lunedì 22 giugno 2015

the shopping experience

Vado nel mio negozio di scarpe preferito con in mano (cioe' sul telefono perche' me lo avevano mandato via email...) un buono sconto di quindici dollari scaduto da qualche settimana. In questo negozio come in tanti altri, la scadenza non importa, ma chiedo conferma alla commessa giusto per sicurezza e mi dice che invece no, da un paio di mesi non accettano piu' buoni sconto scaduti perche' c'era chi se ne approfittava e cercava di usare sconti scaduti da anni. Le dico scherzosamente va bene, ma guardi qui, ho appena avuto un bambino, mi sembra di avere una buona scusa per non essere venuta a usare il mio sconto, no?
Mi risponde che e' vero e che chiede subito al suo capo se si puo' fare un'eccezione. Comincio il mio giro fra gli scaffali e dopo un po' vengo raggiunta da un'altra commessa che mi dice che e' tutto a posto e posso usare il mio buono. Come al solito, quando hai uno sconto non trovi nulla che ti piace. Cerco e ricerco e alla fine mi imbatto in un paio di scarpe che possono andare, ma non c'e' il mio numero. Chiedo se possono dare un'occhiata in magazzino e mi dicono che quel numero non c'e', ma possono spedirmele a casa gratuitamente e arriveranno fra due giorni.
La cosa piu' bella in tutto questo e' stata l'espressione sbalordita della mia mamma.
Ci sono tanti pro e contro nel vivere qui o in Italia. Sulla gentilezza dei negozianti, pero' non c'e' davvero paragone, gli U.S. vincono a man bassa.  

lunedì 15 giugno 2015

di caitlin jenner e rachel dolezal

Non pensavo di farlo cosi' presto, ma torno gia' sul tema del razzismo perche' e' successa una cosa davvero troppo interessante per ignorarla.
Allora. A Washington c'e' un'attivista per i diritti degli afroamericani, tale Rachel Dolezal, che a quanto pare, ha sempre fatto un ottimo lavoro. E' nera. Ci sono molte foto che la ritraggono con il padre, il marito e il figlio di colore e si e' dichiarata anche vittima di discriminazioni razziali.
C'e' solo un piccolo problema, sarebbe tutto falso. L'altro giorno, infatti, una coppia di bianchi ha dichiarato di essere molto preoccupata per la salute mentale della figlia Rachel, nota attivista per i diritti degli afroamericani, che finge da molti anni di essere di colore. La Dolezal avrebbe costruito un vero e proprio castello di bugie. Il presunto figlio sarebbe in realta' il fratello e il padre un impostore. E' tutto molto complesso e poco chiaro, ma avrebbe mentito a tutti.
La notizia e' stata riportata anche dai giornali italiani. Un titolo sembrava avere la soluzione dell'enigma in tasca: Si finge afroamericana per anni per diventare una leader della lotta dei diritti civili dei neri. E i commenti relativi a quell'articolo facevano sorridere per l'ingenuita'. La maggior parte non riuscivano ad andare oltre al fatto che una donna bionda, con le lentiggini e gli occhi chiari fosse riuscita a farsi credere nera.
In realta', come ho spiegato molte volte qui, non tutti i neri sono neri. E' un terreno molto scivoloso, ma e' cosi': ci sono afroamericani dalla carnagione chiara che  si dichiarano neri senza sembrarlo e altri che scelgono di passare per bianchi tutta la vita.
Ma l'aspetto interessante della vicenda non e' se questa signora sia pazza, se abbia imbrogliato con un fine e che cosa le sia passato per la testa insomma, ma la reazione della societa' americana a tutto questo.
Il punto centrale del dibattito qui e' subito stato un altro:
perche' se una persona si sente nera, non puo' vivere da nera? Perche' se fa bene il suo lavoro dovrebbe essere penalizzata dall'essere di un colore rispetto a un altro? La nostra societa' non dovrebbe volare al di sopra di queste differenze e guardare alla persona in se'?
E tantissimi si sono messi a paragonare Rachel Dolezal a Caitlin/Bruce Jenner, l'ex campione olimpico che proprio pochi giorni fa e' uscita allo scoperto come donna sulla copertina di Vanity Fair.
Devo dire che gia' la storia di Caitlin Jenner mi aveva fatto sentire molto felice di vivere in questo paese. L'idea che qualcuno faccia un gesto simile e venga supportato dall'opinione pubblica nel modo in cui lui lo e' stato, e' meravigliosa. La maggior parte dei commenti che ho letto sia di giornalisti che di persone comuni erano dalla sua parte. E' stato definito ovunque un eroe e un simbolo.
Ora. Anche il caso di Rachel Dolezal e' significativo, ma porta la discussione quasi al paradosso.
Cioe' io potrei dire di sentirmi un uomo asiatico a questo punto ed essere nel pieno diritto di essere trattata come tale? Non so cosa pensare, non ho un'idea, ma adoro il fatto che questo dibattito filosofico esista e che un sacco di gente si stia ponendo come me per la prima volta questo tipo di domande.  

