domenica 17 novembre 2019

quello che conta

Quando, qualche anno fa, la nonna Johnson decise di trasferirsi dalla figlia, fu costretta a disfarsi della maggior parte delle sue cose. Ironia della sorte ha voluto che il suo unico grande tesoro, i suoi adorati libri di arte e materiali per dipingere, non fossero apprezzati da nessuno dei suoi eredi, così decise di regalare tutto alla sottoscritta. Mi sentii incredibilmente onorata da questo gesto e credo anche che aver trovato qualcuno che in qualche modo capisse e soprattutto apprezzasse le stesse cose le fu di un qualche conforto nel separarsi da quello che di più caro aveva posseduto.
Ad ogni modo, ti tocca sempre fare i conti con la realtà nella vita. Lo spazio per tenere tutta quella roba non ce lo avevamo. Pennelli, tele, colori a olio, ecc. li potevo usare e se non li potevo usare tutti personalmente li poteva usare un carissimo amico artista, ma dei libri proprio non sapevo che farne. A me interessa la storia dell'arte, la critica, le monografie, cose così, quelli invece erano tutti libri tecnici, specificamente legati al genere di quadri che dipingeva la nonna. Libri su come dipingere i fiori di campo texani o le piume degli uccelli locali, cataloghi di oscuri paesaggisti texani degli anni Settanta e Ottanta...tanti, tantissimi libri. Così, dopo infinite riflessioni, decidemmo di tenere i più significativi e vendere il resto dei libri a un bellissimo negozio vintage della zona.
L'altro giorno appena arrivata alla conferenza, ho notato un bel cartello con la foto di un'anziana insegnante di arte deceduta, suppongo: avevano organizzato la vendita dei suoi disegni e soprattutto libri, libri molto simili per gusto a quelli della nonna Johnson.
Questa cosa mi ha un po' rattristato in questi giorni. Mi spiace molto non aver avuto un'idea simile per onorare il lascito della nonna.
Ieri però mentre stavano smontando la conferenza, ripassando di lì ho notato che non avevano venduto granché. Avevano cominciato a regalare tutto, ma nemmeno così riuscivano a disfarsi di quei libri obsoleti e di quei disegni amatoriali.
Continuo a pensare a questa cosa e al suo significato.
Cioè più che altro mi chiedo...che significato ha?
Passi una vita a inseguire un sogno o una passione e non rimane assolutamente nulla.
L'unica cosa che mi è venuta in mente è solo che forse non importa.
Tendiamo a dare agli oggetti un valore che non hanno. Quei libri, così vissuti e così amati, erano il tesoro di una persona, una sola, e quella persona non c'è più. Vedere quei libri in qualche modo rivivere in altre mani, è una sorta di consolazione a cui ci piace aggrapparci, ma in fondo... non conta, no? Conta il ricordo, solo questo.

domenica 3 novembre 2019

un circolo virtuoso che non si ferma mai

Prima dell'inizio della scuola, ad agosto, ci fu una serata a porte aperte in cui genitori e studenti potevano venire a fare quattro chiacchiere con gli insegnanti e guardarsi intorno. Quella sera mi resi conto che ci sarebbero stati dei grandi cambiamenti rispetto alla scuola Flanders, che era una scuola privata, cristiana, in uno dei quartieri più ricchi di Dallas. La scuola Wonka è una scuola pubblica, gratuita, ma charter (significa che abbiamo più autonomia nei metodi usati per raggiungere gli stessi risultati) e c'è davvero di tutto. Dalle famiglie che sono lì perchè hanno fatto le loro ricerche e credono nella filosofia della nostra scuola ad altre che mi pare siano capitate un po' per caso.
Quella prima sera una studentessa di otto anni mi chiese se facessi delle lezioni sul Natale. Io le lezioni sul Natale non le ho mai fatte nemmeno nell'altra scuola che era cristiana. Non è il mio campo e francamente non è quello che voglio insegnare, ma so quanta aspettativa si crei che la maestra di arte faccia fare il lavoretto di Natale. Così ho cercato di mediare:
- Non faccio lezioni sul Natale, ma qualche volta faccio vedere un'opera astratta di Matisse che si chiama "La vigilia di Natale" o qualcosa a tema di Andy Warhol. Mi dispiace non facciamo lavoretti.
E lì è arrivata la doccia fredda:
- Va bene allora, in quei casi dovrò uscire dalla classe oppure fare un lavoro alternativo perchè non festeggio il Natale.
Di episodi come questo ne sono successi parecchi. L'altro giorno era Halloween e tenevo l'incontro settimanale con il mio art club. Una bambina era arrivata in anticipo. Quel giorno erano quasi tutti travestiti a scuola e usciti da lì sarebbero andati a fare dolcetto o scherzetto. Mi è venuto spontaneo chiederle se avesse dei piani, dopo il club, così per spezzare il silenzio.
- Vado a casa, non festeggio Halloween.
Gelo.
Ho degli studenti a cui non puoi dire 'buon compleanno' perchè non lo festeggiano o altri che si indignano perchè sentono parlare degli dei egizi, per dire.
Il tessuto culturale è decisamente variegato. Cercare di venire incontro a tutte le esigenze per me è la sfida più grande di questo lavoro.
Quando, pensando ai greci, dici "E ora parliamo di un'altra importante civiltà del passato" e tre bambini in coro esclamano "India?" e altri due "Cina?" capisci che è arrivato il momento di introdurre dei cambiamenti nel tuo programma. 
I bambini indiani, per ora, sono quelli che mi hanno fatto le richieste più dirette e si sono dimostrati più entusiasti di condividere le proprie tradizioni. Così mi sono messa a studiare e ora tutte le classi sono impegnate in progetti legati all'arte indiana. Fra qualche settimana avremo una grande mostra di arte indiana così come abbiamo fatto con l'arte egizia e greca. Poi faremo lo stesso per la Cina, per l'Africa e tutto ciò che i bambini mi chiederanno di approfondire. 
Stiamo parlando molto in classe di quanto siamo fortunati a venire da esperienze diverse, così possiamo tutti imparare gli uni dagli altri. Voglio fargli capire che viaggiare e soprattutto viaggiare con qualcuno del posto, è un fenomenale strumento di apprendimento, più che stare seduti a scuola. Ma se proprio dobbiamo stare in classe e non possiamo muoverci, possiamo prima di tutto parlare fra noi e poi usare la tecnologia per esplorare i luoghi in cui non possiamo recarci di persona. Basta un semplice street view del Taj Mahal per lasciarli a bocca aperta.
E' tutto assolutamente meraviglioso.
L'altro giorno seguendo i ragionamenti e le domande di una classe di quarta elementare siamo arrivati a paragonare le opere astratte del pittore indiano S. H. Raza all'Ultima Cena di Leonardo da Vinci. Se abbiamo studiato i capitelli greci perchè non dare un'occhiata anche quelli indiani che sono stati influenzati da quelli greci?
Le possibilità sono infinite.
Mentre si parlava di tutto questo, è venuta da me una bambina un po' timida e mi ha detto che i suoi nonni vengono qui dall'India la settimana prossima. Non parlano inglese, ma lei potrebbe tradurre, potrebbero raccontare com'è la vita in India, ha azzardato. 
Idea splendida! Ho chiesto un parere ai grandi capi per sapere se fosse fattibile e in un minuto è diventato un vero e proprio evento in cui i bambini potranno vedere i sari indiani, mangiare qualcosa di tradizionale e fare delle domande.  
Ai bambini vengono delle idee e io li seguo. A me vengono delle idee e la scuola per ora mi segue. Siamo in un circolo virtuoso che spero non si spezzi mai.
Nel frattempo sto già pensando al bambino che mi ha raccontato che il suo papà in Nepal vedeva gli elefanti e la bambina russa, l'altra pakistana, il piccolo coreano... 
E il circolo è sempre in movimento.

