venerdì 12 settembre 2014

non e’ vero, ma un po’ ci credo

Tempo fa suo cognato si ammalo’ in modo piuttosto serio e lei mi disse testualmente e in almeno un paio di occasioni:

- Perche’ lui? Perche’ sempre i migliori? Non poteva succedere a lei? [La cognata ndr]

Una frase che mi gelo’, o almeno mi raffreddo’ molto, il sangue nelle vene. Ora. Io posso essere una persona razionale e sapere perfettamente che augurare una cosa non significa provocarla, ma poi…no, non si fa.

Sono cresciuta con la chiara idea che non ci augura il male a nessuno. Non ci ho nemmeno mai riflettuto sinceramente sul perche’ e il per come, e’ una di quelle cose che sono cosi’ e basta. L’ho sentito talmente tante volte che ho finito per assorbirlo in maniera del tutto acritica. E’ un immenso luogo comune, ma non dei peggiori, a mio parere.

Ecco. Potete immaginare il brivido che mi e’ corso lungo la schiena quando nemmeno un mese dopo, la suddetta persona mi ha annunciato in tutta serenita’ che la cognata aveva scoperto di avere un tumore.

Certo, non si puo’ dire che lei sia responsabile, ci mancherebbe, ma fossi stata al suo posto mi sarei sentita come minimo in imbarazzo, se non addirittura colpevole in qualche strano modo. Lei nulla invece. Ma proprio nulla, come se se ne fosse dimenticata, come se quelle parole, ripetute ben due volte in mia presenza e per cui, assumo, ragionate con convinzione, non fossero mai esistite.

Lei non immaginerebbe mai di sentirsi in difetto per una cosa del genere, a me invece e’ stata la prima cosa che e’ venuta in mente.

Lei e’ americana, io italiana. La tentazione di generalizzare trattando qui di shock culturale e’ tanta, ma in realta’ non saprei. Una cosa simile non l’ho mai sentita dire da nessun’altro in tutti questi anni, quindi non so se questa totale assenza di scaramanzia (e buon gusto, diciamolo) sia una particolarita’ di questa persona o una differenza culturale vera e propria. Quello che mi ha lasciato a bocca aperta e’ il fatto che non abbia fatto nessun collegamento fra le due cose, nemmeno per scherzo. Forse per lei e’ del tutto inconcepibile che ci sia una qualche connessione fra augurare il male di qualcuno e il fatto che questo male subito dopo si realizzi. In effetti, la sua posizione e’ molto piu’ logica della mia. 

Comunque, meglio cosi’. Le due ora vanno d’amore e d’accordo com’e’ giusto che sia data la situazione drammatica.

Nel frattempo, la cognata ha perso tutti i capelli per via della chemio e lei le ha anche offerto, per solidarieta’, di rasarsi non tutta la testa, che dopo tutto insomma…ma una striscia di capelli laterale. La generosa proposta e’ pero’ caduta nel vuoto.

mercoledì 10 settembre 2014

le ultime dalla classe di arte

Una delle cose che amo di piu’ del mio lavoro e’ la liberta’. Non mi hanno mai dato programmi prestabiliti, ho sempre potuto fare piu’ o meno quello che mi andava. In questi anni, ho insegnato soprattutto l'arte europea e americana, ma sento che non e’ stata una scelta deliberata fino in fondo: sono gli argomenti che conosco meglio, ho solo seguito l’istinto. Fin dall’inizio comunque mi sono messa a studiare e insegnare anche l'arte messicana e afroamericana, mi sembrava indispensabile vivendo qui. E quest'anno ho deciso di allargarmi ulteriormente e di inglobare, per quanto possibile, anche gli altri continenti che ho sempre toccato in maniera molto superficiale.

E’ che non vorrei che i bambini pensassero che l’arte occidentale e’ piu’ importante e che questa cosa li limitasse a livello estetico o in nessun altro modo. Quelli stranieri o con origini straniere poi, credo apprezzeranno essere un po’ protagonisti. Vorrei dimostrargli che tutti noi abbiamo da imparare dalla nostra diversita’ e che non c’e’ un meglio e un peggio.

Ho cominciato a fare qualche indagine e ho scoperto che ho una carissima amica laureata in storia dell’arte africana, l’avevo completamente rimosso, e poi che a scuola abbiamo bambini originari della Nigeria, della Giordania, del Brasile, dell’Arabia Saudita e di tanti altri posti esotici. Siamo pieni di spunti interessanti da approfondire.

Sono entusiasta di avere un’ottima scusa per scombinare i piani che io stessa ho organizzato.

E tutti impareremo un sacco di cose nuove insieme. E io credo che sia fantastico.

martedì 9 settembre 2014

il privilegio di essere l’acqua

Quest’estate abbiamo visitato una caverna negli Ozarks, in Missouri.

Piu’ o meno a meta’ percorso, nel buio piu’ pesto, dove ormai non c’e’ quasi piu’ traccia di vita, c’e’ quello che il ranger che ci accompagnava ha chiamato una ‘doccia’, una sorgente di acqua che cade in gran copia dall’alto, da un punto nel soffitto della caverna. Sono state condotte numerose indagini, ma nessuno ha mai capito da dove arrivi quell’acqua che va avanti a scorrere cosi’ in maniera incessante immagino da secoli o millenni, vista l’enorme vasca di calcare che ha formato ai suoi piedi. Nel momento in cui, diversi anni fa, la regione rimase vittima di una terribile siccita’, la ‘doccia’ ha continuato incredibilmente a fuoriuscire, fornendo un grande aiuto alla popolazione. Come e’ possibile? E’ un gran mistero.

Fuori dalla caverna -un posto davvero selvaggio in cui il primo essere vivente che abbiamo avvistato e’ stato un copperhead, uno dei serpenti piu’ velenosi in circolazione- non riuscivo a smettere di pensare alla sorgente misteriosa.

