’altro da fare.

E poi ha disegnato un tipo incavolato che disegnava.

Mi sono quasi pentita di averglielo chiesto, ma quanto sono belli questi ragazzini. Spontaneita’ e poesia. Chissa’ cosa diventeranno da grandi.

lunedì 8 ottobre 2012

lui e’ cool, la babysitter non gli serve

Oramai vanto una collezione di numeri di telefono di babysitter da far invidia a qualunque genitore o playboy della zona. Il problema e’ che, il bimbo si avvicina ai due anni e io non ho mai chiamato nessuno di quei numeri. Ora pero’, Mr. Johnson e io cominciamo davvero a sentire l’esigenza di passare del tempo da soli, cosi’ giusto per parlare senza essere troppo stanchi o interrotti ogni minuto.

Di giorno, non ho grandi remore, ma per me non e’ per niente facile lasciare il piccolo Joe la sera. La sera e’ un momento delicato. Stavo tranquilla l’estate scorsa quando potevo lasciarlo con i miei in Italia, ma qui non abbiamo parenti. Senza contare che mi serve una babysitter che non solo sia perfetta per lui, ma anche, e forse ancor piu’, per la Ragazzina che ha paura di tutto e se si ritrovasse in casa una persona che non le garba potrebbe letteralmente farsi venire un infarto.

Ci ho pensato e ripensato e la baby sitter perfetta e’ la mia amica Mrs. Monkey, che e’ come una zia per il piccolo Joe e che sta simpatica anche agli acchiappaconiglietti.

Quando finalmente ho trovato il coraggio per chiederle di aiutarmi con questa cosa, pero’ Cassandra ha deciso di farci un’improvvisata. Cosi’ per la prima volta ci siamo trovati addirittura con due babysitter per la stessa sera.

Cassandra e’ la nonna del piccolo Joe, solo che non vive in citta’ e non ha poi tutta questa familiarita’ con le sue abitudini, ma abbiamo deciso di provare.

Le abbiamo lasciato cibo e istruzioni dettagliate e, per la prima volta, siamo andati a cena, non molto lontano. Una di quelle cose, andare a cena e avere una conversazione normale, a cui prima non abbiamo mai fatto alcun caso e che ora invece e’ diventato un lusso impensabile.

Arrivati li’, mi sono resa conto di essermi dimenticata il cellulare. Non potevo crederci. Non dimentico mai il telefono, mai. Sara’ stato un atto mancato? Misteri della mente umana.

Tanto ci ha rintracciato lo stesso.

L’ultima volta che le abbiamo lasciato il bimbo di pomeriggio, dopo un paio d’ore ci ha mandato un mms con una foto tristissima di lui con gli occhi lucidi e l’orsacchiotto e il sottotitolo ‘I miss you mommy’. Diciamo che non ero poi cosi’ tranquilla quando sono uscita di casa.

Infatti alle nove in punto e’ squillato il telefono di Mr. Johnson.

A quanto pare, hanno giocato un po’. Poi il piccolo Joe, l’ha presa per mano, le ha fatto vedere il cassetto dove c’e’ il pigiama, il ciuccio e il suo orsacchiotto e ha detto ‘nanna’. Praticamente si e’ autobabysitterato.

Chi l’avrebbe detto che sarebbe stato cosi’ facile, chi? Non io. Ancora non ci credo (e ho avuto cene senz’altro piu’ piacevoli e rilassanti).

venerdì 5 ottobre 2012

ancora di biglietti

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Un vecchio biglietto che dice:

“Speriamo che abbiate un trasloco tranquillo e che vi godiate la vostra nuova casa.

Noi abbiamo portato in questa casa tutti e tre i nostri amati bambini, quindi c’e’ stato tanto amore e felicita’ fra queste mura!

Vi auguriamo la stessa felicita’ e benedizione”.

Mi sono commossa a rileggerlo. Quando venderemo questa casa ne lascero’ anch’io uno come questo.

Oltretutto, devo dire, che quando stavamo considerando di fargli causa questo biglietto ha pesato parecchio. Non si fa causa a qualcuno che ti lascia un biglietto cosi’. 

giovedì 4 ottobre 2012

il primo dibattito

Prima delle elezioni americane si tengono tre dibattiti presidenziali e stasera c’e’ stato il primo. La mia impressione a caldo e’ che purtroppo Obama fosse decisamente sotto tono, ma spero di sbagliarmi. La cosa che piu’ mi colpisce in questi casi e’ -come dire- la civilta’.

Il seguire scrupolosamente le regole stabilite, il rispetto per l’avversario, la chiarezza, il fair play. E poi quest’idea stessa dei tre dibattiti. E’ un’occasione preziosa non solo per i candidati, ma soprattutto per i cittadini. Milioni e milioni di persone attaccate alla televisione per novanta minuti hanno la possibilita’ di farsi un’idea da sole, senza intermediari, confrontando i programmi su questioni precisissime, tecniche, anche noiose, ma cruciali.

Quando il dibattito finisce, i candidati per prima cosa si ringraziano a vicenda. Poi scendono dal palco, ricevono le rispettive famiglie che gli vanno incontro per congratularsi e si intrattengono tutti quanti allegramente per qualche minuto.

Tu, spettatore, potresti anche al limite non capirci nulla di politica o non aver ascoltato niente, ma il messaggio visivo che ti arriva e’ chiarissimo ed e’ un messaggio di competenza, di correttezza e di rispetto per l’avversario. Un messaggio che e’ positivo sempre per chiunque, un insegnamento di vita.

Non voglio dire che questo sia il sistema politico migliore possibile perche’ non lo e’, ma certi meccanismi di questo sistema, sono senza dubbio da ammirare e possibilmente da copiare.