domenica 25 agosto 2019

la scuola wonka

Queste prime settimane di lavoro, com'era prevedibile, sono state complicate.
La fase più difficile è stata senz'altro quella precedente all'inizio delle lezioni. E' una scuola fuori dall'ordinario in tutti i sensi, come vi raccontavo qui
Alcuni esempi?
Faccio un colloquio perfetto, mi mandano il contratto dopo due ore riempiendomi di complimenti e pregandomi di accettare, io firmo e non li sento per quasi tre mesi. Un po' di ansia ti viene. E non sono l'unica a cui sia successo, ho scoperto dopo.
Il primo giorno di formazione è girato un foglio per segnare la presenza, normale. Il secondo hanno proiettato su una parete un codice QR che bisognava aprire per segnare la presenza, più o meno normale. Il terzo giorno non hanno detto nulla della firma, ma dopo un po' ho notato che c'erano delle fotocopie di codici QR appesi a caso su una porta, sulla macchinetta delle bibite, in giro per la scuola. Ho provato a scannerizzarne uno per vedere cosa succedeva: era il file delle presenze. Poi basta, nessuno ha più richiesto di segnare le presenze. Oppure io non ho capito cosa dovevo fare e non l'ho fatto. 
Un altro giorno, arriviamo alla formazione, siamo una quarantina di insegnanti, e la vicepreside comincia a distribuire dei regali. 
- Vi starete chiedendo perchè cinque persone stanno ricevendo un regalo. E' perchè hanno letto l'email fino in fondo. 
Lo scopo dell'email era dirci di essere lì ed eravamo lì, chiaramente quindi tutti avevamo letto l'email, ma solo chi aveva avuto la curiosità o la precisione di arrivare all'ultimissima riga dopo le figure, ecc. riceveva il regalo.
Ecco, di cose così ne sono successe varie. E' come se volessero tenerti sulle spine insegnarti a ragionare in un altro modo. 
Nessuno ti spiega nulla. Prima dell'inizio della scuola, ho fatto domande ovvie: l'orario delle lezioni, quante classi ci sono, quanti bambini in ogni classe, i nomi degli studenti. La lista degli studenti, dopo dieci giorni di scuola, ancora non ce l'ho, per dire.
E' una specie di ti buttiamo in acqua e vediamo se stai a galla. Tutti ti dicono sì, l'orario delle lezioni? Certo! La lista degli studenti? Come no! Ma poi non lo fanno, non lo fanno.
Sì significa no, ma a volte anche sì. 
Un inferno lavorativo, vero? Abbastanza. 
Però, come sempre, ci sono un sacco di però.
Il primo giorno di scuola, quando sono iniziate le lezioni vere e proprie, abbiamo trovato un regalo ad aspettarci in classe e la cena pronta da portare a casa e scaldare alla fine della giornata. Sono piccoli gesti, ma importanti.
A quel punto poi tutte le grane burocratiche non contavano più. Il mio lavoro, alla fine, è insegnare e appena ho cominciato a farlo, mi sono ricordata di colpo il motivo per cui volevo così disperatamente questo lavoro. Le ore volano, mi danno fiducia totale dal punto di vista dei contenuti e della creatività. Posso proporre quello che voglio e i bambini sono meravigliosi, come sempre del resto. Ogni giorno i genitori mi mandano materiale da usare in classe. Qui funziona così: se gli piace quello che fai, ti sponsorizzano. 
E' il lavoro giusto per me. Mi sento appagata da quello che faccio. Ci sono poche cose che mi piacciano di più che semplicemente essere in quella classe. 
E poi c'è Joe che si sta trovando benissimo a scuola. Viene nella mia classe un'ora alla settimana e fa finta di non conoscermi. Le sue maestre per ora sembrano stupende, si capisce che ci tengono tanto a quello che fanno e lo vedo su di lui, è tranquillo, contento, dorme bene.
Alla spicciolata, è arrivato anche Woody. L'ho iscritto in un asilo che è proprio accanto alla mia scuola. Lui ha sofferto un bel po' nel passare da quasi tutto il tempo con la mamma a tutti i giorni tutto il giorno all'asilo, ma adesso è contento, si vede. Abbiamo anche scoperto che c'è un tunnel segreto fra le elementari e l'asilo. La mia scuola permette generosamente agli insegnanti di tenere con sè i figli prima e dopo l'orario di lezione. Così Joe e Woody non devono andare al dopo scuola, possono semplicemente aspettare nella mia classe che è un posto divertente pieno di giochi e colori, mentre io finisco con calma il mio lavoro. 
Nonostante ciò, la pressione è notevole. Le email a tutte le ore, gli studi che sono costretta a portare avanti comunque, la casa che va a rotoli. Mi sveglio sempre prima che suoni la sveglia. Ci sono dei giorni che ho un nodo di gola che non se ne va, un senso di non avere niente sotto controllo. La costante paura di aver dimenticato qualcosa di importante perchè la verità è che dimentico ogni giorno qualcosa di importante. Chiamare un'amica che sta per partorire, portare i cani dal veterinario, pagare qualcosa, presentarmi a qualche appuntamento.
La cosa buona è che sono ancora all'inizio e mi accorgo che ogni giorno va un pochino meglio. Mi sono ritrovata a pensare tantissimo al concetto di comfort zone in questo periodo. Tutti dicono che bisogna abbandonarla, ma a me manca da morire, ci salterei sopra in un secondo se postessi. Nella mia comfort zone lavoro meglio, vivo meglio, vivo. 
Vediamo di costruirne un'altra in fretta di comfort zone. Certo che questa scuola va in tutt'altra direzione. Avevo soprannominato la vecchia scuola Scuola Flanders, come il personaggio irritante dei Simpson, quello dei buongiorno buongiornino, questa invece la intitolerò al mitico Willy Wonka generoso, geniale e spietato al tempo stesso. Altro che comfort zone.

mercoledì 21 agosto 2019

della prima lezione di scrittura e della libertà

La maestra di scrittura di Joe, che è bellissima e dolcissima e sembra un angelo con i boccoli e gli occhi blu, ha chiesto agli alunni di terza elementare di scriverle una lettera per spiegarle tutto quello che potrebbe aiutarla (aiutare lei!) a insegnare a loro nel modo migliore possibile.
Cosa trovi facile, cosa trovi difficile, in che modo ti piace imparare (!), c'è qualche sera in cui fai sport dopo scuola e sei particolarmente stanco, cosa ti piace fare nel tempo libero, cose così.
E Joe è andato completamente in crisi.
Io ho cercato di aiutarlo nel pomeriggio, ci ho davvero provato. E dopo un po' sono uscita dalla stanza urlando, Mr. J idem. Non capivamo proprio che problema avesse con un compito così facile. Sembrava che ci prendesse in giro.
La maestra invece dice che è perfettamente normale per i bambini 'come lui' sentirsi persi di fronte a tanta libertà. Interessante questa cosa, la paura della libertà.
Qualcosa mi dice che vedremo delle belle anche quest'anno.

