venerdì 31 luglio 2020

il senso di sicurezza

Ieri mattina, mi sono svegliata e ho sentito che Trump ha intenzione di rinviare le elezioni.
E via un coro di "Che assurdità! Non può farlo, è impossibile!".
Che è vero, certo, però.
Un mese fa -nel mezzo di una terribile ondata di contagi che da allora non ha fatto altro che peggiorare e per combattere la quale al momento non ha proposto alcuna strategia- fece un altro annuncio: o le scuole riaprono come previsto o gli tagliamo i fondi.
E via un coro di "Che assurdità! Non può farlo, è impossibile, non è sicuro!".
Ora. A parte il fatto che sostenere che sia troppo pericoloso votare, ma del tutto sicuro mettere decine di persone (qualcuna sarà anche infetta visti i numeri) a contatto fra loro in uno spazio chiuso dove il più delle volte non puoi nemmeno aprire una finestra 5 giorni alla settimana per otto ore al giorno, comporta evidenti difetti di logica, secondo voi cosa è successo?
Nel giro di un secondo, dopo settimane di prudenza e silenzio assoluto, le scuole hanno cominciato ad annunciare la riapertura.
Dovreste leggerli questi piani di riapertura per farvi un'idea. Non hanno niente a che vedere con la scienza, con quello che sappiamo del virus. Quando ho mosso obiezioni precise, argomentate, scientifiche mi è stato risposto qualcosa tipo 🌈 andràtuttobene.
Vedo che ci sono orde di insegnanti che hanno giusto un paio di dubbi, ma anche tanti altri che per qualche motivo non vedono l'ora di prestarsi a questo "esperimento", come lo ha definito Dr. Fauci.
Ieri ho sentito che in Utah, nelle scuole, ci sarà la "quarantena modificata". Significa che anche gli studenti che sono venuti a contatto diretto con un malato di COVID, possono tornare a scuola, se non hanno sintomi. E niente, come al solito titoloni, ma pare che nessuno lo impedirà. Poi se ci saranno dei morti, tutti a mandare pensieri e preghiere.
In tutto questo, nelle ultime settimane abbiamo visto video di normali manifestanti pacifici arrestati o aggrediti, caricati in macchine senza contrassegni da anonimi soldati in tuta mimetica che non si sono identificati. Ho sentito più di una volta la parola Pinochet usata come verbo.

A voi è mai capitato di perdere del tutto, da un momento all'altro, il senso di sicurezza?

Ecco, io non sapevo nemmeno di avercelo un senso di sicurezza. Per me era normale vivere la mia vita, pensare a quello che dovevo fare, non a sopravvivere. Ora non più. In un certo senso è come essere in guerra, una guerra psicologica di certo, poi a novembre chissà cosa succederà.
E' una sensazione che mi sta facendo crollare. Quando dicono ti è crollato il mondo addosso. Deve essere questa cosa qui. Il mio mondo, tutto quello che conoscevo, tutto quello che con fatica avevo raggiunto, non esiste più. Tornerà? Lo speriamo tutti, ma per adesso e oramai da molti mesi, la situazione è questa.

martedì 28 luglio 2020

ruby bridges a denver

      

Nel 1960 a New Orleans Ruby Bridges fu la prima bambina di colore a frequentare una scuola di bianchi. Si ritrovò in classe da sola perché tutti gli altri bambini vennero ritirati e attirò a tal punto le ire dei razzisti che fu costretta a entrare in classe per mesi accompagnata dalla polizia. I pochi filmati dell'epoca che documentano le offese che le venivano rivolte da adulti invasati dall'odio, sono rivoltanti. Ma Ruby Bridges è comunque cresciuta ed è diventata la splendida donna che vedete nella seconda immagine. È diventata un'insegnante, un'attivista, per me un eroe e un modello inarrivabile, ne ho scritto tante volte (qui e qui). Così quando all'improvviso mi sono trovata davanti quel video proiettato proprio accanto a
The Problem We All Live With è stato un colpo al cuore. Finalmente ho visto dal vivo questo quadro che è stato così importante per me, per la mia crescita, a cui sono legati così tanti momenti della mia vita. Un quadro che ho sempre esitato a mostrare in classe per via di quella parolaccia scritta sul muro, ma che Barak Obama ha avuto l'ardire di esporre alla Casa Bianca, appena fuori dallo Studio Ovale.

A quel punto, è successa una cosa al museo. Ho cominciato a piangere come una fontana rotta, l'emozione ha avuto la meglio. Speravo di non essere notata mentre sotto la mia maschera cadevano copiose le lacrime. Non piangevo così da tantissimo tempo. Mi sono tornati in mente i miei piccoli studenti, quella bambina che assomiglia tanto a Ruby e che dopo aver ascoltato la storia, decise di mandarle una lettera di ringraziamento, quell'altra che mi chiese perché i bianchi uccidono i marroni. Ho pensato ai bambini senza scuola per tutti questi mesi che ora rischiano la salute per tornare in classe e poi all'odio che ancora resiste immutato, le manifestazioni di questi ultimi mesi. Poco è cambiato, molto è cambiato dal 1960. Cercavo di non incrociare lo sguardo di nessuno, ma il guardiano della sala appena ha visto che mi allontanavo, mi ha chiamata e ha fatto il gesto dell'abbraccio. Ovviamente non poteva abbracciarmi, ma voleva dire...ti vedo. Poi abbiamo parlato un po' ed è stato bello.

mercoledì 15 luglio 2020

quel cowboy nel deserto

Succede una cosa se vivi a Dallas. Quando decidi di uscire dal Texas devi guidare per ore, e ore, e ore. E poi magari attraversi certe zone dell'Oklahoma, del Kansas o del Colorado e non ti accorgi nemmeno di aver cambiato stato: cielo, mucche, cavalli e prati a perdita d'occhio. Il GPS dice avanti tutta per 600 miglia senza nemmeno una curva e la mente va. Di curve in realtà poi ne incontri molte. Curve ampie e curve a gomito, curve imprevedibili e curve improvvise di quelle che ti costringono a frenare, sono le famose curve della memoria
E così dal nulla, mi è tornato in mente un episodio successo tantissimi anni fa durante il mio primo viaggio in Texas con Mr. J. 
Alla stazione di servizio, l'unica nell'arco di chissà quante miglia, c'era un uomo di colore sulla cinquantina con gli stivali e il cappello da cowboy che sembrava importunare o chiedere aiuto a tutti, ma nessuno gli dava retta. Niente di strano, capita spesso di vedere persone in difficoltà nelle stazioni di servizio, no? Quella però era una situazione un po' particolare, laggiù in mezzo al nulla. Alla fine venne anche da noi. Raccontò che il suo camper era rimasto a corto di benzina e lo aveva lasciato sul ciglio della strada con la moglie dentro ad aspettarlo. Aveva camminato per dieci chilometri sotto il sole.
All'epoca non parlavo inglese. Mr. J mi spiegò cosa stava succedendo. Ci consultammo un attimo. Se diceva la verità, bisognava assolutamente aiutarlo, se non diceva la verità...ci voleva fare del male? Sembrava la trama del classico film dell'orrore ambientato in Texas. Decidemmo di seguire l'istinto e credergli. Il fatto di non avere idea di cosa dicesse, non mi permise però di abbandonare qualche esitazione.
La cosa che mi rimase più impressa di quell'episodio è che Mr. J gli chiese se poteva perquisirlo e il cowboy accettò di buon grado. Appoggiò le mani sulla macchina e dimostrò di non essere armato. Una scena che non avevo mai visto prima.

