martedì 31 luglio 2018

il dopo trump e il dopo salvini

Dopo l'elezione di Trump sono cominciati una serie infinita di episodi di quello che forse si può definire razzismo quotidiano, quel razzismo leggermente edulcorato, quello che nessuno muore ma partono gli insulti e le umiliazioni gratuite a ogni occasione. Il fenomeno è nel pieno del suo cosiddetto splendore ancora oggi.
Qualche esempio. Il tale che in un ristorante si mette a urlare contro i vicini di tavolo che parlano cinese, quell'altra che insulta una donna che porta il velo sull'autobus, i ragazzini del liceo accanto a casa mia che urlano build that wall alla partita di pallacanestro. E poi c'è tutto il filone del cameriere di Starbucks che chiama la polizia perché due clienti neri tardano ad ordinare, dell'altro genio che fa cacciare il vicino di casa nero dalla piscina del condominio, della figlia della mia amica che porta fuori il cane, come ha sempre fatto, e poco dopo la vittoria di Trump, si sente urlarle contro, per la prima volta in vita sua l'N word. Potrei andare avanti per ore, ne sono successe e ne continuano a succedere ogni giorno di questi tristi episodi.
Prima di Trump? Sicuramente qualcosa sarà successo, non c'è dubbio, ma dopo è cambiato il clima, era impossibile non accorgersene.
Una mia amica parlava spagnolo sulla porta di casa con una parente. E' arrivato un vicino e ha cominciato a inveire che non siamo in Messico qua. In dieci anni, non si era mai permesso una piazzata simile, dopo Trump, invece è uscito allo scoperto in tutta la sua spavalda stupidità.
Ecco, queste cose succedono dopo che vengono eletti certi personaggi. Se ne è parlato dall'inizio sui giornali e ovunque qui negli Stati Uniti. Quel tipo di politica lì è entrata subito dentro alle nostre vite, ancora prima che cambiassero le leggi.
E' chiaro che quando un leader sdogana l'indicibile, il branco di pecore che lo segue si senta finalmente in diritto di dare sfogo agli stessi bassissimi istinti.
Che è esattamente quello che sta succedendo in Italia adesso con Salvini e Grillo che dice era solo un uovo in faccia.
Sapete qual è la differenza? Che io qui non ho mai sentito nessuno -nemmeno, al limite, i razzisti stessi- negare questo fenomeno. Non ho mai sentito nessuno impegnarsi così tanto per trovare in ogni singolo caso una spiegazione alternativa che non fosse ben piantata nel razzismo e nell'intolleranza.
Questa cosa in Italia, è estremamente inquietante. Penso che qui ci siano dei problemi gravi, ma almeno vengono riconosciuti. In Italia, invece ancora si negano, si cerca di nascondere la testa sotto la sabbia. E finché si nasconde la testa sotto la sabbia non c'è speranza.
Bisogna cominciare a chiamare le cose con il proprio nome -il razzismo, l'intolleranza- e capire se ci rappresentano e se vogliamo che vadano avanti o se ci fanno schifo e vogliamo che finiscano.
A ognuno le proprie scelte e le proprie battaglie da combattere.