lunedì 19 agosto 2019

il senso dell'umorismo nelle situazioni di degrado

Ho passato tutta la giornata di sabato a un corso di formazione perché nonostante abbia iniziato a lavorare, mi tocca ancora finire gli studi che avevo iniziato in precedenza.
Devo dire che per una volta non mi è dispiaciuto troppo passare parte del mio fine settimana a lezione. 
Il corso era tenuto da un esperto di meccanismi cognitivi specializzato nell'intervento educativo a favore di studenti particolarmente problematici, soprattutto ragazzi e bambini provenienti da situazioni di estremo degrado. Insomma, io un insegnante che è stato accoltellato non lo avevo mai conosciuto. Raccontava delle storie incredibili.
Secondo lui è il senso dell'umorismo l'unica chiave per arrivare a far breccia nella psiche di questi soggetti. Ma quanto senso dell'umorismo ci vuole per vederlo anche nelle tragedie di cui ci parlava? In realtà abbiamo riso molto anche durante il corso. Che strana questa cosa.
Questo professore ha insegnato diversi anni in una delle città più povere degli Stati Uniti, qui in Texas vicino al confine con il Messico, dalle parti di San Antonio.
Il suo primo giorno di lavoro come vicepreside, entrando a scuola ha notato dei buchi di proiettile sulla porta. Si è guardato intorno. Non preoccuparti -lo ha rassicurato qualcuno- è successo ieri, non è morto nessuno.
Dopo qualche mese la preside della scuola è uscita a fare una passeggiata e non è mai più tornata. Nessuno sa cosa le sia successo. Per mesi hanno cercato il suo corpo in un lago là vicino dove ogni tanto pescano qualche cadavere, ma non lo hanno mai trovato. Si spera che sia stato un allontanamento volontario. E' così che è diventato preside.
Una mattina hanno trovato una mano nel giardino della scuola. Si è scoperto che proprio lì cadeva la linea di confine fra i territori di due gang rivali. Cosí lui è andato a parlare (separatamente) con i due capi e gli ha chiesto cortesemente di spostare il confine. Loro si sono scusati per l'inconveniente e in effetti, non si sono più trovati arti all'interno del plesso scolastico.
Il bambino che lo ha accoltellato faceva la quinta elementare. Mamma prostituta, papà spacciatore. All'età di sei anni è stato reclutato per portare la droga da una parte all'altra del confine. Raccontò al suo maestro che gli piacevano molto i tunnel perchè quando ci andava gli davano le caramelle. Un bambino di sei anni sa descrivere alla perfezione i tunnel sotto la frontiera e qualcuno pensa ancora che costruire un muro abbia un qualche senso.
Questo è il tipo di storie che ci ha raccontato. Situazioni estreme, è vero, ma la cosa più importante è cogliere i segnali che possono trovarsi in qualunque scuola di qualunque città e fare il possibile per andare incontro ai ragazzi e non allontanarli mai dalla scuola.
Quando questo insegnante è stato ferito, anche in modo piuttosto serio da qualche suo alunno, non ha mai sporto nessuna denuncia. Ha chiesto solo che i piccoli ribelli, chiamiamoli così, si presentassero tutti i giorni a scuola.
Secondo lui, in base ai dati che abbiamo dalle numerose ricerche fatte, possiamo dire che cose come le uniformi, i compiti e i voti non servono a nulla. Serve invece parlare con i ragazzi, trattarli da esseri umani pensanti fin da piccoli e fargli capire il perché é importante studiare. Se uno capisce perchè studia, i risultati vengono da sé. Che è esattamente quello che si pensa anche nella mia scuola.
Secondo lui sono tre i fattori che contribuiscono al successo e alla serenità di ogni bambino: il gioco, il contatto con la natura e il dialogo.
Quanto è vero, e non solo per i bambini, ma a tutte le età. Il gioco, il contatto con la natura e il dialogo, un mantra da non dimenticare.

giovedì 15 agosto 2019

il primo giorno di scuola

C'è stato un piccolo colpo di scena. 
No, non stiamo festeggiando il Ferragosto, sigh. 
All'ultimissimo momento, abbiamo fatto trasferire Joe nella mia scuola. Non è stato semplicissimo convincerlo all'inizio. Un giorno la preside lo ha portato a fare un giro e mi ha raccontato che ogni volta che lei gli mostrava qualcosa della scuola, lui le rispondeva "Sì bello, ma non mi hai ancora convinto". Sono andati avanti così per un'ora e adesso lei lo adora. Ma io so perché faceva così. "Farsi convincere", sentire tutte quelle cose belle, gli dava coraggio per fare questo piccolo, ma grande per lui, salto nel vuoto. Comunque, ieri abbiamo affrontato il nostro primo giorno insieme. Nonostante sia uscito ieri mattina senza sapere nemmeno il nome della sua maestra, tutto è filato liscio come l'olio. Era molto contento.
La cosa che lo ha colpito più di tutto è stata un poster con una frase di Einstein che è appeso nel laboratorio di scienze.
"Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido".
Deve averci visto qualcosa di personale. Forse lo stillicidio di tutte quelle partite di calcio in cui non combinava nulla, prima di capire che proprio no, non faceva per lui. È stata un'esperienza dura per lui, più passa il tempo e più me ne rendo conto.
Alla fine della giornata, mentre accompagnavo i miei studenti all'uscita, lo hanno fatto aspettare nella mia classe. Quando sono entrata con una collega, lui era sotto al tavolo. 
- Ehm... Questo è mio figlio Joe... Joe cosa stai facendo sotto al tavolo?
- Ho notato che c'erano tante piccole cose per terra (pastelli a cera spezzati, cartacce...) e le stavo raccogliendo.
Subito la collega:
- Ma che bravo! Aiuti la tua mamma a pulire la classe?
- No, veramente sto usando tutte le cose che trovo per fare una scultura astratta.


#evvivajoe

lunedì 12 agosto 2019

la curiosità, l'entusiasmo e la voglia di imparare

Una delle cose che amo della mia nuova scuola, forse la cosa che amo di più in realtà, è la sua storia. E' una storia molto insolita e piuttosto sbalorditiva anche per i parametri americani.
E' una scuola che è stata fondata solo tre anni fa. Era una notte buia e tempestosa...beh questo non lo sappiamo per certo, ma diciamo che era sicuramente notte e c'era un'insegnante che non riusciva a dormire. Da un po' di tempo aveva un tarlo in testa. Le sembrava che i suoi studenti (insegnava inglese ai bambini stranieri) non venissero accettati per quello che erano. Li vedeva come intrappolati in un sistema scolastico che percepiva le loro particolarità e differenze individuali non come talenti e potenzialità da sviluppare, ma come un intralcio al pieno raggiungimento di determinati obbiettivi burocratici. Non era la prima volta che aveva questa sensazione. In fondo non era mai stata completamente soddisfatta di nessuna scuola né come studente né come insegnante. Aveva finito per mettersi spesso nei guai perchè pensava che i risultati e la disciplina non sono tutto.
La curiosità, l'entusiasmo e la voglia di imparare sono tutto e anche quelli si possono insegnare.
Se un bambino non riesce a stare fermo, forse è un ballerino o un atleta, una di quelle persone che ragionano meglio mentre il loro corpo si muove e allora bisogna assecondarlo non cercare automaticamente di immobilizzarlo o peggio ancora, come succede spesso in questi anni, riempirlo di farmaci.
Se uno studente copia durante un compito in classe, certe volte è perchè non ha ricevuto dall'insegnante gli strumenti adeguati per rispondere alle domande e allora di chi è la colpa? Inoltre in molti casi copiare significa mettere in atto una forma di collaborazione e collaborare è una qualità indispensabile nel mondo del lavoro, qualcosa da non reprimere, ma usare, incoraggiare. Bisogna allora trovare il modo corretto per sviluppare questa qualità. E' sempre necessario fare dei distinguo. Non ci sono regole assolute nel mondo dell'insegnamento, bisogna valutare caso per caso, adattarsi alle situazioni. Insegnare non significa applicare dei regolamenti, altrimenti potrebbero farlo tutti, no?
Questa insegnante sognava per i suoi studenti una scuola dove lo studio dell'arte, del teatro e della musica non è secondario e dove perfino la matematica e le scienze possono essere esposte in modo creativo. Era convinta che, lavorando come si deve a scuola, soprattutto nei primi anni, non sia necessario riempire i pomeriggi di compiti. Aveva la strampalata convinzione che, come nelle grandi aziende della Silicon Valley, anche nelle scuole ci dovrebbe essere un momento dedicato alla creazione di qualcosa di personale, un momento in cui ogni bambino, senza pressioni, possa approfondire una sua passione, magari provando a inventare qualcosa per il gusto di farlo e vedere cosa succede. Pensava che mai e poi mai la punizione possa essere imporre il silenzio durante il pranzo o saltare l'intervallo: secondo lei al limite bisognerebbe aggiungerlo un intervallo all'orario scolastico, trattare l'intervallo quasi al pari di una materia. E trovare anche del tempo da dedicare agli altri, insegnare il volontariato, perché no? La scuola non deve essere fine a se stessa, deve insegnare come districarsi al meglio nella vita, come creare un impatto positivo sulla società. 
Questa è la scuola dei sogni, meglio tornare a dormire. Oppure no: se una scuola così non esiste, la si può costruire.
La mattina seguente chiamò due colleghe che avevano idee simili alle sue sull'educazione e queste, com'era prevedibile, scoppiarono a ridere. Aprire una scuola? Impossibile. Alla fine però le convinse: difficilissimo e rischioso sì, impossibile no. 
Per loro era fondamentale che la scuola fosse aperta davvero a tutti, senza nessuna distinzione di ceto o colore così invece di puntare su una scuola privata intrapresero un'altra strada: avrebbero aperto una scuola charter, una scuola pubblica, tenuta a raggiungere gli stessi obbiettivi di ogni altra scuola pubblica, ma che opera in maniera indipendente. 
Nel giro di un anno scrissero il progetto e non solo riuscirono a farlo approvare ottenendo i fondi necessari, ma il loro punteggio è rimasto imbattuto qui in Texas.  
Il passo successivo fu trovare gli studenti. Organizzarono eventi e riunioni un po' ovunque e i genitori furono entusiasti al punto di impegnarsi a iscrivere i figli quando ancora di fatto la scuola non esisteva. All'inizio mancava tutto, tranne l'entusiasmo. I genitori stessi si misero in prima linea per realizzare questa sorta di utopia.
I primi sei mesi, per una disputa legale, non poterono nemmeno usare il loro edificio, ma dovettero accontentarsi di alcune stanze in un'altra struttura.
Una maestra mi ha raccontato che all'inizio le diedero una cucina come classe. In mezzo c'era un tavolo da biliardo, niente banchi. Un bel problema. Si guardò intorno, trovò una lavagna, la staccò dal muro e la appoggiò sul tavolo, ne venne fuori una sorta di proto-tavolo interattivo. Perfetto esempio di pensiero creativo in azione. Ai ragazzi non sembrava vero: avevano il permesso scrivere sul banco con i pennarelli, altro che disagio. 
Ecco, ascoltando varie storie di questo tipo, mi sono venuti in mente altri ambienti di lavoro in cui magari un giorno c'è il wifi lento o si è finito l'inchiostro della stampante e tutti sbuffano e si lamentano. In questo senso, sento di aver finalmente trovato la mia tribù.
In passato mi hanno sempre lasciato fare quello che volevo con i miei alunni. Decidevo tutto, sia cosa insegnare che il metodo e ho sempre ottenuto grandi consensi, ma c'era un sottinteso piuttosto ovvio: lo puoi fare perché insegni arte, non una vera materia. Qui invece tutti hanno la mia stessa filosofia sull'insegnamento, anche molto più estrema a dire il vero.
L'altro giorno c'è stata una riunione di noi insegnanti di arte, musica e teatro e abbiamo parlato solo di una cosa: disciplina. E' buffo, ma in questa gabbia di matti stupenda in cui sono capitata, i cosiddetti creativi sono i più precisi e organizzati. Nonostante il mio grande entusiasmo attuale, è chiaro che andando avanti questa mancanza di struttura potrebbe causarmi dei problemi. Al momento la cosa non mi spaventa granché perché vedo che sì, ogni tanto ci sono degli errori, ma le intenzioni sono buone e per ora mi basta. 
In un momento storico come questo, un momento in cui il razzismo e l'odio sono usciti allo scoperto, l'esistenza di questa scuola e di queste persone, mi dà speranza. Mi sono data il permesso di pensare che sì, ci sono problemi enormi in questo paese, problemi di tutti i tipi, ma se tre professioniste, tre donne (quella che ha avuto l'idea era incinta tra l'altro), senza soldi e senza appoggi politici, sono riuscite a mettere su dal nulla un progetto di questo tipo, forse il sogno americano non è morto, forse va giusto un po' rianimato, diciamo così. Bisogna crederci e soprattutto fare in modo che ci credano gli adulti di domani. 

