lunedì 20 gennaio 2020

fai più attenzione

Questo non è un post come gli altri. Dentro c'è più o meno tutto quello che ho capito sul razzismo da quando mi sono trasferita in Texas. E' da mesi che lo scrivo e lo riscrivo. Avevo quasi rinunciato a pubblicarlo perchè ci tengo così tanto che mi fa sentire vulnerabile. Poi recentemente non solo sono successi una serie di fatti legati al razzismo a scuola, ma ho anche rivisto la persona che mi ha detto fai più attenzione, così ho deciso di non tirarmi indietro in suo onore. Combinazione è anche Martin Luther King Day e allora se viva, parliamone.

Appena arrivata a Dallas, nel lontano 2006, mi venne spontaneo ripetere un gesto banalissimo del mio quotidiano milanese: prendere un autobus e fare un giro in centro. Mi accorsi subito che prendere un autobus a Dallas, nel 2006 almeno, era un gesto che di banale aveva ben poco. Ne scrissi in un post che si intitola Come una pagina bianca perchè mi resi conto che se volevo sopravvivere in questo nuovo mondo dovevo tornare a essere come una pagina bianca, cancellare dalla mia memoria quasi tutto quello che sapevo e imparare tutto da capo. 
Di quel mio primo viaggio in autobus però evitai di raccontare forse l'aspetto più importante: per la prima volta in vita mia, feci l'esperienza di essere l'unica persona bianca. Appena misi piede su quell'autobus l'autista ispanica ebbe come un moto di allarme e si sentì in dovere di mettermi in guardia: nascondi la macchina fotografica, non guardare nessuno e non parlare con nessuno. Lì per lì pensai che fosse perchè avevo l'aria da turista, ma non era solo questo ovviamente. Ero così disabituata a notare il colore della pelle delle persone che mi ci sono voluti anni a elaborare quella situazione. Sono stata educata fin da piccolissima sia a casa che a scuola a pensare che siamo tutti uguali e questo, in un certo senso può essere vero e sacrosanto, ma è anche una semplificazione eccessiva della realtà, una di quelle che ti fanno sentire a posto con la coscienza, ma che ti impediscono di notare le disparità e soffermarti sui motivi storici per cui nella realtà poi no, non siamo affatto tutti uguali purtroppo. Non abbiamo tutti le stesse opportunità e non veniamo trattati tutti allo stesso modo.
Ragionando su tutto il mio percorso di questi anni, adesso non faccio nessuna fatica a vedere che fu quella la primissima volta in cui mi sono trovata di fronte a uno dei miei più grandi privilegi: non aver mai, mai e poi mai in tutta la mia vita precedente dovuto pensare al colore della mia pelle. Qualunque cosa mi fosse capitata, non aveva nessuna relazione con il colore della mia pelle. 
E' un fatto che tanti nella mia vecchia parte di mondo danno per scontato, ma che di scontato non ha proprio niente.
Pian piano cominciai a notare tante piccole cose intorno a me.
Non mi sono mai sentita discriminata in nessun modo in quanto italiana. Ho ricevuto qualche discriminazione positiva al limite.
Quando andai a lavorare alla scuola Flanders, ad esempio, a malapena parlavo inglese, ma mandarono una lettera a tutti i genitori per far sapere in pompa magna quanto fossero orgogliosi di avere assunto una competentissima insegnante italiana. Non ricordo niente di simile per altri nella mia posizione, ma sono cose che realizzi a posteriori, nel mentre ti senti solo apprezzato.  
Il momento di svolta nella mia percezione delle questioni razziali è legato alla scelta di adottare un bambino. Come forse qualcuno di voi ricorderà finì che scoprii di essere incinta di Joe il giorno prima di ricevere l'ultimo documento necessario a finalizzare l'adozione (sì, queste cose succedono davvero, qui). Prima di arrivare a quell'epilogo però ci furono molti mesi di studio e autoanalisi. Ci rivolgemmo a una rinomata agenzia specializzata in adozioni interrazziali perchè scoprimmo che i bambini di colore erano quelli che faticavano di più a trovare dei genitori. I corsi preparatori all'adozione erano incentrati sulle differenze culturali e da lì nacque il mio interesse profondo per questi temi anche perché sono argomenti da cui quasi tutti in questo paese e non solo, si tengono allegramente alla larga. Loro, quelli dell'agenzia invece, erano dei carri armati che non usavano mezze misure e non cercavano in nessun modo di addolcirti la pillola. Volevano solo prepararti alla realtà, avvisarti anche, darti eventualmente il tempo di tornare sui tuoi passi. Sembrava non  aspettassero altro che radere al suolo le tue poche certezze. Si parlava di questioni pesanti in quegli incontri.
Ci spiegarono, ad esempio, come reagire se in un locale pubblico qualcuno ci avesse insultato in quanto genitori adottivi di un bambino di colore. Resisteva nella comunità nera il pregiudizio che i bianchi rubassero i loro bambini. Ci parlarono di internal bias, quei retaggi razzisti che tutti noi abbiamo senza accorgercene per via soprattutto della nostra educazione e tante altre cose che ci sono capitate nella vita. 
Il fascino, la forza e allo stesso tempo la debolezza dei temi legati al razzismo è che se vuoi affrontarli e capirci qualcosa devi essere disposto a metterti in discussione in prima persona e rassegnarti all'idea che tu pure, con tutta la tua buona fede, qualche discriminazione la fai, anche solo con il pensiero, del tutto inconsciamente.
Dopo qualche anno successe un altro evento decisivo. Lavoravo ancora alla Scuola Flanders e mi arrivò all'orecchio la bizzarra voce che una famiglia aveva ritirato entrambi i figli perchè riteneva che la maestra li discriminasse in quanto afroamericani. Figuriamoci! A me sembrò l'idea più assurda del mondo, conoscendo la scuola e i miei colleghi. Però mi rimase impressa questa cosa, chiaramente risvegliò delle altre sensazioni a cui non avevo mai voluto dare peso o credere. Così un giorno parlando del più e del meno con la maestra dell'asilo di Joe, che è nera, le raccontai questo episodio. Probabilmente volevo essere rassicurata mentre affermavo che una cosa simile nella mia scuola fosse impossibile e anche impensabile. Lei invece mi guardò dritta negli occhi e mi disse solo: 
- Sei sicura? Queste cose succedono ogni giorno. Fai più attenzione.
Fai più attenzione. Questa sua frase in un certo senso mi ha cambiato la vita. Può sembrare strano, ma solo allora mi resi conto che in quella scuola, a parte pochissimi studenti, erano tutti bianchi, tutto lo staff, tutti gli insegnanti, tutti tranne quelli che pulivano guarda caso. 