P.S. Se volete vedere quello che facciamo in classe, trovate qualcosa qui

domenica 27 ottobre 2019

i sogni son desideri

Una cosa a cui la scuola Flanders non mi ha minimamente preparato è la mancanza di fondi della scuola pubblica americana. Quando ho cominciato questo nuovo lavoro, non avrei mai immaginato che avrei fatto fatica a ricevere il materiale minimo che mi serve per insegnare. Stavo usando tutto ciò che ha lasciato il mio predecessore nella convinzione che appena avessi avuto bisogno di qualcosa me lo avrebbero comprato. Poi un giorno sono rimasta senza cose basilari come la gomma, le matite o la colla, le ho chieste e qualcuno mi ha detto semplicemente: no. Non ci sono soldi, sorry. Non ci potevo credere. Mi togli i materiali, mi togli i superpoteri. I genitori sono molto generosi qui, chiedi a loro, mi hanno consigliato. Ma i genitori comprensibilmente dopo un po' hanno rallentato le donazioni. Non ci dormivo la notte. E' difficile pianificare anche solo una settimana di lezioni di arte se non hai il minimo indispensabile. Mi sono guardata intorno e mi sono accorta che molti miei colleghi organizzavano raccolte fondi di tutti i tipi, anzi la scuola stessa è sempre impegnata in mille fundraising. Ho cominciato a leggere, a informarmi, a studiare come scrivere una richiesta di donazione a fondo perduto, trovare degli sponsor... ma le mie necessità erano impellenti. Cosí l'altro giorno sono andata a parlare con la commercialista della scuola e ho spiegato la mia situazione. Non so bene cosa sia successo, ma poco dopo la preside è venuta a cercarmi per chiedermi se avessi tutto quello di cui ho bisogno. 
- Mi raccomando butta subito giù una lista e dalla direttamente a me. Me ne occuperò personalmente. Tutto quello che vuoi, non lesinare. Arte è la cosa migliore che abbiamo quest'anno e dobbiamo metterti nelle condizioni ideali per continuare così. Non devi preoccuparti di niente, devi solo continuare a fare quello che stai facendo.   
Avete presente Cenerentola quando arriva la fata madrina? Cosa posso dire? Evidentemente i sogni son desideri. Bah, ancora non mi sembra vero sinceramente.
Comunque mi sono messa di buona lena a passare al setaccio i vari siti di materiali artistici per trovare i prezzi migliori per un pomeriggio intero. Non ho un budget, ma conoscendo la situazione, non volevo assolutamente esagerare e soprattutto togliere risorse ad altri. La mia richiesta (un cifra folle, considerando i precedenti, ma più che ragionevole dato il numero di studenti) è stata firmata in bianco e con mille scuse per la confusione e il disagio causato. 
A volte ho la sensazione di non soffermarmi abbastanza sulla quantità di soddisfazioni personali e professionali che sto ricevendo da questo nuovo lavoro. A volte ho la sensazione di non riuscire a godermi a pieno l'attimo. Quell'impressione fetente di star sempre dimenticando o trascurando qualcosa.
Eppure sono così riconoscente. 
La maggior parte dei colleghi che ho conosciuto mi sembrano ottime persone che condividono le mie stesse idee sull'insegnamento. Ne ho visti diversi che sono pieni di entusiasmo e non si tirano mai indietro. Si buttano nelle cose come faccio normalmente io e mi danno il coraggio di spingermi anche oltre perchè so che se vado avanti mi seguono e mi sostengono. Qualche gelosia può esserci, ma per lo più è una competizione sana, costruttiva. Anche i vari sovrintendenti hanno una mentalità aperta e illuminata. I miei piccoli studenti sono una gioia infinita. E mi insegnano. Mi insegnano tutti i giorni molto più di quello che io possa mai insegnare loro. 
Le giornate volano. 
Poi la sera arrivo a casa e sono a pezzi. Voglio solo sedermi sul divano e stare in silenzio assoluto. Ma non posso, c'è troppo da fare (la cena, i piatti, i pranzi del giorno successivo...). Allora continuo a lavorare anche a casa, ma a casa non sono così brava, anzi sono davvero scarsa. Mi perdo in chiacchiere, mi metto a scrivere o a leggere nei momenti peggiori. Se Woody mi chiede di dipingere mentre sto preparando la cena, non dico mai di no. Lì per lì è fantastico, ma poi magari finisce che ceniamo tardi, ceniamo male e ci irritiamo perchè siamo affamati. Il lavoro casalingo ha il terribile difetto di non terminare mai, tutto quello che fai per forza di cose viene distrutto nel giro di mezz'ora al massimo. E così l'umore cambia, peggiora. Ti senti sempre di arrancare, di sbagliare.
A volte ho l'angosciante sensazione che per la mia famiglia rimangano solo le briciole di quello che sono, di quello che ho da offrire. E' vero anche che tutto questo sta creando altre vicinanze, altre complicità e nessuno sembra risentirne particolarmente, tranne io che vorrei sempre essere al centro delle vite di tutti quelli che amo. In questo periodo forse sorrido di più a scuola. E' che mi si è appena spalancato un mondo davanti agli occhi e non è un mondo ostile come avevo percepito all'inizio, al contrario è pieno di possibilità.
Il problema nella vita è sempre trovare un equilibrio fra gli inciampi di tutti i giorni e le cose che contano davvero. 
L'altro giorno una bambina stupenda mi ha regalato un disegno buffissimo di un vecchietto che sembra molto allarmato e allarga le braccia e ha i baffi sopra il naso.
- Grazie! Ma chi è?
- Mio nonno.
Ecco, è tutto un po' così nella mia vita e forse anche nella vostra. Un senso ci sarà, eh, ma vallo a trovare.  