Lungo il tragitto la tensione pian piano si sciolse, lo venni a sapere successivamente. Al momento non capivo bene cosa stesse succedendo. Per quanto mi riguardava quei dieci chilometri furono lunghi. Del resto dieci chilometri sono tanti, da fare a piedi nel deserto poi. 
Quando finalmente arrivammo a destinazione, il camper era ancora là con dentro la moglie del cowboy. Aveva detto la verità. 
I motivi per cui non ho mai dimenticato quell'episodio sono legati fondamentalmente alle emozioni che ho provato io. La difficoltà della scelta, il sospetto che il tizio volesse farci del male, il grande senso di impotenza e frustrazione trovandomi impossibilitata a comprendere quello che stava succedendo a causa della barriera linguistica e infine tutte le riflessioni legate al fatto di realizzare per la prima volta di essere circondata da comuni cittadini potenzialmente armati fino ai denti.   
C'è una cosa che non ho mai considerato di quell'esperienza. Non ho mai pensato a come si doveva essere sentito quell'uomo, ho pensato solo a me, al mio punto di vista.
Mentre ero lì in mezzo al nulla l'altro giorno, dopo tutti questi anni, all'improvviso mi si è accesa una lampadina.
Ho capito, anzi ho quasi sentito, l'angoscia e l'ansia di quel pover'uomo nel deserto. Sarà stato stremato dopo aver camminato per dieci chilometri sotto il sole in un posto del genere. Se nessuno lo avesse aiutato si sarebbe fatto buio e la situazione sarebbe diventata pericolosa sul serio. Macchine che ti sfrecciano accanto, animali di ogni sorta. E soprattutto un uomo nero da solo a piedi in uno dei posti più bianchi e razzisti del sud, vent'anni fa.
Poco prima, durante lo stesso viaggio, avevo avuto il mio primissimo contatto con la polizia americana. Un poliziotto ci fermò più o meno lì, in mezzo al deserto, con una scusa ridicola. Non successe assolutamente nulla di grave, ma non fu un incontro piacevole. Non avevo mai visto un poliziotto americano da così vicino. Era enorme, ovviamente armato e per niente amichevole. Noi lì, due ragazzini, completamente indifesi e in balia di qualunque cosa avesse voluto fare. A me venne ordinato di rimanere in macchina, mentre Mr. J fu prelevato e portato nell'auto del poliziotto. Mi raccontò in seguito che la tensione si allentò quando con una battuta riuscì a coinvolgere il poliziotto in un qualche discorso di macchine. Alla fine ci lasciò andare senza farci la multa per non aver messo la freccia (nel deserto, roba da matti).
Ora, nel 2020, penso: se un uomo bianco come Mr. J non si era sentito per niente a suo agio con quel poliziotto, cosa avrebbe provato un nero? Insomma, nei panni del cowboy avrei sperato nel passaggio di una macchina della polizia (ne passano ogni tanto in quei luoghi sperduti), lui non aveva nemmeno quella speranza. Sarebbe passato dalla padella alla brace alle prese con la polizia. Anche questo non avevo mai considerato.
Probabilmente non depone a mio favore il fatto che mi ci siano voluti quasi vent'anni per provare vera empatia per quella persona, ma ci sono arrivata.
Come dice Brenè Brown I'm not here to be right, I'm here to get it right (non sono qui per avere ragione, sono qui per imparare).
Ragionando su tutto questo con Mr. J, mettendo a confronto i miei ricordi con i suoi, ho capito ancora meglio l'accaduto. Mi ha confermato che il vero motivo per cui decise di aiutare quell'uomo è che si rese conto che lì dove eravamo, considerando il colore della sua pelle, di sicuro nessun altro lo avrebbe fatto. 
Tutto questo per dire ancora una volta che le questioni razziali sono una cosa terribilmente complicata. Ci vuole tanto tempo per capire certe sfumature e di errori di valutazione se ne continuano a fare sempre, anche senza nessuna malafede.
All'epoca vivevo ancora in Italia e non considerai minimamente l'aspetto razziale. Per me lui era semplicemente una persona, che detto così sembra una cosa molto positiva, in realtà è esattamente il motivo per cui non sono riuscita a mettermi nei suoi panni e capirlo. Non avevo gli strumenti per decifrare quello che stava succedendo, oggi invece sì, me li sono costruiti anno dopo anno con molta fatica, e cerco di usarli tutti i giorni per capire me stessa, gli errori che posso sempre commettere per un motivo o per l'altro e possibilmente dare il mio contributo in classe o intervenendo quando assisto a situazioni problematiche.
Ad ogni modo, dopo quel lunghissimo viaggio, arrivati vicino a casa, bucammo. E -sorpresa- scoprimmo di non avere la ruota di scorta.
Avremmo potuto rimanere a piedi in mezzo al deserto anche noi.
Sarò naïf, ma ho sempre pensato che avere fatto qualcosa di buono per quel signore, abbia protetto noi.
Il karma ci vede. 

venerdì 3 luglio 2020

visto ascoltato letto

Una piccolissima lista di cose interessanti che ho scovato in questi ultimi giorni:
- L'ultimo episodio del podcast NPR Code Switch. Si intitola We Aren't Who We Think We Are e tocca con una delicatezza indescrivibile un argomento scabroso, un vero e proprio tabù della società americana. Se avete degli amici neri, a me è successo, vi avranno raccontato magari di avere antenati nativi. Io ho un carissimo amico che ha raccontato questa storia per tutta la vita. Poi un giorno ha fatto un test del DNA e ha scoperto con sorpresa di essere geneticamente molto più bianco che nero e anche di non avere nessuna parentela con i nativi. Questa è una cosa che ovviamente scuote le persone nel profondo e capita molto spesso. Le famiglie nere tramandano queste storie per nascondere una verità difficile da affrontare e cioè che le varie tonalità della pelle dei membri di una stessa famiglia sono quasi sempre dovuti alla violenza sessuale degli schiavisti bianchi. In questo episodio si racconta la storia di qualcuno che ha deciso di approfondire e rivelare la vera origine della sua famiglia. Si accenna anche a come erano visti gli immigrati italiani rispetto ad altre minoranze. Tutto molto molto interessante. Una parte della questione che non viene toccata dal podcast e che mi suscita molte curiosità è che, non so altrove, ma in questa zona capita altrettanto spesso di sentire bianchi raccontare di essere discendenti dei nativi. Forse ricorderete l'imbarazzo di Elizabeth Warren quando scoprì, attraverso un test genetico, di avere una parentela con gli indiani molto più lontana di quello che le era sempre stato raccontato dalla sua famiglia. Dopo quell'incidente Trump con la sua rinomata finezza, la soprannominò Pocahontas. Ecco, mi chiedo come mai così tante famiglie bianche americane tramandino con grandissimo orgoglio la leggenda di far parte di qualche tribù. Ad ogni modo, è meraviglioso che nel 2020 si possa parlare con dolore, ma apertamente e senza imbarazzi di un argomento come questo.
- Un altro podcast che mi ha fatto riflettere tantissimo, è l'ultimo episodio di Rough Translation che si intitola So Long, Black Pete e spiega la famosa tradizione del blackface in Olanda. E' illuminante vedere come altri paesi si confrontano sul razzismo. Una donna olandese di colore diceva qualcosa tipo "se cerco di fare capire a parole perchè quella tradizione è offensiva non ottengo nulla: i bianchi capiscono solo quando piango e vedono la mia sofferenza". La cosa che mi ha colpito di più è che con tutto il razzismo sistematico e la brutalità della polizia che abbiamo qui, paradossalmente siamo anche avanti anni luce rispetto allo svisceramento di questi problemi, che altrove ci sono sempre stati, ma si cominciano a delineare solo ora.
- Una serie che ho trovato geniale per vari motivi e che ho letteralmente divorato: Search Party con l'indimenticabile Maeby di Arrested Development.
- Ho finalmente visto anche un'altra serie che mi era sfuggita quando è uscita. Mozart in the Jungle con il mio idolo Gael Garcia Bernal. Le prime due stagioni mi sono piaciute davvero molto. La terza stagione ha per protagonista Monica Bellucci ed è tutta ambientata a Venezia, ma da lì in poi è un po' il salto dello squalo secondo me.
- Per la musica, vi consiglio tantissimo il talento locale Leon Bridges. Il Texas che piace a noi.
Questa volta non mi pronuncio sui libri perchè quello che ho letto ultimamente non mi è piaciuto per niente, anzi mi ha lasciato con una brutta sensazione. Stranissimo. Per fortuna che mi hanno appena regalato dei libri nuovi e soprattutto in italiano come piace a me.
Aspetto i vostri giudizi e le vostre segnalazioni come sempre.

