giovedì 18 aprile 2019

il classico win-win

Lo scorso fine settimana, Mr. J ha comprato un cuscino comodissimo e anche piuttosto costoso. Mi ha raccontato che quando è andato a pagarlo, tutto sommato contento di pagare per un oggetto che cercava in vano da diverso tempo, alla cassa gli hanno fatto, a sorpresa, uno sconto del 50%. Il giorno dopo mi precipito a comprare lo stesso cuscino e niente, il prezzo era di nuovo pieno. Essendo decisamente meno spendacciona di lui, ho cominciato ad avere dei ripensamenti. Mi serve davvero? Certo dormire bene è importante...
Spiego alla commessa che il giorno prima costava la metà e adesso, a quel prezzo, dovevo pensarci un attimo.
Lei? Non ha avuto un attimo di esitazione. Mi ha fatto il 50% di sconto che aveva fatto a Mr. J più un altro 30%. 
L'unico inconveniente è che lo posso ritirare solo da sabato in poi. 
Il customer service americano, lascia sempre piacevolmente sorpresi. D'altra parte un caso così è il classico win-win: loro hanno venduto il cuscino, io mi sono trovata bene e tornerò di sicuro. 
Furbi e davvero bravi a fare affari.

lunedì 15 aprile 2019

il problema dei gatti in texas

L'altro giorno, in campagna ho visto una cosa che non vedevo da tantissimo tempo. Ogni casetta, aveva un patio con una gabbietta per gli uccellini. Mi ha riportato alla mente la mia infanzia. Abbiamo avuto il canarino Cip sul balcone per 14 anni. Gli volevamo un sacco di bene, lo portavamo perfino in vacanza, dieci ore di autostrada ogni anno. Certo che a pensarci ora...che follia un uccellino in gabbia. Non è la cosa più triste del mondo? Eppure all'epoca ce l'avevano un po' tutti. Con l'autoradio sempre nella mano destra e un canarino sopra la finestra, lo cantava pure il buon Toto.
Qualche anno fa Joe e Mr. J hanno costruito una casetta per gli uccellini di legno. L'idea era attirare i bellissimi cardinali rossi, in realtà sono subito arrivati i passerotti comuni, quelli marroni, e hanno colonizzato tutto.
Abbiamo visto tanti di quelli uccellini in questi anni, è un'esperienza meravigliosa che consiglio a tutti. Mi siedo a scrivere, guardo fuori e ci sono loro. L'umore migliora sempre un minimo, sono semplicemente stupendi i passerotti.
Ieri, però tornando a casa ho trovato il gatto della mia amica appostato sulla casetta. Lì per lì mi è venuto da ridere. Era chiaramente incavolato di essere stato scoperto. Guardate che sguardo.
Mi piacciono molto anche i gatti, ma non ne ho mai avuto uno e non ho ben chiaro come ragionino. Figuratevi che prima di questo incidente, pensavo di ritrovarmelo sempre in giardino perchè gli stavo simpatica. Sì lo so...devo aver passato troppi anni con i cani. Tra l'altro se gli acchiappaconiglietti facessero il loro lavoro, non avremmo questo problema. Anche se bisogna dire qui dove vivo la legge parla chiaro: i gatti devono stare in casa. Questo malvivente di un gatto, infatti, è già stato arrestato e rilasciato su cauzione una volta per questo motivo. Del resto, capisco perfettamente la mia amica che lo lascia scorrazzare per il quartiere. Insomma, come fai a lasciare un gatto sempre al chiuso? E' una vita triste quanto quella di un canarino in gabbia. O no?
Fatto sta che i gatti qui sono un problema serio per gli uccelli. Secondo l'American Bird Conservancy ne uccidono due miliardi e mezzo all'anno, leggete qui. Ho un vicino che è un grande amante dei gatti, cosí cattura quelli selvatici, li fa sterilizzare, gli taglia la punta di un orecchio e li libera.
Tagliare la punta dell'orecchio fa parte di un tacito accordo: serve a mostrare all'accalappiagatti che sono sterilizzati. In questo modo, si concentrano a catturare quelli non sterilizzati. Il fatto è che questo magnanimo vicino poi i gatti li libera, ma continua a dargli da mangiare quindi tornano e si moltiplicano. Non sembra esserci soluzione.
Stamattina, il buon Michele, si chiama così il gattastro, è tornato alla carica. E non se ne andava, determinato a fare strage di uccellini.
Quando mi sono avvicinata alla casetta e non li ho sentiti pigolare, mi si è spezzato il cuore. Dopo un po' ho ricominciato a sentire i piccoli e successivamente con molta cautela sono tornati anche i genitori con il cibo in bocca. Credo sia tutto a posto ora, ma il problema rimane.
La mia amica è mortificata. Suggerisce di sfregare palline di naftalina intorno alla casetta, dato che i gatti odiano quell'odore. Proverò. Mr. J ha anche messo qualche chiodo sul tetto della casetta. Se avete altri suggerimenti, per favore, fatevi avanti.