lunedì 30 luglio 2018

vivo nella bible belt

Vivo nella Bible Belt. Per un attimo l'avevo dimenticato di ritorno dal mese italiano. 
Cosa significa vivere nella Bible Belt?
Tante cose. Ad esempio che incontri una conoscente che ha avuto un incidente stradale spaventoso e non si è fatta nemmeno un graffio e per prima cosa ti dice che mentre la macchina roteava per aria, sentiva le Sue braccia -di Dio? Ma ce le ha le braccia Dio? Forse Gesù? Chissà- abbracciarla e proteggerla. 
Ma com'è successo questo terribile incidente che è finito con almeno tre macchine da buttare via? 
Lo ha causato lei questo incidente.
Mi racconta che non sa cosa le sia passato per la testa. Ha attraversato una strada a doppio senso, a scorrimento veloce, così senza guardare, si è buttata e la sua macchina è stata investita. Per puro caso sua figlia piccola non era con lei e anche questo lei lo attribuisce a Dio.
Non ci piace ammetterlo, ma queste cose purtroppo possono succedere a tutti. A tutti può capitare un momento di distrazione fatale. Non la condanno, è una bravissima persona, è stato solo un terribile incidente. 
Quello che non capisco è la sua fede. Secondo lei Dio l'avrebbe protetta. Certo è un pensiero consolatorio che viene quasi spontaneo in una situazione simile, ma che Dio è questo che come Superman fa da scudo con le sue ipotetiche braccia a lei che ha causato l'incidente, ma abbandona al proprio destino altre due persone che non hanno fatto nulla di male tranne passare di là al momento sbagliato?
Le chiedo notizie dei feriti. Tra l'altro, quel giorno, poco prima di andare in Italia, passavo di là anch'io, giusto un paio di minuti dopo l'incidente. Ho visto con i miei occhi la distruzione e ho tremato pensando che fosse morto qualcuno. Due macchine, tra cui quella di questa mia conoscente (ma al momento non lo sapevo ancora) ribaltate e un'altra accartocciata, ridotta a un agglomerato di lamiere. Mi informa frettolosamente che c'è una ragazza che è rimasta ferita in maniera grave e che ha già subito diverse operazioni, ma se ne sta occupando l'assicurazione e lei di più non sa (o non ha chiesto). Per favore, prega anche tu per lei, mi chiede.
In realtà, vorrei chiedere io a lei cosa se ne dovrebbe fare questa povera ragazza delle nostre preghiere? Non sarebbe più umano e giusto almeno provare a farle una visita? Scusarsi? Vedere se c'è qualche modo di alleviare il suo dramma? Anche solo portarle dei fiori o un bicchiere d'acqua.

Vivere nella Bible Belt significa questo per me, per quello che è stata la mia esperienza in tutti questi anni. Dio che entra in tutti gli aspetti della vita, ma spesso non in modo positivo. Questo Dio qui sembra ti dia sempre una scusa per non fare nulla per gli altri. Questo Dio ti chiede soldi e preghiere, ma non gesti semplici di umanità. 
Se inciampi, tutti ti diranno pregherò per te, è sicuro, ma non so se alla fine arriverà qualcuno a darti una mano a rialzarti.
E poi questo Dio sceglie. Una delle prime cose che ti chiedono i cristiani che incontri qui è in quale chiesa vai? Perché dalla chiesa che uno frequenta, o non frequenta, si capiscono tante cose. 
Se fai parte della mia chiesa ti tratto in un modo, altrimenti...pregherò per te. 

domenica 29 luglio 2018

l'umanità texana

Ho un'amica che abita a 5 metri da me. Ieri mi ha chiesto se ci vedevamo. Oggi - mentre fa un caldo disumano, ci saranno 40 gradi- mi manda un messaggio che dice: "Ho tanta voglia di vederti, ma fa così caldo che non voglio uscire nemmeno per attraversare la strada". All'inizio ho pensato che scherzasse, ma non scherzava, mi ha anche fatto una proposta alternativa per vederci appena si abbassa un po' la temperatura. Potrebbero volerci settimane.
Ecco, mi sa che non sono pronta per ributtarmi nell'umanità texana. 

sabato 28 luglio 2018

dialoghi delle quattro e mezza del mattino

Dialoghi delle quattro e mezza del mattino.
- Sono un gorilla, sono un gorilla!
Dice Woody battendosi sul petto con i pugni.
- Sì, sei un gorilla Woody, gli concede Joe.
- Io NON sono un gorilla! Sono Woody!
Si arrabbia lui con tutta la coerenza dei suoi tre anni.
- Oh Woody, sei così carino! - risponde Joe accondiscendente.
Woody allora indica il nostro cane Penny.
- Penny è carina, io sono bello.

