giovedì 20 gennaio 2022

la capsula del tempo di joe

 "Ciao persona del futuro.

Vedo che hai aperto la capsula del tempo.
Per prima cosa il mio nome è Joe e questa capsula è stata costruita nel 2021 durante la pandemia di COVID-19.
Dovresti trovare un paio di adesivi, un elastico, un post-it, un evidenziatore, 36 centesimi e questo biglietto.
Niente di esaltante, lo so, ma sono comunque tuoi.
Per finire, ecco qualcosa che non voglio che tu faccia:
1- Clonare i dinosauri
2- Inventare la macchina del tempo
3- Cominciare la terza guerra mondiale
Se una di queste cose succedesse 😱
Bene, questo è tutto.
Ciao".

mercoledì 5 gennaio 2022

quando apri le braccia

Quando gli acchiappaconiglietti sono morti anziani nel giro di pochi mesi l'una dall'altro, è stato difficile ovviamente, ma il peggio in realtà è venuto dopo. 
Il peggio, come tutti quelli che ci sono passati sanno, è ricordarli ogni giorno con un sorriso -sempre con il sorriso- ma rendendosi anche conto che ti mancano e ti mancheranno per il resto della tua vita.
Appena il ricordo ha allentato un po' la presa, ho avvertito un vuoto enorme. Ho sentito con chiarezza che avevo bisogno -bisogno- di avere vicino un altro cane. Il fatto è che non riuscivo più nemmeno a guardarli i cani. Avevo inavvertitamente sviluppato una corazza, un guscio, insomma un sistema per evitare di soffrire un'altra volta.

Qualcuno senza giri di parole, mi ha detto 'vuoi un cane? Vai in canile e prenditi un cane'. Che bella cosa la logica, ma ve li ricordate i biglietti nei cioccolatini, no? 
Il cuore ha la sua ragione che la ragione non conosce. 
Avevo cominciato ad accarezzare l'idea che sarebbe stato il cane in qualche modo a venire da me. L'ho detto diverse volte e ci credo sul serio: mettiamo anche che vai in canile (ma io non ero pronta per andarci), sono convinta che a dispetto delle apparenze sia il cane, o quanto meno le circostanze, a scegliere. 

Stavolta l'universo mi ha ascoltato, anzi mi ha preso alla lettera.

Quella mattina avevo deciso di prendermela comoda. Poi, non so esattamente cosa mi sia successo, ho aperto gli occhi, ho visto l'alba con i suoi colori e ho avuto un'insolita esplosione di energia. Mi sono vestita in fretta e furia (mai successo prima) e sono corsa a raggiungere il resto della famiglia che stava andando a scuola a piedi. Una bellissima mattina. Pensavo a tutto quello che avrei voluto fare quel giorno, ma come al solito, meglio non fare troppi piani nella vita.

Arriva un grosso cane. Sta correndo, sembra in panico. Istintivamente, per paura di spaventarlo, mi siedo per terra e apro le braccia.

Apro le braccia.

E lui, viene da me.
Rimaniamo così per un po' mentre cerco di capire cosa fare, chi chiamare. Ha un collare con dei numeri di telefono, ma nessuno risponde. Non posso lasciarlo andare, potrebbe essere investito. Allora mi viene un'idea disperata. Mi tolgo la sciarpa e improvviso un guinzaglio. Lui mi segue senza opporre resistenza anche se sembra molto agitato e spaventato.

Lo porto a casa e continuiamo a chiamare. 
Spero con tutte le mie forze che nessuno risponda, ma penso anche che sia impossibile che qualcuno da qualche parte non stia cercando questo cane dolcissimo.

Potete immaginare la sorpresa quando è venuto fuori che il cane era scappato dal giardino della famiglia che lo teneva in affido in attesa che venisse adottato. 

Se lo volete, è vostro, dice.

Lo vogliamo? 

Attenta a quello che desideri, potrebbe avverarsi.

Per quale motivo un cane così stupendo è stato abbandonato?
 
Mischka, questo è il suo nome, è un pastore australiano che viveva con due suoi fratelli. Un giorno sono scappati e uno dei tre è stato investito. Il loro umano non ha retto al dolore e li ha affidati a questa associazione di volontariato. Non so cosa sia successo all'altro fratello sopravvissuto, ma su Mischka non aveva torto: non ha fatto altro che continuare a scappare da tutti quelli che lo hanno accolto.

Non ci ho nemmeno pensato tanto. La risposta è no.

Non voglio questo cane e soprattutto non voglio che mi spezzi il cuore quando finirà come il fratello.

Dopo aver guardato Mischka andare via, ho pensato molto a lui. Ho guardato e riguardato le foto che gli avevo scattato.
Può mancarti un cane con cui hai passato un paio d'ore?
Cerco sempre di astrarre quando mi capita qualcosa che mi tocca profondamente.
Ho pensato al significato che diamo alle cose che ci succedono.
Mi sono detta che di sicuro Mischka era entrato nella mia vita per un motivo preciso, ma questo motivo forse non era così ovvio. Forse il suo compito era semplicemente spezzare quel guscio che non mi serviva a niente perchè un cane come lui, mi dicevo, doveva vivere in una fattoria o in un ranch, ecco. Ce ne sono tanti qui intorno e lui è un cane pastore, ha bisogno di lavorare, radunare mucche, cavalli, correre tutto il giorno all'aria aperta. 
Sono passate diverse settimane, ma il pensiero di Mischka non passava. Un giorno che ero in Florida e avevo visto delle tartarughe sguazzare nell'oceano, mi sono fatta coraggio e ho chiesto notizie di lui. Non potevo sopportare l'idea che fosse tornato in canile. Volevo solo che mi dicessero che aveva trovato una casa da qualche parte.