P.S. Ho dimenticato un'ultima cosa che ho scoperto in questi giorni: uno strumento che vi permette di conoscere la situazione coronavirus negli States contea per contea. Utilissimo se vivete qui o se state viaggiando.

martedì 30 giugno 2020

aggiornamenti dal texas

Tanti di voi mi chiedono spiegazioni sulla situazione coronavirus in Texas. Beh, le statistiche potete leggerle ovunque, la curva purtroppo si sta appiattendo, ma verso l'alto. Quindi vi racconto semplicemente la mia esperienza.
Noi qui, a nord di Dallas, non abbiamo visto nessun cambiamento. Ancora oggi, conosco solo una persona che conosce qualcun altro che si è preso il virus. Tutto scorre tranquillo. E' sempre stato un problema invisibile, data la grandezza degli spazi.
Fino a maggio, mi sembra che più o meno tutti si impegnassero con il distanziamento sociale. I primi di maggio, però il governatore Greg Abbot, senza aspettare i famosi 14 giorni di diminuzione dei contagi, all'improvviso, ha cominciato ad autorizzare le riaperture. A quel punto tutto è cambiato. Ricordo di essere passata davanti al vecchio asilo nido di Joe e di essermi molto stupita vedendo il cartello 'open'. Mi sono chiesta conoscendo gli spazi come accidenti avrebbero fatto a stare lontani. Da un giorno all'altro, senza nessun cambiamento significativo nei numeri, hanno ricominciato ad aprire tutto.
Uno dei miei ristoranti preferiti ha elaborato un piano geniale e fin troppo allettante. Si è associato alla birreria e alla gelateria accanto per aumentare lo spazio all'aperto. Un'idea geniale in fondo, ma... troppo bello per essere vero. Con così tante persone insieme senza mascherina a parlare e mangiare per ore, non poteva funzionare. Dopo pochi giorni difatti qualcuno si è ammalato e hanno dovuto chiudere e poi riaprire e avanti così.
A proposito delle mascherine. Io non sto praticamente uscendo di casa. Quei rari giorni in cui rimaniamo sui 30 invece che sui 40 gradi, vado ancora a fare il mio giro in bicicletta al tramonto. Un'oretta nei parchi/boschi che ci sono intorno a casa mia. Da quando fa caldo, non metto più la mascherina. Non mi sembra ce ne sia bisogno, raramente incontro qualcuno, pedalo per tutto il tempo senza mettere nemmeno un piede a terra. Eppure vedo che la maggior parte di quelli che incontro la mascherina ce l'ha, perfino i bambini.
Quello che voglio dire è che mi sembra che ancora una volta la società sia completamente divisa: quelli che se ne stanno a casa e quando vanno anche solo a fare una passeggiata al parco fanno molta attenzione e quelli che semplicemente fanno finta che il coronavirus non esista. O forse chissà, ci credono davvero.
E' che Trump ha seminato dubbi e complotti fin dall'inizio. Diceva quello che in fondo tutti volevano sentire e cioè che non c'era nessun problema e tanti ci hanno creduto perchè come ho detto, ancora adesso gli effetti del coronavirus sono invisibili qui. Confirmation bias a go go. Il risultato è che adesso i contagi sono alle stelle.
Noi che da marzo stiamo attenti a tutto, siamo allo stremo.
Ho degli amici che non vedo da mesi e mesi. Mi mancano moltissimo, ma, per motivi diversi, sono paralizzati dalla paura e ancora non se la sentono di riprendere le frequentazioni. Noi e altri amici come noi, stiamo cercando di mettere in pratica una via di mezzo. Fare tutto quello che sembra ragionevolmente sicuro. Continuare il lockdown, ma anche vedere qualche amico all'aperto o fare viaggi in macchina con la famiglia senza prenotare gran che per avere la libertà di seguire gli itinerari più sicuri senza vincoli. Qualcuno si è comprato un camper. Stare a casa completamente da soli ormai non è più sostenibile a livello psicologico.
Qualche settimana fa c'era davvero un clima diverso, di speranza. Cominciavo a immaginare di andare a tagliarmi i capelli addirittura! Adesso mi sembra un azzardo sproporzionato al piacere di sentirsi in ordine. Ero così felice per la riapertura di alcuni musei qui nel Metroplex e avrei voluto fiondarmici il primo giorno, ma ho deciso di aspettare. Se in Arkansas mi sentivo tranquilla, qui in Texas in questo momento, mi manca la fiducia nel prossimo. Sono troppi quelli che non rispettano le regole. Adesso che finalmente il governatore ha deciso di chiudere i bar, ad esempio, i proprietari dei bar (che non hanno rispettato le regole e hanno contribuito in maniera massiccia ai contagi) stanno facendo causa: ognuno per sé, che gli altri muoiano per le nostre inadempienze non è un problema che ci riguarda.
Conosco delle famiglie che come noi sono state chiuse in casa per mesi e all'improvviso, proprio ultimamente, hanno gettato la spugna. Hanno cominciato a mandare i figli nei campi estivi e negli asili anche se non sono costrette da motivi di lavoro. Una mia amica mi ha detto che ormai questa è un'emergenza della salute mentale e io sono rimasta un po' basita. La salute mentale...certo. Non stiamo molto bene tutti quanti, costretti a vivere da soli o lavorare e fare tutto insieme 24 ore al giorno, ma se salgono i contagi o se ci ammaliamo le speranze di riprendere una vita vagamente normale in tempi ragionevoli vanno a zero.
Non posso non fare paragoni con la situazione italiana. Penso che se è vero che il vostro lockdown è stato terribile e anti democratico per certi versi, era necessario, vi ha protetto.
E' anche una questione di mentalità. Qui in Texas non c'è nemmeno l'obbligo del casco in moto. Vuoi romperti la testa, fai pure. Ognuno gestisce il proprio corpo. Evviva la libertà. Però a che costo? Lasciare la soluzione di una pandemia senza precedenti al buon senso dei singoli individui, evidentemente non funziona anche perchè sono state date informazioni contrastanti fin dal primo giorno. E questa è la cosa che mi spiace di più. Vedendo come si sono comportate le persone che conosco, il modo in cui hanno aderito alle normative finchè c'erano, immagino che avrebbero continuato. Se qualcuno avesse spiegato per bene il motivo, avrebbero sicuramente continuato e avrebbero anche indossato le mascherine senza protestare. Purtroppo non c'è stata una comunicazione univoca, anzi. In troppi hanno cercato di usare questa situazione per scopi politici e quando si trasforma un'emergenza sanitaria in una battaglia politica questi sono i risultati.