sabato 10 agosto 2019

costruire menti pensanti

È un periodo che non riesco a sopportare le notizie, né quelle americane né quelle italiane. Non so se anche voi avete questa sensazione, a me sembra di essere in caduta libera.
Mi piacciono molto di più e mi danno anche un minimo di speranza le storie e le notizie che sto sentendo nella mia nuova scuola.
Una maestra raccontava che in una terza media l'anno scorso, ha insegnato come funziona il voto. Hanno lavorato con grande serietà fino al punto di andarsi a vedere le statistiche di partecipazione nella nostra zona. È stato chiaro che i ragazzi in età da college non avevano votato a sufficienza. I nostri studenti hanno notato subito il problema: la democrazia è partecipazione, no? Allora si sono messi all'opera per immaginare un modo per migliorare la situazione in termini concreti perché è questo che si cerca di insegnare nella mia scuola, a cambiare le cose, "a contribuire con un verso" come diceva Whitman.
Così loro, piccoletti delle medie, si sono armati di cartelli e banchetti e sono andati al college a spiegare ai grandi perché devono andare a votare.
Questo tipo di mentalità mi rende orgogliosa, molto.

venerdì 9 agosto 2019

da dove cominciare?


Questa è la classe di arte così come appariva questa sera alle otto quando finalmente me ne sono tornata a casa. 
Vorrei tanto raccontarvi della nuova scuola, è che non so davvero da dove cominciare. Pensavo di andare a lavorare in una scuola normale, invece di normale qui non c'é quasi niente. È un caos anche, ma è un caos bellissimo, è la scuola che avrei costruito nei miei sogni. Idealmente siamo vicino alla perfezione, chissà se in pratica funzionerà, se mi piacerà lavorarci.
Di sicuro mi sento estremamente fortunata e anche orgogliosa di far parte di questa cosa.

mercoledì 7 agosto 2019

non mi abituerò mai

La vicina di casa ci fa una visita a sorpresa prima di cena.
In mano ha un ricco cesto di ciliege che mi porge.
- Ma non dovevi disturbarti! Buonissime le ciliegie, è proprio il periodo giusto. Che fantastica idea estiva, grazie, che gentile.
Rimane un'oretta, poi prende le ciliegie e se ne va.

Ecco, penso che a certe cose non mi abituerò mai.

domenica 4 agosto 2019

come mi faccio chiamare?

Al corso per nuovi insegnanti ero seduta vicino a una collega di origini indiane dal nome molto lungo e per me difficile. Le ho chiesto di ripeterlo un paio di volte perché ci tengo a impararlo bene. Lei a quel punto gentilmente me lo ha anche scritto in modo fonetico per aiutarmi. Ho avuto la sensazione che non fosse nuova a quel gesto. Pensavo di averlo memorizzato, ma già dopo poche ore non ero più sicurissima di ricordarlo tutto. Eppure so di aver fatto il possibile, è che non assomiglia davvero a nulla che conosco. 
Il mio nome è Emanuela, un nome lungo e pieno di vocali, difficilissimo per gli anglofoni.

Mi ricordo un dentista, una volta, che pensando di farmi una cortesia, si era impuntato a chiamarmi Emanuela tutto intero. Gli avevo spiegato molto chiaramente di non preoccuparsi che nessuno mai mi chiama con il mio nome tutto intero, nemmeno mia madre, ma lui niente. Era imbarazzante, anche perchè nonostante gli sforzi, non ci riusciva a dire il mio nome. Dentista+ nome storpiato: un fastidio che non vi dico, non ci sono più tornata.
Sono consapevole di avere un nome lungo e non mi offendo se viene abbreviato. Qui tutti, ma proprio tutti quelli che mi conoscono, mi chiamano Ema e per me va benissimo, lo sento mio, più mio del nome tutto intero probabilmente. Tutti lo capiscono e lo riescono a pronunciare: va bene. Il problema è che a scuola i bambini dovrebbero chiamarmi per cognome e il mio cognome è Errico, tutto sommato semplice, solo che gli americani non lo sanno dire. Suona qualcosa tipo "Urico" e io lo odio, non mi chiamo così. Quindi adesso, visto che ancora nessuno mi conosce nella nuova scuola, dovrei scegliere come farmi chiamare. Potrei scegliere Ms. Errico, Ms. Johnson o Ms. E. se volessi semplificarmi un bel po' la vita.
La collega indiana dal nome lunghissimo (e non vi dico il cognome poi) ha un'opinione molto netta a riguardo.
Mi ha consigliato di perdere un po' di tempo a farglielo imparare bene all'inizio, ma di farmi chiamare con il mio cognome tutto intero perché altrimenti è un po' come dargli degli scemi.
Dentro di me lo so che ha ragione, solo che i fatti parlano chiaro: non sono scemi, assolutamente, ma non lo sanno dire. Sono quasi 13 anni che vivo in Texas e gli americani, escluse rare eccezioni, non sanno dire nè il mio nome nè il mio cognome, è così. 

Idem per noi italiani: ancora oggi Mr. Johnson, mio marito, non è per niente soddisfatto della mia pronuncia del suo nome di battesimo. Quando viveva in Italia e in Spagna, lo hanno chiamato in qualunque modo, tranne quello giusto. Ci sarebbero delle storie divertentissime a riguardo.
Ora però, non divaghiamo. Sono a un bivio: se uso il mio cognome, di fatto cambierò cognome, diventerò Ms. Urico. Sembra assurdo, ma dovrò probabilmente cominciare (per disperazione) a dirlo male anch'io. Ogni volta che dico le mie belle R arrotate, si mettono tutti a ridere come se scherzassi.
Cosa faccio?
Il nome è importante, ha a che fare con l'identità. 
Avete dei consigli? 