E invece Mischka era ancora lì. 
Se lo volete, è tutto vostro.

Vogliamo un cane di taglia grande, decisamente adulto, molto vivace e con una innata tendenza alla fuga?

Stavolta ci penso molto più seriamente, studio e faccio incetta di video. 
Ci sono vari video sul perchè *non* si dovrebbe scegliere un pastore australiano. 
Mi scoraggio, ma poi penso anche che sia un attimo razzista giudicare un cane in base al pregiudizio sulla sua cosiddetta razza, no? 
Valutando tutto concludo che sì, questa volta sì, voglio almeno provare. Non dovrei, ma mi sento responsabile per Mischka: quel giorno lui è venuto da me.

Mischka è con noi solo da pochi giorni. In teoria sarebbe una prova, ma nessuno di noi potrebbe immaginare di restituirlo. 

La prima notte non riusciva a trovare pace. Era confuso, ansioso. Joe ha scoperto che si calma quando qualcuno legge ad alta voce, ma alle due di notte voleva andare in giardino a giocare: temperatura - 4. E andiamo a giocare. Non c'è un limite alla quantità di palline e bastoni che Mischka possa correre a recuperare.

Facciamo lunghissime passeggiate, gli insegnamo trucchetti che lo fanno rilassare e che lui è entusiasta di imparare, giochiamo tanto. Nonostante la stazza, è delicato nei suoi gesti. Va d'accordo con grandi e piccoli, non abbaia, non sale sul divano, non ruba il cibo (non ho mai avuto un cane che non ruba il cibo, pensavo non esistessero!). L'unica cosa che proprio non gli riesce è camminare al guinzaglio, bisognerà insegnarglielo. Mi sta sempre vicino, ma mai troppo, proprio come faceva La Ragazzina. 

La cosa più sorprendente visti i suoi trascorsi è che quando apriamo la porta di casa non cerca di scappare. 
In effetti, è sempre scappato dai giardini delle case non dall'interno, ma si rifiuta di andare nel nostro giardino da solo. Che sia stato lasciato da solo in giardino troppo a lungo? Che si annoiasse e da qui le fughe? Che sia un tale genio della fuga da aspettare che abbassiamo la guardia? Non lo so. Capiremo meglio con l'andare del tempo o forse no, in questi casi rimane sempre un certo mistero.
Non sembra un cane sereno, è sempre sul chi va là. Non mi perde di vista un secondo.
Ha subito tanti cambiamenti e traumi, ma mi consola vederlo almeno più sereno di un paio di giorni fa. 
La notte preferisce dormire invece che inseguire palline, vedo dei passi avanti.
Fino a pochi giorni fa 'Mischka' era un termine sconosciuto e ostico per me e invece questo nome che tra l'altro porta con sè l'ennesima bellissima coincidenza di questa storia, ora mi piace tanto.
Niente, non si decide il cane e nemmeno il nome, ma va bene così. 
Ho letto che Mischka significa orsetto in russo, il nostro orsetto.

giovedì 16 dicembre 2021

i fiori o le radici

 



In questi pochi mesi ho imparato tantissime cose sulle piante.

E anche su me stessa.
Ho sempre pensato di essere una a cui piacciono i fiori. Viene fuori che in realtà quello che mi entusiasma sono le radici.
🌱

martedì 14 dicembre 2021

ricordati che vogliono essere qui

Avrete tutti sentito dell'ennesima sparatoria in un istituto scolastico del Michigan un paio di settimane fa. Nella mia situazione, certe notizie richiedono una certa dose di autocontrollo. Voglio dire, non posso lasciarmi prendere la mano nè dalla curiosità nè ancor meno dall'emozione perchè di emozioni in gioco ce ne sono davvero troppe. C'è il senso di rabbia e impotenza che provano tutti, a cui si somma l'inquietudine del genitore che ogni mattina manda due bambini allo sbaraglio in uno stato in cui la passione per le armi oltrepassa tutto, anche l'appartenenza politica. E infine c'è la ciliegina sulla torta, la sofferenza impalpabile dell'insegnante che ogni mattina va a lavorare consapevole, in fondo, di potersi trovare in pochi secondi a dover fare scelte impensabili.

Oltretutto in questo periodo in cui sto facendo la supplente, non ve lo nascondo, ci penso di più a queste cose, agli imprevisti. Ci sono delle procedure certo, tante di quelle procedure, ma dovesse succedere qualcosa di serio, anche solo un'allerta meteo, probabilmente sarei in difficoltà. Non faccio supplenze lunghe, la mia missione in questo momento è specificamente quella di visitare più scuole possibili quindi di solito la mattina vengo accompagnata in classe munita di mappa dell'istituto e appena comincio a orientarmi è già ora di ricominciare tutto da capo da un'altra parte. Le scuole sono tutte diverse a livello architettonico. Ci sono quelle grandi, quelle piccole e poi anche gli studenti cambiano: ci sono quelli delle elementari, quelli delle medie, delle superiori e ognuno risponderebbe in modo appropriato all'età di fronte a un qualsiasi fuori programma.

