martedì 22 ottobre 2013

se l’impiegato paga il datore di lavoro

Il primo anno e’ stato piuttosto traumatico. Avevo ricevuto qualcosa a proposito di un certo pledge, ma lo avevo completamente ignorato, non conoscevo nemmeno il significato della parola allora e poi, a dire il  vero, anche dopo essermelo andata a cercare, avevo continuato a far finta di niente, pensando ci fosse un errore. Fino a quando il direttore mi affronto’ direttamente e, con molta cortesia, mi chiese su due piedi di pagare perche’ aveva bisogno di annunciare di aver raggiunto il 100% di partecipazione da parte del corpo insegnante e mancavo solo io. Non ricordo benissimo ora, ma potrei realisticamente -con il mio inglese pessimo dell’epoca- aver risposto qualcosa tipo ‘non capisco, nel mio paese e’ il datore di lavoro che paga l’impiegato e non viceversa’.

A pensarci ora, mi vengono un po’ i brividi perche’ solo un marziano risponderebbe cosi’ e io in un certo senso lo ero (e forse lo sono ancora, ma molto meno).

Insomma, lavoro in una scuola privata che si basa in gran parte sulle offerte monetarie del prossimo. Ci sono diverse campagne di found raising durante l’anno scolastico e in particolare ce n’e’ una in cui e’ importante mostrare che non solo i genitori, ma anche l’intero staff crede talmente tanto nella progetto che si sta portando avanti da donare qualcosa, qualunque cosa, di tasca propria. E’ un concetto che non ho mai sentito in Italia nei diversi posti in cui mi e’ capitato di lavorare, ma che qui in certi ambiti come il mio, esiste ed e’ una cosa piuttosto normale e accettata di buon grado dai lavoratori, credo. Anche perche’ di fatto non hanno molta scelta.

Dopo quella prima cosiddetta imboscata da parte del mio capo tornai a casa, mi arrabbiai molto, e alla fine decisi di pagare. Da allora in poi l’ho sempre fatto in automatico ogni anno non perche’ abbia completamente cambiato idea, ma perche’ ho capito che qui e’ cosi’ che va, che e’ una cosa importante per le persone che mi danno da lavorare e mi sono adeguata. Bisogna scegliersi le battaglie, si dice da queste parti, e io in questo caso ho deposto le armi.

Devo dire che, in realta’, piu’ ho conosciuto i miei colleghi e il mio capo e meno mi ha dato fastidio pagare per questa cosa. La settimana scorsa ho fatto la mia piccola donazione come ogni anno, e oggi , come ogni anno, come tutti quelli che hanno fatto una donazione, ho ricevuto a casa una lettera di ringraziamento scritta a mano, personalizzata, fatta apposta per me. Una cosa che mi stupisce ogni volta perche’ immagino la quantita’ di ore impiegate in questa attivita’. Non lo so se questo sistema sia giusto o sbagliato. Mi sembra che ad ogni modo produca una grande gratitudine e che nessuno dia per scontati gli sforzi degli altri come avviene in tante altre situazioni lavorative.    

6 commenti:

LordRevan ha detto...

Ho avuto l'impressione qui in USA (ed in particolare a Dallas, visto che viviamo nella stessa città), che nulla qui venga dato per scontato. Qualsiasi cosa anche la più insignificante ci si aspetta venga retribuita. Il conoscente che fa le foto al compleanno di tuo figlio o tua figlia, il tipo che ti da una mano a portare a casa un mobile preso in negozio. Anche la beneficenza non è data per scontata. Ti viene dato un gadget o ti scrivono appunto una lettera. La cosa la prendono molto sul serio così come il volontariato. Da un certo punto di vista è come se tutto diventasse un business. Non ho ancora capito se mi piace o se non mi piace. Quello che posso dire per certo è che è nuovo...

Anonimo ha detto...

boh, forse fanno una cosa del genere (pledge) per via di un attaccamento ossessivo alle consuetudini che fanno gruppo e/o identità del gruppo.
Insomma, se stai a scrivere tutte quelle lettere, o hai ricevuto delle belle somme oppure la tua psiche disturbata non ti lascia in pace finché non hai adempiuto ad un distorto senso del dovere.
roberto z.

Mario Rossi ha detto...

Credo che gli americani abbiano un forte sensi della "comunità" e lo applichino in molti frangenti.

Tu con la tua donazione (ma è una quota fissa o a piacere?) non solo fai parte del "club", ma contribuisci a mantenerlo in vita e a pagare lo stipendio dei colleghi.

Credo che lo vedano come un karma, se faccio del bene ottengo del bene, oltre a vedere la società fatta di oneri e onori, al contrario dell'Italia dove "tutto è dovuto".

Se dovessi usare una frase latina direi che loro sono un "do ut des"(o quid pro quo) mentre noi siamo un "mors tua vita mea".

Anonimo ha detto...

Neanche io so se sia giusto o sbagliato, di certo mi suona strano che una donazione per sostenere l'ente per il quale lavori sia chiesta anche, appunto, ai lavoratori.
Però, in effetti, so di molti dipendenti e collaboratori di onlus che le sostengono anche economicamente, quindi forse mi suona strano perchè penso alle scuole come enti dove si svolge un'attività professionale per finalità (anche latu sensu) economiche e quindi diversi da quelli in cui si presta aiuto, a vario titolo, a chi è in difficoltà.
Non so se sono riuscita a spiegarmi, forse no.
ciacco

Anonimo ha detto...

*Found raising = fund raising

Marica ha detto...

non ho ben capito.. ogni anno devi pagare il tuo datore di lavoro?
ma cifra libera o imposta?
cioe' i soldi vanno direttamente a lui, tipo premio perche' ha lavorato bene, o dove vanno a finire?