lunedì 29 giugno 2020

quote rosa si o no

L'anno scorso in Italia c'era una mia cara amica che stava organizzando una conferenza e aveva un problema. Secondo il protocollo della sua università doveva invitare per forza almeno una donna e lei sarebbe stata felicissima di farlo, ma per quanto cercasse, non trovava una donna con credenziali adeguate in quel campo specifico. Quindi si trovava nella situazione paradossale di avere un pannello di soli uomini oppure invitare una donna meno competente.
Mi è tornata in mente questa cosa dopo aver visto un'intervista a Jon Stewart. Raccontava come andavano le cose al Daily Show ai suoi tempi. Quando si rendevano conto della mancanza di diversità e di stare perdendo il polso della situazione, assumevano un uomo di colore o una donna. Ci sono voluti molti anni, ma alla fine hanno realizzato che era sbagliato.
Perché non c'erano persone di colore o donne nella loro trasmissione? Perché quel lavoro non era alla portata di tutti. Per lavorare in televisione devi non solo avere la possibilità di studiare e la volontà di imbarcarti in una professione piena di rischi, ma anche di lavorare gratis, almeno durante lo stage. Assumere donne o uomini di colore alla fine era come invitarli nel loro club, un club che non sarebbe nemmeno dovuto esistere. E per di più le persone che venivano assunte in questo modo si sentivano più sotto pressione degli altri perché erano costrette non solo a svolgere il proprio lavoro, ma anche in qualche modo a rappresentare tutta una parte della società. Quando finalmente Jon Stewart e i suoi hanno capito tutto questo hanno risolto il problema con grande semplicità: pagando gli interni. In questo modo tutti avevano la stessa possibilità di provare e venivano scelti solo in base al talento.
Per tornare alla situazione della mia amica, evidentemente il suo era un falso problema. Lei si chiedeva: invito una donna incompetente o solo uomini? Non che fosse in suo potere cambiare il sistema eh, ma forse avrebbe dovuto cominciare col chiedersi: perché non ci sono donne competenti in questo campo?

sabato 27 giugno 2020

nuovi nomi, nuovi simboli

Le Dixie Chicks di Dallas sono uno dei gruppi country più famosi degli Stati Uniti e d'ora in poi si chiameranno semplicemente The Chicks. Hanno deciso di cambiare nome per evitare ogni tipo di associazione razzista dovuta al termine "Dixie" che allude agli stati del sud e in qualche modo velatamente anche alla schiavitù (un ulteriore approfondimento qui).
Un altro gruppo country, Lady Antebellum, recentemente ha preso la stessa decisione. Si chiameranno solo Lady A. Quel periodo precedente alla guerra civile che richiamavano nel nome evocava chiaramente una sorta di nostalgia della schiavitù. E' un po' difficile pensare che non se ne fossero mai accorti prima, ma insomma, meglio tardi che mai.
E non sono solo i gruppi musicali a cambiare nome.
Il famoso brand di preparati per pancake Aunt Jemima, ad esempio, subirà dei cambiamenti. L'ho sempre visto al supermercato e non mi è mai venuto in mente che potesse avere richiami razzisti, invece sì ed è la solita brutta storia. Vi lascio questo link in cui due storici spiegano tutto molto bene se vi interessa approfondire.
Questi cambiamenti nei nomi e nei marchi, non hanno poi molto in comune. Sono tutte questioni diverse che tendono a diventare abbastanza complesse appena ti allontani un minimo dalla superficie e cerchi di capire. Gli esempi di controversie di questo tipo in questo periodo sono numerosi e non solo qui negli Stati Uniti. Mi ha fatto molto ridere la levata di scudi contro un possibile rebranding dei cioccolatini "Negrettini" in Italia. Non è ora? Anzi non era ora molti anni fa? Ci sono fior di gruppi musicali, film, squadre di football, mascotte delle università, bandiere e tante altre cose che stanno venendo riconsiderate dopo l'omicidio di George Floyd. Ci sono perfino parole che a un certo punto immagino, non si potranno piú usare. Già, ho da poco scoperto con orrore che espressioni che ho sentito mille volte e che si usano nel linguaggio di tutti i giorni, hanno un'origine razzista, a volte aberrante. Eenie Meenie Miney Mo è forse quella che mi ha lasciato di più l'amaro in bocca: è una canzoncina che si impara all'asilo, una sorta di conta che anche i miei bambini hanno sempre cantato ignari.
Questa cosa mi sconvolge? Abbastanza, però mi fa anche molto piacere avere adesso una consapevolezza in più nel mio modo di agire e di esprimermi. Come diceva Maya Angelou: "Fai del tuo meglio fino a quando non ne sai di più. Quando ne sai di più, fai di più".
La cosa più importante è resistere alla tentazione di sminuire i torti subiti da altri o di infastidirci per questi piccoli cambiamenti di cose che non abbiamo mai messo in discussione e che non abbiamo mai percepito come problematiche.
Non sta a me giudicare se l'immagine di Aunt Jemima sia offensiva perchè non rappresenta me.
Se chi viene rappresentato da quell'immagine, si sente offeso, bisognerà trovare un'altra immagine. E' semplice. Il mondo cambia.
Il fastidio di dover chiamare alcune cose con nomi diversi o di abbandonare immagini che ci sono familiari non è paragonabile al danno che tutto questo reca alla società e all'immaginario collettivo.

mercoledì 24 giugno 2020

il modo in cui si complicano (o si semplificano) le cose

Avremmo dovuto fare questo viaggio proprio la settimana in cui è
cominciato il lockdown. Anche per questo è stato così emozionante. Per un attimo mi è sembrato quasi di riprendere la mia vita da dove l'avevo lasciata. In realtà poi no. I contagi in Texas continuano a salire e penso che me ne starò il più possibile in casa fino al prossimo viaggio. È stato bello stare fuori dal Texas per qualche giorno. A differenza di qui, in Arkansas tutti erano attenti e organizzati. Tutti indossavano le maschere e tenevano le distanze. Avevi davvero la sensazione di poter gestire la situazione senza smettere di vivere.
Aver politicizzato questo virus e essere circondati da persone che, a dispetto dei morti in tutto il mondo, si rifiutano anche solo di credere che esista, rende tutto mille volte più complicato per tutti.

martedì 23 giugno 2020

la vita è dura ultimamente, l'arte aiuta



Sei ore di strada solo per andare a vedere un museo. Arrivare lì e scoppiare a piangere dall'emozione. Lo so che sembra esagerato, ma... Niente Italia, niente lezioni di arte, (quasi) niente amici. La vita è dura ultimamente, l'arte aiuta. Molto.