Il giorno della sparatoria del liceo del Michigan, con quello stato d'animo lì che si può immaginare, sono andata a controllare dove avrei insegnato il giorno successivo. Dal sito non riuscivo a capire, non sembrava una scuola come le altre. Allora ingenuamente ho usato Google. Il primo risultato che è uscito: nome della scuola + sparatoria. Andiamo bene.
Per i motivi che esponevo all'inizio, ho evitato di indagare più di tanto, ma pare ci sia stata una sparatoria anche nei pressi di quella scuola qualche anno fa.
Da una parte mi veniva da sdrammatizzare. Mi pare ben difficile che ci siano due sparatorie nella stessa scuola, no? Dall'altra...boh, un po' di impressione me la faceva questa cosa. Soprattutto quel non sapere esattamente cosa avrei trovato il giorno dopo.

La mattina successiva si è chiarito tutto. Mi trovavo in una sorta di istituto per il recupero anni scolastici frequentato da ragazzi con problemi molto seri. Problemi personali (dipendenze, guai con la giustizia, malattie, gravidanze precoci...) o familiari (alcuni con situazioni molto complesse, altri che una famiglia o una casa non ce l'hanno del tutto). E' una scuola molto più piccola delle altre che accoglie solo chi dimostra di essere altamente motivato a risollevarsi. Questa è una cosa che mi é stata ripetuta da almeno tre persone diverse come una sorta di rassicurazione, ma di quelle rassicurazioni che poi in realtà ti allarmano perchè fin lì non avevi capito di dover essere rassicurato. 'Ricordati che questi ragazzi vogliono essere qui', ripetevano tutti come una sorta di mantra. Avevo l'impressione che tutte quelle spiegazioni avessero il duplice scopo di suggerirmi una certa condotta e anche prepararmi a eventuali fuori programma.
Quando è arrivata la prima classe non ci credevo. I ragazzi più disciplinati e silenziosi che abbia mai visto. Tanto silenziosi che dopo un po' ho cominciato a sentirmi a disagio.
Guardate che siete liberi di fare due chiacchiere mentre lavorate. No, eh? Che dite, ascoltiamo un po' di musica? Niente, silenzio e nessun eye contact.
Non era un'ambiente per niente allegro, adatto all'età. Si percepiva al contrario una depressione di fondo e anche una grande tensione come di bomba che sta per esplodere o forse no, forse non c'era nessuna bomba in quella classe, forse erano alberi che stanno per fiorire, difficile dirlo. All'ora di pranzo mi hanno mandato a piantonare la piccola mensa e poi il bagno insieme a un altro insegnante. C'era anche un poliziotto dotato di giubbotto antiproiettile e tutto, ma ho scoperto che questa è una figura professionale presente in tutte le scuole medie e superiori qui.
La giornata è volata senza il minimo intoppo. Una ragazza incinta all'ultima ora era radiosa, l'unica persona visibilmente felice che abbia incontrato in tutta la giornata. Mi ha colpito tantissimo nel panorama generale. Un'altra ragazza invece ha pianto per più di un'ora di fila fissando il vuoto e un ragazzo si è addormentato in classe. Mi avevano avvertito anche di questo, alcuni lavorano la sera e la mattina proprio non ce la fanno a star su.
Dopo avere lavorato un po' con tutte le età nell'ambito della didattica museale in Italia, mi sono innamorata della creatività dei bambini delle elementari. Amo insegnare arte alle elementari perchè i bambini, soprattutto prima dei 9-10 anni, sono liberi dal giudizio altrui e la scuola, a differenza del museo, per me ha il vantaggio della relazione personale, del poter vedere i progressi. Facendo supplenze, però qualche volta sono stata tentata dalla possibilità di spostarmi alle medie o alle superiori visto che sono abilitata e sta a me scegliere). Indubbiamente sotto il profilo pratico il lavoro è più semplice, ma mi sono resa conto subito che c'è un altro ostacolo.
Un giorno piombai in una scuola di quelle un po' complesse (anche se al momento non lo sapevo), nel mezzo di una lezione. Non so perchè l'insegnante di arte si fosse assentata all'improvviso. In classe trovai ad accogliermi il professore di sostegno. Dopo un po' che parlavamo notai che molti ragazzi avevano approfittato della nostra distrazione per fare altro, ma lui non interveniva. Quando uscì, in tutta tranquillità, chiesi a una ragazza di mettere via il telefono e lavorare. Lei scattò in piedi come una molla e mi si piantò davanti come a minacciarmi fisicamente. Ecco, in quel momento ho capito che quel tipo di lavoro non fa per me, non ho il physique du role e poi c'è anche un'altra cosa. Alle elementari hai davvero la sensazione di poter ancora contribuire con un verso, diciamo così. Oltre una certa età invece si cambia solo se lo si vuole fortemente.
Ci sono certe scuole dove immaginare che un ragazzo (ragazzo, maschio) disperato tiri fuori un fucile, non è così inconcepibile. E infatti succede e continua a succedere.
Sarebbe bello se in Texas l'accesso alle armi venisse ostacolato almeno quanto l'accesso all'aborto.

sabato 11 dicembre 2021

dello spelling bee e della meritocrazia/2

Innanzitutto grazie per i messaggi e le condivisioni del post e delle storie di ieri nonostante il famigerato algoritmo in questi giorni remi decisamente contro.

Vorrei aggiungere solo una cosa al discorso.