venerdì 27 luglio 2018

piccole cose oppure grandi, enormi, insormontabili

Durante il viaggio in Italia, vi ho raccontato del mio shock culturale al contrario ogni volta che vedevo qualcosa che funziona in modo totalmente diverso rispetto al Texas, dove vivo da ormai molti anni.
Tante piccole cose che vedi e che ti danno da riflettere.
In un negozio di cosmetici in cui sono stata, ad esempio, tutti i fondotinta erano chiari, eppure anche in Italia ci sono donne non bianche. Come mai? Un caso? Ci sono altri negozi per le donne di colore? Cosa significa?
Piccole cose così. Oppure grandi, enormi. 
In un ristorante, una volta, un mio amico ha ordinato un hamburger con patatine fritte e gli è arrivata quella che a casa mia si chiamava "la Svizzera", cioè la carne trita senza il pane. Questi sì che sono traumi. In Texas per un affronto simile ti becchi una pallottola.
Poi ci sono quelle cose che non ho mai capito bene. In Italia se non hai la cuffia di solito non entri in piscina: qui questa cosa non l'ho mai vista invece. Non so nemmeno come si dica cuffia in inglese. Gli unici che la mettono sono quelli che si allenano facendo le loro vasche avanti e indietro, se vogliono, per il resto niente cuffia. Boh?
Un'altra cosa che ho trovato curiosa, i guanti per prendere la frutta al supermercato. Non ho approfondito molto, ma la mia impressione è stata: ma come? Tutta questa fatica per ridurre il consumo di buste di plastica (in Italia non solo si pagano sempre -qui no- ma sono anche fatte di un materiale più biodegradabile) e poi sprecano casse di guanti usa e getta quando la frutta a casa, devi lavarla lo stesso? Non ho capito. Se lo sapete spiegatemelo per favore. La risposta tipica che ho avuto quando ho detto che qui non si usano i guanti è stata che schifo, ma non mi ha chiarito molto le idee.
Se devo dirvi però seriamente, una cosa una che mi ha dato fastidio mentre ero in Italia e che ogni volta mi faceva addirittura pensare che non ci volevo vivere in un posto così, era il sistematico NON rispetto di regole basilari.  
Per farvi un esempio banale, l'ultimo in ordine di tempo. In aeroporto, dopo il check-in, si arriva davanti a una porta con scritto a lettere cubitali: ingresso consentito solo ai viaggiatori, chi non ha la carta di imbarco resta fuori. A me è sembrato normale, salutare i miei a quel punto. Ma figurati! E infatti loro come tutti gli altri sono entrati. Sono passati proprio sotto il naso delle guardie che non hanno battuto ciglio perché evidentemente é normale così: c'é un cartello con una regola vagamente incomprensibile e nessuno la rispetta. Ma tu che leggi il cartello, come fai a sapere che puoi ignorarlo? Quello sì e altri no? Perché non lo tolgono allora?
Stesso problema, ma con livelli di stress decisamente superiori alla guida. Premetto che non mi piace guidare in Italia. Ho sempre fatto il possibile per muovermi con i mezzi pubblici anche quando vivevo lì, ma a volte è necessario mettersi al volante. 
Per me era normale: limite 50, vado a 50 o poco più. Invece, sulla strada per il campo estivo che facevo tutti i giorni, una strada in mezzo ai campi di sole due corsie dove spesso trovi ciclisti o motociclisti, il limite era 50 e venivo superata magari a 80. A me sembra pazzesco rischiare di investire qualcuno per arrivare un minuto prima. Mi sembravano insensati anche i limiti troppo bassi molte volte. Così in un tratto stradale su cui stavano facendo dei lavori, ad esempio, il limite scendeva a 30 o 40, io andavo a 50-60 perché altrimenti mi facevano fuori e venivo superata a 70-80 ma anche 90 o chissà quanto con smadonnamenti vari, fari, ecc. Mi sono fatta un sacco di amici guidando in Italia quest'estate. 
Un'altra cosa che trovavo inquietante era che gli attraversamenti pedonali, moltissimi rispetto a qui, venivano per lo più ignorati. Io rallentavo per assicurarmi che non sbucasse nessuno e mi suonavano. I pedoni devono davvero stare molto molto attenti, magari alzare un braccio e non mi sembra giusto. Sopravvivere è un loro diritto non una grazia concessa dagli automobilisti.
Ieri guidavo in centro a Dallas che, fra l'altro, è famosa qui per avere automobilisti piuttosto prepotenti, e a un certo punto ho notato che non mi bestemmiavano contro. Guarda te. Doppio shock culturale al contrario? 
Seguivo i limiti e anche gli altri lo facevano e nessuno ti suona se non riparti immediatamente al semaforo o in realtà per nessun motivo di solito. Sono piccole cose, ma non così piccole.
Davanti a casa dei miei c'è un parco giochi e c'è anche un'area cani recintata. Ecco, un giorno c'erano tre signore al parco giochi con i figli e i cagnolini liberi che si lamentavano ad alta voce di quanto fosse cafone quel tale che non raccoglieva mai i bisogni del cane dentro all'area cani. Quando si dice la coerenza, vediamo la pagliuzza e non la trave.
Non dico che si debba essere inflessibili in tutto, ma in Italia dal mio punto di vista, è un caos. Ci sono così tante regole che non capisci quali sono quelle vere, quelle che devi rispettare sul serio e quelle che tutti ignorano e se le rispetti quasi crei problemi. 
Un mio amico, ad esempio, ha preso una multa per aver fatto i fari per avvertire un automobilista che veniva in senso contrario dell'autovelox. Si può prendere una multa per questo motivo. Poi magari tutti vanno a 90 su una strada dove il limite è 50 e non succede nulla. Ci si abitua come ci si abitua a tutto, ma vivere così, adesso come adesso, lo trovo snervante.