Che esperienze avete avuto con il vostro nome all'estero?

domenica 21 luglio 2019

un esempio di shock culturale al contrario

Lo shock culturale al contrario può sembrare un'inezia e perfino una snoberia, una di quelle cose che lasciano un po' il tempo che trovano, ma esiste, eccome.
Mettetevi nei miei panni per un attimo. 
Questo è solo un esempio fra i tanti. 
Ieri vado in piscina qui in Texas. I bambini avevano portato una tavoletta da surf e un salvagente, ma ce li hanno fatti lasciare all'entrata perchè vanno contro il regolamento. Si possono usare solo oggetti messi a disposizione da loro. E' una regola di quella piscina in particolare, ma si può capire, ha senso.
La settimana scorsa sono andata in piscina in Italia. Già l'obbligo della cuffia non l'ho mai capito, ma va bene, seguiamo le regole, e cuffia sia. Dopo un minuto mi avvicina la bagnina. Dice che dovrei togliere gli occhiali da sole.
- Scusi ma perchè?
- Perchè sono pericolosi.
- Abbia pazienza, in che modo sarebbero pericolosi degli occhiali da sole?
- Potrebbe essere colpita da una pallonata in faccia e con gli occhiali potrebbe farsi molto più male.
E indica un gruppo di ragazzi che in una piscina che é piena di gente stanno effettivamente giocando a palla, nemmeno un pallone gonfiabile da spiaggia, una palla vera e propria.
- Ma scusi, non avrebbe più senso chiedere a loro di smettere di giocare qua? Il pallone sì che può essere pericoloso in mezzo alla folla.
- Ha ragione, ma cosa posso dirle...tutto è pericoloso.
E rimani scioccato, al contrario. 
Con questo non intendo dire che un episodio di questo tipo sia esemplificativo di chissà cosa, è solo un piccola esperienza personale, che è successa solo a me una volta. Il punto è che dopo un po' di anni all'estero davvero la tua forma mentis cambia e ti fai domande che non ti eri mai fatto prima quando vivevi nel tuo paese e tante cose non le capisci più. 

venerdì 19 luglio 2019

tutto un altro bilinguismo

Mi sono resa conto che la frase "Mamma! Perchè è tutto grigio?" batte tutti i record di italiano di Woody. Cinque parole cinque e nessun errore.
Vi avevo raccontato che Woody di parlare l'italiano non ne ha mai voluto sapere finchè un bel giorno il signore della bancarella dei giocattoli al mercato, ebbe un'idea geniale, pura creatività napoletana.
- Ascolta: se dici "acca nisciuno è fesso" ti regalo un giocattolo!
In quel momento, evidentemente scattò qualcosa nella mente del piccolo Woody. Guardò il signore e ripetè perfettamente "Acca nisciuno è fesso" guadagnandosi il suo regalo.
Una volta, alla fine di un pranzo in famiglia, davanti a una bella torta superò se stesso esclamando tutto felice:
- Accanisciunoèfesso party!!
Il vero salto di comprensione però lo ha fatto quando ho portato Joe a Venezia per un paio di giorni e lui è rimasto a casa con i nonni che parlano solo italiano. Senza nessuno che potesse tradurre quello che diceva, si è dovuto rimboccare le maniche.
E' stato come se per la prima volta avesse realizzato che l'italiano non è un gioco o un vezzo della mamma, ma serve a qualcosa. Se voleva la sua adorata focaccina, doveva dirlo. E così pian piano ha cominciato a parlare un po' di italiano.
Certo il suo modo di imparare l'italiano è completamente diverso da quello di Joe.
Joe fin da piccolissimo parlava in italiano con quelli che gli si rivolgevano in italiano e in inglese con chi parlava inglese senza mai confondersi. Ancora adesso, a otto anni, spesso parla italiano con una buffa costruzione grammaticale che gli viene dall'inglese (che cosa state parlando di?), ma in genere non confonde i termini (anche se ieri voleva mettere qualcosa nel "cabinetto", che ridere). Woody invece, a quattro anni, avendo sempre parlato in inglese con il fratello, fa un minestrone.
Una parola in italiano e una in inglese.
My legs are stanche
Can you aiuta me
I don't piace

E' fantastico stare a guardare cosa succede ogni giorno.


giovedì 18 luglio 2019

sorridere e pensare grazie

Grazie a Instagram, sapete più o meno com'è andata la mia estate in Italia, ma cosa ne è stato di Mr. Johnson? 
Lui, come sempre negli ultimi anni, per motivi soprattutto di lavoro, è rimasto in Texas. E cosa ha fatto da solo per un mese? E chi lo sa. Di sicuro oltre a lavorare, andare qualche giorno a trovare il suo migliore amico a Seattle e fare un minimo di vita sociale, ha dipinto tutta la casa di grigio.
- Mamma! Perché è tutto grigio? Ha esclamato Woody mettendo insieme ben cinque parole di fila in italiano.
E' tutta grigia perchè abbiamo deciso di venderla l'anno prossimo. Qui gli acquirenti normalmente preferiscono una casa già pronta per il trasloco in cui non bisogna fare lavori particolari e il nostro agente ha sentenziato senza pietà che la prima cosa da aggiornare era il colore delle pareti. Per la precisione il colore si chiama Agreeable Gray, il grigio che mette tutti d'accordo. 
E' così buffa questa storia che sembra uno scherzo. Come tutti quelli che ci conoscono sanno, il grigio è da sempre il colore preferito di Mr. J, mentre io lo odio il grigio. Lavorando con i colori, lui si è reso conto che il grigio è proprio quello che fa risaltare tutti gli altri. Lavorando pure io con i colori, mi sono resa conto che il grigio è di una noia mortale. Infatti, per la nostra casa avendo avuto da lui carta bianca, avevo scelto gialli, arancioni e verdi che mi mettevano allegria. Orrore! avrebbe esclamato l'esperto e così ora è tutto grigio. GRIGIO. Cosa posso dire? E' tutto molto più serio ed elegante, me ne rendo conto, però mi sembra di essere in albergo.
Chiarisco che eravamo d'accordo su tutto. Mentre ero in Italia, mi ha coinvolto e consultato in ogni passaggio dei lavori, ma vi dico la verità, l'ombra di un capolavoro di aggressività passiva, non so perchè ancora aleggia. Del resto, me ne vado per un mese a divertirmi in Italia mentre lui sta qui tutto solo a dipingere le pareti, avrà pure diritto a una piccola vendetta, no? 
E' così bello ritrovarsi. Non mi piace per niente parlare al telefono con lui, così adesso abbiamo tante di quelle cose da raccontarci.
Mi ha detto che non gli sembro triste come al solito quando torno dall'Italia. Forse è solo perchè è stato tutto meraviglioso come sempre, ma questa volta sono successe delle cose che mi hanno un po' stremato dal punto di vista emotivo, situazioni che ho bisogno di digerire con calma. Ho sentito che era arrivato il momento di tornare a casa perchè casa è là, ma come gli emigranti possono capire, casa è anche qua. Ho provato emozioni fortissime nel rivedere alcune persone dopo molti anni e nel fare finalmente certe conversazioni rimandate all'infinito, ho bisogno di fermarmi un attimo adesso, ho fatto indigestione di emozioni.
E' che nella mia vita di qui, di solito non c'è tutta quella intensità. Le persone normalmente fuggono il confronto e la vulnerabilità, invece quando torno in Italia, è tutto un parlare di massimi sistemi, scoprirsi, lasciarsi analizzare, scrutare l'altro, guardarsi finalmente negli occhi. Ed è giusto così perchè tutto è concentrato in pochi giorni. 
Ora è il momento di rallentare e sorridere pensando a certi luoghi, a certe facce e a certi momenti che ho avuto l'immensa fortuna di vivere. 
Sorridere e pensare grazie.