Quante volte mentre affronti una qualche siccita’ nella tua vita, l’aiuto si materializza in quel modo. Sei in un posto che pensavi completamente arido e all’improvviso eccola li’ la fonte che ti disseta. Ringrazi perche’ stai morendo di sete, ma non capisci cosa ci faccia li’. E poi soprattutto perche’ l’acqua la trovi in un posto imprevisto e non dove pensavi di averla lasciata.

In questo periodo, penso di essere qualcosa del genere per qualcuno. Quella fonte che ti aiuta a superare la siccita’ e che non sai bene da dove sia spuntata, ma che in qualche modo ti tiene su. E’ la prima volta che mi capita di ricoprire questo ruolo ed e’ difficile perche’ ci sono momenti in cui anche la fonte ha la sensazione di cominciare a prosciugarsi in maniera pericolosa, ma e’ soprattutto un grande privilegio. Avere la possibilita’ di fare qualcosa per qualcun’altro e’ sempre un privilegio.

lunedì 8 settembre 2014

il puntino

Se attraversi in macchina il Texas dell’ovest ti accorgi che pian piano somiglia sempre piu’ a un deserto, a est invece e’ tutto molto verde, ci sono grandi alberi, boschi, laghi. Ed e’ proprio in questa zona che abitano i nostri amici, in una bellaIMG_20140830_164856 casa ranch direttamente davanti a un lago. Sulle sponde di questo piccolo lago, crescono le ninfee piu’ grandi che abbia mai visto, colorate e davvero belle. Mi hanno subito colpito, ma mi e’ stato spiegato che in realta’ sono piante infestanti e ogni volta sono costretti a chiamare un qualche giardiniere specializzato che le faccia fuori. Da noi le ortiche e qui le ninfee giganti. Come al solito niente e’ mai semplice o semplicemente piacevole in Texas. 

Appena arrivati i bambini, hanno chiesto di fare un giro sulla barca a pedali cosi’ gli abbiamo fatto mettere i giubbottini galleggianti e li abbiamo aiutati a salire. Mr. Johnson, Joe e altri quattro bambini. Io e il nonno, un altro meraviglioso nonno del Far West che mi ricorda tanto il nostro compianto, siamo rimasti a riva a guardare.

Appena partono noto qualcosa dirigersi a tutta velocita’ verso di loro, formando una lettera V nell’acqua. Lo faccio presente al nonno anche se abbiamo il sole di fronte e la visibilita’ non e’ ottima.

- Abbiamo dei castori qui…pero’ non vedo la testa e poi di solito si rituffano subito loro….

- Belli i castori, ho appena visto un documentrario, che meraviglia vivere nella natura!

Nel frattempo il puntino continua la sua corsa. Sono curiosa, ma non mi preoccupo molto perche’ il padrone di casa non mi sembra in grande allarme.

- Beh…non deve essere un serpente, va cosi’ dritto e veloce…

Azzardo io, supponendo che i serpenti mantengano il loro moto ondulatorio anche nell’acqua. Nel frattempo il puntino si avvicina sempre di piu’ alla barca.

- Appena arrivati qui abbiamo avuto anche qualche alligatore, ma…

- Come?

- Niente di che, dei piccoli alligatori, ma e’ da un bel po’ che non ne vedo…

Neanche il tempo di ripetere nella mia testa quella frase assurda -niente di che, solo dei piccoli alligatori- che dalla barca in lontananza esplodono le grida dei bambini.

Ah bene. Era solo un serpente. 

Eccitazione e paura. Che meraviglia vivere nella natura.

venerdì 5 settembre 2014

come usare dieci minuti

La nuova maestra di Joe, la settimana scorsa era tutta soddisfatta:

- Da lunedi’ cominciamo a offrire il servizio di carpool. Sara’ comodissimo, niente perdite di tempo, non dovra’ nemmeno scendere dalla macchina. Che bello, eh? Con questo caldo poi…

In pratica, invece di parcheggiare e andare a prendere i bambini in classe, i genitori adesso si mettono in coda in macchina davanti alla scuola. La maestra afferra tuo figlio, te lo posiziona nel seggiolino, gli allaccia la cintura di sicurezza e te lo porti via.

Grandissima comodita’, dice.

In effetti, quando il sistema sara’ rodato, forse si risparmieranno una decina di minuti (che per ora si passano in macchina), ma la domanda che avrei voluto farle e che non le ho fatto e’:

perche’?

Cioe’ come vi e’ venuto in mente? Quali sono le vostre priorita’ nella vita?

Il parcheggio e’ enorme e comodissimo e il momento dell’uscita da scuola era quello in cui si riuscivano a fare due chiacchere con la maestra e magari conoscere un po’ gli altri genitori e gli altri bambini della classe per organizzare un parco o una merenda, una festa di compleanno. Perche’ impedire alle persone di avere qualunque contatto fra loro?

E dire che questa scuola ha perfino una caffetteria stile Starbucks all’interno. Mi ero fatta l’illusione che promuovessero la socializzazione, che ci fosse una qualche idea dietro a un investimento cosi’ insolito.

Invece, anche qui l’interazione sociale non viene nemmeno presa in considerazione. Sono sicura che nessuno la’ dentro ha pensato a questa controindicazione. Saranno tutti contentissimi di aver regalato ai loro clienti dieci minuti in piu’ per fare. Chissa’ cosa.