E il personale delle pulizie ci dava del lei. Chiesi in tutti i modi di essere chiamata per nome, ma non ci fu mai verso. Adesso realizzo che questa ostinazione di persone molto più anziane di me a darmi del lei e a pretendere il tu era un retaggio culturale, una sorta di timore reverenziale. 
Una volta mi svegliai nel mezzo della notte.
La lenta scoperta di questi fatti, mi ha spesso tolto il sonno.
Mi venne in mente che a un certo punto, per un paio d'anni c'era stata una maestra nera alla Scuola Flanders. Era bravissima, non solo una delle insegnanti più competenti e qualificate, ma anche una grande persona sul piano interpersonale che mi ha insegnato alcune cose fondamentali che porto con me. Cosa le era successo? Perchè  se ne andò di punto in bianco? Dovetti scavare un po', ma alla fine scoprii che dovendo tagliare una classe, le era stata preferita una maestra bianca che non solo aveva molti meno anni di esperienza di lei, ma che si era addirittura offerta volontaria di andarsene perchè aveva deciso di avere un figlio e fare la casalinga. Quando rimase incinta, infatti, mantenne fede al suo proposito di andarsene, ma a quel punto assunsero un'altra insegnante bianca e per di più una persona che non aveva nessuna esperienza in quel campo.
Nell'ultimo periodo entrai un pochino in confidenza con il signore delle pulizie. Mi raccontò molte cose, ad esempio che i bambini che a scuola lo adoravano e lo riempivano di disegni e letterine, in presenza dei genitori lo ignoravano. Un comportamento abbastanza inquietante.
Pian piano mi resi conto di tante di quelle cose, fu come una valanga. La scuola era seggio di voto alle presidenziali del 2016, le televisioni stavano appostate nel nostro parcheggio tutti i giorni, vivevamo dei piccoli disagi concreti legati a questo, eppure non sentii mai un solo commento su quello che stava succedendo, mai una sola parola su o contro Trump e lo trovai incomprensibile dato che i valori che esprimeva erano diametralmente opposti a quelli di cui ci riempivamo la bocca ogni giorno. Ricordo che dopo l'elezione di Trump, la recita di fine anno, che era sempre stata incentrata sulla religione cambiò tema: musical nazionalista, tutti vestiti da zio Sam e come sfondo una di quelle bandiere di dieci metri che qui vedi solo dai concessionari di auto. Può darsi che sia stato un caso certo, ma può anche darsi che sia stato un qualche tipo di segnale. 
E' difficile pensare che le stesse persone che ti hanno sempre trattato con i guanti possano comportarsi diversamente con qualcun altro, ma è proprio così che vanno queste cose di solito.
E ancora più difficile è pensare che tu stesso che ce la metti tutta, che non fai altro che leggere e ascoltare chi ne sa di più, possa operare delle scelte inconsapevoli o formarti delle opinioni sulla base di una qualche discriminazione culturale.
Perchè sì, quel discorso delle internal bias che ci avevano fatto al corso sull'adozione è tornato e di sicuro tornerà fuori mille volte. Ed è dura rimettersi continuamente in discussione.
L'ultima volta che mi è capitato è stato qualche mese fa. Mr J mi ha fatto notare che avevo applicato il classico stereotipo della donna afroamericana arrabbiata (qui) a una persona che non conoscevo, solo sulla base di alcune sue caratteristiche esteriori come l'abbigliamento o la pettinatura. Il suo modo di porsi mi aveva intimidito e al momento mi sono sentita un verme per questo, però la verità è che quel tipo di stereotipi dominano il nostro immaginario culturale, è difficile smontarli, sostituire immagini positive a quelle negative. Accorgersi di commettere degli errori come sempre è il primo passo verso il miglioramento. Dopo tutti questi anni di studio del problema, sono sempre sul chi va là, anche per quanto riguarda me stessa e se mi accorgo di aver fatto un errore come in questo caso, mi scuso immediatamente se posso e ringrazio chi me lo ha fatto notare. Quando invece (raramente) capita a me di fare notare una qualche pecca a qualcuno, soprattutto in Italia, sono guai. Mi è capitato di affrontare questi discorsi giusto un paio di volte e solo con amici a cui voglio un mondo di bene. Ancora ricordo la tensione, la paura di aver perso un'amicizia addirittura.
L'anno scorso cercavo di fare capire a una delle mie più care amiche a cui era piaciuto molto il film Il Libro Verde quanta sofferenza quel film avesse causato agli spettatori afroamericani (trovate qualcosa qui e qui se vi interessa la questione). Non ci fu nulla da fare. Bisognò far cadere il discorso per non litigare. Su altre cose è più facile discutere, i discorsi sul razzismo invece implicano un giudizio morale che ci fa tremare, ci fa alzare muri, ci impedisce di accogliere l'obiezione dell'altro serenamente. Sono discussioni che toccano dei nervi scoperti, delle debolezze, delle leggerezze e possono finire molto male.
In conclusione di tutto questo lungo flusso di coscienza, vorrei dirvi solo l'unica cosa che ho capito. Quando c'è di mezzo il razzismo, quasi sempre ci parliamo addosso fra noi che in fondo il problema non ce l'abbiamo, rimbalzano le opinioni, la sensibilità dell'uno o dell'altro, ma questo non deve farci dimenticare che il razzismo non è un'opinione, è un fenomeno che esiste e viene studiato in modo approfondito da diversi decenni almeno qui negli Stati Uniti. Forse solo se vi prenderete la briga di andare a cercarvi i dati e leggere gli studi, vi renderete conto sul serio di cosa sia.
Il razzismo sono le donne di colore che muoiono di parto molto più di quelle bianche. Il razzismo sono le famiglie nere che in circostanze analoghe a quelle delle bianche, non riescono a conservare e a passare la propria ricchezza alle generazioni successive. Il razzismo sono i bambini neri che fin dall'asilo vengono puniti in modo più severo rispetto ai bianchi. Il razzismo inteso come discriminazione quotidiana causa una forma di stress che peggiora le condizioni di salute generali delle persone che lo subiscono.
Il razzismo c'è. 
Ricordate che quando dite a qualcuno frasi tipo non tutto è una questione di razzismo o tu vedi il razzismo ovunque, state usando uno gli argomenti tipici usati da sempre per mettere a tacere quelli che il razzismo lo subiscono.
Quando qualcuno tira fuori l'argomento, ascoltiamo molto bene e interroghiamoci sempre su noi stessi per primi.
Decidiamo da che parte vogliamo stare e diciamolo forte e chiaro quando vediamo qualcosa che non va. Spetta soprattutto a chi non è coinvolto direttamente difendere chi ha subito un torto in silenzio e in sostanza... fare più attenzione.    

sabato 18 gennaio 2020

come faccio?