Alla fine del post scrivevo: "Da quando giro così tanto per le scuole, mi sono resa conto che la vera separazione della società americana non è creata né dalla politica né dal razzismo, ma dal classismo".
Qualcuno mi ha chiesto chiarimenti. Confermo. Intendevo esattamente quello che ho scritto.
Un giorno sono stata in una scuola meravigliosa. Era un liceo come quelli dei telefilm. Ragazzi di tutti i colori tranquilli, apparentemente sereni e mischiati fra loro, non a gruppetti come succede la maggior parte delle volte.
Quando ho visto per tutta una lezione una ragazza musulmana con il velo ridere e scherzare con due tipiche popular girls texane (una cosa che di solito non succede), mi sono resa conto della differenza. Quella scuola era in un quartiere non solo molto "diverso", ma anche molto ricco. È un quartiere relativamente nuovo e sembra che non solo i texani ma anche tutti gli stranieri di successo vadano a vivere lì.
Ai miei occhi questa cosa ha reso evidente che il problema non è la diversità in sé, ma il trauma. I ragazzi poveri hanno quasi sempre delle esperienze traumatiche alle spalle e non sono sereni.
Ci sono scuole in cui i ragazzi hanno fame letteralmente, in cui ci sono addirittura lavatrici perché i genitori sono assenti per lavoro o per altre questioni. Per me è questo che crea la base per le discriminazioni peggiori.
Come dicevamo ieri, un bambino che ha problemi in famiglia, non può avere gli stessi risultati accademici di uno che viene seguito. Il ritardo inizia all'asilo e non fa altro che allargarsi se nessuno interviene. A questo si aggiunge il fatto che un bambino traumatizzato o non curato in modo soddisfacente avrà spesso dei comportamenti che i suoi simili (e anche i suoi adulti di riferimento) faticano a comprendere. Da qui nascono le divisioni che continuano fino all'età adulta.
Prendi un gruppo di bambini che possono avere problemi vari ovviamente, ma che hanno sempre avuto tutto quello di cui hanno bisogno almeno a un livello basilare (una casa, una famiglia amorevole) e la situazione cambia in modo drastico.

venerdì 10 dicembre 2021

dello spelling bee e della meritocrazia

Vi parlo di nuovo di Joe, ma non solo. E' stato scelto per rappresentare la sua classe allo Spelling Bee. Lo Spelling Bee è una competizione in cui i concorrenti sono invitati a compitare parole. Le parole devono essere pronunciate in modo lento e spezzate lettera per lettera per indicarne la corretta grafia che in inglese si differenzia molto dalla pronuncia.

Dicevo ieri nelle storie che non sapevo prevedere se questa esperienza avrebbe danneggiato o migliorato la precaria vita sociale scolastica di Joe.
E' stato un bambino molto ansioso, ma pare che a undici anni quel tipo di insicurezza se la sia lasciata davvero alle spalle. Dopo l'anno e mezzo passato a casa, non ha mai più avuto ansie da prestazione scolastica. L'anno scorso è tornato a scuola solo due volte per sostenere un esame e faceva i salti di gioia. Adesso é felice di essere a scuola, mentre prima giustamente lo dava per scontato e forse nemmeno gli piaceva più di tanto. Per lui, come immagino per tanti altri bambini, dopo la pandemia la percezione di molte cose è cambiata. A questo si aggiunge il fatto che il nostro Joe è sprovvisto del benché minimo spirito competitivo. Insomma, ha fatto un po' lo snob su questo Spelling Bee. Mentre ad altri bambini tremava la voce, lui è andato lì sicuro di sè e senza esitazioni. Se devo dirla tutta mi è sembrato che si annoiasse. Si è classificato settimo e visto che non ha studiato, penso possa essere soddisfatto.
Per lo Spelling Bee bisogna studiare perché accanto a parole di uso comune, vengono chieste parole difficilissime, termini arcaici e perfino stranieri. Una delle parole, ad esempio era "Fata Morgana", scritto proprio come lo scriviamo noi. In inglese indica un particolare tipo di miraggio, non ne avevo idea.
Il motivo di questo post però è soprattutto una cosa che è successa durante la gara e che mi ha dato da pensare. Un concorrente ha commesso un errore abbastanza macroscopico e nessuno dei quattro giudici se n'è accorto. E' stato piuttosto surreale.
A noi l'errore è sembrato palese, ma nessuno ha fiatato.
Non è successo, ma se quel ragazzino avesse vinto, sarebbe stata una grande ingiustizia. E non vale dire che era una competizione senza importanza. Avreste dovuto vedere l'emozione di quei bambini, tutto è importante e formativo a quell'età. Oltretutto i primi due classificati andranno avanti a sfidare altre scuole chissà magari fino al campionato nazionale e poi suppongo, borse di studio, contatti, chi lo sa. Come sempre nella vita, da cosa nasce cosa.
Secondo il regolamento letto prima della gara, i genitori presenti in teoria possono fare appello anche se non ho capito esattamente con che modalità. Il fatto è che non tutti i genitori erano presenti.
Io, ad esempio, per essere lì, ho dovuto perdere un intero giorno di lavoro. Non tutti possono farlo. Ecco quindi che gli studenti più abbienti hanno la possibilità di essere difesi in un caso come questo, gli altri no.
Questo mi ha portato a fare anche altre considerazioni. I ragazzi che vanno a fare lo Spelling Bee sono quelli che amano leggere. Più leggi, più impari a scrivere. L'amore per la lettura nasce nei primi anni di vita, ma come? Di solito i bambini si appassionano quando ci sono degli adulti che leggono ad alta voce per loro. L'età dagli zero ai tre anni è cruciale in questo senso. I bambini che hanno avuto la possibilità di ascoltare dei libri negli anni dell'asilo arrivano alle elementari con un vocabolario maggiore rispetto agli altri e imparano anche a leggere più velocemente. Leggere ai propri figli non è sempre una scelta però. Ci sono situazioni (famiglie monoparentali, straniere, lavori usuranti...) in cui non è possibile prendersi tutti i giorni il bimbo sulle ginocchia e divorare libri felicemente.
Fare fatica a leggere implica una cascata di ripercussioni negative. Come fa un bambino a risolvere un problema di matematica se non capisce le istruzioni? Se un bambino non riesce a leggere in modo adeguato rimane indietro in ogni materia e la scuola diventa un ostacolo quotidiano, un motivo di frustrazione.
Sto allargando troppo il discorso? Non credo.
Da quando giro così tanto per le scuole, mi sono resa conto che la vera separazione della società americana non è creata né dalla politica né dal razzismo, ma dal classismo.
Gli studenti poveri non hanno le stesse possibilità di quelli ricchi quindi la meritocrazia -lo vedo tutti i giorni- di fatto non esiste e probabilmente non è mai esistita.