domenica 14 giugno 2015

nonni e nonni

Se e' perfettamente appurato che non tutti tengono a diventare genitori, e' altrettanto appurato che quasi tutti a una certa eta', vogliono fare i nonni. Lo dico perche' i piccoli Johnson hanno schiere di pretendenti: nonni e bisnonni veri e acquisiti, amici di famiglia e insegnanti che fanno viaggi per vederli, gli comprano giocattoli, li viziano, gli scrivono lettere e pretendono di essere chiamati nonni o come si usa qui Mimi, Cici, Pa Pa, ecc. Pero' poi ti accorgi che e' proprio un gioco. La verita' e' che dopo un pomeriggio con i bambini, un paio d'ore a dir tanto, la maggior parte dei nonni, non ne puo' piu'. Amano l'idea di essere nonni, ma non poi cosi' tanto sorbirsi i nipoti con tutti i lati negativi che la realta' comporta (funzioni corporali, capricci, notti insonni, impossibilita' di spegnerli...).
Ecco, in questo la Nonna Squalo e' davvero una voce fuori dal coro. Quando le togli un nipotino per farla riposare un attimo, ti sembra quasi di farle un torto.
La Nonna Squalo viene dall'altra parte del mondo per vedere i suoi nipoti e non per modo di dire. 24 ore su 24 sempre con loro.
Gioca, canta, coccola, fa qualsiasi cosa per loro e con loro. Non sta ferma neanche a legarla.

giovedì 11 giugno 2015

l'incidente di mckinney

McKinney e' una cittadina qui vicino. Forse per questo l'incidente del poliziotto Rambo che viene chiamato a risolvere una banale lite durante una festa di ragazzini (quasi tutti di colore) e dopo una rocambolesca entrata in capriola finisce per puntare la pistola e bloccare una pericolosissima quindicenne in bikini sedendocisi sopra, mi ha colpito tanto. Avrebbero potuto essere i miei studenti, i figli dei miei vicini di casa.

Mi ha colpito la violenza, il sessismo, il razzismo e soprattutto la stupidita' che poteva facilmente causare ancora una volta la morte di qualche innocente (come spiega Steven W Thresher nell'editoriale piu' appassionato che abbia mai letto su un giornale come il Guardian).

La notizia ha fatto subito il giro del mondo e la condanna e' stata pressoché unanime. L'agente e' stato definito indifendibile dai suoi stessi colleghi e alla fine si e' dimesso. Ha poi spiegato attraverso il suo avvocato di aver agito in maniera avventata perche' ancora sconvolto dopo essere intervenuto sulla scena di un suicidio e di un tentato suicidio quello stesso giorno. 

Umanamente lo si puo' anche capire al limite - io mi sconvolgo per molto meno - ma se scegli di fare quel mestiere devi avere i nervi piu' saldi del cittadino comune, altrimenti non ha senso, peggiori solo le situazioni.

A me e' sembrato, leggendo quella dichiarazione dell'avvocato, che il poliziotto non si rendesse conto di far parte della storia di questa societa'. E' un momento molto particolare, contrassegnato da enormi tensioni razziali e le ragioni personali -ho avuto una giornata no- in una prospettiva simile contano zero perche' la tua cosiddetta giornata no  ora come ora, puo' scatenare una rivolta senza precedenti, basti pensare a Ferguson.  

Poche settimane fa, a Waco, sempre qui in Texas, due bande di motociclisti si sono affrontate in pieno giorno, davanti a un ristorante affollato, uccidendosi a vicenda. Nove morti. Anche quella notizia ha oltrepassato i confini nazionali, ma la polizia e' intervenuta in modo completamente diverso. Nelle foto che giravano ovunque si vedevano questi pericolosi energumeni accusati di omicidio seduti tranquillamente ad aspettare che li portassero via senza nemmeno le manette, quasi annoiati. Quindi tu che osservi, e nel mio caso da molto vicino, hai questa sensazione netta e avvilente di ingiustizia: la polizia si accanisce con una violenza spaventosa contro degli adolescenti neri a una festa in piscina in un quartiere residenziale perche' teme per la propria incolumita', ma tratta questi motociclisti bianchi, assassini dalla pistola ancora fumante con i guanti, li lascia perfino liberi con in mano cellulare a giocare per ingannare il tempo.