lunedì 22 giugno 2020

del perchè ora e del k-pop

Dopo le belle discussioni che sono nate riguardo al post su Ibram X. Kendi qualche giorno fa, continuo a segnalarvi tutto quello che trovo sul mio cammino e che mi aiuta a decodificare un po' la situazione attuale. Sempre tutto in inglese purtroppo.
L'invito a raccontarmi cosa ne pensate è sempre valido.
1. Il primo è un episodio di "Code Switch" che si intitola "Why Now, White People?" in cui ci si pone la domanda da un milione di dollari, quella a cui tutti stanno cercando di rispondere in questi giorni: perchè ora? Perchè il movimento Black Lives Matter ha preso il volo dopo l'omicidio di George Floyd e non prima, considerando che in questi ultimi anni sono stati filmati molti altri di omicidi anche incredibilmente simili a questo qui? La domanda è la solita, l'analisi tutt'altro che scontata. Oltretutto questa cosa mi tocca molto da vicino. Come sapete sono anni che mi batto senza grandi risultati per affrontare certi argomenti a scuola. Mi fa impressione vedere che da un giorno all'altro tutti sembrino pensarla esattamente come me. Perchè ora? Perchè le stesse persone che fino a qualche mese fa non avevano nemmeno il coraggio di dire Black Lives Matter e consideravano qualunque questione razziale "pericolosa", ora all'improvviso hanno cambiato idea?
2. Il secondo è un episodio del podcast "Reset" di Vox che si intitola "K-pop’s online activism for Black Lives Matter is complicated" e mi ha aperto un mondo. Si è parlato tanto in questi giorni del fatto che i fan del K-pop hanno prenotato in massa per il comizio di Trump dando all'organizzazione la falsa aspettativa che ci sarebbero stati molti più partecipanti di quelli che poi ci sono stati. Qui si spiega molto bene, non solo come sono andate realmente le cose e cioè che con questa loro azione non hanno tolto il posto a nessuno, ma anche tutta l'origine di questo tipo di attivismo politico e di questo genere musicale che ha numerosissime e complicatissime implicazioni razziali di cui ero del tutto all'oscuro.

mercoledì 17 giugno 2020

se qualcuno vi chiedesse che cos'è il white privilege

Quando abbiamo deciso di portare i bambini al picchetto davanti alla stazione della polizia della nostra zona per la morte di George Floyd, eravamo tutt'altro che tranquilli.
Ve lo avevo raccontato qui. Ci abbiamo pensato molto mooolto bene. Abbiamo cercato di considerare tutto. Dai numerosi precedenti incontri sempre positivi, con la polizia locale al fatto che la presenza di una famiglia come la nostra potesse essere particolarmente utile e significativa in quel contesto, anche solo per allentare la tensione. Abbiamo elaborato vari piani. Uno era: arriviamo lì, vediamo com'è e se c'è qualcosa che non va ce ne andiamo senza nemmeno scendere dalla macchina. Un altro era: se tutto sembra a posto scendiamo, ma rimaniamo comunque vicino alla macchina, così se le cose si mettono male, ce ne torniamo subito a casa.
Quando ti prendi la responsabilità di portare due bambini a una manifestazione durante una pandemia e con tutta la violenza che c'è stata ultimamente, non lo fai a cuor leggero. E' finita, come sapete, che siamo arrivati lì e, come è successo poi in tante altre piccole città in giro per gli Stati Uniti, era quasi una sorta di festa della comunità a cui ha partecipato attivamente (e allegramente) perfino il capo della polizia.
Seguendo il piano B, senza nemmeno farci troppo caso, abbiamo lasciato la macchina nel parcheggio della stazione di polizia: dopo tutto era il posto più vicino alla manifestazione in assoluto. C'erano due agenti fuori e gli abbiamo chiesto se andasse bene parcheggiare lì, come fosse la cosa più normale del mondo.
Poi ho notato che il parcheggio era vuoto. Ci siamo sentiti così sicuri da andare a chiedere alla polizia se potevamo lasciare la macchina nel loro parcheggio intanto che andavamo a manifestare contro di loro. Se qualcuno vi chiedesse che cos'è il "white privilege", ecco è questo. Il "white privilege" sono tutte quelle cose che fai in tutta normalità, ma che per altri con la pelle di un colore diverso dal tuo, non sono normali per niente. Ho sempre detto ai miei bambini quando andavamo in posti affollati: "Se vi perdete, chiedete aiuto a un poliziotto oppure un'altra mamma". Anche questa mi é sempre sembrata una cosa normalissima. Sempre finchè mi sono resa conto che una mamma nera, non direbbe mai una cosa del genere. Direbbe il contrario probabilmente: "Se ti perdi, non andare mai da un poliziotto". E chi mai potrebbe darle torto? (Qui una serie di storie di bambini uccisi negli ultimi anni). I privilegi dei bianchi sono tantissimi e non ce ne rendiamo nemmeno conto. Pensiamo sempre di faticare, di dover superare mille difficoltà e ingiustizie ed è così, anche se le difficoltà che abbiamo noi sono una minima parte rispetto a quello con cui devono vedersela altri nella vita.
Ci riteniamo giustamente ottime persone e ottimi professionisti, unici artefici dei nostri successi, ma quasi mai ci fermiamo a pensare che siamo in una certa posizione perchè, indipendentemente dai nostri meriti, abbiamo avuto delle opportunità che ad altri sono state negate ai blocchi di partenza. Rendersi conto di tutto questo, riconoscere le proprie zone d'ombra, è difficilissimo, ma è anche fondamentale per contribuire al cambiamento.

martedì 16 giugno 2020

ibram x. kendi

La questione del razzismo negli Stati Uniti è una delle cose più complicate e affascinanti su cui si possa ragionare. Sono molti anni che studio e cerco di capire e ogni tanto mi imbatto in personaggi che mi aprono veramente gli occhi.
Ibram X. Kendi è certamente uno di questi. Più volte ho messo in pausa questo video per prendere appunti.
Quello che lui dice in questa lunga intervista su TED, lo ha scritto anche nei suoi libri, ma purtroppo -lo ammetto tranquillamente- con tutta la mia buona volontà non ho il tempo o l'ambizione di leggere *tutti* i libri che ci sono sull'argomento. Credo che anche da un'intervista come questa si possa imparare parecchio.
Le cose fondamentali che ho imparato io in questo caso, sono due.
Numero uno. Cosa significa esattamente essere 'anti-razzista'. Lui dice: "Essere anti-razzista significa fare errori e riconoscere quando facciamo un errore". Dire o pensare qualcosa di razzista non significa essere razzista, significa aver fatto un errore. Il coraggio sta nell'ammetterlo e andare avanti, è lì che sta l'eventuale crescita. Secondo lui, le scuse televisive della famigerata Amy Cooper (la donna che ha chiamato la polizia perchè un uomo di colore le ha chiesto di mettere il guinzaglio al suo cane in un parco pubblico) non sono sufficienti. Lui spiega che in questi casi la dinamica è sempre la stessa. La persona accusata di razzismo, si difende sempre dichiarando di non essere razzista. Invece, la primissima cosa da fare sarebbe il contrario e cioè dire 'è vero sono stato razzista, adesso che l'ho capito cercherò di fare meglio'.
La seconda cosa che mi sta facendo riflettere tantissimo è il suo pensiero sul valore delle emozioni nella lotta al razzismo. Lui dice che movimenti come quello attuale nascono perchè stiamo male assistendo a quello che è successo, ad esempio, a George Floyd. Allora per sentirci meglio, marciamo, doniamo, facciamo volontariato e poi, quando ci sentiamo meglio, o quando succede qualcos'altro e la nostra attenzione scema, tutto finisce lì ogni volta e non c'è mai un cambiamento reale. Quindi lui dice che bisogna assolutamente spostare il centro dell'attenzione: quello che conta non sono le nostre emozioni di fronte a determinate ingiustizie, ma l'obbiettivo finale di "trasformare" la società in cui viviamo. Se non teniamo bene a mente questo obiettivo, appena ci sentiremo tutti meglio, torneremo alle nostre vite e non cambierà mai nulla. Fino a quando arriverà un nuovo video o una nuova ingiustizia a provocare quelle stesse emozioni nagative e il ciclo ricomincerà.
Se per caso deciderete di ascoltare e vorrete dirmi cosa ne pensate, scrivetemi pure!