mercoledì 8 dicembre 2021

il più grande problema di joe

Ho sempre pensato che il più grande problema di Joe nella vita sarebbe stato la sua più totale indifferenza verso il giudizio altrui. Lo so che sembra una cosa positiva, ma se portata all'eccesso. Qualunque cosa abbia a che vedere con l'aspetto, la forma delle cose, non lo tocca. A lui interessa passare del tempo con le persone a cui vuole bene e imparare, tutto qui. In un mondo ideale, non avrebbe nessuna difficoltà. Cambiare scuola quest'anno però, dopo un anno e mezzo di pandemia a casa, non è stato per niente facile. Ha dovuto recuperare alcune nozioni che forse erano state affrontate in modo un po'

superficiale a distanza e poi soprattutto, credo sia stato preso di mira. Quello nuovo, quello con la mascherina, quello strano. Non ha trovato un ambiente amichevole. Con molta tranquillità, qualche volta mi ha raccontato dei piccoli episodi che lo hanno ferito. Gli consigliavo di giocare con gli altri durante l'intervallo invece di stare da solo (lui ama molto camminare da solo e pensare) e mi rispondeva che se giocava non poteva conoscere nessuno perché mentre si gioca non si parla e allora come fai a capire chi ti sta simpatico? Insomma, in un modo o nell'altro, ha recuperato tutto quello che aveva perso a livello accademico, portando a casa l'ennesima pagella perfetta. Con sforzo immane ha ottenuto un piazzamento decente alla famigerata corsa tradizionale del tacchino a cui in passato è stato capace di arrivare penultimo in tutta la scuola e 3 o 4 compagni hanno cominciato a seguirlo all'intervallo. Insomma, è forte e solido questo Joe, va avanti per la sua strada a dispetto delle circostanze. Oggi compie 11 anni e spero tanto che continui a mantenere questo tipo di attitudine verso la vita.

sabato 27 novembre 2021

mixed feelings

Mi piace molto l'espressione "mixed feelings".

Il Giorno del Ringraziamento mi ha sempre suscitato sentimenti molto contrastanti.

Da una parte, c'è tutto il discorso della gratitudine che così per come è strutturato, per me quando sono venuta a vivere qui, era completamente nuovo. La gratitudine è un valore che è diventato in realtà uno stile di vita e mi ha arricchito infinitamente.

Poi però Thanksgiving non si ferma a questo.

Il giorno prima si sta insieme per la gioia di condividere un pasto. Le famiglie, riconoscenti, macinano miglia su miglia solo per rivedersi, senza nemmeno lo scambio dei regali come a Natale. E il giorno dopo è il delirio consumistico con gente che fino a poco tempo fa, rischiava letteralmente la vita per entrare nei negozi prima degli altri.

E una parola bisognerebbe spenderla anche per la positività tossica. Ci sono tante persone che non trovano molti motivi per essere riconoscenti e sono sole o non vanno d'accordo con la famiglia. Ecco, in questo periodo non se la passano benissimo.

C'è la retorica del tacchino che oramai mi disturba. Non sono vegetariana o vegana, ma penso che soprattutto con i bambini si esageri. La sistematica trasformazione del tacchino, che è un essere vivente con tutta la sua dignità, in uno scherzo è terribilmente diseducativo, oltre che di cattivo gusto. A scuola, ad esempio, un progetto che ho visto assegnare mille volte è quello in cui i bambini creano un travestimento per il tacchino che così riesce a scappare e non farsi mangiare. 


"Sono un piccolo tacchino spaventato. Indosso questo travestimento così non mi mangerai!".

Nell'indifferenza generale vengono lanciati dei messaggi molto contraddittori a livello etico.

Queste sono riflessioni che richiedono una certa fiducia per essere condivise, quasi nessuno le vuole ascoltare, nemmeno chi fondamentalmente è d'accordo.

Una volta ne feci parola con una collega con cui mi trovavo in sintonia su tante cose. Mi disse che per lei era completamente normale, che era cresciuta in una fattoria e a cena i genitori le dicevano il nome dell'animale -perché nominavano tutti gli animali - che stavano mangiando.