domenica 30 giugno 2019

il nostro primo pride

Non avevo in programma di portare Joe al #milanopride con quel caldo esagerato, ma lui ne ha sentito parlare e ha voluto saperne di più. Glielo ho spiegato più o meno così: hai presente la tua amichetta con due papà o il tuo amichetto con due mamme? Ecco, ci sono alcune persone che pensano che le loro famiglie valgano meno della tua che hai un papà e una mamma.  Manifestiamo per fargli sentire che non sono soli. Lui ha deciso di venire, ha detto che era un ottimo motivo per "marciare". Questo è il suo cartello: let people love who they wanna love. ♥️🌈

sabato 29 giugno 2019

barca nostra

In questi giorni sono stata a Venezia a vedere la Biennale con mia sorella e Joe. Tanto caldo, tanto camminare. Tanto sorridere.
Varie persone mi hanno chiesto come fosse la Biennale e se mi fosse piaciuta. Beh, se il piacere è dato dalla sorpresa e dalla conoscenza, non ricordo una Biennale di Venezia che non mi sia "piaciuta", che non mi abbia insegnato nulla o che non mi abbia lasciato in qualche passaggio a bocca aperta. Certo è che questa è stata speciale. Essere in una delle mie città preferite con due delle mie persone preferite è stato un sogno per molto tempo ed è diventato realtà, quindi difficilmente potrò essere del tutto obiettiva sull'esperienza.
Dopo averci dormito su, l'immagine che  spicca fra tutte nella memoria è quella di "Barca Nostra".
L'artista svizzero-islandese Christoph Büchel ha fatto collocare all'arsenale il relitto del peschereccio libico a bordo del quale nel 2015, circa 700-1000 persone hanno cercato di attraversare il Mediterraneo per giungere qui da noi. È stato il più imponente naufragio di questi anni di emigrazione. Solo 28 i superstiti.
La forza dell'arte. Ti ritrovi davanti a questo oggetto ed è tutto così chiaro: mille persone su quella cosa lì, impossibile. Non ci stanno, non ci possono stare.
Trovi questo barcone rosso-azzurro verso la fine del percorso e barcolli, ti tocca sul serio sederti un attimo. Per quanto fossi preparata e sapessi cosa sarei andata a vedere, la potenza evocativa emanata dall'oggetto in sé mi ha travolto.
E in quel momento il mio Joe si è messo a canticchiare ignaro, nell'allegria sacrosanta dei suoi otto anni. Così paradossale. Ho nascosto la commozione dietro agli occhiali scuri, un cenno a mia sorella e in un secondo abbiamo deciso che no, questa volta la verità non abbiamo il coraggio di raccontargliela. Che su quella nave c'era un bambino come lui che è affogato con la pagella cucita nella giacca, non glielo diremo.
Veniamo dal Texas, dove al confine con il Messico ci sono bambini che in questo momento vengono separati dai genitori e fatti dormire per terra, senza nemmeno la possibilità di togliersi i vestiti del viaggio disperato che li ha portati fino a  lì, che non hanno una copertina o uno spazzolino da denti. Vedendo questo l'unica cosa chiara è che purtroppo da questa parte dell'oceano, in questo momento, regna la medesima mancanza di umanità.
Ci sono anche molti segni di rivolta sia di qua che di là, per il momento possiamo solo fare quello che possiamo e sperare.

martedì 25 giugno 2019

acca nisciuno è fesso

Com'è noto, Woody capisce tutto, ma si rifiuta di parlare italiano. 
Stamattina è andato al mercato con la nonna a comprare un giocattolo.
Il signore che vende i giocattoli ha cercato di dirgli qualcosa in italiano e lui ha risposto in inglese.
- Capisce, ma parla solo in inglese - ha spiegato la nonna.
Il commerciante allora ha avuto un puro lampo di genio napoletano:
- Ascolta: se dici "acca nisciuno è fesso" ti regalo un giocattolo!
Adesso Woody ha tre giochi nuovi, continua a non parlare italiano, ma dice perfettamente una frase in napoletano.
Non so come dire.
Mi sento lievemente sotto ricatto.

domenica 23 giugno 2019

un altro compleanno in italia

Un altro compleanno in Italia. Mi piace essere qui oggi. È un festeggiamento nel festeggiamento. Mentre facevo un giro in bicicletta, pensavo che nell'ultimo anno è davvero cambiato qualcosa dentro di me. Mi sento più equilibrata, più serena, più riconoscente. Finalmente sto bene così, con i miei affetti e difetti. Mi basto, ma lascio anche sempre la porta aperta, non ho perso la curiosità né per la vita né per le persone. Se una novità interessante bussa sono pronta a nuove avventure.
Mi limito a seguire alla lettera le indicazioni di Walt Whitman che più chiaro non avrebbe potuto essere:

"Questo è ciò che dovete fare: Amate la terra e il sole e gli animali, disprezzate le ricchezze, fate l'elemosina a tutti quelli che la chiedono, proteggete gli stupidi e i poveri, destinate il vostro reddito e il vostro lavoro agli altri, odiate i tiranni, non discutete su Dio, mostrate pazienza e indulgenza verso la gente, non toglietevi il cappello dinanzi a nulla, noto o ignoto, a nessun uomo o folla d'uomini – uscite liberamente con gente possente e non istruita, e con i giovani, con le madri di famiglia – riesaminate tutto ciò che vi è stato detto, a scuola o in chiesa o in qualsivoglia libro, e ripudiate quanto insulta l'anima vostra; e la vostra stessa carne diverrà un grande poema, e possederà la più grande fluidità non solo nelle sue parole, ma nel silente disegno delle labbra e del volto, e tra le palpebre degli occhi, e in ogni moto, ogni giuntura del corpo vostro."

In quel "ripudiate quanto insulta l'anima vostra" per me c'è davvero tutto.

❤️

giovedì 20 giugno 2019

il kebabbaro

Una cosa che mi piace molto, ma che non essendoci più abituata, in un certo senso mi debilita quasi un po' quando torno in Italia, è il fatto che qui non c'è mai un momento di silenzio. Si conversa sempre, ovunque. Tutti hanno voglia di parlare degli argomenti più disparati, amici, perfetti sconosciuti, il tizio che ti stacca il biglietto al museo, il panettiere, il postino... Sempre, tranne ora.
Questa è una serata stupenda. Non fa caldo, non fa freddo, i grilli friniscono, i gelsomini profumano. Non ci sono gechi, serpenti, puzzole, ragni velenosi. Non ci sono nemmeno le zanzare stranamente. Per me in questo momento preciso, questo qui è il paradiso terrestre. Pace, silenzio. Così, verso mezzanotte mi sono seduta in giardino a mangiare un mango e a leggere. Non c'era nessuno in giro. Dopo un po' però sulla panchina dei giardinetti di fronte a casa, sono arrivati tre ragazzi. Chiacchieravano abbastanza rumorosamente, ma non mi davano fastidio, pensavo ai fatti miei. Volevo solo stare per i fatti miei. A un certo punto, uno dei tre si alza dalla panchina e viene verso il mio cancello. Non ci posso credere. A quell'ora. Non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello che sia un malintenzionato e questa è una cosa di per sè bellissima. Mi chiedo semplicemente... Non vorrà mica attaccare bottone anche lui?

- Scusi, mi sa dire che indirizzo è questo che altrimenti il kebabbaro non arriva più?

E niente, è proprio il paradiso terrestre.
Arriva anche il kebabbaro.

domenica 16 giugno 2019

tornare a casa

Normalmente quando uno associa un determinato evento a uno stato di grande ansia, si sente dire frasi rassicuranti e intelligenti. Il succo del discorso è: è tutto nella tua testa, ti preoccupi troppo, non succede niente,  sei tu. Nel mio caso, l'ansia arriva per questi viaggi intercontinentali che faccio da sola con i bimbi per tornare in Italia. Dopo diversi anni e diversi viaggi, mi sento di poter affermare con sicurezza che non è tutto nella mia testa. Ogni volta succede qualcosa di imprevisto e generalmente spiacevole. Ma non è questo che mi mette ansia. È il fatto che gli aeroporti e gli aerei sono gli unici posti in cui incontro persone davvero sgradevoli. Certo ce ne sono sempre anche di gentilissime, ma quello dovrebbe essere normale, no? Io mi ostino a pensare che trattare e essere trattati con rispetto e educazione debba essere la norma e mi rifiuto di stupirmene.
Questo preambolo per dire che anche questo viaggio è stato molto più faticoso del previsto. Due aerei dovevamo prendere, due aerei sono arrivati in ritardo. Ti siedi, allacci la cintura, sei convinto di stare per partire e invece passano quattro ore quattro. Joe a un certo punto mi dice:
- Che bello, manca poco ormai!
Non sapevo come spiegargli che... non eravamo ancora partiti.
Però come sempre c'è un però.
Arriviamo a casa ed è una festa. Palloncini, regali e la mamma che senza che glielo chieda mi fa trovare i carciofi, quelli freschi, con le patate, il mio piatto preferito. E poi dormire un paio d'ore e uscire  rimbambita dal fuso orario, incontrare una vecchia amica per caso dopo tantissimi anni (perché qui capita di incontrarsi per caso) e avere conversazioni di questo tipo:
- Ciao! Ma che ci fai qui? Cioè...dove siamo? Cavolo, non so dove sono...
- Mah... stai bene?
E spiegarle che sono arrivata 5 ore prima, mi hanno chiesto se volevo uscire e ho detto sì senza nemmeno chiedere dove si andava o fare caso alla strada.
E poi il temporale estivo e tutti ridono e si preoccupano di non bagnarsi e non che arrivi il tornado. Tornare a casa in punta di piedi come tanti anni fa e dormire con la finestra aperta.
La finestra aperta.
Forse non tutti si  rendono conto del lusso che sia dormire con una finestra aperta dopo un temporale estivo. In Texas questo lusso non ce lo abbiamo.
Fa troppo caldo senza aria condizionata e poi sicuro che ti entra un qualche opossum o chissà che.
Guardavo mio papà che leggeva in giardino e pensavo che si dice sempre che nella vita quello che conta è il viaggio, non la destinazione. Ecco, qualche volta invece no. Qualche volta quello che conta è proprio la destinazione, quello che conta è tornate a casa.