Quando mi succedono cose tipo quelle che vi raccontavo nell'ultimo post, c'è sempre qualcuno che mi chiede...ma come fai? E io potrei rispondere in tanti modi, potrei rispondere perfino  con delle domande in realtà, ma alla fine, è inutile complicare le cose.
La verità è che quando le sfide sono grandi, sono grandi anche le soddisfazioni.
Per riassumere. La settimana scorsa un piccolissimo gruppo di miei studenti ha deciso di prendere in giro nientemeno che Martin Luther King e la persona che avrebbe dovuto aiutarmi a fargli capire l'errore, mi ha caldamente invitata a farmi gli affari miei e a non tirare più fuori l'argomento. Io mi sono presa una serata di profonda tristezza, questo sì, e il giorno dopo sono tornata alla carica, scoprendo tra l'altro, di non essere affatto sola nella mia piccola grande battaglia.
Questa settimana quando quella classe è tornata da me, non ho additato nessuno. Non ce n'era bisogno, ognuno sapeva benissimo cosa aveva fatto o non fatto. Non ho nemmeno parlato di Martin Luther King. Ho corso un rischio e ho deciso di fargli vedere il Ted Talk sul razzismo della fotografa brasiliana Angélica Dass che trovate qui (è sottotitolato anche in italiano). Dura più di dieci minuti e non è per certamente un prodotto per bambini. Si tratta di un discorso abbastanza complesso sulle etichette basate sul colore della pelle che ci assegnamo a vicenda e tutte le contraddizioni che vi ruotano attorno. Perchè davanti a due persone dello stesso identico colore si decide che una è bianca e una è nera? Sono gli occhi, il naso, i capelli? Il conto in banca? E si torna al concetto di uguaglianza e a Martin Luther King senza nemmeno nominarlo. 
Ho fatto bene a dare fiducia alla classe. Non è volata una mosca per tutto il video e quando è finito, è addirittura partito un applauso spontaneo.
E' stato uno di quei momenti.
Quei momenti che ti segnano, che ti fanno sentire utile, importante, quelli che ti fanno andare sempre avanti con passione, con determinazione e con entusiasmo.
E poi non si smette mai di imparare. Dopo il video, ho rispiegato il da farsi e ho aggiunto una frase che credo continuerò ad aggiungere ogni volta che si parlerà di questi argomenti: se qualcuno non è d'accordo, se qualcuno ha dei dubbi sul concetto di uguaglianza, se qualcuno ha sentito idee contrarie a casa o altrove, può venire a parlarmene in qualunque momento, anche in privato se si vergogna di parlare davanti a tutti, anche fra un mese o fra un anno, sono sempre a vostra disposizione. I ragazzi hanno bisogno di sentirselo dire che possono parlare anche di questi temi senza finire nei guai. Non devono esserci tabù. Prima non me ne rendevo conto. Non c'è solo la scuola nella loro vita, ci sono tante altre influenze che possono confonderli.
Il bambino che citando il celebre discorso, sotto al ritratto di Martin Luther King la settimana scorsa aveva scritto "Io ho un sogno, dormire", ha corretto "Io ho un sogno, fermare il surriscaldamento globale. E poi dormire". E alla fine ha cancellato anche "e poi dormire". Si cresce, si matura, queste sono cose del tutto normali e innocue. Però bisogna continuare ad andare avanti, non indietro.
Per rispondere alla solita domanda, faccio così. E mi sento ogni giorno un po' più ricca.