Fa ridere.

Oppure no.

Poi ogni volta cala il silenzio oppure mi dicono che non capisco perchè sono una "city girl".

E poi ovviamente c'è il problema principale. Il nostro cosiddetto Giorno del Ringraziamento coincide con la giornata di lutto dei nativi (qui) perché tutta questa tradizione è basata su un clamoroso falso storico.

Come fai a festeggiare sapendo che il tuo festeggiamento in sé apre delle ferite?


Semplice: molti non lo sanno perché a scuola viene insegnato altro. Alle elementari viene ancora raccontata la storiella degli indiani e dei pellegrini che mangiavano insieme allegramente (questo post molto brevemente vi dà un'idea di come davvero andarono le cose). Per dirlo in modo semplice: per i nativi festeggiare il Giorno del Rigraziamento sarebbe come per i non nativi festeggiare l'11 settembre (qui). Io dico solo: ascoltiamo le persone coinvolte, educhiamoci (io per prima). 
 
Se fai presente tutto questo, ti dicono che tanto nessuno sa più la storia e che quello che si celebra è la gratitudine, lo stare insieme, la famosa gioia di condividere un pasto. 
Io dico va bene. Ma non è un privilegio enorme anche questo? 
I nativi non possono farlo questo ragionamento, non gli si può chiedere di dimenticare. E allora come la mettiamo? 
Se vogliamo festeggiare la gratitudine dobbiamo anche conoscere e insegnare come sono andate realmente le cose e soprattutto dare una mano economicamente ai nativi che ancora subiscono le conseguenze di quegli eventi storici. 
Un po' di equilibrio. 

martedì 16 novembre 2021

l'accento

Che rapporto avete con il vostro accento quando parlate una lingua straniera o anche solo in italiano?
Io, di insicurezze ne ho, ma il mio accento non è una di queste. In italiano, non parlando dialetti, non ci ho mai fatto caso più di tanto.
In Spagna l'accenno alla mia italianità era immancabile, ma non lo vivevo come un problema. Qui in Texas, per via dei miei colori mediterranei, mi capita spesso che mi si rivolgano in ma molto raramente qualcuno si prende la briga di chiedermi di dove sia. Non ho ancora capito se diano per scontato che sia argentina o se semplicemente non importi: ci sono talmente tanti accenti in spagnolo qui che uno vale l'altro, basta capirsi.
In inglese, sono consapevole di avere un forte accento italiano e lo accetto.
Ho sofferto molto il non capire e il non potere esprimermi come volevo i primi tempi, ma risolto quell'aspetto, l'accento non mi ha mai creato disagi particolari.
Ce l'ho, è mio e lo rivendico quasi: fa parte della mia storia e della mia identità.
Oltretutto nessuno me lo ha mai fatto pesare. Per prima cosa, é comprensibile. Il vantaggio dell'accento italiano rispetto ad altri come quello francese, ad esempio, è che è chiaro, si capisce. E poi ho sempre avuto l'impressione che fosse una caratteristica simpatica, i commenti se ci sono stati, sia in ambito personale che professionale, sono sempre stati benevoli, gioviali.
Insegnando, mi è capitato credo una volta sola - e ancora dopo tanti anni lo ricordo con divertimento- che uno studente, un bambino con i capelli rossi di 5 anni (di origini italiane tra l'altro) mi squadrasse dal suo banco il primo giorno di scuola e dichiarasse con uno sguardo indagatore alla Arnold: 'Tu non parli come noi'.
Nelle ultime settimane, da quando ho cominciato a fare la supplente, episodi di questo tipo e anche di questo tipo, ma senza bonarietà, sono all'ordine del giorno.
Adesso per prima cosa quando entro in classe, mi presento.
"Come potete notare, ho un accento. E' perchè sono nata in un altro paese dove si parla un'altra lingua. Lo sapete che anche voi avete un accento nella mia lingua?"
Scrivo il mio cognome alla lavagna e chiedo: siete capaci a dirlo come faccio io? Dai, provateci. E ci provano e ridiamo insieme perché cercare di arrotare le 'erre' per un madrelingua inglese è divertente e buffo.
Da piccoli impariamo a parlare e ci abituiamo a pronunciare i suoni che sono propri della nostra lingua. E' molto difficile imparare a pronunciare suoni di altre lingue alla perfezione da adulti.
L'accento quindi non ha nulla a che vedere con il quoziente intellettivo né con le competenze di una persona, nemmeno quelle linguistiche.
È una questione fisiologica. Non è giusto farsi gioco di qualcuno per caratteristiche che non dipendono dalla sua volontà.
L'altro giorno, ho dimenticato di fare il mio piccolo preambolo e un bambino di seconda elementare, ha interrotto la mia spiegazione urlando "mamma mia!" e affermando che *loro* non mi capivano. Gli altri bambini lo hanno subito contraddetto: ovviamente mi capivano, loro.
Come mi sono sentita?
Benissimo.
Un incidente di questo tipo è un'opportunità rara e preziosa di mostrare il valore della diversità nella vita reale.
E' quello che in inglese viene definito 'teachable moment'.
Questi incidenti mi stanno succedendo nelle scuole quasi completamente bianche dei quartieri più ricchi, dove i bambini sono abituati ad interagire con insegnati tutti uguali: 99% donne e di solito bionde, texane e cristiane, ho notato. Io non corrispondo a questa descrizione e in qualcuno creo curiosità, in qualcun altro (forse troppo inesperto per esprimere questa curiosità?) disagio.
Poter fare questo tipo di riflessioni in classe -quando è necessario- dà ulteriore significato al mio lavoro di supplente.
Quella contrapposizione noi-voi che ho avvertito tante volte mi preoccupa molto e sono convinta che nasca dalla mancanza di dialogo e di modelli di comportamento positivi.
Agli adulti piace tanto pensare che i bambini non vedano le differenze. Che per loro il colore della pelle sia indifferente, così come l'accento o la qualità dei vestiti o dei giochi dei compagni di scuola, ma non è così. Esplicitando i non detti, si finisce su un terreno molto scivoloso soprattutto in una realtà come la mia.
Ci vuole prudenza e bisogna fare attenzione a come ci si esprime, ma girandosi dall'altra parte quando si sente qualcosa, si rischia di fare molto peggio. Se i pregiudizi che avverti nell'aria non li smonti, li alimenti.