mercoledì 12 giugno 2019

un regalo per tutta la vita

Joe attraversa una fase di ribellione nei confronti dell'italiano. Prima se gli parlavo in italiano, mi rispondeva sempre in italiano, senza nemmeno pensarci. Ora non più. Parla in italiano solo se glielo chiedo esplicitamente e torna all'inglese appena mi distraggo.
L'altro giorno raccontavo questa cosa a un'amica. Le dicevo che lui con l'italiano non ha problemi, ma Woody sì. Capisce tutto perfettamente perchè io cerco di parlare solo italiano, ma sa dire giusto un paio di parole. La conseguenza peggiore del fatto che Joe si rifiuti di parlare in italiano, è che Woody non impara quanto potrebbe. Copia tutto quello che fa il fratello, se il fratello parla inglese, lui fa lo stesso.
Allora la mia amica, chiama Joe e gli dice con grande gravità:
- Se vuoi fare un bel regalo al tuo fratellino, un regalo per tutta la sua vita, devi parlargli in italiano.
In quel momento ho capito. Come non pensarci prima? Vuoi vedere che il rifiutarsi di parlare italiano, è una forma di gelosia?
I mille complimenti per essere così bravo, in questo modo sono tutti per lui. Quando vengono i nonni e c'è da tradurre, è lui l'unico eroe che può aiutarli.
Joe e Woody si adorano. A vederli insieme stringe il cuore. Joe passa ore a leggere per lui, a insegnargli tutto, a giocare con pazienza infinita, ma non significa che non abbia anche lui le sue insicurezze nei confronti del piccoletto così carino a cui nessuno è capace di dire di no.
Vedo tanta voglia di giudicare la capacità dei figli di noi italiani all'estero di parlare la lingua correttamente. Anzi più che altro di giudicare la nostra capacità a insegnargliela.
Una volta, in Italia, Joe parlava al telefono con suo padre in inglese e uscì di corsa la vicina. Non devi fargli parlare inglese, siamo in Italia!
Imparare una lingua ha tante di quelle implicazioni psicologiche per un bambino. A volte non vogliono parlare la lingua dei genitori per sentirsi più simili ai loro amici, a volte per altri motivi. Penso che sia necessario dare loro tutti gli strumenti in modo che la possano apprendere, ma senza forzarli, seguendo i loro tempi e le loro esigenze.

domenica 9 giugno 2019

la parigi dell'oklahoma

Tulsa è una città dell'Oklahoma. Chandler la definì 'la Parigi dell'Oklahoma' per convincere Monica a trasferircisi. Ecco, in realtà Tulsa è una città graziosa, con dei bei musei, ma è anche un ambiente molto 'bianco' a colpo d'occhio. Ci sono stata molte volte. A Tulsa, per dire, c'è quella parte della famiglia che non andiamo più a trovare dalle presidenziali del 2016. 
A Tulsa, 98 anni fa, nel 1922, c'è stato uno degli episodi di razzismo più efferati della storia degli Stati Uniti eppure nei libri di scuola attuali questo episodio, è relegato a un banale paragrafetto (trovate un breve ma ben fatto documentario qui). I fatti sono stati ancora una volta 'whitewashed' cioè ripuliti dai bianchi a loro favore grazie a un sistematico lavoro di insabbiamento iniziato quasi subito. Quello che sappiamo è che c'era una zona della città dove la popolazione nera in quel periodo aveva costruito un discreto benessere, i bianchi sono andati là, hanno bruciato case e negozi, raso al suolo tutto e ucciso circa 300 persone. Finalmente ora sembra ci sia la volontà politica di indagare, ma insomma, ci vorranno degli anni e sarà molto difficile stabilire i fatti. In particolare, quello che cercano sono i corpi di queste persone che non sono mai stati ritrovati. Tanti si sentono perseguitati da queste povere anime che non hanno mai trovato pace.

venerdì 7 giugno 2019

il double down

Una cosa a cui penso tutti i giorni più volte al giorno sono le sorti dei migranti alla frontiera con il Messico, sono così vicini.
Il dolore e il trauma inimmaginabile di bambini che scappano da pericoli di tutti i tipi, arrivano qui e vengono sistematicamente strappati dai genitori, continua a tormentarmi.
L'altro giorno è uscita la notizia di un fatto avvenuto nel luglio scorso. Hanno messo su dei camion 37 bambini dai 5 ai 12 anni. Dovevano fare un viaggio di mezz'ora e finalmente riabbracciare i propri genitori. Ecco, arrivati lì per qualche motivo incomprensibile invece di trovare i genitori hanno trovato un parcheggio. Proprio così. Li hanno lasciati ad aspettare senza motivo, alcuni per 39 ore. Immaginate il fastidio immane se doveste andare in vacanza e vi toccasse passare due notti all'aeroporto. E loro non andavano in vacanza e non erano in un aeroporto, erano in un parcheggio in Texas a luglio, dove si toccano e si superano normalmente i 40 gradi.
Una violazione dei diritti umani, una tortura.
Allora, tutti si sono giustamente indignati, passano un paio di giorni e l'amministrazione Trump cosa fa? Annuncia che taglierà i fondi per i corsi di inglese e tutte le attività ricreative riservate ai bambini e ai ragazzi rinchiusi in questi simil-campi di concentramento senza genitori. Crudeltà pura. Non costa niente fare giocare dei bambini.
Ogni volta è la stessa storia infinita.
Il double down: fa qualcosa di inaudito, orribile e disumano, tutti protestano e lui invece di chiedere scusa, raddoppia. Sono già morti 6 bambini detenuti in questi centri in cui i giornalisti non possono entrare e in cui non si capisce cosa succeda.
Tutte queste notizie entrano in qualche modo nella nostra esperienza personale e nella nostra vita quotidiana qui in Texas.
L'altro giorno ero al parco e c'era una signora che stava facendo qualcosa di meraviglioso con i suoi bambini. Ha tagliato delle fette di frutta (mango jicama, agrumi, ananas...) in un certo modo molto bello esteticamente, le ha condite con delle spezie e le stavano mangiando insieme.
Non volevo disturbare, ma mi è venuto spontaneo chiedere cosa fosse, come prepararlo. La signora era messicana e parlava solo spagnolo. Mi ha spiegato tutto e mi ha offerto tutto quello che aveva, anche i suoi bambini hanno offerto i loro biscotti e tutto quello che avevano ai miei.
Abbiamo chiacchierato un'oretta. Mi aveva detto che si trovava qui nella mia zona perchè aveva visto il parco andando al lavoro e aveva voluto portarci i bambini.
Parliamo la stessa lingua, abbiamo più o meno la stessa carnagione, è una mamma come me con dei bambini come i miei. Di solito in questi casi può capitare di scambiarsi i numeri e mettersi d'accordo per rivedersi per un play date. Lei invece mi ha chiesto se poteva venire a pulirmi casa. Cose così.

mercoledì 5 giugno 2019

adulto insomma

Stamattina eravamo in macchina, la radio era accesa in sottofondo, un notiziario o qualcosa. "Circa 40 000 persone decidono di togliersi la vita ogni anno in questo paese". Joe salta sulla sedia.
- Cosa?
- Cosa Cosa?
Non sapevo stesse ascoltando o a cosa si riferisse.
- Ha detto che migliaia di persone... kill themselves? Ma come? Uccidono se stesse?
Per lui era un concetto del tutto inconcepibile.
Ho dovuto sbrogliare una bella matassa.
Adesso sono venuti dei bambini a giocare. Abbiamo dipinto. Chiedo all'amichetta di Woody, 4 anni, di raccontarmi cosa avesse disegnato.
- Questo è il sole. Queste sono le nuvole e questo (una grossa macchia rossa) è sangue.
- Sangue?
- Si perchè qualcuno è morto.
- ...
- E questo è altro sangue. E questo è altro sangue. La mia nonna è morta ma adesso è in paradiso sulle nuvole.
Nuvole e sangue.
Quante domande a cui rispondere, quante paure da gestire.
Diventa ogni giorno più difficile questo lavoro di genitore, insegnante, educatore, adulto insomma.

martedì 4 giugno 2019

i ricchi e poveri?