giovedì 11 aprile 2019

star lì

La didascalia della foto del tramonto che ho postato ieri su Instagram, per brevità, dice che ogni tanto scappo via. Uno potrebbe pensare a un weekend fuori o a una gita, qualcosa di speciale. In realtà, quasi tutte le sere, vado dietro casa a fare una passeggiata o un giro in bici. A volte ceno in anticipo per agevolarmi la fuga. Non so voi, ma a me sembra spesso di essere in un frullatore. Vivo in una società in cui quello che determina il successo di una persona è il fatto che sia sempre occupata, che non abbia mai un secondo libero, ma a me questa idea sta stretta. Cerco di fare meno piani possibili. È che senza una mezz'ora al giorno che sia solo mia per leggere o guardarmi intorno, non funziono. Ieri sera, come in un sogno, è venuto a trovarmi anche un colibrí
Vale la pena rallentare un attimo, no? Semplicemente star lì. 




P.S. Colpo di scena! Non era un colibrì 😳
Era un 'hummingbird moth' cioè un colibrì falena.
Un insetto e n o r m e, tipo 7 cm.
Suppongo siano rari perchè in tutti questi anni non ne ho mai visto nè sentito nominare uno.
Comunque, ho letto che i colibrì falena texani sono completamente benigni, quindi se per caso prima o poi ne vedete uno, niente panico. Si comportano come colibrí, bevono dalla proboscide come i colibrì, ma sono insetti, non uccelli.
No ma #celasifa

mercoledì 10 aprile 2019

tutto ha il significato che gli diamo

La mia amica di madre messicana e padre bianco americano mi racconta che alla scuola media qui in Texas, nel ghetto, era il bersaglio della famosa bulla Juana La Fosfora (una che si accende come un fiammifero, che paura!) perchè non solo era brava a scuola, ma soprattutto era la più bianca della classe.
Mi racconta una serie di episodi di sopruso e anche di quanto l'essere chiara di carnagione fosse sempre visto come una qualità invidiabile.
Alla fine decido di lasciarla a bocca aperta e spiegarle cosa veniva comunicato a me dall'altra parte del mondo, negli stessi anni, sul colore della pelle.
Metà della mia famiglia ha, immagino, lontanissime origini nordafricane. Quasi tutti hanno i capelli ricci e neri e la carnagione scura. Carnagione che hanno sempre cercato di scurire ulteriormente sottoponendosi a ore e ore di abbronzatura. Le mie zie andavano ad abbronzarsi in terrazza prima di andare sulla spiaggia per non farsi vedere troppo chiare in costume. E non erano le uniche, era una cosa normalissima. Negli anni 90 c'erano tutte quelle pubblicità sugli abbronzanti. Ne ricordo una con una ragazza in topless abbronzatissima. Alla mia amica texana verrebbe un colpo pensando che passavano questa specie di soft porno durante il giorno, magari mentre eri a tavola con mamma e papà. Io, invece, ero così abituata alla televisione italiana con tutte le varie Veline, Letterine, ecc. che non ci vedevo assolutamente nulla di imbarazzante nella ragazza nuda. Forse non la vedevo proprio la ragazza in perizoma, forse vedevo solo quell'incredibile abbronzatura dorata e soprattutto mi chiedevo sempre...ma che caspita è la Placenta H?
In Puglia, se andavi in spiaggia senza essere adeguatamente abbronzato venivi additato da tutti "Guarda che mozzarella che sei". Tornare dalle vacanze senza abbronzatura equivaleva a quello che oggi sarebbe tornare dalle vacanze senza un selfie: era poco credibile che tu ci fossi perfino stato in vacanza. D'altro canto "Come sei nero!" è sempre stato un complimento per me finchè non sono arrivata qui e mi hanno avvertito il primo giorno: MAI MAI PER NESSUN MOTIVO fare riferimento al colore della pelle.
Francamente, non riesco a immaginare uno dire "You are so black!" in nessuna circostanza al mondo.
E così in fondo, come sempre, tutto è relativo, tutto ha il significato e il valore che gli diamo.

martedì 9 aprile 2019

ruby chi?