giovedì 26 luglio 2018

quel famoso ufficio all'aeroporto

Durante il viaggio di ritorno sono successe due cose degne di nota.
La seconda è che i bimbi a New York, ormai stanchissimi, sono stati invitati a visitare la cabina di pilotaggio. Bellissima esperienza.
La prima è che per la prima volta ho fatto una visita al famigerato ufficio di cui tutti favoleggiano, quello in cui ti interrogano dopo che vieni bloccato alla dogana. Il mio problema, che non è nemmeno un problema, è semplicissimo: ho perso la green card ad aprile, ho seguito tutte le istruzioni per la sostituzione, ma la carta vera e propria, il rettangolo di plastica, dovrebbe arrivarmi secondo la prassi fra 12-18 mesi (così tanto a causa dell'aumento esponenziale di richieste causato dai vari ban di Trump, mi hanno detto all'ufficio passaporti). Per poter viaggiare finchè non mi arriva il documento, devo mostrare un certo timbro che mi hanno fatto sul passaporto. Questa cosa dev'essere forse una novità perché l'ho dovuta spiegare davvero a tutti quelli che mi hanno controllato il passaporto sia in Italia che qui.
A New York non si sono accontentati delle mie spiegazioni sommarie e mi hanno fatto un vero e proprio interrogatorio. Mi ha fatto molta impressione, sembrava un film, un dramma poliziesco o qualcosa del genere, avrei preferito una bella commedia.
Niente convenevoli.
- Dov'è la sua green card?
- L'ho persa.
- Dove l'ha persa?
- Non lo so.
- Quando l'ha persa.
- Non lo so.
- Possibile che non abbia idea?
- ...
L'ha persa a casa o durante un viaggio?
- Non lo so, non la uso spesso, quando l'ho cercata non c'era.
- Come è possibile?
E via così. Dopo una decina di minuti, con i bambini che oramai dopo otto ore di volo e tutte le varie code e attese erano esausti, l'ho fermata e le ho spiegato passo per passo cosa ho fatto, tutte le istruzioni che ho trovato sul loro sito e che ho seguito alla lettera. Lei allora, con una certa irritazione, mi ha mandato via senza nemmeno alzare la testa dell'incartamento che stava compilando.
Per dire. Così vengono trattati quelli che non hanno fatto niente, chissà gli altri.

mercoledì 25 luglio 2018

il fuso orario e le ombre

Alle quattro e mezza del mattino sento una porta aprirsi. Mi immagino il piccolo Woody che vaga confuso e impaurito per la casa senza ricordarsi bene dove sia come era successo le prime notti in Italia, e scatto in piedi come una molla, ma era solo Joe che andava al bagno. Dopo dieci minuti, al buio completo come sua abitudine, entra nella mia camera, si mette davanti al mio lato del letto e mi parla a bassa voce per non svegliare suo padre, come se l'idea che io possa dormire mentre lui è sveglio non lo sfiorasse.
- Ho fame.
Mentre fa colazione mi racconta:
- Ero sveglio perché, sai, quando la luce da notte è accesa a volte appaiono delle cose spaventose nel buio...
- Lo so, è un problema molto comune soprattutto fra i bambini, ma è la tua immaginazione. Stai tranquillo, in realtà non c'è niente di spaventoso, te ne accorgi quando accendi la luce o al mattino. Puoi chiudere gli occhi e continuare a dormire.
- Sì, ma prima di dormire devo spostare tutto così le ombre spaventose spariscono.
Già, non fa una piega come sempre.
Poi mi chiede come mai ero sveglia anch'io. Mi viene da ridere, ma gli spiego che eravamo svegli entrambi e che a lui è venuta fame a quell'orario strano a causa del fuso orario. Lui al discorso del fuso orario, il più banale dal punto di vista di un adulto, non ci aveva nemmeno pensato.

martedì 24 luglio 2018

cinque minuti

Ieri siamo andati a comprare il dolce nella solita pasticceria che ricordo da sempre. Da sempre per prima cosa appena entri ti fanno assaggiare un cannoncino. Ieri c'era il proprietario, oramai molto anziano, che sembrava divertirsi pazzamente. Il negozio era pieno, i pasticceri facevano i salti mortali e lui distribuiva cannoncini a destra e a manca. Sembrava Babbo Natale con quel sorriso stampato. Dopo aver dato un cannoncino si fermava a osservare l'espressione dei clienti, soprattutto dei bambini e gli si leggeva in faccia quanto godeva di quel piccolissimo istante di gioia altrui. 