In questo paese, e in Texas sicuramente piu' che altrove, c'e' un problema razziale, e' evidente, ma qualcuno si ostina a non vedere.

martedì 9 giugno 2015

dare un nome alle cose

Gli americani a volte sono un po' strani. Puo' darsi che si offendano se gli fai una domanda sulla politica o sulla religione, ma poi magari ti raccontano esperienze personali privatissime senza nessun tipo di pudore. Mi e' successo molte volte, anche con persone che non conoscevo bene o addirittura in ambito lavorativo. Nessun problema a tirar fuori volontariamente le proprie dipendenze, arresti, molestie subite, esaurimenti nervosi, fantasie di suicidio. Sembra non esistere un argomento che non si possa affrontare in tutta normalità e scioltezza.
Un giorno, in ospedale, dopo aver avuto Woody, ero piena di dolori e avevo anche la febbre alta. E mi sentivo inconsolabilmente triste. E piangevo, come una fontana. Senza pensare a niente o capire perche' o potermi fermare. In quel momento e' entrata un'infermiera a controllarmi, anziana, un po' accigliata. Non si e' scomposta per niente.
- Ascoltami bene, honey. Ci sono un paio di cose che devi sapere adesso. E' normalissimo nella tua situazione sentirsi triste e avere voglia di piangere. Si chiamano baby blues e passano e non c'e' niente di cui preoccuparsi. Ma fai attenzione. Se invece ti senti incapace di prenderti cura del tuo bambino, se non riesci nemmeno a prenderlo in braccio o a cambiargli un pannolino, devi cercare subito aiuto. Questi sono i segni della depressione post parto.
Beh, mi ha aiutato. Con il suo pragmatismo ha riportato tutto in una dimensione di normalità e mi ha rassicurato. Il messaggio per come l'ho interpretato io era: in entrambi i casi, e' tutto sotto controllo.
Parlare chiaro e dare un nome alle cose aiuta sempre.