venerdì 25 ottobre 2019

come dei fiori

Ho letto non so dove che nella cultura giapponese le cose non dette sono come dei fiori che si regalano all'altro per dargli la possibilità di riflettere, immaginare, riempire i vuoti come meglio crede superando il limite insito nella parola.
Magari gli americani non lo dicono così bene, ma è un po' lo stesso anche qui, si tende a non dire.
Ecco, non riesco davvero a immaginare un valido motivo, uno solo, per cui non dire come ci si sente, dialogare, affrontare insieme le situazioni, sia meglio di lasciare tutto in sospeso.
Cioè lo capisco dal punto di vista estetico. Effettivamente è più poetico, si vola più in alto e si evitano una marea di conflitti, però al di là di questo mi sembra si finisca per vivere le relazioni, di qualunque tipo siano, da soli, nella propria testa. E allora che relazioni sono?

mercoledì 23 ottobre 2019

la nostra energia

Mentre torniamo a casa da scuola Joe legge uno di quei libri intelligenti che gli regala sua zia. Normalmente si isola completamente. È in grado di leggere in qualunque circostanza senza badare al rumore o a qualunque altra possibile distrazione. Però deve essere rimasto colpito da qualcosa perché alza la testa e mi dice:
- Lo sai che nulla si crea, nulla si distrugge...ma tutto si trasforma?
- Ma certo, rispondo facendo palesemente finta di saperne più di quanto ne sappia.
Lui guarda fuori dal finestrino, sta un po' zitto e aggiunge:
- Chissà dove va la nostra energia dopo che moriamo.


Chissà.

domenica 13 ottobre 2019

l'importanza del guardaroba

Questa settimana di vacanza, è stata davvero perfetta. Non sapevo nemmeno che esistesse il "fall break", che invenzione geniale. Ho letto, sono andata in giro e un paio di notti fa ho anche smesso di sognare di lavorare tutta la notte, evidentemente sto cominciando davvero a rilassarmi. Giusto in tempo per ricominciare tutto da capo domani.
C'è una mia amica che ha appena avuto un bambino e mi sta facendo riflettere e tornare in mente tante cose a cui non pensavo da anni.
Avevo dimenticato, ad esempio, che qualche mese dopo la nascita di Woody regalai quasi tutti i miei vestiti. Mia sorella mi chiedeva...ma sei sicura? Che cos'hanno che non va? Un unico difetto, però enorme: mi ricordavano la me stessa di quei mesi. E poi ho cominciato gradualmente a vestirmi di nero. Mi è sempre piaciuto il nero, ma in questi ultimi anni sono arrivata all'eccesso. L'estate scorsa, la valigia per l'Italia è stata un disastro, ho dimenticato un sacco di cose: era tutto nero, non ci capivo più niente.
E' che il nero è semplice, è rassicurante, ma -lo capisco ora- quello non era un vestirmi, era un coprirmi con la prima cosa che mi capitava sotto tiro.
La mia amica mi parlava del non sentirsi più se stessa, del sentirsi solo un mezzo di sopravvivenza per un altro essere umano. Sensazioni che non mi sono del tutto sconosciute, diciamo.
A volte guardo le donne senza figli e le ammiro, mi sembrano spesso più curate, più affascinanti, più giovani o più giovanili. Ma il tempo passa e i bambini crescono.
Così, questa settimana ho preso una decisione molto seria. Ho deciso che mi rifaccio il guardaroba. Basta, non mi vesto più di nero.
O almeno non solo di nero.
Accidenti già comincio a ritrattare.