Nella nuova scuola ci saranno grandi cambiamenti. 
Innanzitutto c'è un altro insegnante di arte, non sarò più l'unica. Non siamo obbligati a collaborare, ma abbiamo tutta l'intenzione di farlo. Lui conosce già il mio lavoro perchè è stato interpellato per la mia assunzione e a quanto pare gli piace molto. Non c'è nessun tipo di competizione fra noi perchè faremo cose diverse e siamo specializzati in ambiti diversi. Ognuno potrà dare nuove idee all'altro, questo sì. A differenza della sottoscritta, lui è un artista vero, serio, che fa mostre in giro per il mondo e conosce ogni tecnica. Imparerò un sacco da lui, anche solo osservando e non vedo l'ora. E poi sembra una persona...normale. Si può dire? Uno che non ti chiede subito dove vai in chiesa per dire, che qui è già tanto. Ho la sensazione che la pensiamo in modo simile su tante cose. Potremmo perfino diventare amici e questa è una novità pazzesca per me perchè alla scuola Flanders non mi sono mai sentita completamente a mio agio con nessuno. Dovevo sempre stare attenta a quello che dicevo, alcuni colleghi erano molto conservatori su tante questioni e io, potevo intuire, ma non sapevo mai quali, un'ansia. Almeno le premesse adesso invece sono ottime.
E poi mi ha portato a vedere la mia nuova classe.
Sospiro.
E' stupenda, grandissima, con due lavandini (due!) e con una finestra che percorre tutta la parete. Una finestra. La mia vecchia classe aveva il portone con il maniglione antipanico ed era in uno scantinato con i tubi a vista sul soffitto che ogni tanto gocciolavano. E però è anche vero che mi piaceva da morire. Aprivi quel portone e c'era una sorta di bosco in pieno centro a Dallas, ogni tanto vedevi un coniglietto o una volpe. Era così messa male quella classe che ti dava un senso di libertà incredibile, non c'era nulla che potesse davvero rompersi o rovinarsi.
Ci sono tante, tante, cose nuove a cui abituarsi.
Però bella questa sensazione di possibilità e di novità. Voglio gustarmela tutta adesso e poi sarà quel che sarà come dicevano i Ricchi e Poveri. I Ricchi e Poveri?

lunedì 3 giugno 2019

il meet and greet/2

Il meet and greet alla fine era una sorta di lunga proiezione delle diapositive delle vacanze abbinate a canzoni altamente motivational e inspirational in sottofondo. Per una buona mezz'ora ci sono stati dei problemi tecnici quindi era tutto un po' imbarazzante. Dove ti siedi, cosa dici, chi conosce chi.
Quel tipo di situazione. Finchè finalmente qualcuno mi rivolge la parola:
- Cosa insegni?
- Arte e tu?
- Spagnolo a quelli del liceo.
- Quale liceo?
- Come? Non c'è anche un liceo qua?
- No.
Insomma.
Quando pensi di non farcela, ricordati che c'è sempre qualcuno che è messo molto peggio di te, ma ce la fa lo stesso.

il meet and greet

Oggi devo andare a fare un "meet and greet" alla nuova scuola. Meet and greet. Boh. Di sicuro dovrebbe essere una cosa rilassante e infatti non ci pensavo nemmeno. Solo che ieri notte ho fatto un sogno. Il direttore durante il meet and greet, qualunque cosa sia, mi chiedeva di indossare sempre una giacca elegante rossa. Io dicevo di sí, ma me ne pentivo subito.
Perchè una giacca rossa? Tutti i giorni? E come faccio a insegnare arte ai bambini con una giacca da sera? E' pazzo? Sono tutti pazzi in questa scuola? Dov'è l'uscita?

venerdì 31 maggio 2019

verba volant, scripta manent...anche nel 2019?

Due anni fa l'FBI ha aperto un'indagine per capire se i russi avessero realmente interferito nelle elezioni presidenziali e se Donald Trump li avesse facilitati. A capo di queste indagini ci hanno messo Robert Mueller, l'unico repubblicano di cui stranamente i democratici hanno sempre parlato con devozione. Si sono affidati a lui come a un Messia che avrebbe salvato il mondo o più realisticamente come a un'ultima spiaggia.
In una famosa vignetta del New Yorker, l'anno scorso si vedeva Babbo Natale in ansia all'idea di competere con un regalo come il mitico Rapporto Mueller. Il Rapporto Mueller poi non l'abbiamo trovato sotto l'albero, ci è toccato attendere fino alla primavera. Dopo due anni di indagini segretissime, le aspettative dei democratici erano alle stelle: ci sono prove di collusione con i russi e intralcio alla giustizia (tweets, reportage della stampa e dichiarazioni varie) che sono sotto gli occhi di tutti, chissà cosa avrebbe scoperchiato un'indagine seria. Il fatto è che invece di essere reso pubblico, questo fondamentale Rapporto Mueller all'inizio e per diverse settimane, è rimasto segreto. E' stata diffusa solo una dichiarazione di William Barr, il procuratore generale nominato da Trump, sul senso generale del risultato delle indagini: secondo lui il Rapporto Mueller scagiona Trump da tutte le accuse. In realtà le cose non stanno proprio così. O Barr non lo ha letto o è in cattiva fede perchè quando un mese dopo il Rapporto Mueller è finalmente stato diffuso in una forma più ampia, è stato chiaro che la posizione di Trump è grave.
Un paio di giorni fa per la prima volta dall'inizio di questa storia, Robert Mueller ha rilasciato una dichiarazione alla stampa. Voleva dire che va in pensione e ribadire un'ultima volta i risultati delle sue indagini:
1. Non c'è dubbio che i russi abbiano interferito con le elezioni del 2016.
2. Se avesse potuto scagionare Trump, lo avrebbe fatto, ma non lo ha fatto perchè non poteva (quindi è colpevole? Non lo dice, lo lascia intendere).
3. Il presidente non può essere incriminato come qualsiasi altro cittadino: la costituzione americana prevede altri mezzi di indagine nei confronti del presidente (l'impeachment? Non lo dice, lascia intendere anche questo).
Tutto questo fa scricchiolare una di quelle pochissime certezze granitiche che non ho mai e poi mai messo in dubbio: verba volant, scripta manent, la cosa più semplice del mondo. Si dicono tante cose, ma quello che è scritto, è quello che resta e che ha un peso.
Infatti, Mueller ha chiesto di non essere chiamato a testimoniare in parlamento perchè non farebbe altro che ripetere quello che ha scritto nelle 400 e passa pagine del suo rapporto.
Il problema è che nel 2019 è evidente in questo caso come in tanti altri che la parola scritta, documentata e argomentata fino allo stremo, non vale assolutamente nulla finchè non c'è una figura di riferimento che ripete a voce la stessa cosa (Mueller) o il contrario (Barr, Trump, Sarah Huckabee Sanders e tutti gli altri).
Il dramma è che i due messaggi opposti ricevono la stessa attenzione. Pochissimi vanno a leggere e controllare. La maggior parte si sceglie la verità preferita su una base emotiva. E chi mente non subisce nessuna conseguenza. Quindi se hai scritto qualcosa di fondamentale come Mueller l'unico modo che hai per diffonderlo non è la pubblicazione, ma andare davanti al parlamento o ai giornalisti e ripetere le stesse cose che hai scritto.
Ditemi voi se non è involuzione questa.