Non lo conosco, ma per i cinque minuti che abbiamo condiviso, ho avuto l'idea di una vita molto ben spesa.

sabato 21 luglio 2018

l'entusiasmo

Spesso qui per qualche strano motivo, mi chiedono se sono straniera. Allora io spiego che vivo all'estero da un bel po', ma sono italiana.

- E dove vivi?

- Negli Stati Uniti.

- E negli Stati Uniti dove?

Un po' in imbarazzo rispondo che vivo in Texas. Imbarazzo per modo di dire perché quando nomino il Texas la gente si scatena e tira fuori qualunque cosa, veramente le più assurde da J.R. in poi. E no, non vado al lavoro a cavallo. Però hanno sempre una reazione forte, spalancano gli occhi. 

Il Texas! Che sogno...ma com'è come non è...e mi fanno mille domande e mi dicono "se ti stanchi vado io al tuo posto, eh!".

Ecco, adesso devo provare a trovare dentro di me un po' di quell'entusiasmo lì perché lasciare l'Italia, con tutte le sue problematiche e le sue bellezze, è sempre piuttosto straziante.

venerdì 20 luglio 2018

parliamo di bergamo

Appena arrivati qui, Joe che è un tipo pragmatico, ha fatto una lista di tutto quello che voleva fare in Italia. Prima cosa: andare a Venezia. 
Non sapete quanto mi abbia fatto piacere. L'anno scorso, l'ho portato alla Biennale. Eravamo solo io e lui. Lo feci camminare tantissimo con un caldo esagerato, ma per me fu una giornata memorabile. Ho una passione sconfinata sia per Venezia che per la Biennale, l'idea di introdurre mio figlio a queste due esperienze, mi riempiva di felicità. Avevo avuto la sensazione, sul momento, che avesse passato una bella giornata, ma Joe non è uno che fa tanti complimenti. L'idea che dopo un anno, abbia tirato fuori la cosa, mi fa supporre che quella giornata debba avergli davvero fatto una certa impressione, proprio come speravo. Mi piacerebbe portarlo a Venezia l'estate prossima per la nuova Biennale così quest'anno gli ho fatto vedere altri posti, fra cui Bergamo. 
Ecco, parliamo di Bergamo. Si trova a  meno di un'ora da Milano, eppure ci sono stata una volta sola. Conosco persone di Milano che hanno girato il mondo e non sono mai state a Bergamo. Non ci avevo mai fatto caso a questa cosa, ma adesso mi sembra semplicemente pazzesco. È una città splendida e vicina eppure non sono cresciuta sentendo dire questo. Sono cresciuta sentendo fare scherzi sui contadini della Val Brembana o i muratori bergamaschi. Non erano discorsi che si facevano a casa, i miei non hanno mai preso in giro nessuno, ma ricordo amici e perfino alcuni professori a scuola fare questo tipo di battute, era normale. Mi sono tornate in mente alcune compagne di università che venivano guardate con sufficienza perché venivano da Bergamo, che assurdità. 
Che ingiustizia guardare dall'alto in basso i bergamaschi (o chiunque altro in realtà) per il loro accento o per il loro stile di vita quando hanno un patrimonio culturale e naturale enorme. 
Una commerciante di souvenir meravigliosa in piazza Vecchia, ieri ci ha raccontato un sacco di cose interessanti sulla città, sulla Commedia dell'Arte e in particolare, sulla maschera di Arlecchino che contrariamente a quello che tanti pensano non è veneziana, ma bergamasca. Sembrava non aspettasse altro che spiegarci tutte queste cose, era preparatissima e trasmetteva entusiasmo. Tralasciando il fatto che per far contento Joe mi sono dovuta sorbire una mostra sui dinosauri anche lì, una gran bella esperienza la gita a Bergamo. Belle persone, ottimo cibo, arte. 
Certo, solo in Italia un posto simile può passare in secondo piano.