venerdì 12 giugno 2020

via (da HBO) col vento

Vorrei dire anch'io una cosa sul problema di Via Col Vento e HBO (qui) perchè ne sto leggendo di tutti i colori da tre giorni e non ne posso più.
Se ci si vuole indignare ci sono mille motivi, ma in questo caso, per quanto mi riguarda, l'unico motivo di indignazione è la pigrizia intellettuale di chi grida allo scandalo senza informarsi e senza leggere non dico gli articoli che posta, ma nemmeno i titoli.
Innanzitutto il film non è stato censurato da HBO.
In sostanza, è successo questo.
Un importante sceneggiatore afroamericano, John Ridley, pochi giorni fa ha scritto un pezzo sul Los Angeles Times (qui) in cui chiedeva a HBO di rimuovere il film in questo particolare momento storico in cui "stiamo tutti considerando cosa possiamo fare per combattere l'intolleranza" e di reintrodurlo successivamente con una adeguata contestualizzazione storica e un disclaimer.
Scrive Ridley che questo film "quando non ignora gli orrori della schiavitù, perpetua alcuni dei più dolorosi stereotipi sulle persone di colore".
HBO ha tempestivamente accolto la sua richiesta e ha rimosso t e m p o r a n e a m e n t e il film con l'intenzione di riproporlo presto in versione integrale, ma preceduto da una qualche forma di inquadramento storico o disclaimer (come è già avvenuto in passato).
Tutto qui.
Questa la dichiarazione di HBO:
“’Gone With The Wind’ is a product of its time and depicts some of the ethnic and racial prejudices that have, unfortunately, been commonplace in American society. These racist depictions were wrong then and are wrong today, and we felt that to keep this title up without an explanation and a denouncement of those depictions would be irresponsible,” an HBO Max spokesperson told Variety. “These depictions are certainly counter to WarnerMedia’s values, so when we return the film to HBO Max, it will return with a discussion of its historical context and a denouncement of those very depictions, but will be presented as it was originally created, because to do otherwise would be the same as claiming these prejudices never existed. If we are to create a more just, equitable and inclusive future, we must first acknowledge and understand our history.”
Che cosa c'è da obiettare?
Come ci saremmo sentiti se HBO avesse ignorato questa richiesta?

martedì 9 giugno 2020

nelle zone rurali

In città o nelle zone urbane in generale qui in Texas, non ti capita di vedere il tizio con il cappellino 'make America great again' o quello con la bandiera degli Stati Confererati davanti a casa. Giusto qualche bumper sticker, ma non ho mai visto uno sfoggio particolare di simboli razzisti. Nelle zone rurali invece è piuttosto comune. Le zone rurali sono quelle dove vive la famigerata 'base', ossia la base elettorale di Trump.
Al fiume, lo scorso weekend, dopo aver notato più di un cappellino pro-Trump, mi è venuto spontaneo chiedermi come potesse cavarsela un uomo di colore in quell'ambiente. Allora mi sono guardata intorno e fra tanta gente ho visto un solo uomo di colore.
Maglietta dei veterani, cappellino dei veterani, adesivo sulla macchina dei veterani. Il messaggio era chiaro: SONO UN VETERANO.
Ecco la risposta. Cerchi di proteggerti esibendo un simbolo caro ai razzisti per bilanciare un minimo il loro odio nei tuoi confronti.
Questo per dire ancora una volta che l'omicidio di George Floyd, texano di Houston, è stato solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

lunedì 8 giugno 2020

24 ore fuori casa

Questo weekend appena trascorso, siamo andati al fiume. Eravamo a un'ora e mezza da casa, ma abbiamo passato 24 ore fuori per la prima volta in tre mesi. 
Mi sono accorta di varie cose.
Pensavo che avrei potuto semplicemente godermi il viaggio, invece, mi sono presto accorta che il lockdown, almeno su di me, ha avuto delle conseguenze psicologiche notevoli.
Nella contea in cui ci trovavamo il coronavirus non è mai arrivato. Stando ai dati ufficiali non ci sono stati nè contagi, nè morti. Nonostante ciò non sono mai riuscita ad abbassare la guardia e a rilassarmi completamente. 
Appena arrivati in hotel, per prima cosa ho passato il disinfettante ovunque. Ho imposto il divieto tassativo di non fermarci alle stazioni di servizio. La pipì si fa prima o dopo il viaggio. Niente colazione (già pagata) in hotel. Abbiamo fatto due dei tre pasti al fast food, quello in cui non bisogna nemmeno scendere dalla macchina. Abbiamo visitato solo posti all'aperto in cui era possibile stare a distanza. Qui di spazio ce n'è quanto se ne vuole, ma il parco in cui avremmo voluto andare, ad esempio, è prenotato per i prossimi dieci giorni per evitare assembramenti. E va benissimo così. Ho rotto le scatole per tutto il tempo e mi dispiace. Ho ceduto sulla cena almeno. Finalmente al ristorante, uno dei miei preferiti. Ha un patio abbastanza grande. C'eravamo solo noi e un'adorabile coppia di anzianissime signore. Avevo chiamato in anticipo per prenotare e per assicurarmi che rispettassero le norme di sicurezza (tanta precisione non è da me, giuro). Una volta lì, però la cameriera era senza maschera: aiuto. Volevo andarmene poi, rendendomi conto di avere già rotto abbastanza, mi sono fatta portare una fantastica margarita al fico d'india (specialità della casa), tablet ai pupi e mi sono goduta la prima serata fuori. Eravamo sui quaranta gradi, all'aperto, senza contagi, calma, mi sono detta. 
In generale, mi sono resa conto che la via di mezzo, è davvero difficile da praticare. Una volta che sei fuori, è quasi impossibile rispettare tutte le norme di sicurezza.
Paradossalmente, per quanto abbia odiato rimanere bloccata in casa per mesi, il ritorno è stato forse la parte migliore di questo piccolo viaggio. Mi sono sentita così al sicuro, così tranquilla a casa...non avrei potuto stare fuori più a lungo in questo momento. 
L'intenzione è di fare un qualche tipo di vacanza quest'estate, ma probabilmente, almeno io, con i contagi che qui comunque non scendono, ci dovrò arrivare per gradi. Per ora sono riuscita a passare 24 ore fuori di casa. Un passo per volta.

Voi come ve la state cavando con la fase due o tre (ho perso il conto)? State tornando davvero a una sorta di normalità? 

Sapete qual è stata la parte più bella di questo weekend? Il viaggio in sè. Ho sentito stranieri odiarlo in maniera viscerale nel corso degli anni, ma se chiedete a me il Texas è semplicemente stupendo. Gli spazi immensi, i cieli nuvolosi. Una sensazione di libertà che ti fa dimenticare davvero di tutto. Almeno per un po'. 

venerdì 5 giugno 2020

che cos'è la white fragility

Avete mai sentito parlare di white fragility? Nel contesto della questione razziale americana è un concetto fondamentale.
Consiste grossomodo in questo: i bianchi culturalmente si sentono a tal punto a disagio ad affrontare qualunque questione legata al razzismo che non lo fanno e questo ha delle conseguenze devastanti. Non si possono eludere questi argomenti con i figli o con gli studenti, ad esempio. Non parlare di questi temi ai bambini bianchi equivale a creare un senso di "noi e loro", lascia uno spazio vuoto che poi loro crescendo riempiono a loro modo.