sabato 11 gennaio 2020

una settimana più texana delle altre

E' venerdi pomeriggio. 
Mi siedo un attimo a tirare il fiato e a riflettere sulla surreale settimana che ho avuto.
Faccio quasi fatica a credere a tutto quello che è successo.
Lunedi, primo giorno lavorativo del 2020: corso di sopravvivenza in caso di mass shooting con analisi dei vari incidenti del passato e testimonianze dei superstiti (qui). Se aggiungete al fatto che oltre a essere un'insegnante e in quanto tale responsabile di tutti i miei studenti, ho anche due bambini miei nello stesso edificio, potete forse vagamente immaginare la mia angoscia alla fine di quella giornata. 
Il giorno successivo mi si spezza nuovamente il cuore quando una bimba nera di sei anni mi chiede se quel tale bambino di cui parlavamo, quello che si è messo nei guai, era bianco o nero (qui).
Mercoledi ho fatto una lezione su Martin Luther King con una delle classi più disciplinate e serie (e bianche, non l'avevo mai notato prima) che ho.
Fra poco sarà Martin Luther King Day e sto facendo molte lezioni sull'argomento.
C'è stato un piccolissimo gruppo di ragazzi che si è comportato molto male in quella classe. Uno si è preso la briga di disegnare un ritratto di MLK per mezz'ora e poi gli ha aggiunto corna, zanne e artigli per farlo sembrare il diavolo.
Avevamo appena detto che è stato ucciso a 39 anni, che sarà più o meno l'età dei loro genitori, e che aveva quattro bambini. Dov'è l'empatia? Come si spiega una reazione simile? 
Il giorno dopo con lo stomaco ancora chiuso dalla delusione e dalla tristezza sono andata a parlare con la persona deputata in teoria a gestire questo tipo di situazioni. Mi ha consigliato di non dire niente e non tirare più fuori l'argomento. Vi lascio indovinare il colore della sua pelle. Fortunatamente ho poi trovato pieno appoggio in tutti gli altri insegnanti coinvolti e ora ognuno farà la sua parte per capire e correggere.
Il giorno successivo ho fatto una lezione su Keith Haring. Abbiamo letto un libro che raccontava fra le altre cose, quanto fosse buono e quanto avesse aiutato tante persone e soprattutto i bambini malati. La classe era rapita sia dalla storia del bambino che non faceva altro che disegnare sia dalle opere stesse con quei colori brillanti, il contorno deciso dei cartoni animati... finchè è arrivata la domanda fatidica.
- Era sposato?
- No, era gay.
Ho visto qualcuno sghignazzare sotto i baffi, ma ho lasciato cadere, mi sembrava più giusto non dare peso alla cosa in quel momento e fare passare con naturalezza il messaggio che non ci fosse nulla da discutere così come se avessi risposto che era sposato. Dopo un po' passando fra i banchi noto che una bambina ha disegnato Keith Haring (c'era scritto) dentro a un tornado con un fumetto che diceva qualcosa tipo "Muoioooo". E' vero che il compito era più o meno libero, ma doveva avere un senso rispetto a tutto quello di cui avevamo parlato. Quando le ho chiesto spiegazioni, mi ha risposto fra le risate che è stata felice quando ho detto che è morto giovane. Perchè? Le ho chiesto. "E' per la mia religione". Vi lascio indovinare quale religione sia. 
Ma non finisce qui. Successivamente ho accennato l'accaduto alla sua maestra. La collega non ha nulla (credo, suppongo) contro gli omosessuali, ma la sua spiegazione è stata squisitamente teologica. In sostanza il suo ragionamento è: siccome siamo tutti peccatori e siccome tutti i peccati si equivalgono agli occhi di Dio, siamo tutti uguali e "abbiamo tutti bisogno di Gesú". Poi l'ho vista parlare con la bambina. Ho visto la bambina scoppiare a piangere ed è finita così la lezione.
Ero allibita. Io penso che le motivazioni che un insegnante debba usare per convincere i propri studenti a non commettere discriminazioni debbano essere di tipo intellettuale e non basate sulla fede religiosa. Lo davo per scontato in una scuola pubblica e invece. 
E così, finalmente devo dire, oggi è venerdi. Nel mio cassetto, in classe, ora ci sono due kit per il pronto soccorso: uno con i cerotti e la scatolina per mettere i dentini quando cadono e l'altra per fermare i dissanguamenti. Non mi ci abituerò mai.

Avrete notato che non è più venerdi, ma sabato.
Dulcis in fundo, ho dovuto interrompere la scrittura di questo post perchè ieri sera è suonata la sirena dei tornado e siamo dovuti tutti correre in bagno, che è la stanza più sicura della casa.
Woody non si è fatto sfuggire l'occasione: "Mamma per favore non morire. Sarei molto preoccupato per te se morissi".
Scampato pericolo, era solo una tempesta. Partitella a carte in bagno e via, un venerdi sera come un altro per fortuna. 
Stamattina mi sono svegliata con Joe che si vestiva velocissimo saltellando di gioia come un grillo impazzito: "Sta nevicando! Sta nevicando!". E in effetti stava proprio nevicando. 
Sono passate quattro ore e c'è un sole che spacca le pietre. Domani dovremmo essere sui 15 gradi.
E niente. Andiamo avanti così, senza annoiarci mai.

mercoledì 8 gennaio 2020

privilegi

Ieri un mio studente, un bambino di sei anni, ha rotto un tavolo. Proprio rotto rotto. Non sono cose che succedono tutti i giorni, abbiamo tavoli abbastanza robusti. Quindi adesso c'è un tavolo ribaltato senza una gamba che sembra una sorta di scivolo in mezzo alla mia classe e funziona un po' come una calamita, solo che invece del ferro attrae i bambini.
Visto che come tutti sanno è inutile ignorare l'elefante... cioè il tavolo rotto nella stanza, ho messo subito le cose in chiaro con le classi che sono arrivate dopo. Sì, c'è questo oggetto misterioso, qualcuno è finito in presidenza piangendo, non fate come quel qualcuno.

Risposta di una bimba afroamericana:
- È stato un bambino bianco o nero?
Mi è venuto solo da dire: non ha nessuna importanza. Però il fatto che me lo abbia chiesto, lascia un certo amaro in bocca.
Numerosi studi mostrano come perfino a scuola i bambini neri tendano a essere puniti più di quelli bianchi. Le bambine di colore poi tendono sempre a essere percepite come meno innocenti e più anziane della loro età reale.
Posso immaginare che queste siano cose di cui si parli a casa di quella bambina. I genitori l'avranno messa in guardia oppure avranno avuto qualche brutta esperienza.
Come sempre, a un bambino bianco (così come a un'insegnante bianca) una domanda del genere non sarebbe mai venuta in mente.
Se ci pensate, è questa l'ingiustizia vera, che una parte della società debba preoccuparsi fin dall'infanzia di queste problematiche, che una bambina di sei anni sotto sotto possa avere il dubbio di essere punita per il suo aspetto fisico e non per il suo comportamento.
Immaginate come piccoli episodi come questo che succedono ogni giorno, possano poi condizionare la crescita di una persona.

lunedì 6 gennaio 2020

il mio primo giorno di lavoro del 2020

Oggi a scuola abbiamo fatto il corso di pronto soccorso. Di solito qui gli insegnanti lo fanno un anno sì e uno no. L'ho fatto tante di quelle volte che non pensavo ci fossero delle sorprese e invece.
Questa volta oltre alle solite cose ci hanno insegnato come intervenire sulle ferite di arma da fuoco. Cose tipo esercitarsi a inserire garze kilometriche nelle ferite o fare smettere di sanguinare uno che ha perso la mano. Poi sono andati via quelli del pronto soccorso ed è arrivato un agente federale che era esattamente come uno può immaginarsi un agente federale americano. Una sorta di incrocio fra Brad Pitt e Bradley Cooper con una voce di quelle che ti fanno scattare sull'attenti, ma che allo stesso tempo ti danno sicurezza anche di fronte all'impensabile. E lui ha fatto una lunga presentazione, sulle dinamiche più comuni che si innescano quando in un luogo pubblico arriva un "active shooter".
E niente. Sono arrivata a casa, ho preso la bici di corsa prima che andasse giù il sole e sono arrivata qui nel mio posticino a cercare di capire se c'è un modo per dimenticare tutto quello che ho sentito oggi e allo stesso tempo per ricordarlo in ogni dettaglio in caso dovesse tornare utile.
E questo è stato il mio primo giorno di lavoro del 2020.
Decisamente
#noncelasifa