lunedì 16 luglio 2018

il tu e il lei

Appena arrivata qui, abituata a parlare inglese, mi è venuto spontaneo usare il tu. Poi un giorno una ragazza mi ha risposto con il lei e non mi è piaciuto neanche un po'. Ho pensato o di averle involontariamente mancato di rispetto (era una commessa) o che mi considerasse troppo vecchia per darmi del tu. Dopo quel piccolo incidente ho cercato di usare il lei per sicurezza, ma mi sono sentita puntualmente rispondere con il tu. In quei casi invece, ti sembra di voler fare la superiore. 
L'altro giorno ero a pranzo con un amico e ho notato che dava del tu a una cameriera che mi sembrava  più anziana di noi. Mi ha fatto specie anche perché lui normalmente non ha problemi con le formalità: dà ancora del lei ai miei genitori che conosce da vent'anni. Allora glielo ho chiesto...ma tu come ti regoli con il tu e il lei? Mi ha risposto che dare del tu alla cameriera era stata una gaffe e che generalmente dà sempre del lei. 
Anche questa è una di quelle cose che metterei nella categoria dello shock culturale al contrario. Finché vivevo qui non ci ho mai nemmeno pensato, andavo d'istinto e non ricordo di avere mai avuto problemi. Adesso invece l'istinto deve essersi un po' assopito in questo senso e mi sento spesso a disagio. 
Dopo tutti questi anni passati a usare solo il tu, il lei mi dà l'impressione di un qualcosa di ridondante e inutile, ci sono altri modi di dimostrare il rispetto. I rapporti  fra le persone sono già sufficientemente complicati senza aggiungerci anche questo piccolo carico di possibili malintesi. 
Che ne pensate?

domenica 15 luglio 2018

fratelli

Ieri la nonna mi ha raccontato di aver detto per scherzo mentre giocava con i bambini: 
- Woody, mi hai sfinito! Vendo questo bambino, chi lo vuole per un euro?
Joe è andato nell'altra stanza ha preso un euro dal suo salvadanaio e lo ha dato alla nonna:
- Lo compro io, però me lo dai quando vado in Texas, adesso tienilo tu.

giovedì 12 luglio 2018

niente experience

Comunque, da quando vivo all'estero, Milano ha spesso la peculiarità di farmi sentire piuttosto provinciale. Avevo letto che c'era una mostra su Modigliani, così ci sono andata appena ho avuto l'occasione. Un'idea estemporanea dell'ultimo minuto.
Ero da sola, mi piace andare per musei da sola, ormai lo considero un piccolo lusso
Nella prima sala c'erano un paio di opere piccole e non famose di Modigliani e delle sculture africane. Poi la sala video. Assolutamente un bell'effetto eh, ma io ero lì per vedere i quadri. 
Quando sono qui, non riesco a stare ferma, ho voglia di riempirmi gli occhi, la bocca e le orecchie di tutto quello che non ho dall'altra parte dell'oceano. 
Allora dopo una decina di minuti, mi sono alzata. Ho attraversato un piccolo corridoio e un guardiano mi ha indicato l'uscita. Ma come? È già finita? Lui quasi scusandosi: "Il video dura 50 minuti...". Torno indietro e guardo meglio il video, ma ho la sensazione di aver completamente rovinato l'atmosfera uscendo e rientrando. Non mi raccontava nulla di nuovo e nonostante l'aria condizionata, non avevo voglia di stare là dentro al buio con tutto quello che c'è fuori. 
Con questo non voglio assolutamente dire che la mostra non fosse valida. La colpa è mia, avrei dovuto informarmi meglio prima di andarci. 
Quando ho raccontato l'accaduto a un paio di persone che conosco mi hanno detto: "Ma certo, quella non era una mostra, era un' "experience". Perché lì a Dallas non ci sono le "experience"?
No, almeno che io sappia. Cerco di andare a vedere più o meno tutte le mostre che ci sono nei pochi musei che abbiamo e niente "experience" finora. 
È grave?