La cosiddetta fragilità è dovuta non solo alla vergogna dello schiavismo, ma anche e soprattutto alla consapevolezza di vivere nel privilegio di non subire le stesse discriminazioni che subiscono le minoranze. Spesso i bianchi americani hanno storie familiari che ritengono imbarazzanti in tal senso. Un avo proprietario di schiavi, dei parenti apertamente razzisti, dei genitori che non hanno mai detto una parola sulla questione o che gli hanno insegnato a non dire mai una parola sulla questione. A volte non hanno mai avuto un amico o un vicino di casa o un compagno di scuola di colore. Hanno una paura incredibile di dire la cosa sbagliata e passare per razzisti o insensibili e allora non parlano. Per questo si respirava quel nervosismo e quell'imbarazzo durante l'ultima riunione (post precedente).

Non ho mai capito questa white fragility. Pensavo, con il mio background, di esserne del tutto immune e invece per la prima volta comincio a capire. Questo senso di non fare mai la cosa giusta. Non importa quanto ci provi, offendi o ferisci sempre qualcuno.

Qualche giorno fa tutti postavano un quadrato nero per il Black Out Tuesday. L'ho fatto anch'io perchè mi sembrava un'idea piuttosto brillante. Tutti smettono di postare per un giorno così da mettere in evidenza solo le voci dei neri. Ecco, non è andata proprio così. Tanti non hanno capito e hanno usato l'hashtag Black Lives Matter, così è successo esattamente il contrario: se cercavi #blacklivesmatter ti ritrovavi davanti a una schermata nera. Ho letto molte cose. Alcuni hanno perfino detto che sia stata un'azione intenzionale, una forma di censura o boicottaggio proprio nel momento in cui i riflettori maggiormente dovevano essere puntati sull'esperienza dei neri.

Allora, ho pensato: faccio qualcosa di concreto. E sono andata alla manifestazione (qui). Come ho spiegato precedentemente avevamo molta paura. Avevamo elaborato vari piani di fuga, non eravamo per niente tranquilli, ma una delle cose che ci hanno fatto decidere di manifestare è stata che la nostra sola presenza avrebbe fatto diminuire la tensione, avrebbe protetto chi si esponeva a un rischio maggiore. Poi la manifestazione è stata un successo sotto tutti i punti di vista e allora, ingenuamente felice e piena di speranza, ho pensato di fare un post sulla mia pagina FB personale per dire ai miei amici che la situazione è relativamente tranquilla qui intorno e che potevano probabilmente manifestare anche loro, se lo ritenevano opportuno.

Tanti hanno apprezzato a tal punto questa cosa che mi hanno chiesto di condividere il post. Ho pensato perchè no? E' una cosa positiva mostrare che ci sono manifestazioni pacifiche qui in Texas e ho reso il post 'pubblico'. Successivamente ho scoperto che il mio post lo stavano condividendo con il mio stesso spirito i miei amici sì, ma anche, purtroppo, persone che non conosco e che lo avevano completamente frainteso. So che lo hanno frainteso perchè gli altri post che vedevo sulle loro bacheche erano da voltastomaco. Suppongo lo abbiano interpretato come un 'così protestano i bianchi'.

Mi sono spaventata a morte e ho cancellato immediatamente tutto (era l'unico modo per far sparire il mio post da quelle bacheche). Una lezione notevole sia sul potere di internet che sulla questione in sè, ma che amarezza.

Mi ha colpito tantissimo un editoriale sul New York Times di oggi. Si intitola "I don't need 'love' texts from my white friends". Uno scrittore di colore spiega come lo hanno fatto sentire i tentativi maldestri dei suoi conoscenti bianchi di essergli vicino in questi giorni. In sostanza dice: sto soffrendo, ho paura di morire, ma non adesso, ho paura di morire da tutta la vita. Ho paura di uscire di casa e non tornare più. Non venite a dirmi quanto vi dispiace ora solo perchè tutti ne parlano, fate qualcosa di concreto. E lui propone questo:
- Donare soldi per pagare le spese legali dei neri arrestati ingiustamente
- Fare sapere a parenti e amici bianchi che non volete vederli fino a quando non faranno qualcosa di concreto per combattere il razzismo
- Fare da scudo ai manifestanti neri durante le proteste.

Insomma, in parole povere, la cosa più importante da fare è continuare umilmente ad ascoltare loro e studiare.

(Se può esservi utile qui trovate una lista di libri per bambini e qui una per adulti)

giovedì 4 giugno 2020

l'ultima riunione dell'anno

L'anno scolastico è ufficialmente finito e durante l'ultimissima riunione via Zoom è successa una cosa senza precedenti.
La sovrintendente fin dall'inizio ha accennato a qualcosa che ci avrebbe detto alla fine dell'incontro.
L'ordine del giorno era davvero esiguo. Complimenti, auguri di compleanno, saluti, cose così. Si vedeva che non aveva nulla di importante di cui parlare, tranne "quella cosa" che doveva dirci alla fine. Sembrava ci stesse girando intorno. Sembrava quasi avesse paura di dircelo e capite che in questa situazione, siamo tutti un po' sulle spine.
Si torna a scuola? Non si torna? Come si torna?
Per di più non ho fatto in tempo ad aggiornare Zoom e durante quella riunione potevo vedere solo la mia faccia e quella di chi parlava, quindi non avevo nessun elemento per indovinare cosa stesse succedendo, se i 60 partecipanti stessero ridendo o se fossero seri e preoccupati.
Dopo mezz'ora.
- Va bene, allora adesso vi parlerò di quella cosa che vi dicevo. Ma...per caso c'è qualcuno che ha qualcosa da dire?
Era ridicolo, non voleva dircelo o aveva paura di dircelo?
Chiudono la scuola? Siamo tutti licenziati?
Finalmente fa un bel respiro.
- Sapete che non ho mai parlato di queste cose pubblicamente, ma adesso sento di non poter più stare in silenzio. Adesso più che mai il silenzio è complice. Mi rendo perfettamente conto di essere bianca e privilegiata e ho una paura enorme di dire la cosa sbagliata, ma è necessario chiarire da che parte stiamo in questa scuola e esprimere solidarietà ai nostri colleghi afroamericani.
E poi un'altra fondatrice della scuola ha preso la parola e ha spiegato il piano. Insomma, c'è un piano!
Questo non è MAI successo in tutti questi anni. Questo è il mio sogno. Ho fatto di tutto quest'anno per smuovere le cose, per creare una discussione interna, ma il terreno chiaramente non era fertile. Forse ora sì. O forse, come al solito, si lascerà cadere tutto nel vuoto una volta passata l'ondata di sdegno. Non lo so. Però io mi sento molto più legittimata ora a continuare ad tirare fuori questi argomenti.
Non sapete quanto mi riempia di entusiasmo e di speranza questa cosa.
In questi anni sono successe cose terribili, molte altre persone sono morte per mano della polizia come George Floyd e ogni volta rimanevo sconvolta dal silenzio assordante della maggior parte di colleghi e amici.
Fino a poco tempo fa anche solo dire di supportare "Black Lives Matter" assumeva un connotato politico ambiguo. C'era sempre il genio che se ne usciva dicendo no perchè "All lives Matter", tutte le vite contano, non solo quelle dei neri.
Adesso credo che sia stato spiegato fino alla nausea che ovviamente tutte le vite contano, ma le uniche vite in pericolo sono quelle dei neri, è per questo che bisogna concentrarsi su quelle. Se una casa va a fuoco, non è che i pompieri vanno a innaffiare tutte le altre perchè tutte le case contano.
Sono soddisfatta, ho tantissime idee e qualche speranza in più.
E sono ufficialmente in vacanza.