martedì 8 ottobre 2019

il mio primo open carry

In Texas e in molti altri stati è legale presentarsi in pubblico con la pistola in bella vista, in una fondina attaccata alla cintura o ad armacollo, ma in tutti questi anni, fortunatamente, non ho mai visto nessuno andarsene poi veramente in giro così. Mi sono sempre chiesta che effetto mi avrebbe fatto. 
L'altro giorno eravamo al lago, in Oklahoma, in una spiaggetta che definirei per bambini visto che lo spazio era una conchetta recintata e l'acqua era piuttosto bassa. Arriva un bizzarro signore barbuto con uno strano cappellone, gli stivali anti alligatore e la tipica cravatta di cuoio dei cowboy. Somigliava un po' all'amico di Curious George, ma invece della scimmietta lui aveva un  maiale selvatico con il fiocchetto. Tutti i bambini sono subito usciti dall'acqua e gli sono corsi intorno. Come si chiama? Cosa mangia? Cosa fa? Mille domande. Il signore ha risposto brevemente, ma era scontroso, quasi infastidito. Con tutta una foresta a disposizione, se non hai voglia di parlare perchè te ne vai con un maiale infiocchettato in un posto che è pieno di bambini? 
Quando ci ha voltato le spalle ho notato che aveva una pistola in bella vista alla cintura.
Brividi. 
La prima persona che vedo indossare una pistola a vista è uno che ha tutta l'aria dello psicopatico. Sarà un caso.

lunedì 7 ottobre 2019

piccolo il mondo, grande il numero di studenti

Mi prendo la briga di fare diverse ore di strada e andare in un altro stato per raggiungere un rifugio in mezzo alla foresta con i cervi sotto alla finestra che neanche Biancaneve, solo per rilassarmi qualche giorno e staccare completamente dal lavoro. 
La prima sera vado a cena con la mia famiglia in un ristorante della zona e un tale mi si avvicina: "Scusi, lei insegna arte alla scuola Wonka?". E indica la figlia, una mia studentessa. Erano seduti proprio accanto a noi. 
Piccolo il mondo, grande il numero dei miei studenti.



sabato 21 settembre 2019

un mese

La scuola è iniziata da un mese e la mia vita è cambiata radicalmente. Per la prima volta in vita mia, ho un numero di studenti che mi provoca giramenti di testa. Centinaia di bambini che qualche volta mi incontrano in giro, al supermercato o al parco, corrono ad abbracciarmi io ancora a mala pena li riconosco
Un giorno mi sono sorpresa a dire a qualcuno che mi sembra di essere stata catapultata nella vita di qualcun altro. Un pensiero bizzarro, ma non del tutto assurdo. 

In questo mese, ho passato nottate intere a non dormire e ripassare ogni cosa da fare il giorno dopo e altre nottate intere a sognare di rivivere la giornata. Il tempo è volato, non so nemmeno dove siano andati i giorni. Mi sembra di avere vissuto un anno in un mese.
Ho ricominciato a piangere. Ho pianto quasi tutte le sere. E non per disperazione o rabbia o tristezza. Ho pianto per stanchezza e senso di inadeguatezza o di sopraffazione, non so nemmeno io come spiegarlo. Troppo, tutto troppo. Piangere mi ha aiutato molto, mi ha sbloccato
Un giorno è successa una cosa stranissima. Ho incontrato una mia amica, le ho chiesto come stava ed è scoppiata a piangere anche lei, in mezzo alla folla. Si è giustificata dicendo che come chiedo come stai io, nessun altro. Mi ha detto con stupore, sembra proprio che tu lo voglia sapere! Sostanziali differenze culturali, machevelodicoafare. Poi però ho pensato che bello non sono l'unica a piangere. Glielo ho detto che in questo periodo piango anch'io come una fontana e si è sentita subito meglio anche lei. Everybody hurts, lo vogliamo ammettere o no? E' inutile fare gli splendidi a tutti i costi, è proprio inutile.
In questo mese ci sono state diverse brutte notizie, tante volte ho pensato...se casca un'altra tegola, una sola, qua crolla tutto o più che altro crollo io.
La scuola Wonka continua a essere un posto affascinante e imperscrutabile. C'erano un paio di persone che mi guardavano di traverso. Non era un'impressione. Dicevo buongiorno e non rispondevano, facevano in modo di non incontrare mai il mio sguardo, mi trattavano con sufficienza. Per una che viene da dieci anni di buongiorno buongiornino alla scuola Flanders, questo è un trauma bello e buono. E' che a me queste piccole cattiverie, fanno soffrire da pazzi. Sento il peso delle parole non dette. Mi risulta impossibile non scervellarmi per cercare di capire l'ipotetico motivo per cui una persona con cui non ho mai nemmeno parlato dovrebbe avercela con me, ma non ne vengo mai a capo.
Malgrado tutto ciò questa settimana, è andata molto meglio. Al punto che ho ricominciato a mettere i disegnini nel sacchetto del pranzo di Woody. Me lo aveva chiesto tante volte, ma mi sembrava impossibile trovare un minuto, aggiungere un altro impegno seppur minimo, adesso invece sento di riuscire a farlo contento con un disegnino al giorno, ci tiene davvero tanto. Le mamme serie fanno food prep la domenica e io invece mi porto avanti con i disegnini, a ognuno il suo.
La cosa fondamentale che è successa questa settimana è che magicamente ho ricominciato a divertirmi in classe e hanno anche cominciato a tornare le idee, per un po' era tutto bloccato. E' come se mi fossi riappropriata del mio unico superpotere, insegnare arte ai bambini. 
L'altro giorno durante una sorta di festa, la preside ha preso la parola per dire che sono la sua insegnante preferita, pensavo non si potesse dire una cosa così in pubblico. Dice che in sole quattro settimane ho messo la scuola sottosopra e ho fatto cose che nessuno si sarebbe mai potuto sognare e poi tanti altri complimenti, ma non li ricordo bene perchè dovevo concentrarmi per non fare uscire le lacrime. L'ho detto che sono diventata una fontana, vero? C'erano anche quel paio di persone che mi guardavano storto. Adesso mi salutano e mi sorridono e a volte mi chiedono anche come sto. Suppongo che mi odino. 
Il giorno dopo la preside è ripassata dalla mia classe, accompagnata dalla sua vice, per ripetermi le stesse cose e chiedermi se non starò mica lavorando troppo e mi raccomando riposati. Ho già avuto un aumento e dopo tutto questo, hanno deciso di mandarmi alla conferenza a cui volevo andare e a cui inizialmente non intendevano mandarmi. Suppongo che dovrei essere felice e lo sono, ma è tutto così surreale. Mi chiedo perchè mi sia torturata da sola per un mese. I toni entusiastici della preside e di tutti gli altri in fondo non sono una totale novità. Sono cose che ho sentito mille volte in passato, nei posti di lavoro, ai colloqui e ovunque sia andata. Sono mediocre un po' in tutto, ma il mio lavoro lo so fare bene. Perchè me ne sono completamente dimenticata? O meglio perchè sotto sotto non ci credo? Come si fa a imparare ad avere fiducia in se stessi da adulti? 