mercoledì 3 settembre 2014

ne vale sempre la pena

Mi e’ capitato innumerevoli volte di sentire italiani criticare l’ignoranza o la stupidita’ degli americani tutti e allora dato che a volte questi giudizi arrivano anche da persone che stimo e magari sono provocati da aneddoti che io stessa racconto, invece di schermirmi perche’ ovviamente non sono d'accordo, stavolta ho deciso di spiegare come la penso.
Prima di tutto voglio dire che anche a me sembra che qui ci sia un’ignoranza spaventosa e per certi versi sconvolgente. C’e’ gente che non crede nella teoria dell’evoluzione. Gente che non crede ai dinosauri perche’ la Bibbia non ne parla. C’e’ gente che si scandalizza se faccio vedere il David a scuola perche’ e’ nudo. Gente che parte all’attacco se una mamma allatta in pubblico o che e’ convinta che se si sente in pericolo ha il diritto e al limite anche il dovere di farsi giustizia da sola.
Pero’.
In Italia secondo voi non c’e’ l’ignoranza?
Certo, e’ un altro tipo di ignoranza, su questo non ci piove. Vi faccio qualche esempio.
Avete mai fatto caso a quello che dice la gente, anche quella piu’ tranquilla e normale, durante le partite di calcio? Tanti in Italia quando l’ho fatto notare, mi hanno detto che sono io che non ho piu' il senso dell’umorismo, che sono cose che non si pensano e che si dicono solo in quei casi, ma rimango convinta che non sia sano dare del frocio o del negro, mai. Se non lo pensi davvero, proprio per niente, non ti dovrebbe mai venire in mente di dirlo. Ecco, a quei trogloditi degli americani non saprei nemmeno come spiegarlo un comportamento simile, per loro non esiste e dire che lo sport va per la maggiore anche qui. Recentemente in televisione c’era addirittura un documentario che parlava del razzismo calcistico italiano, per dire.
Poco tempo fa il nostro ministro dell’Interno Angelino Alfano ha apostrofato gli extracomunitari nordafricani chiamandoli vu cumpra’, un termine sorpassato e razzista che fa venire i brividi e ancor di piu’ all’interno di un contesto istituzionale. Il senatore Calderoli, cavalcando altri ridicoli stereotipi razzisti, proprio in questi giorni ha affermato che il padre dell’ex ministro Kyenge, gli avrebbe fatto la macumba. La macumba. Come uno di quei personaggi delle barzellette di una volta, la tribu’, il pentolone. Almeno qui certe cose le senti dire alla gente comune e sono il prodotto di una sottocultura -pericolosa eh- ma per niente sdoganata. Se un qualunque rappresentante della societa’ si azzarda a fare certe affermazioni in pubblico perde il posto, e’ successo mille volte.
In Italia non esistono sacerdoti disposti a negare l’evoluzione per fortuna, e’ semplicemente impensabile. Pero’ esistono quelli che per tanto tempo hanno  in modo sottile  dimostrato accondiscendenza verso la mafia regalandole un terreno fertile in cui prosperare. Non penso che il danno culturale sia stato minore.
A me pare che quelli che mi dicono mi dispiace per te costretta a convivere con questa gentaglia invece noi qui, dimentichino una cosa fondamnentale. In questo paese, negli anni Sessanta e Settanta e’ scoppiata una vera e propria guerra culturale che prosegue tutt’oggi fra quelli che volevano ed hanno poi ottenuto la fine della segregazione razziale e in generale l’avanzamento dei diritti civili e quelli che hanno usato la paura del cambiamento per instillare l’odio razziale e quest’idea arcaica di individualismo che ti dice che non e’ lo stato a doverti proteggere, ma sei tu che devi letteralmente imbracciare le armi per tenere al sicuro la tua famiglia, proprio come nel Far West. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Una parte della societa’ fa da faro al resto del mondo e l’altra produce nefandezze che non si possono immaginare. La settimana scorsa una bambina di nove anni ha ucciso per sbaglio il suo istruttore di mitragliatore. Omicidi di massa, rivolte razziali, non c'è bisogno che mi dilunghi.  
E’ semplice fare i superiori di fronte a certe persone, ma è la strada piu’ facile, quella che non porta mai molto lontano. Perché non cercare di capire e prendersi il bello invece? Ribadisco. Per me il bene e il male sono distribuiti ugualmente. Decodificare quello che ci sta intorno, riconoscere quello che e’ da salvare e quello che e’ da buttare, fa parte della nostra responsabilita’ individuale, ovunque. Non esistono isole felici e se anche esistessero immaginate che noia.
Pensate a questo.
Degli amici texani ci hanno aperto la loro casa questo fine settimana. Ci hanno trattato come persone di famiglia. Ci hanno portato in un lago immerso in un magnifico bosco, un posto che a loro piace molto. Nonostante fosse frequentato anche da tanti di quelli che credono che discendiamo tutti da Adamo ed Eva e magari vanno da Wal Mart con la pistola in tasca, gli ho visto lasciare portafogli e telefoni sul cruscotto della macchina senza nemmeno il dubbio che a qualcuno potesse saltare in mente di rubarglieli. In barca, come sempre faceva caldissimo, cosi’ si sono buttati tutti in acqua e l’acqua, come nella maggior parte dei laghi texani, era marrone. Sai che, minimo, rischi di imbatterti in un qualche serpentello o in una di quelle tartarughe che mordono, e non si vede niente. Tu che fai? Stai li’ e rifiuti perche’ ti fa schifo e sei abituato al mediterraneo o ti butti? Beh, io mi sono buttata e avevano ragione loro, it feels good. Mi sono divertita un mondo e dopo mi sono fatta una fantastica doccia. Ne valeva la pena. Vale sempre la pena di buttarsi e indossare i panni degli altri per un momento.

mercoledì 27 agosto 2014

un’emozione unica

Sono tornata dall’Italia piena di entusiasmo e di idee nuove e interessanti. Raccontavo all’insegnate piu’ aperta e fuori dagli schemi che conosca, ad esempio, di un laboratorio di cui ho sentito parlare quando ero li’. Riguarda le emozioni. Fra le altre cose, la maestra fa delle foto ai bambini in vari momenti della giornata -quando sono felici, tristi, annoiati…- e poi le mostra ai bambini stessi e alle loro famiglie durante una sorta di evento speciale o presentazione. Ne parlano tutti insieme e i bambini tendono di solito a inventare degli aneddoti di sana pianta, ma e’ molto importante perche’ per la prima volta, a tre anni, si trovano ad affrontare quelle emozioni, a osservarle, a provare a giustificarle. A quel punto, pero’ sono stata interrotta.