giovedì 2 gennaio 2020

piccole scoperte di questi giorni

In questi giorni di vacanza, ho fatto tutto tutto quello che mi piace (cose tipo dormire, disegnare o passeggiare senza meta). Viaggiando molto (foto qui), non ho avuto tempo per leggere, ma ho scovato alcune cose che potrebbero interessare a qualcuno di voi. Dopo tutto se siete arrivati fino a questo piccolissimo blog, è perchè abbiamo gusti simili.
(Tutto in inglese, vi avverto)
Mi sono imbattuta in alcuni podcast che sono legati al tema che mi affascina sempre molto dei cosiddetti "buoni propositi" dell'inizio dell'anno.
- Il primo è un episodio di Code Switch, un podcast che ho trovato spesso illuminante. Si occupa dei temi più disparati, ma dal punto di vista della diversità e dell'identità. In questo caso -l'episodio si intitola Beautiful Lies - il tema è la bellezza. All'inizio dell'anno tutti cercano di fare dei cambiamenti per risultare più attraenti, ma da dove vengono le norme di bellezza a cui cerchiamo di conformarci? Si parla, ad esempio, di come è cambiato il concetto di bellezza coreano dopo l'introduzione della chirurgia plastica che 'occidentalizza' la forma degli occhi. Si parla dello stereotipo femminile quasi irraggiungibile delle Latinas da cui ci si aspetta che siano magrissime, ma allo stesso tempo formose come Sofia Vergara o Jennifer Lopez. Le famiglie insistono per farle mangiare, ma poi le bombardano di commenti sul peso e i disturbi alimentari aumentano a vista d'occhio (a un certo punto pensavo parlassero della Puglia). Si scivola così dentro al tema del rapporto fra bellezza e povertà e bellezza e potere.
- Poi c'è un episodio di Hidden Brain, un podcast di psicologia, che mi è piaciuto molto. Si intitola Creatures of Habit: How Habits Shape Who We Are - And Who We Become e spiega come si formano le abitudini.
Ho trovato anche il tempo per guardare (anzi binge-guardare fino alle 2 di notte) due serie belle belle, che parlano di donne:
- Mrs. Fletcher (HBO) che racconta la vita di una madre dopo che l'unico figlio esce di casa per andare all'università.
- Shrill (Hulu) che racconta la vita di una ragazza intelligente, acuta, brillante e...grassa.
Aggiungo alla lista (mi sembra di essere Obama...) anche il primo episodio di The Art of Design Season 2 su Netflix, con Olafur Eliasson che parla del suo lavoro (qui il trailer). Arte e ambientalismo. L'ho guardato ben due volte. Oro.
Ultimamente la politica, cerco di evitarla, ma questo podcast di Vox che spiega tutto quello che Trump ha realizzato finora come presidente, mi è piaciuto moltissimo e mi ha dato da riflettere.
Ci sono ancora tre giorni e mezzo di vacanza, scappo!

martedì 24 dicembre 2019

anche a natale

Vigilia di Natale. Siamo in macchina e c'è molta allegria, stiamo andando a incontrare nientemeno che Babbo Natale.
Woody: - Mamma, ti ricordi quando da piccolo Joe faceva finta di essere morto?
Io: - Veramente quello eri tu, ma non lo facevi apposta, svenivi.
Joe: - Guarda che lo fa ancora e lo fa apposta.
Io - Cosa? Woody fa finta di essere morto?
Joe: - Sì.
Io - Woody perché fai finta di essere morto??
Joe: - Perché sa che mi fa arrabbiare! Magari prima o poi qualcuno penserà che è morto davvero...
- Ma scusa, cosa fa quando fa finta di essere morto?
Joe imita Woody che si finge morto. Sostanzialmente guarda in su e tira fuori la lingua.
- Ma dai si vede che non è morto se fa così!
Joe: - Hai ragione, si capisce che non è morto. Quando si muore si fa la pipì e la cacca.
- ...
E parte la lunga spiegazione scientifica di Joe che vi risparmio e che francamente sto cercando di dimenticare.
Anche a Natale
#evvivajoe
#evvivawoody
#celasifa
Buon Natale!
🎄🎅

lunedì 23 dicembre 2019

benedizioni americane

Notizia di oggi, lunedi 23 dicembre 2019.
In una comunità rurale della Luisiana che si chiama Cow Island, Isola delle Mucche, un sacerdote cattolico doveva passare di casa in casa a fare le consuete benedizioni natalizie. Ha guardato un po' la mappa e si è reso conto che sarebbe stato un lavoraccio: una fattoria qua, una là, chissà quanto ci avrebbe messo.
Allora ha avuto un'idea geniale per ottimizzare i tempi. Pulire per bene un piccolo aereo di quelli che si usano per spruzzare i diserbanti sui campi, riempirlo di acqua benedetta e spruzzare tutti indiscriminatamente nel raggio di miglia e miglia.

"Così possiamo benedire un'area molto più grande in una quantità di tempo molto minore", ha spiegato l'uomo ai giornalisti.
L'iniziativa ha riscosso un tale successo fra i fedeli che già si pensa di trasformarla in una tradizione annuale. Altre chiese rurali, hanno sentito la notizia e si stanno mettendo in moto per seguire l'esempio di Cow Island.
Cose così.

ti tuffi?