Ho incontrato per caso una collega della scuola Flanders che non vedevo da anni. Nel frattempo ha avuto una bambina stupenda e le ha dato un nome bellissimo e abbastanza desueto, Ruby. Ruby mi ha fatto subito pensare ai Rolling Stones chiaramente. Essendo oggi martedi mi sono vista costretta, anzi proprio obbligata, a fare la battutona del secolo: 
- No way! Ruby...on Tuesday! What a beautiful name, it's one of my favorite songs!
Lei stranamente arrossisce e abbassa lo sguardo.
- ...Non conosci la canzone Ruby Tuesday dei Rolling Stones?
- La gente mi ha detto che c'è questa canzone, ma noi non lo sapevamo...combinazione è nata proprio di martedi, ma mai avremmo pensato, eh. Ci piaceva il nome e basta. Magari una volta l'ascolterò questa canzone visto che me lo dicono tutti.
Insomma, credo che fosse in imbarazzo perchè i Rolling Stones nella sua percezione non sono adatti a una brava ragazza cristiana come lei. Ma si può? Nel 2019? Le ho consigliato di ascoltarla subito. Di sicuro si sentirà sollevata quando si accorgerà che la simpatia per il diavolo non c'entra una beata mazza.

giovedì 4 aprile 2019

dei dinosauri e di jeff buckley

Sono giorni così così questi.
Ieri sera, mi sono imbattuta per caso in una performance incredibile di Jeff Buckley alla BBC, non capisco come sia potuta sfuggirmi in tutti questi anni.
Stavo lavando i piatti. Ho lasciato tutto e mi sono inchiodata davanti al computer.
Il video è questo, giudicate voi.
Più o meno la terza volta che lo riguardavo con le lacrime agli occhi, è arrivato Joe. Pensavo dormisse. Mi sono subito ricomposta, bisogna mantenere un minimo di dignità con i figli. Esordisce così:
- Ho pensato che in fondo forse ho un po' di paura dei dinosauri.
- Joe... tu lo sai benissimo che si sono estinti i dinosauri.
- Sì, ma certe volte, mi sembra che siano vivi.
- Anche a me quando ascolto Jeff Buckley sembra che sia vivo, eppure è morto anche lui da un sacco di tempo come i dinosauri. Forse quando amiamo tanto qualcosa, gli appiccichiamo un po' della nostra vita e ci sembra viva anche lei. Ma non è viva lei, siamo vivi noi, capito? Torna a letto Joe, i dinosauri sono tutti morti. E anche Jeff Buckley.
"My fading voice sings of love, but she cries to the clicking of time, oh, time..."

martedì 2 aprile 2019

perchè le expat non lavorano?