Molto bello, ma qua no. Non funzionerebbe mai. Gli americani non hanno un buon rapporto con le emozioni, almeno con quelle negative. I genitori non sopporterebbero mai di vedere i figli piangere a scuola in loro assenza. Nella mia classe ho appeso foto di bambini anonimi che piangono o ridono o mostrano altre emozioni e piu’ di una volta dei genitori si sono lamentati. Pretendono che tutto per un bambino sia FELICE. Se il figlio e’ sconvolto per qualche motivo, vogliono solo che smetta subito. Non chiedono all’insegnante vada a fondo e capisca qual e’ questo motivo, ma solo che faccia tornare la normalita’ nell’immediato. Non capiscono che cosi’, e’ molto piu’ probabile che il bambino non superi quell’ostacolo e si ritrovi nella stessa situazione.

Ripensavo a questa conversazione e mi sono venuti in mente tutti quegli inquietantissimi Mickey Mouse di Keith Haring. Descrivono alcuni aspetti di questa societa’ meglio di un trattato di sociologia.  Untitled

mercoledì 20 agosto 2014

di barbieri e poliziotti, di bianchi e neri

Avrete tutti letto delle grandi tensioni raziali che sono esplose in questi giorni qui negli Stati Uniti in seguito all’omicidio di Michael Brown, un diciottenne afroamericano, da parte di un poliziotto a Ferguson in Missouri. Io di tutta questa storia ne so quanto voi, ma vi racconto un paio di piccolissimi episodi che mi sono capitati ultimamente e che forse possono darvi un’idea dell’aria che si respira da queste parti.

Qualche settimana fa, sono passata per caso vicino a un negozio di parrucchiere e mi sono fermata a chiedere se avevano tempo di tagliare i capelli a Joe. Mi hanno risposto che l’attesa era piuttosto lunga e di provare dal barbiere dall’altra parte della piazza. Senza pensarci, ho preso per mano Joe, ho attraversato la piazza e ho spalancato quella porta. Mi sono ritrovata cosi’ in un ambiente completamente nuovo per me. Mi sembrava ancora una volta di essere sul set di un film. Il negozio altro non era che una grande stanza rettangolare, lunga e abbastanza stretta con il pavimento a scacchi bianchi e neri. Da un lato lavoravano i barbieri, cinque o sei, e dall’altro attendevano il proprio turno i clienti. Ogni barbiere aveva la sua postazione con un grande specchio e vari oggetti, per lo piu’ foto di personalita’ afroamericane, cantanti, attori, sportivi, politici e manufatti africani. C’era anche un grande poster con un discorso di Barack Obama. Ho avuto l’impressione che, quando ci hanno visto, per un secondo si sia fermato tutto. Quella famosa sensazione di I don’t belong here, che e’ stata una delle prime cose che ho imparato quando mi sono trasferita qui, credo di avervene parlato qualche volta. Eravamo gli unici bianchi e io ero l’unica donna. Mi hanno detto che qualcuno avrebbe potuto occuparsi dei capelli di Joe, cosi’ siamo andati a sederci. Qualcuno ci ha sorriso o ci ha chiesto come andava, dopo la sorpresa iniziale. L’attesa mi e’ sembrata lunghissima, ma piu’ passavano i minuti meno si faceva sentire quella brutta sensazione iniziale. Il barbiere che ci avevano assegnato era un omone sui cinquanta, dall’aria grave e molto poco incline alla tenerezza. Lo osservavo lavorare e mi stupiva la sua pignoleria. In realta’ non solo sua, ma di tutti. Avevo notato che quasi tutti i clienti avevano i capelli cortissimi e squadrati. Non sembravano tagli per niente complicati, ma richiedevano una quantita’ di tempo che mi sembrava eccessiva per essere completati. E non solo quello. Tutti se la prendevano estremamente comoda, chiaccheravano alla grande invece di darsi una mossa e finire il lavoro, ma nessuno si lamentava, anzi, c’era una bella atmosfera, quasi da piccolo paese, si sentiva la confidenza, la familiarita’. Tutti i barbieri erano neri IMG_20140819_224945tranne uno un po’ piu’ chiaro, latino credo e proprio lui era l’unico ad avere un cliente meno scuro, piu’ o meno della sua stessa carnagione. Insomma, dal primo secondo il colore della pelle mi e’ sembrato determinante in quell’ambiente. E ne ho avuto ulteriore conferma quando, dopo una ventina di minuti, ha fatto il suo ingresso Mr. J. ed e’ letteralmente calato il gelo. Proprio in quello stesso momento e’ arrivato il turno di Joe e il signore severo l’ha fatto salire sulla poltrona senza nessun sorriso, anzi quasi con uno scatto di fastidio che ci ha stupito perche’ nessuno riesce a non sorridere a un bambino di tre anni. In realta’, poi, e’ bastato rispondere a quel presunto fastidio con un po’ di simpatia e cordialita’ e la tensione si e’ sciolta, ma solo in parte. E’ finita che anche Joe ha ricevuto uno di quei tremendi tagli squadrati. Il barbiere sembrava cosi’ concentrato e io mi sentivo talmente poco a mio agio che l’ho lasciato fare. Forse sotto sotto speravo che, se lo avessimo lasciato lavorare in pace, alla fine avrebbe alzato lo sguardo e ci avrebbe trattato come gli altri. Mi sarebbe piaciuto andare via senza quella sensazione di ostilita’, senza quel qualcosa che conosco molto poco, ma che ferisce. Ci ha messo talmente tanto che Joe si e’ addormentato li’, con la testa fra le sue mani.

Solo in un secondo momento, ho scoperto che i Barber Shop sono un’istituzione importantissima nelle comunita’ afroamericane. Hanno radici storiche che affondano ai tempi della schiavitu’ e sono soprattutto luoghi di ritrovo per i membri di quella comunita’. Probabilmente il fastidio e la tensione che ho percepito non erano una mia fantasia. Nessuno ci ha trattato male, assolutamente, ma sono convinta che allo stesso modo, nessuno avrebbe fatto un dramma se non fossimo piu’ tornati.