lunedì 9 luglio 2018

budapest

Il compleanno di quest'anno è stato eccezionale, il più festeggiato di sempre, con almeno tre sorprese che mi hanno lasciato senza  fiato e che mi hanno messo anche alla prova in un modo o nell'altro. L'ultima in ordine di tempo è stata questo viaggio a Budapest. L'idea di andare a scoprire posti nuovi con le mie compagne di viaggio preferite, senza bimbi, senza preoccupazioni... felicità pura. 
Se avessi dovuto scegliere un regalo per me, avrei scelto esattamente questo
Il fatto è che a volte nella vita sul più bello appare qualcosa, qualcosa che è solo dentro di te e che quella felicità pura cerca di inquinarla. 
D'altra parte, mica si può lasciare a casa l'autoboicottaggio, no? 
Così ti ritrovi lì, valigia pronta, mentre aspetti di andare all'aeroporto a lottare con il panico. L'idea di essere "a distanza d'aereo" dai pupi, ha avuto la meglio mentre loro erano tranquillissimi con i nonni, ignari delle mie paturnie. Quando ho tirato il fiato anch'io, sono stata bene, davvero bene. L'elegante decadenza di Budapest mi ha riempito il cuore. 
Mi porto a casa quella sensazione di pace dopo le terme, il vento calmo del Danubio, il perdermi a osservare i mille motivi dei palazzi del centro, mettere il naso dentro a ogni portone e quel ristorantino con le lucine che mi avete consigliato.
Poi tornare in Italia, riconoscere Bergamo fra le montagne in lontananza dall'autostrada e pensare banalmente, come tutti...l'Italia però.

(Foto su IG)

venerdì 6 luglio 2018

intanto a dallas...

Una donna, ieri sera a Dallas, ha lasciato i suoi due bambini di due e quattro anni in macchina qualche minuto per andare a pagare qualcosa in una stazione di servizio. Mentre faceva questo, il cassiere le ha detto "Guardi che un tipo è entrato nel suo SUV". Lei allora è corsa fino alla macchina, è saltata sul sedile del passeggero, ha tirato fuori la pistola dal cruscotto e ha sparato in testa al tipo. Le condizioni del ladro non sono note, ma lei ha dichiarato di sperare che sia morto e comunque ha espresso rammarico per non avergli sparato più colpi. 
I sostenitori delle armi gioiscono. Per loro è un caso emblematico, uno spot publicitario gratis: abbiamo tutti bisogno di armi per difendere i nostri cari, comprate più armi. 
Io rabbrividisco. Non solo a quest'idea, comunissima purtroppo fra tante tantissime persone che conosco, ma anche al fatto che questa deficiente abbia lasciato due bambini piccoli da soli in macchina di notte in una stazione di servizio e addirittura con una pistola carica che loro avrebbero benissimo potuto trovare e scaricarsi addosso come succede ogni giorno negli Stati Uniti, provate a farvelo raccontare da un chirurgo pediatrico se avete coraggio.
Ecco, a me queste notizie fanno esplodere il cervello. Quando le leggo dall'altra parte del mondo, un po' meno forse, ma insomma.

le gioie del bilinguismo

Siamo in Italia da esattamente due settimane e non solo Woody continua a non parlare una parola di italiano, per qualche oscuro motivo il suo inglese sta facendo passi da gigante.

martedì 3 luglio 2018

il nonno

Pozzanghera.
Woody ci si tuffa. 
Ciaf ciaf di piedini.
Felicità.
Mi godo lo spettacolo.
Arriva il nonno. Woody si blocca.
Il nonno si avvicina. 
Serio. 
Rallenta. 
Si toglie le scarpe.
E in un attimo è dentro alla pozzanghera anche lui. 

lunedì 2 luglio 2018

del pasticcere cristiano e dei diritti civili

In questi giorni dopo il grande Gay Pride di sabato, sto pensando un po' a una strana conversazione che ho avuto appena arrivata qui in Italia con un carissimo amico omosessuale. Discutevamo di una recente sentenza della corte suprema americana, quella che ha dato ragione al pasticcere che si è rifiutato di fare una torta di nozze per un matrimonio gay. 

La sentenza è complessa. Non si tratta certo di un'affermazione dei diritti civili, ma fortunatamente non stabilisce nemmeno il principio che ognuno possa servire chi vuole sulla base delle preferenze sessuali o religiose o del colore della pelle. È una sentenza importante, ma che si esprime su questo singolo caso, diciamo così. Ad ogni modo ha fatto discutere tantissimo. 

Non avrei mai immaginato che proprio questo mio vecchio amico quasi prendesse le parti del pasticcere. Diceva che lo stato non può discriminare, ma che in fondo è giusto che il pasticcere non faccia la torta per la coppia gay, è il suo negozio, decide lui. Non deve essere una posizione così assurda se la decisione dei giudici è stata questa (o no? Ho dei forti dubbi...), ma sono rimasta molto colpita.