Un pomeriggio mentre finivo di lavorare Joe e Woody giocavano in classe. Dopo un po' Woody ha trovato una gomma o qualcosa del genere e ha fatto per mettersela in bocca. La classe di arte è davvero un postaccio alla fine della giornata. No, meglio non mettere niente in bocca.
Lui accenna quel suo sorriso furbetto e Joe lo avverte:
- Don't do it, you don't want to get really sick and die (Non farlo, non vorrai mica ammalarti e morire).
- I don't want to dive (non voglio tuffarmi)! - e mette subito giù la gomma.
Woody dice "to dive", tuffarsi, invece di "to die", morire, e l'effetto è sempre notevole perchè immaginare la morte come un tuffo verso l'ignoto in un certo senso è acuto e anche molto poetico, a mio parere. E' un'immagine evocativa, onirica quasi.
Poi ha proseguito:
- Did Terry dive? (Terry si è tuffato?)
Terry, nonno Terry, era il papà di Mr J che purtroppo si è tuffato tanti anni fa. Nemmeno io l'ho mai conosciuto. Non parliamo spessissimo di lui, quindi sentirlo nominare così da Woody, come se facesse parte della nostra quotidianità, mi ha fatto un po' trasalire.
Joe, come sempre, si è incaricato delle spiegazioni.
- Sì, nonno Terry è morto.
- E dov'è adesso?
- Non c'è più, è morto.
- E dove abita?
- Woody... non c'è più.
- Sì ma dove abita? Dov'è la sua casa?
- Non ha una casa, non c'è più.
- Ah, non abita più in Texas?
Non ne siamo venuti a capo. Per lui, a quattro anni, che una persona non ci sia più, non ha nessun senso. E devo dire che posso capirlo: anch'io che di anni ne ho molti di più, faccio ancora fatica ad afferrare questo concetto.
Mentre tornavamo a casa, sono ricominciate le domande.
- Dove abita Terry?
Ho cercato di spiegargli che non abita da nessuna parte perchè il suo corpo non c'è più. Alcune persone credono che ci sia un paradiso dove vanno le persone come lui, ma non ne so molto, non ci sono delle prove scientifiche o delle fotografie del paradiso.
Lui riflette un attimo, poi guarda fuori dal finestrino e indica un tizio che cammina sul marciapiede:
- Well, good thing that guy didn't dive! (Menomale che quel tizio non si è tuffato!).
Ed è finita cosí, cioè non è finita per niente. La morte e il tempo che passa sono diventati - con molta serenità devo dire- gli argomenti preferiti di Woody. E' riuscito a intrattenerci per quattro ore di viaggio, una volta, parlandoci di tuffi, Terry e tutto il resto. Lo affascina la condizione umana, il mistero dell'esistenza. A chiunque capiti sul suo cammino per prima cosa chiarisce "Io ho quattro anni". Magari è a testa in giù al parco giochi, vede un bambino arrivare e mette subito in chiaro ancora dondolando: "Ho quattro anniiii". Gli adulti di solito si guardano alle spalle e quando realizzano che sta parlando proprio con loro, gli dicono qualcosa tipo bravo, anche se non ha molto senso oppure cercano di battere il cinque e lui li guarda stranito e glielo rispiega: "Ho quattro anni, tu quanti anni hai? Come ti fa sentire il fatto che l'anno prossimo avrai un anno di piú?".
A lui sembra una cosa entusiasmante e meravigliosa diventare sempre più grande. E' convinto che ogni anno diventerà sempre più grande e forte e a un certo punto, finalmente, andrà in terza come suo fratello. Dopo la terza, il futuro si fa più nebuloso.
Una volta stavamo giocando a farci il solletico e lui fra le risate ha urlato: "Mamma, tu non ti tufferai mai!".
Mi ha lasciato di stucco. Era completamente fuori contesto, non stavamo facendo un videogioco in cui si 'muore', nessuno stava parlando di 'morire' e a lui è venuta in mente questa cosa lo stesso.
A rafforzare le sue paure un piccolo incidente che è successo qualche settimana fa. Mentre ero con lui al parco, sono quasi stata investita da un automobilista molto distratto (spoiler alert: non mi sono fatta nulla - qui tutta la storia). Mentre io ero di spalle, lui ha visto questo macchinone dirigersi verso di me e fermarsi giusto un filo prima di toccarmi. Chiaramente si è spaventato tantissimo. Quando tutto è finito, si è raccomandato: non morire mai più mamma!

Come fanno i bambini a metterci di fronte a tutto il meglio e il peggio della vita ogni giorno, più volte al giorno? In un certo senso, tra l'altro, è buffissima questa cosa di Woody per la morte: è il bambino più allegro che abbia mai visto. Ride tutto il giorno. "Culetto! Puzzetta! e ride, ride come un matto. Poi magari all'improvviso, sempre col sorriso sulle labbra, torna al suo argomento preferito dopo i Pokemon: il mistero della condizione umana.

domenica 22 dicembre 2019

separare la vita dall'arte o no?

Pensieri della domenica mattina.
Si può dire che è invecchiato meglio Dirty Dancing di John Lennon?
Ho sempre considerato il mio grande affetto per un film come Dirty Dancing una specie di guilty pleasure e invece recentemente ho guardato un documentario sulla sua lavorazione e ho capito di averlo sempre sottovalutato. E' un film all'avanguardia sotto molti punti di vista. E' il progetto di due donne che riescono addirittura a metterci dentro il dibattito sull'aborto. Nell'87!
D'altro canto più conosco della vita di John Lennon, più faccio fatica ad apprezzarlo. E dire che l'ho sempre adorato come musicista. Però non sapevo, ad esempio, che maltrattasse la moglie (la prima di sicuro). Provate ad ascoltare Jealous Guy pensando a questo. E' una confessione:
"Stavo sognando il passato
E il mio cuore batteva velocemente
Ho iniziato a perdere il controllo
Ho iniziato a perdere il controllo
Non volevo ferirti
Mi spiace di averti fatto piangere
Oh no, non volevo ferirti
Sono solo un ragazzo geloso"
Ascoltavo una sua intervista con Yoko Ono che in teoria era stata postata per fare capire quanto si amassero e lui la azzittiva continuamente. A un certo punto la prendeva anche in giro, la trattava come una stupida o come una bambina. Mi ha messo tristezza perchè anche quelle sono 'botte' che rischiano di lasciare una donna in qualche modo 'zoppa', ma nessuno ci fa mai caso.
Tutta questa riflessione perchè prima ho ascoltato questa canzone che malgrado tutto per me è Natale, è bellezza, è poesia.
Per me non è giusto smettere di ascoltare John Lennon o Michael Jackson o tanti tanti altri, la lista sarebbe lunghissima. Sono per separare la vita dall'arte in generale però quando certe informazioni si possiedono, è inutile far finta di nulla e difendere l'indifendibile.
O no? Cosa ne pensate?