Il secondo episodio mi e’ successo ieri sera. Ero stata a cena con un’amica, era quasi mezzanotte e in giro non c’era un’anima. Ero praticamente davanti a casa quando mi ha fermato una camionetta della polizia. Mi sono subito un po’ spaventata. Oltre a tutte le luci rosse e blu lampeggianti, ne hanno una chiara abbagliante, fortissima. Se, mentre aspetti nella tua auto, ti giri per vedere se arriva il poliziotto, ti acceca, e’ inquietante. Mi hanno spiegato che lo fanno perche’ cosi’ e’ piu’ difficile che vengano colpiti, in caso di sparatoria. Comunque, se ti fermano di notte ti tocca aspettare li’, seduto nella tua macchina finche’ il poliziotto non ti si materializza davanti sparandoti una torcia elettrica in faccia. Il poliziotto era bianco, mi e’ sembrato giovanissimo e inesperto. Mi ha fatto delle domande un po’ strane. Mi ha chiesto dove andavo, dove fossi stata e anche a fare cosa, perfino il nome del ristorante, che lui li conosceva anche i proprietari di quel ristorante. Ha voluto sapere perfino cosa ho ordinato e il nome della mia amica. E io ho risposto. Qualcuno mi ha detto che avrei dovuto rifiutare e forse e’ vero. Non so se ho subito un sopruso. Forse tutte quelle domande fanno parte della procedura per capire se una persona e’ ubriaca. Non lo so. So solo che sono stata presa alla sprovvista e francamente ho avuto paura. Mi sono sentita in balia di un ragazzino, un completo sprovveduto armato fino ai denti e volevo solo andarmene a casa. Un’amica mi ha detto che forse si e’ comportato cosi’ perche’ mi ha scambiato per una messicana, non so nemmeno questo. La mia sensazione e’ che stesse cercando una preda facile, che volesse evitare di trovarsi davanti qualche brutto ceffo. A me e’ sembrato che avesse paura anche lui.

Il motivo per cui mi ha fermato e’ che secondo lui andavo troppo piano. E’ da li’ che sono scaturite tutte le sue mille domande assurde. Mi ha lasciato andare solo quando gli ho detto la pura verita’: che andavo piano perche’ c’era la mia canzone preferita alla radio e stavo cercando di ascoltarla tutta prima di arrivare a casa.

- Ok, I got you!

Grande allegria. Buonanotte, scusa il disturbo.

Se ti intimidiscono cosi’ tanto quando cercando disperatamente di fare i simpatici, mi immagino cosa siano questi poliziotti americani quando cercando di farti paura.

domenica 17 agosto 2014

di campeggi, spiagge e di tutte quelle piccole cose che ti fanno innamorare di uno straniero (o della vita in un paese straniero)

Per tutta la vita, la mia idea di vacanza estiva e’ stata una sola e molto banale: sole, mare, spiaggia, lungomare e ripetere.

Per tutta la vita, l’idea di vacanza estiva di Mr. J. e’ stata una sola e molto poco banale: campeggio, possibilmente quello che qui chiamano primitivo, dove prendi la tua tendina e la pianti in un posto dove non c’e’ anima viva, a parte orsi, leoni di montagna e simili amenita’.

Ecco, quando ho conosciuto Mr. J. la mia idea di vacanza estiva ha subito un duro colpo. All’inizio, per me, cresciuta in una tipica famiglia salentina, era come avere a che fare con un marziano. Cioe’ lui non capiva perche’. Perche’ devi stare in spiaggia tutto il giorno? Cosa c’e’ di cosi’ speciale? Vuoi leggere un libro, ascoltare la musica? Non stai molto piu’ comodo sul tuo divano?

E per lui deve essere stato molto simile. Quando gli ho raccontato delle mie pochissime esperienze di campeggio, non sapeva se ridere o piangere. 

La differenza e’ che mentre io ho sempre cercato di convincere lui a fare un po’ di vita da spiaggia, lui ha fatto tutto quello che poteva per tenere me lontano dal campeggio. Il giorno prima di partire, qualche settimana fa, l’ho beccato che si informava sugli alberghi della zona, per dire. Voleva avere un piano b lui. Just in case.

Che poi sembra strano, ma sono anche queste le cose che ti fanno innamorare di uno straniero (o della vita in un paese straniero). Il fatto che ti costringa a metterti in gioco, a riflettere, che sfidi tutte quelle piccole e grandi convinzioni che hai sempre avuto. Ancora oggi, dopo piu’ di dieci anni che ci conosciamo abbiamo di questi dibattiti un giorno si’ e uno no. Fortuna che sulle cose serie siamo d’accordo.

Tornando alla spiaggia, probabilmente e’ uno di quei casi in cui basta guardarci per capire dove sta l’inghippo. Io scura, mediterranea in tutto e per tutto, lui chiarissimo, pelle delicata, biondo, occhi azzurri. Tutte quelle sensazioni che per me sono piacevoli come il sole in fronte, il sale sulla pelle, i piedi che affondano nella sabbia, rappresentano per lui il fastidio allo stato puro. Piu’ di una volta in questi anni siamo stati al mare fuori stagione. Non l’avrei detto, ma oramai non sono per niente sicura che mi piacerebbe tornare al caos degli ombrelloni e delle folle di bagnanti. Quando ci si apre a nuove asperienze, tante volte finisce che un po’ si cambia.

Per quanto riguarda il campeggio, invece, quest’anno mi sono impuntata: era arrivato il momento per me di riprovare. Certo, conosco i miei limiti e non mi sarei mai lanciata nel campeggio selvaggio che faceva lui prima, ma uno tranquillo, un minimo civilizzato, con dei bagni, delle docce se non e’ chiedere troppo, magari alternato a qualche notte in albergo, giusto per darsi una rinfrescata…perche’ no?

Arrivati li', mi e’ presa l’euforia, mi piaceva tutto, mi si e’ come aperto un nuovo mondo. Il problema e’ che avevo dimenticato di lasciare a casa una cosa davvero trascurabile in un’esperienza simile, l'ansia di fare, andare e organizzare. Allora Mr. J. mi ha fatto una proposta, una di quelle molto allettanti.