giovedì 30 maggio 2019

ogni nuvola nera ha un contorno d'argento

Sapevo che oggi ci sarebbero stati dei temporali -figurati se non ci sono i temporali il giorno in cui devi andare in piscina- ma non ero preoccupata, almeno finché non mi è arrivato un messaggio di Cassandra dall'Oklahoma, il regno dei
tornado. Se ti dice di fare attenzione lei, ti conviene fare attenzione. Dopo tutto, non l'ho mica soprannominata Cassandra per niente. Cosa si fa quando c'è un tornado warning? Innanzitutto, si mette sull'8 per vedere il radar. Se la mappa è tutta rossa come oggi, non è un ottimo segno. Quello che mi ha fatto più impressione è che ogni volta che sono stata nella traiettoria di un potenziale tornado, in passato, ho sentito la tempesta. Stamattina invece, mentre il metereologo sull'8 si affannava a ripetere "Anche se vi sembra tutto sotto controllo, mettetevi al sicuro ADESSO, stavolta non lo vedrete arrivare (sottointeso: il tornado)!" non c'era un filo di vento o una goccia di pioggia. Deve essere quella la famosa calma prima della tempesta che dicono. Un'ansia. Poi il cielo ha cominciato come a ringhiare, non saprei in quale altro modo definire quel suono cupo e minaccioso, e sono partite le sirene che somigliano tanto a quelle dei film sul nazismo. A quel punto, ero da sola, ho preso gli acchiappaconiglietti, i passaporti (!), e ci siamo chiusi in bagno, la stanza più sicura che abbiamo. Siamo stati lì per una ventina di minuti credo. Loro hanno dormito beati tutto il tempo. Mentre li guardavo nell'attesa del tornado che grazie al cielo (letteralmente) non c'è stato, forse ho trovato il lato positivo della loro sordità geriatrica: adesso hanno molta meno paura delle tempeste.
Every cloud has a silver lining, mai proverbio di più azzeccato. Uno dei miei proverbi preferiti. Di solito viene tradotto con c'è sempre un lato positivo o non tutti i mali vengono per nuocere, ma in inglese è molto più poetico, non saprei nemmeno come tradurlo in italiano. Il concetto è che ogni nuvola nera ha un contorno d'argento che ci ricorda che dietro c'è il sole.

martedì 28 maggio 2019

l'entusiasmo

In questo periodo sono molto stressata. Sto per andare in vacanza per un mese e ci sono un sacco di cose da mettere a posto prima della partenza. Chiaramente i compiti più ingrati te li vuoi togliere subito dalle scatole e allora stamattina sono andata a comprarmi un costume da bagno. Avrei preferito fare altro, ma mi toccava. Non ero molto allegra.
La responsabile dei camerini di prova era sicuramente di umore migliore. L'ho incontrata tante volte e la trovo sempre più o meno così:
1. Distratta, ma con aria sognante (innamorata?). Sei lì che dici, chissà quando mi noterà, non sta facendo niente a parte guardare il vuoto... ma non ti passa nemmeno per il cervello di disturbarla.
2. Abbigliamento creativo. Trucco perfetto. Manicure artistica. Sono le 10 di un martedi mattina qualunque, ma lei è saldamente nel 1979 e sta per saltare su un taxi giallo che la porterà all'ultimo party di Andy Warhol.
2. Sorriso smagliante.
3. Battuta scherzosa e complimento pronto. Il bello dei suoi complimenti è che, basandosi su precise osservazioni della realtà, suonano sinceri anche se non hai fatto in tempo a lavarti i capelli e ti devi provare dei costumi e non sei per niente in forma e hai il muso. Lei con il suo occhio clinico, sa trovare quel dettaglio che funziona e in un attimo ti risolleva l'autostima.
4. Dopo che ti lascia nel camerino, ti dice sempre: "Have fun girl!" perchè te lo sei dimenticato, ma fare shopping è divertente o dovrebbe esserlo, ti stai prendendo cura di te, hai la fortuna di poterlo fare, non darlo per scontato, divertiti!
Insomma, io questa donna, la adoro, ogni volta vorrei portarmela via, ma non posso. Allora oggi ho deciso che era arrivato il momento di farle una piccola cortesia. Ho spiato il nome sul cartellino e ho fatto presente al manager quanto è fortunato ad avere un'impiegata così. Lui è stato molto contento, mi ha ringraziato e ha detto che avrebbe riferito subito tutto. Solo che mi ha spiegato che se voglio che L. riceva anche un premio vero e proprio, devo andare online e rispondere a tutto un questionario.
Odio queste cose, di solito esco dal negozio e me ne dimentico, ma non questa volta.
Avete notato quanti entusiasmi, specialmente lavorativi, con l'andare del tempo, si spengono? Non vorrei ritrovarla fra un paio d'anni a sbuffare perchè non le hanno risistemato i vestiti sulle grucce.
Una persona così, per come la vedo io, è un bene comune, raro e prezioso, bisogna fare il possibile per preservarla tale quale.
L'entusiasmo è contagioso, ma va avanti senza esaurirsi solo finchè viene notato e apprezzato da chi sta intorno, altrimenti pian piano ci si ingrigisce e ci si inaridisce.

domenica 26 maggio 2019

tutto così grande

Fra poche settimane riabbraccerò i miei amici in Italia. Alcuni ancora non lo sanno, non è un viaggio molto ben pianificato.
Sono già emozionata al pensiero.
Le sere d'estate, le birre, i concerti.
Da lontano per forza di cose è tutto così grande.
Si parla solo di grandi problemi o di grandi successi. Poi ci si vede ed emerge subito la pura verità di ognuno, quella delle piccole cose, delle sfumature. Si vede chiaramente che alla fine sono quelle che stabiliscono davvero come sta un amico, forse anche come stai tu. Quante volte rivedendo dei vecchi amici, mi sono ritrovata a parlare di qualcosa di cui non avevo mai parlato prima. Qualcosa che non mi sembrava degno di nota e invece evidentemente lo era.
La vita va così veloce, ma poi quel momento in cui finalmente ti fermi semplicemente a guardare negli occhi determinate persone, è oro.
Quell'oro, io me lo devo fare bastare per un anno intero o qualche volta anche di più, ma mi sento estremamente riconoscente e fortunata ad averlo ancora, un po' di qua e un bel po' di là.

giovedì 23 maggio 2019

conoscersi e riconoscersi

Un giorno di fine inverno Woody e Joe fanno amicizia con una bambina al parco. Giocano proprio bene tutti e tre, buon per loro. Io nel frattempo continuo a leggere il mio libro. Dopo un po' emerge il padre della bambina che era rimasto in disparte a parlare al telefono e dice che gli dispiace, ma devono andare via perchè sono in bicicletta e si sta facendo buio. Non ho dubbi: è italiano. Dovete capire che qui di italiani non ce ne sono. Incontrarne uno è sempre un avvenimento.
Per di più in cinque minuti viene fuori che abbiamo la stessa età, che ci siamo trasferiti qui lo stesso anno e anche che siamo sposati con americani che parlano l'italiano, questa sì che è una cosa che mi colpisce, non credo mi sia mai successo prima. E non solo questo, abitiamo vicinissimi e i bambini vanno a scuola insieme. Davvero tante coincidenze. Concordiamo che bisogna assolutamente rivedersi. 
In questi mesi ho avuto modo di approfondire un po' di più la conoscenza di sua moglie. Devo ammettere che ero molto cauta, purtroppo con le amicizie non ho avuto grandissima fortuna qui, soprattutto con gli italiani per qualche strano motivo, e invece più conosco questa famiglia e più mi piacciono tutti quanti. Lei -incredibile- si occupa per lavoro di differenze culturali, il mio pane quotidiano, uno dei miei più grandi interessi e anche il motivo principale per cui è nato questo blog. Potrei ascoltarla per ore, sa tante di quelle cose.
Ma non è finita, c'è la ciliegina sulla torta.
Oramai probabilmente sapete quanto ami le coincidenze.
Un anno e mezzo fa, vi ho raccontato in questo post quello che ho provato quando ho visto nel mio quartiere un cartello che diceva: 
"In questa casa, noi crediamo che le vite dei neri importino, che i diritti delle donne siano diritti umani, che nessun essere umano sia illegale, che la scienza sia reale, che l'amore sia amore, che la gentilezza sia tutto."
Mi aveva rattristato rendermi conto che oramai fosse necessario affermare l'ovvio, però mi aveva anche fatto sentire meno sola.
Ecco, insomma, quel cartello lo avevano messo proprio loro e dopo tutto questo tempo, è ancora lì al suo posto. 
Non so come si evolveranno queste nuove amicizie, ma se quel cartello mi aveva fatto sentire meno sola, sapere c'è qualcuno qui, così vicino a me, che parla la mia lingua, in tutti i sensi, mi dà una grande carica.