Ecco, mi è capitato di parlare di questa cosa con diverse persone e mai nessuno aveva preso le parti del pasticcere, al contrario. Tutti negli States inorridivano all'idea che qualcuno ora possa sentirsi in diritto (o almeno più in diritto di prima) di discriminare sulla base dell'identità di una persona. 

Il pasticcere non li ha mandati via perché erano maleducati o perché hanno fatto qualcosa di male, ma solo perché sono quello che sono e amano chi amano. Sarebbe come rifiutarsi di servire un musulmano o un cinese o un nero o un ebreo. 

La discussione ha preso una piega ancora più insolita quando ha provato a chiarire:

- Sarebbe come se a uno psichiatra capitasse un paziente pedofilo: chiaramente avrebbe diritto a rifiutarsi di curarlo.

Chiaramente? Ho sempre pensato che un medico non potesse rifiutarsi di curare un paziente, soprattutto uno grave. Comprendo benissimo le remore di un avvocato in questo caso, ma non quelle di un medico.

Sono rimasta così perplessa che dopo una settimana ancora non capisco. Se un eterosessuale avesse fatto l'esempio del pedofilo, avrei pensato molto male.

In generale, quello che mi sfugge in questo caso come in altri (gli elettori di Trump per esempio), è come si possa difendere qualcuno che cerca di toglierti dei diritti. Sembravo più pro gay io di lui! Era presente anche il suo compagno e non ha detto nulla.

Com'è possibile? 

È una di quelle cose italiane che oramai mi sfuggono o sono opinioni normali? 

La mia amica lesbica in Texas era molto demoralizzata dopo questa sentenza e io pensavo fosse una reazione ovvia. La sua vita e quella dei suoi figli non migliorerà di certo se i vari commercianti decideranno di non servirla più.

domenica 1 luglio 2018

gli addetti al check-in

L'altra sera a una festa ho parlato con una coppia di addetti al check-in da vent'anni cioè da quando avevano vent'anni. Sono quelli che all'aeroporto vi pesano le valige. Mi raccontavano che questo lavoro non è certo quello che sognavano da bambini, ma che il contratto a tempo indeterminato non si può rischiare per nulla al mondo. Dicevano di essere piuttosto stanchi dell'ambiente e di tutto. Io però gli ho fatto notare che anche se può sembrare ripetitivo, il loro è un lavoro importante, cruciale in alcune situazioni. E lo penso molto seriamente. 

Avrei mille esempi. Mi viene in mente l'anno scorso a Dallas. Era appena stato comunicato un ritardo notevole su un volo intercontinentale. Tutti erano visibilmente nervosi. Ricordo un addetto sorridente e rilassato che perse giusto un minuto a scherzare con Joe e a farlo andare dietro al bancone ad "aiutarlo". Cambiò in un attimo l'atmosfera e l'umore di tutta la fila. 

Un sorriso e si scioglie il gelo, una battuta e siamo di nuovo esseri umani. 

Loro erano così sorpresi, pensavano che nessuno facesse caso a loro. 

- Sai una volta un passeggero è stato gentilissimo, mi ha detto "buona giornata" ed è scappato via. Sono rimasta lì così, non ho nemmeno avuto il tempo di rispondere...

Mi raccontavano questa cosa. Insomma, per loro era un piccolo evento, una piccola storia, mi ha fatto un po' tristezza. Gli ho spiegato che io, e non penso di essere  l'unica, se qualcuno fa bene il suo lavoro durante i miei viaggi, soprattutto quelli che faccio da sola con i bimbi, spesso non solo lo dico a voce, ma se è qualcosa di particolarmente bello, scrivo anche un'email. L'ho fatto proprio per l'ultimo viaggio, la settimana scorsa. Il sistema di intrattenimento era rotto per otto ore e nonostante ciò, è stato uno dei voli migliori che abbiamo mai fatto. Vuoi non dirlo? Almeno un grazie.

Loro erano allibiti, non avevano mai chiesto a un passeggero cosa succede dall'altra parte. Danno tante indicazioni, ma di fatto non sanno come funzionano i vari servizi, così gli ho spiegato un po' di cose, anche questioni tecniche, e credo che domani torneranno al lavoro con uno spirito leggermente diverso. Anche loro hanno ammesso che vedendo passare tutta quella gente ogni santo giorno, è facile dimenticare l'aspetto umano in aeroporto. 

Io, dal canto mio, penso sempre che se ognuno facesse bene il suo pezzettino vivremmo tutti molto meglio.