martedì 9 novembre 2021

distinguere un problema da una soluzione


Ho ricevuto la terza dose del vaccino tre giorni fa e ho anche prenotato la prima dose per Joe e Woody. Sono molto felice e riconoscente.
Sono felice anche di dover aspettare qualche giorno in più e dover fare qualche km in più per loro se significa che tanti genitori hanno immediatamente e con grande entusiasmo prenotato l'appuntamento.
Adesso che ho la possibilità di vedere dall'interno così tante scuole, ho la prova che tutti i miei timori erano più che fondati. Gli studenti e i lavoratori della scuola che indossano la mascherina in Texas sono una sparuta minoranza. A questo si aggiunge il fatto che incredibilmente molti di loro non sappiano ancora indossarla correttamente.
Mi è già capitato varie volte, ad esempio, di incontrare insegnanti che si abbassano la mascherina per parlarti. Non vi dico cosa combinano gli studenti.
Insomma, grazie al cielo adesso abbiamo la possibilità di vaccinarci e proteggerci quasi tutti.
Per alcuni questo è un tema controverso, per me no.
So distinguere un problema da una soluzione.

venerdì 5 novembre 2021

è una bella giornata per avere una bella giornata?

Una cosa che mi aveva molto infastidito l'anno scorso durante la scuola online, era il progetto di cosiddetto "giro del mondo" della maestra di Woody in cui dava un'enorme attenzione a piccoli paesi europei come l'Italia, la Svezia o la Germania e allo stesso tempo trattava tutta l'Africa che è un continente come una nazione mischiando informazioni che non si capiva a quale stato si riferissero. Adesso che sto girando varie scuole vedo che purtroppo quel progetto è abbastanza in voga.

Nella classe in cui mi trovo in questo momento, c'è un'enorme bandiera della Francia sulla lavagna e un planisfero sovrastato dalla scritta "dov'è l'Africa?", tutta l'Africa. Attraversando i corridoi di questa scuola ti sembra di essere alla conferenza mondiale di Pinterest. 
Ci sono interi corridoi a tema: Grecia, Inghilterra, Germania, Polonia, Portogallo, Svezia...e poi sporadicamente Messico, Taiwan, Brasile: la sproporzione fra paesi europei, Texas (il famoso orgoglio texano, non è un luogo comune) e resto del mondo è lampante. Tra l'altro indovinate quale è l'unico paese africano che hanno scelto di rappresentare?
Già, proprio il Sudafrica, il più bianco di tutti. 
Non che le conseguenze cambino, ma sono convinta che non ci sia cattiveria.
La mia ipotesi è che la causa sia la consuetudine. Il fare sempre le stesse lezioni. L'essere sempre fra simili. 
Essere sempre fra simili manda a dormire lo spirito critico.
Del resto tutte le scuole che sto vedendo hanno classi fatte così: 
- quelle in cui gli studenti parlano fra loro e a volte ti si rivolgono direttamente in spagnolo
- quelle con un solo studente bianco
- quelle con un solo studente nero
Ieri in questa scuola dove l'Africa è una nazione (oppure il Sudafrica) è arrivata una classe di quinta elementare con una sola bambina afroamericana alta 1.70. Fuori dal gruppo in ogni senso.
Non la conosco, ma a dieci anni piombando nella sua vita in un giorno qualunque l'ho vista molto silenziosa, riflessiva, con uno sguardo tutt'altro che allegro. Posso solo immaginare come si possa sentire tutti i giorni in questo ambiente in cui va da sé, non c'è un singolo insegnante che non sia bianco.
Come se non bastasse, il messaggio che le viene passato ovunque in questa scuola è che bisogna sempre essere felici. Ovunque ci sono scritte che dicono cose tipo "è una bella giornata per avere una bella giornata!".
In questa classe, all'ingresso c'è una grande bandiera che dice solo "no bad days no bad days no bad days no bad days no bad days no bad days no bad days..." all'infinito. 
C'è da impazzire.
Un'altra parete invita alla riflessione. Un cartello dice: "come ti senti?" E una lista di emozioni positive e negative e poi:

Mi sento..... perché... 