- Senti ma perche’ invece non ci sediamo qui e basta?

- A far cosa?

- A fare campeggio.

In quel momento ho capito tutto. A lui il campeggio piaceva esattamente per lo stesso motivo per cui a me piaceva la spiaggia. A quel punto, ci e’ bastato fare campeggio vicino a una spiaggia.

Volendo, non e’ poi cosi’ complicato venirsi incontro.

E sono stati davvero dei bei giorni.

Perche’ in campeggio o sulla spiaggia ci siamo resi conto di aver bisogno di una cosa sola quest’anno. Di scollegarci da tutto (e il termine scollegarci non e’ li’ a caso…), di rallentare, di stare, solo di stare.

Ed e’ questo che abbiamo fatto.

lunedì 11 agosto 2014

on the road again

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Cliccando su questa foto, potete vedere un po' dei posti di cui vi parlo.
Nemmeno il tempo di riprendermi dal fuso orario che ero di nuovo in viaggio. Questa volta e’ stato un tipico road trip all’americana, io, il piccolo Joe e Mr. J. In due settimane abbiamo macinato tanti di quei chilometri che a pensarci ora vengono un po’ le vertigini. Siamo partiti da Dallas, Texas e poi Oklahoma, Missouri, Illinois, Indiana e su su fino al Michigan. E’ un viaggio bello, ma un po’ sfiancante in alcuni tratti. In Illinois ad esempio, non c’e’ assolutamente nulla, il nulla piu’ totale, solo campi di granturco per cinque o sei ore buone e poi come un’oasi nel deserto, Chicago, una citta’ piena zeppa di arte, di tutto, in cui mi ci potrei perfino vedere a vivere, anche se mi hanno consigliato di visitarla d’inverno prima di decidere. Sento di avere imparato davvero tanto durante questo viaggio, tutte quelle piccole e grandi cose che solo la strada puo’ insegnarti. Un motociclista che ti sfreccia davanti senza casco e che lascia intravedere la pistola infilata nei jeans mentre il vento gli alza la maglietta. Osservare per tre giorni in campeggio una nonna e una nipotina che stanno perennemente sedute l’una di fronte all’altra e non si rivolgono la parola, mai: la prima attaccata al cellulare e la seconda al libro che legge voracemente senza alzare gli occhi per nessun motivo, a occhio e croce avresti detto il contrario. Il cambio di clima, di flora e fauna. Ti lasci alle spalle il Texas dove, come si sente dire spesso, sembra che tutto voglia ucciderti, a partire dal clima estivo, quaranta gradi minimo ogni giorno, serpenti velenosi, ragnacci cattivi, formiche del fuoco, tornado, inondazioni e chi piu’ ne ha piu’ ne metta e arrivi in Michigan dove e’ tutto pacifico e tranquillissimo e altretutto se racconti queste cose ti guardano come se venissi da un altro pianeta. Sul lago degli Ozarks, in Missouri, ho visto un copperhead, uno dei serpenti velenosi piu’ famigerati del Nord America, fortunatamente a una certa distanza in un ruscello, ma sono emozioni, diciamo cosi’. Il lago Michigan, che e’ uno dei famosi Grandi Laghi, mi ha lasciato completamente a bocca aperta. Piu’ che un grande lago, e’ un mare di acqua dolce. Devi proprio mettertelo bene in testa che sia un lago perche’ profuma di mare ed e’ immenso, uguale al mare. Ma non ci sono gli squali e le meduse e tutte quelle brutte cose li’. Bingo. Ho trovato il mio luogo di balneazione americano preferito, peccato sia cosi’ fuori mano.
E domani, dopo due mesi di peregrinazioni, torno ufficialmente al lavoro. Mi sento rilassata e piena di energia, e’ stata una pausa estremamente utile in tutti i sensi.
Che il bello dei viaggi e’ anche questo, tornare a casa.

sabato 26 luglio 2014

l’odissea

In uno degli ultimi post mi spingevo a fare un’affermazione che e’ stata giudicata da alcuni un po’ forte e cioe’ che in viaggi come quello che faccio io per andare da Dallas a Milano (specialmente in compagnia di bambini) tutto puo’ succedere.

Ecco, dopo quest’ultimo ulteriore viaggio, mi sento di continuare strenuamente a difendere la mia opinione. Purtroppo.

Quante volte sara’ capitato anche a voi di immaginare, anche solo per un minuto -perche’ in fondo e’ assurdo, no? - di essere in qualche modo finiti sull’aereo sbagliato. Incredibilmente e’ quello che e’ successo a me, ma facciamo un passo indietro.

Il mio viaggio e’ cominciato prima ancora dell’alba, qualche giorno fa. Sono partita da casa con il giusto anticipo perche’ volevo essere sicura di aver il tempo di risolvere eventuali contrattempi visto che all’andata, all’aeroporto di Dallas, alla simpatica e competente signorina del check-in era venuto in mente di farci pagare duecento dollari per ogni valigia. In pratica secondo lei il costo di un biglietto intercontinentale non include nessun bagaglio. Un’assurdita’. Ma immaginate che la suddetta operatrice aeroportuale non vi lasci andare finche’ o pagate o le mostrate l’esatta riga del contratto in cui si dice che e’ consentito portare una valigia da 23 Kg. Ci vuole un attimo per sbrogliare la matassa, soprattutto se in quel preciso istante, tuo figlio di tre anni decide di quasi ropersi il setto nasale contro il nastro trasportatore, ma quella e’ un’altra storia.