Perchè le expat non lavorano?
Questa fu una delle mie più grandi domande appena arrivata qui. Non riuscivo a darmi una spiegazione.
Entrai subito in vari giri di cervelli in fuga stranieri di tanti paesi diversi e le mogli non lavoravano quasi mai. Perché? Mi chiedevo. Dopo tutto, erano quasi tutte laureate e abituate a lavorare nei loro paesi. Qui invece al massimo organizzavano eventi mondani per passare il tempo. Io appena arrivata qui ero occupatissima a guardarmi intorno e assaporare tutti i cambiamenti, ma la voglia di tornare al lavoro non mi mancava. All'inizio, non avevo ancora il documento che mi serviva per lavorare e non parlavo inglese, o certamente non abbastanza da fare quello che facevo in Italia, ma volevo buttarmi. Acchiappai al volo la primissima occasione.  
La differenza fra me e la maggior parte delle altre expat che non lavoravano era soprattutto una: io non avevo figli.
Quando sono arrivati, sono riuscita a conciliare tutto senza problemi, ma è molto più semplice mantenere un lavoro che trovarne uno nuovo con i bambini piccoli.
Ora, dopo una parentesi di studio, mi trovo nella condizione di cercare un lavoro nuovamente. E mi rendo conto che non è per niente semplice.
Il primo ostacolo è che aspiro a fare qualcosa di molto specifico, l'insegnante di arte in una scuola elementare. In ogni scuola normalmente c'é un solo insegnante di arte, sono posti ambiti. 
Nonostante ciò il lavoro l'avevo anche trovato e più o meno subito, ma a quel punto mi sono resa conto che l'ostacolo più grande era un altro: i bambini? Dove li metto? Soprattutto Woody che è ancora piccolo. 
Qui gli insegnanti devono essere in classe alle sette del mattino e le distanze sono enormi. Ho calcolato un'ora di strada e il povero Woody, a tre anni, avrebbe dovuto entrare all'asilo alle sei del mattino. Farlo passare di colpo da sempre con la mamma a sempre a scuola, mi spezzava il cuore e così ho deciso di aspettare un'occasione migliore. Intendiamoci: i bambini si adattano benissimo quasi a tutto e anche le mamme in fondo, è che avendo fortunatamente una scelta davanti, ho optato per la soluzione temporanea di aspettare di trovare un posto di lavoro più vicino a casa. 
A un certo punto, su Linkedin o non so dove, è apparso il lavoro dei miei sogni, un lavoro nell'ambito della didattica museale che sembrava fatto su misura per me. Si trattava fondamentalmente di inventarsi dei sistemi per coinvolgere le famiglie meno abbienti della periferia di Dallas. Il colloquio in spagnolo è andato molto bene, filava tutto liscio come l'olio. Dieci anni fa, avrei fatto carte false per quel posto, ma ora le cose sono cambiate.
Il tempismo è tutto nella vita, no? Lo penso sempre di più.
All'ultimo minuto dell'ultimo colloquio, dopo aver sognato ad occhi aperti per un mese di lavorare con delle persone interessanti e curiose come quelle che avevo davanti, il tipo di persone che difficilmente incontri nelle scuole purtroppo, ho preso la folle decisione di essere del tutto onesta. 
(Ma quanto è difficile essere completamente onesti a volte? E poi ti chiedi sempre...ma devo proprio? Sigh)
Gli ho spiegato la mia situazione: non mi aspetto di essere pagata, ma ho bisogno di tornare in Italia un mese all'anno.
Gasp.
Qui un mese di ferie all'anno è un lusso inaudito. 
Ho cercato di convincerli di una cosa a cui credo molto e cioè che un mese in Europa non è assolutamente un mese perso per uno che lavora in ambito culturale in Texas. Ogni volta che torno, imparo tante di quelle cose, ma i tempi qui non sono ancora maturi per questo tipo di mentalità. 
Passato lo shock iniziale quelli del museo furono molto carini e comprensivi, dissero che ne avrebbero parlato con il dipartimento delle risorse umane, ma non se ne fece nulla. E così adesso sto cercando di nuovo un lavoro in una scuola perchè l'ho fatto per tanti anni e ancora mi piace moltissimo, ma anche perchè è l'unico lavoro che mi permetta di tornare in Italia, di mantenere un rapporto con la mia famiglia e i miei amici e soprattutto di fare in modo che i miei piccoli texani costruiscano pian piano questo stesso rapporto con la loro origine italiana.
Non sia mai che crescessero pensando che in Italia si mangiano tutti i giorni gli spaghetti con le polpette. Per me è fondamentale che conoscano l'Italia vera nella sua bellezza come nelle sue enormi contraddizioni e c'è solo un modo per conoscere un paese: andarci. 
Precisiamo. Non è che la gente non abbia un mese di ferie all'anno qui, in un certo senso è ancora peggio: hanno i giorni, ma non li usano mai tutti insieme. Non conosco nessuno che faccia nemmeno due settimane di fila. E' una cosa che ti fa sembrare poco professionale. Magari ti dicono va bene vai, ma poi quando torni, alla tua scrivania ci trovi qualcun altro (visto succedere). 
Ho varie amiche straniere nella mia stessa situazione e ognuna fa quel che può rinunciando sempre a qualcosa di importante purtroppo. C'è chi con un'enorme sforzo economico e personale ha aperto un'azienda in proprio. C'è chi ha scelto il lavoro e nel suo paese non torna quasi più. C'è chi manda i figli da soli. C'è chi sta cercando il coraggio di licenziarsi da un ottimo lavoro per fare l'insegnante, più o meno per i miei stessi motivi. C'è chi ha deciso di lasciare ogni ambizione alla porta per fare fondamentalmente l'autista di figli ingrati che non capiscono che passare da un corso all'altro in teoria è un privilegio e non una tortura. C'è chi ti racconta con gli occhi spalancati: "Ho una bellissima notizia: ho trovato il lavoro dei miei sogni". C'è un piccolo inconveniente: è a tre ore di strada e lei è incinta. Verranno i santi nonni dall'altra parte del mondo ad aiutarla per qualche mese, ma comunque sarà tutto molto complicato. Un marito e una figlia in una città, un neonato e una stanza in affitto durante la settimana in un'altra. D'altra parte, lei dice "Ho aspettato così tanto, è la mia occasione" e la capisco, accidenti se la capisco.
La risposta alla domanda iniziale, dunque, è questa. Tutte le donne fanno fatica a conciliare la vita personale e la professione, ma le expat senza il cosiddetto (agognatissimo!) villaggio, un po' di più.