Fosse semplice questo livello di consapevolezza, e alle elementari poi. Ma ammesso che lo fosse, giochiamo:
"Sono felice perché ho preso un bel voto". Facile.
"Mi sento sola perché nella mia scuola non c'è nessuno che somigli a me". Difficilissimo.
Dovrebbe dirlo all'insegnante? C'è qualcuno che le darà sostegno? A scuola c'è sempre almeno uno psicologo, ma ha questo tipo molto specifico di competenza? E' come sganciare una bomba nella vita di qualcuno e andare avanti con la propria come se niente fosse.
Alla mia veneranda età, immersa in questo tipo di comunicazione, sono rimasta molto perplessa, sconcertata quasi. Mi chiedo che messaggio arrivi ai piccoli, come possano sentirsi in una scuola che li spinge a essere "felici" quasi in modo competitivo, ma taglia fuori ogni complessità del mondo reale e soprattutto non li ascolta.

martedì 2 novembre 2021

per capire bisogna partecipare

La magia di Halloween è che fa uscire un gran bel senso di comunità.

Chi sta a casa a distribuire caramelle e chi va a fare dolcetto o scherzetto.
Ognuno fa la sua parte per creare l'atmosfera e per favorire soprattutto il divertimento altrui, il resto per una sera non conta.
I primi anni non lo capivo.

Per capire non basta guardare, bisogna partecipare.

.

 

giovedì 14 ottobre 2021

dispensare domande

Qualche settimana fa, vi avevo raccontato nelle storie su Instagram che nel parco davanti a casa mia era apparsa una bici misteriosa.

La storia della bici abbandonata per 4 giorni aveva suscitato una certa curiosità (in me per prima!) e una serie di ipotesi meravigliose. 

La mia preferita: che ci fosse sopra una telecamera nascosta e che fosse tutta una candid camera per vedere le reazioni dei passanti.

In realtà, non ho aggiornamenti in proposito, ma ho scoperto che è una cosa che succede tutti i giorni.

Pensa te.

Adesso che ci ho fatto caso, vedo bici abbandonate ovunque qui intorno. L'ultima questa mattina, esattamente dove era la prima.

Suppongo che banalmente i ragazzini che abitano qui vicino sappiano che non le rubano, così quando decidono di tornare a piedi con gli amici, le lasciano lì.

Non è importante.

Però quante cose succedono sotto i nostri occhi ogni momento senza che ce ne accorgiamo.

È per questo che rimango sempre perplessa davanti a chi visita un posto per poco tempo, magari in vacanza, e dispensa verità su tutto quello che ha visto.

Io, ancora oggi, dispenso più che altro domande.

Credo che davvero ci vogliano anni e anni prima di capire qualcosina su un paese o un modo di vivere. Più noti dettagli insignificanti e più ti si aprono orizzonti nuovi e più capisci di non sapere.

Quindi, insomma...occhi aperti il più possibile.

lunedì 11 ottobre 2021

columbus day e indigenous people's day

Negli Stati Uniti, il secondo lunedì di ottobre (oggi) è Columbus Day.

14 stati e più di 130 governi locali hanno scelto di non festeggiarlo o di festeggiare al suo posto Indigenous People's Day.
In Texas ufficialmente si festeggiano entrambe le cose però vedo una certa confusione.
A Woody che è in prima, la maestra ha detto che è "vacanza". A Joe in quinta, la maestra ha spiegato che è Columbus Day, che Colombo è il primo europeo ad essere arrivato in America, che è morto senza saperlo e che ha contribuito allo sterminio delle popolazioni locali native.
Il calendario della scuola dice solo "holiday".
Ho spiegato a Joe che l'unica cosa da onorare per noi oggi è Indigenous People's Day.

giovedì 7 ottobre 2021

l'opinione dominante

Volevo aggiornarvi sulla maestra di musica di Joe che fra tutti gli strumenti, ha deciso che quest'anno bisogna imparare a suonare necessariamente il flauto dolce. L'abbiamo sentita per telefono e continua a ripetere le stesse argomentazioni. Cose tipo che mentre soffi non esce la saliva, ma la "condensa", qualunque cosa lei ritenga sia questo liquido misterioso.
La sua proposta, in tutta serietà, è stata questa: che Joe facesse finta di suonare con un pezzo di legno per non sentirsi diverso dagli altri.
Certo, nessuno noterebbe mai uno che finge di suonare un bastone al posto di un flauto.
Non vale nemmeno la pena di discuterci, così abbiamo chiesto un parere alla pediatra.
Dice che stando in fondo alla classe e togliendo la mascherina solo per suonare, il rischio non dovrebbe essere tanto maggiore rispetto ad altre attività che si fanno a scuola.
Quindi Joe suonerà il flauto con tutti gli altri. Mi sento tutto sommato sollevata (dato che l'ipotesi di suonare uno strumento non a fiato era fuori discussione). Come sempre bisogna soppesare i rischi e anche l'aspetto psicologico mi sembra una componente rilevante.
E' davvero difficile fare capire la mia situazione a chi è in Italia.
A volte mi sembra che qui stia succedendo esattamente il contrario per quanto riguarda la pandemia.
Ora che le infezioni stanno diminuendo nuovamente e dovremmo aver superato il picco, tremo: ogni volta che le cose sono migliorate in passato, si è abbandonata qualunque cautela anche minima e puntualmente siamo tornati al punto di partenza. Speriamo questa sia la volta buona.
Mi avete scritto in tantissimi per dirmi che ad esempio, il flauto è stata una delle prime cose ad essere bandite dalle scuole italiane. Qui anche. In moltissime scuole si suona l'ukulele quest'anno, non nella nostra come si è visto. Però siamo stati gli unici ad avere delle perplessità sull'opportunità di suonare il flauto.
Insomma, l'opinione dominante è quella della maestra.