Dicevamo. Partiamo con il giusto anticipo, le valige, piene fra l’altro di parmigliano, olio e caffe’ come nella migliore tradizione expat, pesano esattamente 23 Kg l’una. Perfetto. Il primo volo e’ puntualissimo. Andiamo a Londra, dove aspettiamo in una fantastica sala giochi il secondo, anche questo preciso come un orologio a cucu’. Joe e’ bravissimo, un vero angelo, malgrado la notte precedente una zanzara tigre gli abbia punto, fra l’altro, un orecchio e una guancia rendendolo lievemente deforme, povero bimbo. L’aereo che ci porta da Londra a Dallas e’ brutto e vecchio, ma poco male. Abbiamo un buon posto e il tempo vola. Realizzo che Joe e’ convinto che non stiamo tornando a casa, ma che stiamo semplicemente andando a prendere dada, il suo papa’, per portarlo dai nonni e cerco di spiegargli come stanno le cose. Siamo quasi arrivati, non sembra vero che sia filato tutto liscio.

E infatti.

“Gentili viaggiatori, vi informiamo che tutto procede per il meglio e stiamo per atterrare, purtroppo a Chicago invece che a Dallas. Ci scusiamo per l’inconveniente”.

Surreale. A Chicago accennano a un rifornimento di carburante, non si sa nulla di preciso. Non sanno se ci faranno scendere dall’aereo o meno. Aspettiamo. Ci fanno scendere. Andiamo a recuperare le valige per reimbarcarle di nuovo, controllo passaporti, sicurezza e, dopo una corsa estenuante, siamo di nuovo a bordo. Appena in tempo. Mi sento sollevata, avevo paura di perdere anche questo volo, ma inspiegabilmente… non parte. Aspettiamo ancora. C’e’ un piccolo problema, abbiamo una ruota sgonfia, vengono a controllare la pressione, cinque minuti e partiamo. Aspettiamo. Il tempo passa. La ruota e’ da cambiare. Ci fanno scendere. Ci dicono di non muoverci dall’area imbarco che stiamo per ripartire, passano un paio d’ore ancora. Niente cena. Fame sonno. Ci imbarcano finalmente su un altro aereo. Stiamo per decollare! O no? Stavolta il problema e’ che una trentina di passeggeri non sono tornati a bordo. Che razza di problema e’? Quando mai si e’ visto un aereo che non parte finche’ tutti i passeggeri sono a bordo? Mentre aspettiamo, alcuni tornano a bordo con le buste del duty free e gli siamo tutti molto grati. Le hostess fanno l’appello come a scuola. Se sentite il vostro nome suonate la campanella. Passano i quarti d’ora, e’ tutto molto ridicolo e avvilente, ma finalmente decolliamo. Vuoti d’aria, piccole turbolenze, ma arriviamo a Dallas. Almeno per noi e’ l’ultima destinazione, altri compagni di viaggio non sono cosi’ fortunati e dovranno passare la notte in aeroporto prima di imbarcarsi nuovamente, si’ perche’ il comandante informa che al momento non sono disponibili camere d’albergo.

Conosco tante persone che viaggiano molto e ho sempre sentito dire che piu’ si viaggia, piu’ l’aereo fa paura. Io di paura non ne ho mai avuta, ma questa volta vi confesso che qualche brutto pensiero l’ho fatto. Beh, avrete sentito anche voi le notizie, tre aerei caduti in pochissimi giorni e poi Mr. Johnson mi ha detto che la storia del carburante era una balla e che sul sito della compagnia si parlava di un atterraggio a Chicago per una riparazione gia’ subito dopo il decollo da Londra. Abbiamo volato piu’ di quattro ore con questo ipotetico “guasto” allora? Tutto questo non e’ molto rassicurante.

Per concludere, sono felice di essere arrivata a casa sana e salva insieme a Joe tutto qui. E faro’ tutto quello che posso per avere un risarcimento (a proposito, se qualcuno avesse delle informazioni in proposito, lo ringrazierei vivamente). Ma sapete che cos’e’ la cosa che davvero mi ha fatto infuriare piu’ di tutto in questa storia?

La reazione degli americani.

Gli altri molto meno, ma gli americani erano tranquilli, sorridevano loro, almeno fino all’ultimo imbarco. Perdevano giorni di vacanza, aerei, ore di sonno e sorridevano sempre. Non lo dimentichero’ mai. Quando siamo atterrati a Dallas c’era questo povero ultraottantenne seduto vicino a noi. Per tutto il viaggio l’ho guardato con apprensione, stava in piedi a malapena, era tutto curvo, chissa’ che mal di schiena dopo tutte quelle ore. Non ci crederete, ma all’atterraggio per prima cosa si e’ voltato verso il personale di volo (che non era stato per niente gentile e che, tra l’altro, era cambiato a Chicago, quindi era appena entrato in servizio) e gli ha detto “beh io adesso vado a dormire nel mio letto, mi dispiace che voi invece siate ancora qui a lavorare”.

Quasi gli chiedeva scusa lui. Mi rendo conto che fare una scenata, come avrei immensamente voluto fare io, forse non sarebbe servito a niente (o forse si?), ma come si fa a essere cosi’ remissivi, cosi’ apologetic a prescindere? Mi spiegano che come al solito l’atteggiamento confrontational tipico di noi italiani e’ visto come maleducato, ma… ce l’avete il sangue nelle vene? Sul serio. Non credo che loro fossero meno stanchi e demoralizzati degli altri passeggeri, ma esternarlo mai e poi mai. Che noia!

Poi un giorno forse vi raccontero’ su cosa ho riflettuto quando ero in Italia riguardo ai rapporti personali qua e la’. Per adesso passo e chiudo. 

 

Post Scriptum.

Subito dopo il viaggio, la compagnia aerea si e’ scusata via email e ha anche generosamente offerto di aggiungere un po’ di miglia extra sul mio conto e quello di Joe. Ho risposto che conoscevo i miei diritti e che in base a una certa legge europea (Regulation 261/2004) avevo diritto a un certo rimborso. Hanno accettato senza nessuna lamentela. La lezione e’: loro cercheranno di non rispettare la legge, ma se gli fate capire che la conoscete, giustizia sara’ fatta.