domenica 15 settembre 2019

la giornata Internazionale del puntino


Come tutti voi di certo saprete -e chi non lo sa?- oggi è la Giornata Internazionale del Puntino, #internationaldotday in cui si celebra la creatività attraverso il libro "The Dot" di Peter H. Reynolds che è la storia di una maestra che incoraggia una bambina recalcitrante a disegnare. La mia scuola mi ha chiesto di fare un lavoro di gruppo in cui ogni bambino avesse la possibilità di partecipare. Ho semplicemente chiesto a ogni studente dai 5 ai 12 anni di disegnare un puntino e quello che è venuto fuori mi ha lasciato molto spesso a bocca aperta.
C'è stato un ragazzino di prima media, non piccolo, un tipetto serio, che ha passato tutta l'ora a colorare furiosamente e quando gli ho chiesto dove fosse il puntino con gravità mi ha risposto: "È un puntino invisibile". Come mettere in discussione tanta sicurezza, va bene, puntino invisibile sia.
Ogni bambino mi ha raccontato la sua storia. Le opere sono belle e colorate, ma sentire da loro i motivi è impagabile.
Il lavoro che mi ha colpito di più è quello di una bambina che pazientemente ha ricalcato un cerchio, lo ha dipinto con i colori dell'arcobaleno e all'ultimo momento ha sollevato il foglio e ha fatto sbavare tutto. Quando l'ho vista mi sono precipitata a aiutarla. Pensavo si fosse confusa. Invece lei mi ha detto di non preoccuparmi, che era così che lo voleva. Poi in cima al foglio ha scritto queste parole: nobody is perfect, nessuno è perfetto.

Quanta bellezza, quanta profondità nei bambini. Una meraviglia infinita.