mercoledì 3 giugno 2020

una notizia che non fa notizia

Ieri per caso siamo venuti a sapere che c'era una manifestazione di protesta contro la morte di George Floyd e la violenza della polizia proprio qui vicino a casa. Un picchetto in pieno giorno davanti alla sede della polizia locale. Viviamo in una zona molto tranquilla e, sembrerà strano, ma conosco relativamente bene la polizia.
La polizia qui lavora molto con le scuole e organizza varie manifestazioni. Vivo qui da molti anni e non ho mai sentito o visto niente di preoccupante anche se, certo - non sono di colore - non faccio parte della categoria a rischio quindi non posso davvero sapere cosa succede.
D'istinto mi è sembrata un'ottima idea andarci, ma si sa in questi casi l'istinto è meglio metterlo da parte. Il giorno prima a Washington, Trump aveva fatto lanciare lacrimogeni su una manifestazione pacifica per brandire una bibbia davanti a una chiesa e farsi fare una foto (qui). Anche qui a Dallas ci sono stati disordini e il coprifuoco da diversi giorni. Non c'è da stare tranquilli in questo periodo, ma dopo un'estenuante discussione durata un paio d'ore buone, abbiamo deciso di non farci prendere dalla paura e di andare. Non posso davvero immaginare di dover spiegare ai miei figli, un giorno, che è successo quello che è successo e noi siamo rimasti a guardare in silenzio.
La parte più complicata è stata spiegare a Joe e Woody in modo diverso e appropriato alla loro età, quello che è successo.
Uno dei motivi per cui abbiamo deciso di partecipare è che ci è arrivata voce di altre manifestazioni pacifiche qui intorno. Notizie che non fanno notizia e che non abbiamo letto da nessuna parte, ma che ci sono state raccontate a voce da amici.
Arrivati lì abbiamo trovato molte più persone di quello che si sarebbe potuto immaginare per una manifestazione di periferia, annunciata all'ultimo minuto. Tante famiglie, tanti bambini, tanti colori.
Faceva moltissimo caldo e gli organizzatori distribuivano acqua, crema solare, mascherine e perfino qualche snack.
La polizia dal canto suo, si limitava a osservare tutto molto attentamente, ma non abbiamo visto grande sfoggio di armi o dispiegamento di forze.
Mi ha colpito moltissimo il capo della polizia. Un omone di colore alto due metri che sotto quel sole bollente del pomeriggio texano, non si è fermato un secondo. Credo abbia cercato di parlare con ogni singolo partecipante alla manifestazione.
Vicino a noi c'era un piccolo gruppo di Sikh e lui gli ha chiesto se vivessero qui e gli ha proposto di contattarlo per organizzare qualcosa per far conoscere la loro cultura agli abitanti della zona.     
A tutti diceva la stessa frase: - Grazie per essere venuti a fare sentire la vostra voce. Non lo dimenticherò mai.
E' vero, è un piccolissimo episodio, ma dimostra che la convivenza civile è possibile, perfino qui in Texas con la mentalità che c'è.
Come ci ha insegnato Angela Davis, in una società razzista non basta non essere razzisti, bisogna essere anti-razzisti. E questo è quello che stiamo provando a fare in tutti i modi a nostra disposizione.

sabato 30 maggio 2020

oggi rifletto su questo

Stavo leggendo un articolo sul dolore delle madri di colore che convivono con la paura ogni giorno dal momento in cui diventano madri e in realtà anche da prima.
Vedono figli che potrebbero essere i propri, uccisi continuamente senza motivo da chi dovrebbe proteggerli. Ogni volta che ci scappa il morto e non è tuo figlio è come schivare un proiettile e i proiettili non si fermano mai. Immaginate di vivere con una paura simile tutta la vita, tutti i giorni. Un conto è perdere un figlio per una malattia o per un incidente, ma perderlo in questo modo è una tragedia di cui è impossibile farsi una ragione. Di più. E' un trauma che viene interiorizzato da tutta la comunità.
Un po' di tempo fa, ad esempio, un'amica di colore mi raccontava scherzando di avere supplicato il figlio ventenne che si era fatto una pettinatura un po' particolare di tagliarsi i capelli. Inizialmente non avevo capito perchè desse così importanza a una pettinatura, poi ha smesso di scherzare e mi ha spiegato bene. Regola n. 1: non dare nell'occhio. Per un altro genitore un taglio di capelli è una questione estetica, nella sua percezione invece, si tratta di sopravvivenza.
A un certo punto dell'articolo, una donna intervistata dice di provare quasi risentimento per il modo in cui i bianchi hanno reagito al lockdown.
Eravamo addolorati, anzi lo siamo ancora. Ci lamentavamo di non poter interagire con il prossimo, noi.
Per lei invece tenere i figli a casa è stata una sorta di tregua dalla preoccupazione che gli succedesse qualcosa di male, che uscissero nel mondo, a scuola o in qualunque luogo pubblico e non potesse proteggerli.
Oggi rifletto su questo.

venerdì 29 maggio 2020

giustizia e ingiustizia

All'inizio di questa settimana, a Central Park, a New York, un birdwatcher di nome Christian Cooper ha chiesto a una donna di legare il suo cane. I cani in quella zona devono essere tenuti al guinzaglio per preservare l'ambiente naturale.
Cosa c'è di straordinario?
In teoria nulla, solo che la donna invece di chiedere scusa e legare il cane, ha deciso di chiamare la polizia urlando che un uomo afroamericano la stava minacciando e "temeva per la propria vita".
"Temere per la propria vita" in un contesto simile, è un'espressione che oramai qui fa pensare solo a una cosa: la scusa che usano i poliziotti ogni volta che uccidono un nero disarmato. "L'ho fatto perchè ho temuto per la mia vita", un classico. E la maggior parte delle volte non vanno nemmeno a processo.
Lo sanno tutti qui che chiamare la polizia quando c'è di mezzo una persona di colore è pericoloso. Non importano le circostanze: perfino una banale lite come questa per un guinzaglio, può costare la vita a qualcuno.
Vediamo folle di bianchi che con la benedizione e l'incoraggiamento di Trump, se ne vanno tranquillamente a protestare contro il lockdown impugnando fucili semi-automatici davanti ai parlamenti dei vari stati, ma in un modo o nell'altro un nero anche disarmato, anche del tutto innocente, ci rimette quasi sempre la pelle con la polizia.

I neri ancora oggi hanno grosse difficoltà semplicemente a esistere negli Stati Uniti.
Ma non divaghiamo. Il birdwatcher del Central Park, è riuscito a mantenere la calma e a filmare la donna che mentiva alla polizia. Il video è diventato virale e la donna non solo ha perso il suo cane (pur di non mettergli il guinzaglio lo tirava per il collo), ma anche il posto di lavoro. Quale azienda vorrebbe mai essere associata a un personaggio simile?
Per una volta, siamo andati a dormire con un sospiro di sollievo. Per una volta una storia a lieto fine. Per una volta, la giustizia ha trionfato.
La mattina successiva ci siamo svegliati con le immagini terrificanti di un poliziotto bianco che soffocava George Floyd, un altro uomo di colore disarmato, inginocchiandosi sopra di lui mentre un altro poliziotto assisteva alla scena senza intervenire.

Pensavamo che i razzisti si prendessero una pausa durante la pandemia? Nemmeno per sogno. La pandemia stessa sta facendo strage di neri perchè quando il razzismo è sistematico da generazioni uccide in tanti modi diversi.

Non credo che la violenza sia aumentata, semplicemente oggi la tecnologia permette di documentarla di più. La speranza è che avere questi fatti sotto gli occhi crei finalmente un'ondata di sdegno che possa mettere chi compie certe azioni in un angolo.