giovedì 19 dicembre 2019

il senso

C'è uno dei miei bambini che purtroppo è stato sospeso dalle lezioni di arte per un paio di mesi. Non so cosa sia successo e perché sia stata presa questa decisione, non ho mai avuto problemi particolari con lui. Forse doveva recuperare altre materie. Da quel poco che ho potuto vedere convive con una grande insicurezza, mancanza di autostima e soprattutto ha delle difficoltà di gestione della rabbia. La prima volta che questa sua rabbia è quasi esplosa in mia presenza si deve essere reso conto che con me quel meccanismo lì non funziona e non è mai più successo nulla. Mi è capitato varie volte di prenderlo in disparte e fargli fare dei bei respiri profondi, ma non è l'unico ad avere momenti di confusione o a sentirsi sopraffatto dalle emozioni. Queste cose capitano più o meno tutti i giorni in una scuola elementare. Magari ha combinato qualcosa di grosso altrove o ha una situazione complicata a casa. Ad ogni modo l'altro giorno è passato a trovarmi per dirmi che dopo le vacanze potrà tornare a fare arte. Ho cercato di trasmettergli il mio entusiasmo e di fargli capire che andrà tutto bene, che non deve preoccuparsi e che ci divertiremo. Lui mi ha raccontato solo che sta disegnando tanti Pokémon.
- Stai scherzando? - gli ho risposto- Sono un'esperta di Pokémon! Li disegno tutti i giorni per il mio bambino che va all'asilo!
Ci siamo messi a parlare un po' di Pokémon e poi timidamente mi ha chiesto se un giorno ne disegno uno anche a lui. Ho risposto di sì ma non ho dato molta importanza alla cosa. Invece lui, oggi mi ha rivisto e me lo ha richiesto.
Questo pomeriggio avevo una decina di minuti liberi e gli ho fatto il disegno che voleva. 
Gli ho scritto "non vedo l'ora di disegnare insieme l'anno prossimo".
Ecco, l'espressione che ha fatto quando gli ho portato quel disegnino è una di quelle cose che non vorrei dimenticare mai, senz'altro una delle cose più belle che mi siano successe quest'anno.
Sentirsi utile per qualcuno in difficoltà, specialmente uno studente, un bambino che per qualche motivo sta soffrendo e si vede, è una di quelle cose che danno senso alla vita.

un lavoro così

Che strano il lavoro dell'insegnante. Oggi ho proposto la stessa identica cosa a due classi diverse, stessa età, e ho ottenuto risultati diametralmente opposti.
I primi mi hanno chiesto di guardare un film visto che era l'ultimo giorno. Non ho mai guardato film in classe, ma odio stroncare qualunque tipo di entusiasmo. Così gli ho detto 'Un film no, ma un documentario sull'arte contemporanea molto volentieri'. Sono scoppiati a ridere. Ho detto 'Va bene, finite quello che stavate facendo la settimana scorsa allora'. E ho messo su lo stesso il documentario senza volume con i sottotitoli. È che era troppo interessante, adulto sì ma anche perfettamente nelle loro corde, e sapevo che non l'avrebbero mai guardato da soli. Ecco, sono rimasti in silenzio religioso per un'ora, non era mai successo. Alcuni ipnotizzati a guardare altri dipingendo e ascoltando. Mi è spiaciuto solo non avere avuto più tempo per discuterne. Si parlava di ispirazione, lo sviluppo di un'idea e poi anche di legami fra arte e scienza, l'architettura, lo spazio che ci circonda e l'ambiente, i cambiamenti climatici fino a come usare il linguaggio artistico per fare passare un messaggio ambientalista.
Visto il successo ottenuto, ho riproposto la stessa cosa alla classe successiva. Ed è stata l'ennesima delusione. Una persona ha ascoltato attentamente, tutti gli altri hanno perso tempo come fanno ogni settimana. E hanno anche lasciato la classe in condizioni pietose. C'è il pavimento coperto di vernice, nemmeno i piccoli di 5 anni hanno mai fatto un disastro simile. Con questa classe ho provato davvero qualunque cosa. La settimana scorsa per la prima volta li ho visti un minimo coinvolti quando abbiamo parlato di Banksy e street art, ma è stato un caso credo. Mezz'ora di attenzione in tre mesi di lezioni. Oggi era la nostra ultima lezione insieme. Da un lato mi spiace non vederli più. Avrei insistito e magari prima o poi sarei riuscita a colpire la loro curiosità. Dall'altra sono sollevata. Mi fanno quasi paura. Stanno sprecando tante di quelle occasioni per imparare e migliorare come esseri umani. Mi chiedo che tipo di persone diventeranno se non si danno una qualche regolata.
Ma forse dovrei solo essere contenta per quell'unico che si è fermato ad ascoltare.

lunedì 16 dicembre 2019

mentre guardiamo altrove

Mentre uscivamo dal supermercato prima è successa una cosa un po' bizzarra. Joe e Woody stavano mangiando tutti soddisfatti un bel pretzel appena sfornato. Un anziano, vestito in modo più che decoroso, se li è trovati davanti e ha esclamato con un bel sorriso qualcosa tipo:
- Mamma mia, quanto sembrano buoni quei pretzel! Quanto costano?
- Un dollaro - rispondo.
Adesso, io non so, forse ho frainteso tutto, ma ho avuto il dubbio che avesse dei problemi a mettere insieme un dollaro e che avesse fame.
- Posso offrirgliene uno? Mi fa piacere!
- Grazie mille, ma vede...-si fruga nelle tasche-
eccolo qua il dollaro!
Aveva tante monetine nel palmo della mano, sì forse tutte insieme avrebbero fatto un dollaro. Forse.
- Prenda questo, giusto per sicurezza, dovesse costare un po' di più - e gli ho dato l'unico dollaro che avevo.
Si è messo a ridere imbarazzato, ma ha accettato il mio dollaro.
E' un periodo che do da mangiare a tutti.
Ai corsi di formazione per insegnanti ho sempre sentito che ci sono bambini che soffrono la fame qui, ma non ho mai pensato proprio qui qui dove abito io. Questa è una zona abbastanza ricca o almeno normale mi pare, nè ricca nè povera. Eppure quando faccio qualche attività dopo scuola, mi capita spesso che qualche bambino mi dica che non ha la merenda. Una volta, due, tre. Potrebbero essere dimenticanze, anzi sicuramente saranno dimenticanze però nel dubbio, preferisco essere sicura che abbiano qualcosa nella pancia. Ora ho una specie di dispensa in classe.
Uno pensa sempre ai poveri come quelli seduti per terra a chiedere le monetine alla stazione, ma ci sono tanti tipi di povertà. Qui, ad esempio, costa tutto così poco che non ci vuole molto ad apparire curati, ma mangiare è un altro discorso...bisogna mettere qualcosa sotto i denti tutti i giorni.
Quante cose succedono intorno a noi mentre guardiamo altrove.

domenica 15 dicembre 2019

le conseguenze

L'altro giorno, durante la giornata Hawaiiana a scuola, guardavo la ghirlanda che era stata gentilmente offerta a me e a tutti i miei colleghi e notavo che i fiori sono tenuti insieme da tante piccolissime cannucce di plastica. Quanto inquinamento abbiamo prodotto per questa cavolata?