domenica 25 agosto 2019

la scuola wonka

Queste prime settimane di lavoro, com'era prevedibile, sono state complicate.
La fase più difficile è stata senz'altro quella precedente all'inizio delle lezioni. E' una scuola fuori dall'ordinario in tutti i sensi, come vi raccontavo qui
Alcuni esempi?
Faccio un colloquio perfetto, mi mandano il contratto dopo due ore riempiendomi di complimenti e pregandomi di accettare, io firmo e non li sento per quasi tre mesi. Un po' di ansia ti viene. E non sono l'unica a cui sia successo, ho scoperto dopo.
Il primo giorno di formazione è girato un foglio per segnare la presenza, normale. Il secondo hanno proiettato su una parete un codice QR che bisognava aprire per segnare la presenza, più o meno normale. Il terzo giorno non hanno detto nulla della firma, ma dopo un po' ho notato che c'erano delle fotocopie di codici QR appesi a caso su una porta, sulla macchinetta delle bibite, in giro per la scuola. Ho provato a scannerizzarne uno per vedere cosa succedeva: era il file delle presenze. Poi basta, nessuno ha più richiesto di segnare le presenze. Oppure io non ho capito cosa dovevo fare e non l'ho fatto. 
Un altro giorno, arriviamo alla formazione, siamo una quarantina di insegnanti, e la vicepreside comincia a distribuire dei regali. 
- Vi starete chiedendo perchè cinque persone stanno ricevendo un regalo. E' perchè hanno letto l'email fino in fondo. 
Lo scopo dell'email era dirci di essere lì ed eravamo lì, chiaramente quindi tutti avevamo letto l'email, ma solo chi aveva avuto la curiosità o la precisione di arrivare all'ultimissima riga dopo le figure, ecc. riceveva il regalo.
Ecco, di cose così ne sono successe varie. E' come se volessero tenerti sulle spine insegnarti a ragionare in un altro modo. 
Nessuno ti spiega nulla. Prima dell'inizio della scuola, ho fatto domande ovvie: l'orario delle lezioni, quante classi ci sono, quanti bambini in ogni classe, i nomi degli studenti. La lista degli studenti, dopo dieci giorni di scuola, ancora non ce l'ho, per dire.
E' una specie di ti buttiamo in acqua e vediamo se stai a galla. Tutti ti dicono sì, l'orario delle lezioni? Certo! La lista degli studenti? Come no! Ma poi non lo fanno, non lo fanno.
Sì significa no, ma a volte anche sì. 
Un inferno lavorativo, vero? Abbastanza. 
Però, come sempre, ci sono un sacco di però.
Il primo giorno di scuola, quando sono iniziate le lezioni vere e proprie, abbiamo trovato un regalo ad aspettarci in classe e la cena pronta da portare a casa e scaldare alla fine della giornata. Sono piccoli gesti, ma importanti.
A quel punto poi tutte le grane burocratiche non contavano più. Il mio lavoro, alla fine, è insegnare e appena ho cominciato a farlo, mi sono ricordata di colpo il motivo per cui volevo così disperatamente questo lavoro. Le ore volano, mi danno fiducia totale dal punto di vista dei contenuti e della creatività. Posso proporre quello che voglio e i bambini sono meravigliosi, come sempre del resto. Ogni giorno i genitori mi mandano materiale da usare in classe. Qui funziona così: se gli piace quello che fai, ti sponsorizzano. 
E' il lavoro giusto per me. Mi sento appagata da quello che faccio. Ci sono poche cose che mi piacciano di più che semplicemente essere in quella classe. 
E poi c'è Joe che si sta trovando benissimo a scuola. Viene nella mia classe un'ora alla settimana e fa finta di non conoscermi. Le sue maestre per ora sembrano stupende, si capisce che ci tengono tanto a quello che fanno e lo vedo su di lui, è tranquillo, contento, dorme bene.
Alla spicciolata, è arrivato anche Woody. L'ho iscritto in un asilo che è proprio accanto alla mia scuola. Lui ha sofferto un bel po' nel passare da quasi tutto il tempo con la mamma a tutti i giorni tutto il giorno all'asilo, ma adesso è contento, si vede. Abbiamo anche scoperto che c'è un tunnel segreto fra le elementari e l'asilo. La mia scuola permette generosamente agli insegnanti di tenere con sè i figli prima e dopo l'orario di lezione. Così Joe e Woody non devono andare al dopo scuola, possono semplicemente aspettare nella mia classe che è un posto divertente pieno di giochi e colori, mentre io finisco con calma il mio lavoro. 
Nonostante ciò, la pressione è notevole. Le email a tutte le ore, gli studi che sono costretta a portare avanti comunque, la casa che va a rotoli. Mi sveglio sempre prima che suoni la sveglia. Ci sono dei giorni che ho un nodo di gola che non se ne va, un senso di non avere niente sotto controllo. La costante paura di aver dimenticato qualcosa di importante perchè la verità è che dimentico ogni giorno qualcosa di importante. Chiamare un'amica che sta per partorire, portare i cani dal veterinario, pagare qualcosa, presentarmi a qualche appuntamento.
La cosa buona è che sono ancora all'inizio e mi accorgo che ogni giorno va un pochino meglio. Mi sono ritrovata a pensare tantissimo al concetto di comfort zone in questo periodo. Tutti dicono che bisogna abbandonarla, ma a me manca da morire, ci salterei sopra in un secondo se postessi. Nella mia comfort zone lavoro meglio, vivo meglio, vivo. 
Vediamo di costruirne un'altra in fretta di comfort zone. Certo che questa scuola va in tutt'altra direzione. Avevo soprannominato la vecchia scuola Scuola Flanders, come il personaggio irritante dei Simpson, quello dei buongiorno buongiornino, questa invece la intitolerò al mitico Willy Wonka generoso, geniale e spietato al tempo stesso. Altro che comfort zone.

mercoledì 21 agosto 2019

della prima lezione di scrittura e della libertà

La maestra di scrittura di Joe, che è bellissima e dolcissima e sembra un angelo con i boccoli e gli occhi blu, ha chiesto agli alunni di terza elementare di scriverle una lettera per spiegarle tutto quello che potrebbe aiutarla (aiutare lei!) a insegnare a loro nel modo migliore possibile.
Cosa trovi facile, cosa trovi difficile, in che modo ti piace imparare (!), c'è qualche sera in cui fai sport dopo scuola e sei particolarmente stanco, cosa ti piace fare nel tempo libero, cose così.
E Joe è andato completamente in crisi.
Io ho cercato di aiutarlo nel pomeriggio, ci ho davvero provato. E dopo un po' sono uscita dalla stanza urlando, Mr. J idem. Non capivamo proprio che problema avesse con un compito così facile. Sembrava che ci prendesse in giro.
La maestra invece dice che è perfettamente normale per i bambini 'come lui' sentirsi persi di fronte a tanta libertà. Interessante questa cosa, la paura della libertà.
Qualcosa mi dice che vedremo delle belle anche quest'anno.