Spero questa mia esperienza possa essere utile a qualcuno di voi.   

venerdì 25 luglio 2014

palloncini o palle gonfie

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Questo e’ un oggetto che ho trovato nella dispensa dei miei in Italia.
Un errore tipico di chi sta imparando una lingua: cercare sempre il modo più difficile per esprimere un concetto, anche semplicissimo.
Comunque no, caro traduttore. Mi hai fatto molto ridere, ma le palle gonfie e i palloncini sono due cose ben diverse anche in inglese.

lunedì 30 giugno 2014

il ritorno


Mi piacerebbe potervi raccontare che le hostess mi hanno offerto fiumi di champagne e che tutto e' filato liscio come l'olio, ma purtroppo il viaggio è stato un'odissea, come di consueto. La prossima volta che qualcuno mi dice non capisco perchè ti agiti, l'importante è avere il passaporto e il biglietto, lo sbrano. Tutti avvisati, eh. E' che sono viaggi relativamente impegnativi di per sè, con bambini al seguito rasentano la temerarietà. Tutto può succedere e quando dico tutto, intendo tutto sul serio. Ma c'è un lato positivo, prima o poi si arriva.
Vivo in un paese qualunque alle porte di Milano, non a Roma o a Firenze o in uno di quei posti turistici che frequentano gli stranieri, eppure l'altro giorno, quando sono arrivata in bicicletta, nella piazza del mio paese mi sono commossa. Era una piazza, una piazza vera, piena di gente, viva, caotica, anche in un pomeriggio qualsiasi nel mezzo della settimana. Anziani, bambini che giocavano a calcio, amici che si incontravano per caso e che si salutavano ad alta voce e si baciavano sulle guance con affetto e teatralità.
Queste sono cose a cui non ho mai dato importanza vivendo qui, ma che io in Texas, non ho. Laggiù non esiste l'idea di prendere la bicicletta per fare un giro o comprare qualcosa, al massimo si carica la bicicletta in macchina e si va al parco. Non esiste andare in piazza a mangiare un gelato o semplicemente vedere chi c'è, di solito ci si dà appuntamento per fare qualcosa di ben preciso e delimitato nel tempo.
L'Italia ha mille problemi e spesso ti sfianca e ti avvilisce con la sua burocrazia e le sue complicazioni, ma ha anche mille vantaggi che ti rendono la vita più colorata.
Il piccolo Joe è tranquillissimo. Lo lascio molto con i miei genitori e non sento nessuna ansia. Mi colpisce la naturalezza del loro rapporto. Lo viziano un po', certo, ma lo trattano normalmente proprio come trattavano me e mia sorella da piccole, e lui li segue, si sente a casa. Credo che Skype abbia molti meriti in tutto questo e forse anche tutte le lettere. Fin da piccolissimo gli lascio a disposizione biglietti colorati e buste in modo che possa scrivere ai nonni quando vuole e lui lo fa, lo ha sempre fatto. Ogni tanto scrive a uno di loro, cioè più che altro disegna, e così so che sono nei suoi pensieri. Tutti i suoi bigliettini sono appesi al frigo dei nonni, ormai è sommerso.
La mia vita qui è piena di cose belle, non solo arte e musica (in una settimana, nonostante i mille contrattempi, sono già stata alla mostra di Klimt a Palazzo Reale e al concerto di Vinicio Capossela a Villa Arconati), ma anche e soprattutto conversazioni che vanno al di là delle piccole cose di tutti i giorni e che mi lasciano sempre qualcosa dentro, che sia una domanda o una risposta. Ci sono diversi problemi pratici in Italia, la crisi bla bla bla, ma a me sembra che la preoccupazione principale dei miei amici qui sia il miglioramento di se stessi come esseri umani. Trovo estremamente affascinante parlare con loro e ascoltare le loro storie, il modo in cui ognuno sta perseguendo questo obiettivo. C'è chi fa volontariato, chi fa viaggi avventurosi, chi fa teatro o dipinge, chi scrive. Sono tutti inquieti, tutti in movimento, curiosi e assetati di novità. E' una cosa che dall'altra parte un po' mi manca. Dall'altra parte, qualche volta, vedo voglia di dimostrare di fare o essere delle cose, ma poca sostanza. Non conosco nessuno di là, ad esempio, che abbia mai manifestato il desiderio di aiutare gli altri se non monetariamente, per cui quando questi amici mi hanno raccontato con tutta normalità di dedicare una mattina a settimana, non i loro soldi, ma il loro tempo prezioso, ai malati terminali, mi si è aperto un mondo. Forse avverto semplicemente il difetto del quotidiano che non appartiene al Texas, ma è ovunque. Il quotidiano che un po' uccide i temi importanti, sdrammatizza e rimpicciolisce tutto, delle volte anche noi stessi.
Questo ritorno mi sta arricchendo, ho pensieri nuovi. Non è tutto sempre semplicissimo, ma sono felice di essere qui.

domenica 22 giugno 2014

ecco

Domani torno in Italia e ho questa strana fantasia per cui se prendi l'aereo il giorno del tuo compleanno - ma deve essere uno di quelli che vanno moooolto lontano- deve succedere per forza qualcosa di speciale. Ad esempio, mi controllano il passaporto e parte una musica tipo "Tanti auguri" di Raffaella Carra' e vengo sommersa di coriandoli e vinco un pesce rosso. Oppure mi offrono una bottiglia di champagne. Oppure mi mettono in prima classe.
Io ci spero in questa cosa. Ecco.

mercoledì 18 giugno 2014

divergenze sull’interpretazione di un’opera d’arte

Dialogo fra Joe, tre anni e Nonsi, sua madre, che di lavoro insegna arte ai bambini texani.

- Cosa hai disegnato Joe?

- Niente.

- Io vedo delle linee.

- Si…

- E dei colori.

- Sii…!

- E delle forme.

- Si! [Ma come se volesse dire ‘brava!’]

- Allora hai fatto un disegno astratto.

- NO. [Serissimo]

- Come no?

- NO.

- Ascolta. Ci sono le linee, i colori e le forme: e’ un disegno astratto.

- Non e’ astlatto, ho detto che e’ NIENTE.