Certo, nella classe di arte si può 'riciclare' benissimo ogni parte di quelle collane.
All'inizio ingenuamente avevo pensato che avrebbero messo via tutte le collane per la prossima occasione, però per sicurezza, ho deciso di mandare un'email generale per chiedere a chi stava pensando di buttarle alla fine della giornata, di regalarle a me invece.
Ecco, me ne sono arrivate tantissime, 50, 100...non so bene perchè man mano che le ricevevo le smontavo.
E' tutto così eccessivo sempre. Gli americani vivono come se non ci fosse un domani letteralmente. Non hanno mai avuto un'educazione in questo senso.
A me ancora sembra di sentire la voce di mio padre che mi dice di spegnere la luce. Forse è anche una questione di prezzo degli oggetti e dei servizi...discorso lungo.

Per caso, stamattina ho ascoltato un bel podcast che spiega cosa succede agli oggetti che doniamo.
Discorso interessantissimo, ma la conclusione è una e una sola: comprare meno e cercare di usare qualunque cosa più a lungo possibile.

Questo è il link:

https://www.npr.org/2019/12/04/784702588/the-best-thing-you-can-do-is-not-buy-more-stuff-says-secondhand-expert

giovedì 12 dicembre 2019

il lato giusto del bivio

Oggi era la giornata Hawaii a scuola. Non è ancora finita la seconda settimana di dicembre e già non ne posso più con tutti questi costumi assurdi, così ho fatto la furba e mi sono presentata in borghese.
Indovinate chi c'era bella e pronta ad aspettarmi sulla maniglia della porta? Una collana di fiori hawaiiana.
Sigh.
Ci ho provato.
Passa con il solletico dei malefici fiorellini di stoffa sul collo, tutto il giovedi hawaiiano.
La notizia del giorno però è che l'altro motivo di martellamento continuo di questo dicembre, la raccolta di giocattoli per i bambini poveri, ha prodotto i suoi frutti. Abbiamo raggruppato più di mille giocattoli nuovi, che sono tantissimi ed è una cosa fantastica che ha fatto quasi resuscitare il mio defunto spirito natalizio.
Mentre finisco di mettere in ordine la classe, Joe spalanca la porta con un sorriso da orecchio a orecchio. E' un tipo serio lui. Che bello, penso, deve essergli successo qualcosa di speciale oggi a scuola. Dice solo una cosa:
- Perchè non mi hai dato la merenda oggi?
Forse sorrideva per non farmi sentire in colpa. Mi sono dimenticata di mettergli la merenda nella cartella, sono pessima lo so.
Mentre uscivamo abbiamo incontrato uno dei signori che dirigono il traffico all'entrata e all'uscita della scuola. Arriva tutti i giorni molto prima di me, con qualunque tipo di temperatura, è sempre lì: ero convinta che fosse un dipendente della scuola, invece è solo un papà. Di più: tutti quelli che dirigono il traffico, sono genitori. Sono rimasta senza parole di fronte a tale dedizione.
Mi ha raccontato come è arrivato alla nostra scuola e mi è piaciuto tanto il fatto che fosse così entusiasta.
Dice che la figlia nella scuola precedente, era sempre sotto stress "perchè gli insegnanti pensavano solo agli esami".
Qui in Texas ci sono degli esami standard a partire dalla terza elementare che sono fondamentali per la sopravvivenza stessa delle scuole visto che da quelli dipendono buona parte dei fondi che le scuole ricevono. Il buon nome della scuola si misura in un punteggio basato sui risultati di questi test. Gli insegnanti rischiano di perdere il posto se i loro studenti non passano i test e questo fa sì che spesso purtroppo l'ansia di tutti, fin dalle elementari, sia a mille.
Preoccupato per la serenità e l'educazione della figlia, si mise a cercare un'altra scuola e per caso trovò la nostra. La iscrisse ancora prima che esistesse un edificio scolastico vero e proprio. I primi tempi come mi hanno raccontato un po' tutti, furono pieni di inconvenienti logistici di ogni tipo, ma lui questo non me lo ha detto. Che non si è mai pentito della sua scelta, questo sì che me lo ha detto e ripetuto.
Mi è capitato qualche volta di chiedermi se questa scuola sia davvero quella giusta per Joe. Non ci sono compiti e ci sono materie che altrove non ho mai nemmeno sentito nominare. Funzionerà?
L'idea è che questi bambini stanno a scuola tutti i giorni fino alle tre del pomeriggio e queste ore se usate bene sono sufficienti a imparare tutto quello che serve. Dopo scuola devono pensare al gioco, ai rapporti sociali e allo sport.
Noi insegnanti non possiamo nemmeno nominarli questi esami standardizzati.
Gli esami vanno bene automaticamente seguendo questo metodo e le statistiche in effetti lo dimostrano.
Finalmente arriviamo alla macchina e Joe sorride di nuovo.
- Niente... stavo pensando alla medusa immortale.
E mi racconta vita, morte... cioè... vita e miracoli dell'unico animale attualmente conosciuto in grado di tornare bambino dopo essere diventato adulto. Interessante, non ne avevo mai sentito parlare.
- No guarda mamma che te ne ho già parlato, una volta ti ho anche fatto vedere un video.
Seconda figuraccia della giornata.
Dopo qualche ora, arriviamo a casa e mi racconta in tutta scioltezza:
- Lo sai che oggi la maestra quando ha corretto il mio esame mi ha detto una cosa bella?
_ Cosa ti ha detto?
- Che in quattro mesi sono migliorato quanto normalmente si migliora in un anno.
Non avevo idea che oggi avesse un test e probabilmente nemmeno lui.
Alla fine di una giornata come questa, al netto delle follie varie e della stravaganza del mio posto di lavoro e di un po' tutti quelli che ci lavorano dentro (inclusa la sottoscritta), mi sembra davvero di avere imboccato il lato giusto del bivio.