lunedì 19 agosto 2019

il senso dell'umorismo nelle situazioni di degrado

Ho passato tutta la giornata di sabato a un corso di formazione perché nonostante abbia iniziato a lavorare, mi tocca ancora finire gli studi che avevo iniziato in precedenza.
Devo dire che per una volta non mi è dispiaciuto troppo passare parte del mio fine settimana a lezione. 
Il corso era tenuto da un esperto di meccanismi cognitivi specializzato nell'intervento educativo a favore di studenti particolarmente problematici, soprattutto ragazzi e bambini provenienti da situazioni di estremo degrado. Insomma, io un insegnante che è stato accoltellato non lo avevo mai conosciuto. Raccontava delle storie incredibili.
Secondo lui è il senso dell'umorismo l'unica chiave per arrivare a far breccia nella psiche di questi soggetti. Ma quanto senso dell'umorismo ci vuole per vederlo anche nelle tragedie di cui ci parlava? In realtà abbiamo riso molto anche durante il corso. Che strana questa cosa.
Questo professore ha insegnato diversi anni in una delle città più povere degli Stati Uniti, qui in Texas vicino al confine con il Messico, dalle parti di San Antonio.
Il suo primo giorno di lavoro come vicepreside, entrando a scuola ha notato dei buchi di proiettile sulla porta. Si è guardato intorno. Non preoccuparti -lo ha rassicurato qualcuno- è successo ieri, non è morto nessuno.
Dopo qualche mese la preside della scuola è uscita a fare una passeggiata e non è mai più tornata. Nessuno sa cosa le sia successo. Per mesi hanno cercato il suo corpo in un lago là vicino dove ogni tanto pescano qualche cadavere, ma non lo hanno mai trovato. Si spera che sia stato un allontanamento volontario. E' così che è diventato preside.
Una mattina hanno trovato una mano nel giardino della scuola. Si è scoperto che proprio lì cadeva la linea di confine fra i territori di due gang rivali. Cosí lui è andato a parlare (separatamente) con i due capi e gli ha chiesto cortesemente di spostare il confine. Loro si sono scusati per l'inconveniente e in effetti, non si sono più trovati arti all'interno del plesso scolastico.
Il bambino che lo ha accoltellato faceva la quinta elementare. Mamma prostituta, papà spacciatore. All'età di sei anni è stato reclutato per portare la droga da una parte all'altra del confine. Raccontò al suo maestro che gli piacevano molto i tunnel perchè quando ci andava gli davano le caramelle. Un bambino di sei anni sa descrivere alla perfezione i tunnel sotto la frontiera e qualcuno pensa ancora che costruire un muro abbia un qualche senso.
Questo è il tipo di storie che ci ha raccontato. Situazioni estreme, è vero, ma la cosa più importante è cogliere i segnali che possono trovarsi in qualunque scuola di qualunque città e fare il possibile per andare incontro ai ragazzi e non allontanarli mai dalla scuola.
Quando questo insegnante è stato ferito, anche in modo piuttosto serio da qualche suo alunno, non ha mai sporto nessuna denuncia. Ha chiesto solo che i piccoli ribelli, chiamiamoli così, si presentassero tutti i giorni a scuola.
Secondo lui, in base ai dati che abbiamo dalle numerose ricerche fatte, possiamo dire che cose come le uniformi, i compiti e i voti non servono a nulla. Serve invece parlare con i ragazzi, trattarli da esseri umani pensanti fin da piccoli e fargli capire il perché é importante studiare. Se uno capisce perchè studia, i risultati vengono da sé. Che è esattamente quello che si pensa anche nella mia scuola.
Secondo lui sono tre i fattori che contribuiscono al successo e alla serenità di ogni bambino: il gioco, il contatto con la natura e il dialogo.
Quanto è vero, e non solo per i bambini, ma a tutte le età. Il gioco, il contatto con la natura e il dialogo, un mantra da non dimenticare.

giovedì 15 agosto 2019

il primo giorno di scuola

C'è stato un piccolo colpo di scena. 
No, non stiamo festeggiando il Ferragosto, sigh. 
All'ultimissimo momento, abbiamo fatto trasferire Joe nella mia scuola. Non è stato semplicissimo convincerlo all'inizio. Un giorno la preside lo ha portato a fare un giro e mi ha raccontato che ogni volta che lei gli mostrava qualcosa della scuola, lui le rispondeva "Sì bello, ma non mi hai ancora convinto". Sono andati avanti così per un'ora e adesso lei lo adora. Ma io so perché faceva così. "Farsi convincere", sentire tutte quelle cose belle, gli dava coraggio per fare questo piccolo, ma grande per lui, salto nel vuoto. Comunque, ieri abbiamo affrontato il nostro primo giorno insieme. Nonostante sia uscito ieri mattina senza sapere nemmeno il nome della sua maestra, tutto è filato liscio come l'olio. Era molto contento.
La cosa che lo ha colpito più di tutto è stata un poster con una frase di Einstein che è appeso nel laboratorio di scienze.
"Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido".
Deve averci visto qualcosa di personale. Forse lo stillicidio di tutte quelle partite di calcio in cui non combinava nulla, prima di capire che proprio no, non faceva per lui. È stata un'esperienza dura per lui, più passa il tempo e più me ne rendo conto.
Alla fine della giornata, mentre accompagnavo i miei studenti all'uscita, lo hanno fatto aspettare nella mia classe. Quando sono entrata con una collega, lui era sotto al tavolo. 
- Ehm... Questo è mio figlio Joe... Joe cosa stai facendo sotto al tavolo?
- Ho notato che c'erano tante piccole cose per terra (pastelli a cera spezzati, cartacce...) e le stavo raccogliendo.
Subito la collega:
- Ma che bravo! Aiuti la tua mamma a pulire la classe?
- No, veramente sto usando tutte le cose che trovo per fare una scultura astratta.


#evvivajoe

lunedì 12 agosto 2019

la curiosità, l'entusiasmo e la voglia di imparare

Una delle cose che amo della mia nuova scuola, forse la cosa che amo di più in realtà, è la sua storia. E' una storia molto insolita e piuttosto sbalorditiva anche per i parametri americani.
E' una scuola che è stata fondata solo tre anni fa. Era una notte buia e tempestosa...beh questo non lo sappiamo per certo, ma diciamo che era sicuramente notte e c'era un'insegnante che non riusciva a dormire. Da un po' di tempo aveva un tarlo in testa. Le sembrava che i suoi studenti (insegnava inglese ai bambini stranieri) non venissero accettati per quello che erano. Li vedeva come intrappolati in un sistema scolastico che percepiva le loro particolarità e differenze individuali non come talenti e potenzialità da sviluppare, ma come un intralcio al pieno raggiungimento di determinati obbiettivi burocratici. Non era la prima volta che aveva questa sensazione. In fondo non era mai stata completamente soddisfatta di nessuna scuola né come studente né come insegnante. Aveva finito per mettersi spesso nei guai perchè pensava che i risultati e la disciplina non sono tutto.
La curiosità, l'entusiasmo e la voglia di imparare sono tutto e anche quelli si possono insegnare.
Se un bambino non riesce a stare fermo, forse è un ballerino o un atleta, una di quelle persone che ragionano meglio mentre il loro corpo si muove e allora bisogna assecondarlo non cercare automaticamente di immobilizzarlo o peggio ancora, come succede spesso in questi anni, riempirlo di farmaci.
Se uno studente copia durante un compito in classe, certe volte è perchè non ha ricevuto dall'insegnante gli strumenti adeguati per rispondere alle domande e allora di chi è la colpa? Inoltre in molti casi copiare significa mettere in atto una forma di collaborazione e collaborare è una qualità indispensabile nel mondo del lavoro, qualcosa da non reprimere, ma usare, incoraggiare. Bisogna allora trovare il modo corretto per sviluppare questa qualità. E' sempre necessario fare dei distinguo. Non ci sono regole assolute nel mondo dell'insegnamento, bisogna valutare caso per caso, adattarsi alle situazioni. Insegnare non significa applicare dei regolamenti, altrimenti potrebbero farlo tutti, no?
Questa insegnante sognava per i suoi studenti una scuola dove lo studio dell'arte, del teatro e della musica non è secondario e dove perfino la matematica e le scienze possono essere esposte in modo creativo. Era convinta che, lavorando come si deve a scuola, soprattutto nei primi anni, non sia necessario riempire i pomeriggi di compiti. Aveva la strampalata convinzione che, come nelle grandi aziende della Silicon Valley, anche nelle scuole ci dovrebbe essere un momento dedicato alla creazione di qualcosa di personale, un momento in cui ogni bambino, senza pressioni, possa approfondire una sua passione, magari provando a inventare qualcosa per il gusto di farlo e vedere cosa succede. Pensava che mai e poi mai la punizione possa essere imporre il silenzio durante il pranzo o saltare l'intervallo: secondo lei al limite bisognerebbe aggiungerlo un intervallo all'orario scolastico, trattare l'intervallo quasi al pari di una materia. E trovare anche del tempo da dedicare agli altri, insegnare il volontariato, perché no? La scuola non deve essere fine a se stessa, deve insegnare come districarsi al meglio nella vita, come creare un impatto positivo sulla società. 
Questa è la scuola dei sogni, meglio tornare a dormire. Oppure no: se una scuola così non esiste, la si può costruire.
La mattina seguente chiamò due colleghe che avevano idee simili alle sue sull'educazione e queste, com'era prevedibile, scoppiarono a ridere. Aprire una scuola? Impossibile. Alla fine però le convinse: difficilissimo e rischioso sì, impossibile no. 
Per loro era fondamentale che la scuola fosse aperta davvero a tutti, senza nessuna distinzione di ceto o colore così invece di puntare su una scuola privata intrapresero un'altra strada: avrebbero aperto una scuola charter, una scuola pubblica, tenuta a raggiungere gli stessi obbiettivi di ogni altra scuola pubblica, ma che opera in maniera indipendente. 
Nel giro di un anno scrissero il progetto e non solo riuscirono a farlo approvare ottenendo i fondi necessari, ma il loro punteggio è rimasto imbattuto qui in Texas.  
Il passo successivo fu trovare gli studenti. Organizzarono eventi e riunioni un po' ovunque e i genitori furono entusiasti al punto di impegnarsi a iscrivere i figli quando ancora di fatto la scuola non esisteva. All'inizio mancava tutto, tranne l'entusiasmo. I genitori stessi si misero in prima linea per realizzare questa sorta di utopia.
I primi sei mesi, per una disputa legale, non poterono nemmeno usare il loro edificio, ma dovettero accontentarsi di alcune stanze in un'altra struttura.
Una maestra mi ha raccontato che all'inizio le diedero una cucina come classe. In mezzo c'era un tavolo da biliardo, niente banchi. Un bel problema. Si guardò intorno, trovò una lavagna, la staccò dal muro e la appoggiò sul tavolo, ne venne fuori una sorta di proto-tavolo interattivo. Perfetto esempio di pensiero creativo in azione. Ai ragazzi non sembrava vero: avevano il permesso scrivere sul banco con i pennarelli, altro che disagio. 
Ecco, ascoltando varie storie di questo tipo, mi sono venuti in mente altri ambienti di lavoro in cui magari un giorno c'è il wifi lento o si è finito l'inchiostro della stampante e tutti sbuffano e si lamentano. In questo senso, sento di aver finalmente trovato la mia tribù.
In passato mi hanno sempre lasciato fare quello che volevo con i miei alunni. Decidevo tutto, sia cosa insegnare che il metodo e ho sempre ottenuto grandi consensi, ma c'era un sottinteso piuttosto ovvio: lo puoi fare perché insegni arte, non una vera materia. Qui invece tutti hanno la mia stessa filosofia sull'insegnamento, anche molto più estrema a dire il vero.
L'altro giorno c'è stata una riunione di noi insegnanti di arte, musica e teatro e abbiamo parlato solo di una cosa: disciplina. E' buffo, ma in questa gabbia di matti stupenda in cui sono capitata, i cosiddetti creativi sono i più precisi e organizzati. Nonostante il mio grande entusiasmo attuale, è chiaro che andando avanti questa mancanza di struttura potrebbe causarmi dei problemi. Al momento la cosa non mi spaventa granché perché vedo che sì, ogni tanto ci sono degli errori, ma le intenzioni sono buone e per ora mi basta. 
In un momento storico come questo, un momento in cui il razzismo e l'odio sono usciti allo scoperto, l'esistenza di questa scuola e di queste persone, mi dà speranza. Mi sono data il permesso di pensare che sì, ci sono problemi enormi in questo paese, problemi di tutti i tipi, ma se tre professioniste, tre donne (quella che ha avuto l'idea era incinta tra l'altro), senza soldi e senza appoggi politici, sono riuscite a mettere su dal nulla un progetto di questo tipo, forse il sogno americano non è morto, forse va giusto un po' rianimato, diciamo così. Bisogna crederci e soprattutto fare in modo che ci credano gli adulti di domani.