giovedì 4 giugno 2015

il turbinoso arrivo di woody

Si sente sempre dire: il giorno piu' bello della mia vita e' stato quello in cui mi sono sposato o quello in cui e' nato mio figlio. Ecco. Sono felicemente sposata, ho due figli adesso, eppure se penso a un ipotetico giorno piu' bello della mia vita, ammesso che ci sia, mi vengono in mente soprattutto giorni normali, in cui non e' successo nulla di speciale. Quelli in cui hai il tempo di guardarti intorno e assaporare la tua vita, cosa che, devo ammettere, un po' mi manca in questo periodo.
Woody e' nato pochi giorni fa e certo, il momento in cui l'ho visto per la prima volta, e' stato fortissimo, indimenticabile e perfetto, ma la verita' e' che quasi tutto quello che c'e' stato prima e anche dopo e' stato ed e' ancora, piuttosto difficile.  In tutta la vita, non credo di aver mai sofferto tanto fisicamente e per quanto tu possa essere razionale e determinato e straentusiasta di una situazione, che tra l'altro hai desiderato con tutte le tue forze, dopo un po' succede che dal corpo il malessere passi allo spirito. E' fatale forse, mettiamoci anche gli ormoni impazziti. Ti manca l'energia, hai cosi' tante limitazioni che praticamente tutto quello che amavi fare prima ti e' precluso. Ci vuole tanta pazienza, una qualita' di cui non sono mai stata molto provvista purtroppo.
Eppure quando nasce un bambino, si dice mamma e bambino stanno bene e sembra sempre finisca tutto li', come nelle favole. Una specie di e vissero felici e contenti prima che tutto cada nell'oblio.
Allora, vado un po' controcorrente e vi racconto come qualche volta vanno davvero le cose.
Quando e' nato Joe, c'e' stato un grande problema durante il parto. Ho rischiato grosso, ma non lo sapevo prima e l'incoscienza mi ha aiutato ad affrontare la situazione. Questa volta invece, e' stata tutta un'altra storia. Mi hanno spiegato che succede molto raramente, ma per mia immensa (s)fortuna, ho avuto di nuovo lo stesso identico problema e con rischi perfino piu' gravi essendo la seconda volta. Quello che mi faceva piu' impressione nelle ultime settimane prima del parto era il modo in cui mi parlavano i medici. Non erano mai di fretta. Mi chiamavano anche a casa e mi spiegavano tutto nei minimi dettagli. Le visite potevano durare intere ore ed ero sempre io a decidere quando era abbastanza. Non so come funzioni in Italia o nemmeno se sia normale qui, ma il problema in questo mio caso particolare, era che toccava a me, una volta compresi i rischi, decidere che tipo di intervento volevo. Ho sentito mille pareri, ma era proprio uno di quei casi in cui non c'e' solo un modo di operare oppure, come disse una volta il mio fantastico e super rassicurante ginecologo asiatico traducendo letteralmente dalla sua lingua credo, there is not just one way to kill a chicken, non c'e' un solo modo di uccidere una gallina.
Dopo essere finita in ospedale un mese prima del parto, dal mio lettuccio, a riposo forzato, ho cominciato a fare dei pensieri strani. Sulla mia sopravvivenza, soprattutto. Anche in questo caso, come con Joe, sapevo che il rischio era tutto mio e che il bimbo stava bene e questo mi aiutava moltissimo, certo, ma sostenere tutte quelle conversazioni su quanti litri di sangue avrei potuto perdere e su cosa era andato storto alle madri che prima di me non ce l'avevano fatta, mi aveva provato emotivamente. Alla fine avevo scelto la strada che diminuiva al minimo il mio rischio di perdere la vita, ma che portava con se' tanti altri rischi, come quello di tornare in sala operatoria dopo qualche giorno o perfino di subire qualche danno permanente.
Il giorno dell'operazione le infermiere mi dicevano che un caso come il mio capitava si e' no una volta l'anno e che mi portavano da un'altra parte ed era tutto un po' diverso. Tutto lo staff venne a salutarmi e a presentarsi, dalle infermiere, all'anestesista. A un certo punto, nell'attesa di iniziare, il mio medico, quello della gallina, mi prese lungamente la mano nel tentativo di darmi conforto. Un comportamento talmente fuori dal suo personaggio che ottenne il risultato opposto di darmi perfettamente la misura dei pericoli a cui stavo andando incontro.
Ad operazione iniziata, Mr. Johnson era li' con me e io stavo bene, ero serena, vigile e non avevo nessun dolore. Dopo pochissimi minuti, abbiamo sentito il pianto di Woody. Davvero si', uno dei singoli momenti piu' esaltanti della nostra vita. E poi, nello stupore generale, un'operazione che si pensava sarebbe dovuta durare ore e' finita quasi subito, o almeno questa e' stata la mia percezione. E' andato tutto nel modo migliore possibile. Non e' successo niente di tutto quello che avevamo paventato. Non mi sono mai sentita tanto fortunata nella vita, e' stato incredibile, surreale, un sogno ad occhi aperti.    
Questo di solito e' il momento che dicevamo, quello in cui il padre esce dalla sala operatoria e dice "mamma e bambino stanno bene" e cala il sipario perche' e' arrivato il lieto fine. Pero' siccome non e' una favola e nella realta' raramente vissero tutti felici e contenti e basta, sono successe tante altre cose. Per quanto sia andata molto meglio del previsto, l'operazione non era comunque una passeggiata. Oltretutto, uscita dall'ospedale mi sono beccata una febbre alta che non si sapeva da dove arrivasse e tanti altri problemucci che dopo due settimane stanno solo cominciando a migliorare.
Mi sono fatta un'idea sul perche' di tutto questo. Credo che il mio corpo stesse continuando a mandarmi chiari segnali di smettere di fare bambini. Lui non sapeva che il messaggio era gia' stato ampiamente recepito.
Adesso siamo in questa fase un po' complicata di stupore e meraviglia permanente per questo secondo essere perfetto e sublime che e' entrato a fare parte delle nostre vite e tante altre cose meno piacevoli. Le preoccupazioni per la sua salute fisica (niente di grave, era un po' prematuro e ha perso un po' piu' peso del previsto) e per le enormi insicurezze di Joe condite da un mio livello di energia bassissimo per affrontare tutto questo nel modo piu' pieno e sereno.
Chissa' forse e' il mio destino quello di avere sempre un qualche rimpianto, ma in questo caso, mi sarebbe davvero piaciuto godere di piu' di tutto questo, a partire dalla gravidanza e poi tutto quello che e' venuto dopo. Avrei voluto che gli ultimi mesi fossero stati un po' meno difficili e angoscianti, ma e' andata cosi'. Anzi. E' andata benissimo comunque.
Mi viene in mente quello che dice sempre una mia amica in carriera, con tre figli piccoli e mille impegni. Qualunque cosa ci possa capitare di brutto o doloroso, guarderemo sempre a questi anni e a questi giorni, come i piu' belli della nostra vita.

martedì 19 maggio 2015

il baby shower e un piccolo bilancio

Quando aspettavo Joe, qualcuno mi introdusse al concetto di Baby Shower. Si tratta di una festa tradizionale che si fa prima che nasca un bambino per festeggiare e dare una mano ai genitori regalando oggetti utili che di solito gli invitati scelgono da una sorta di lista nozze. Mi ci volle un attimo per abituarmi all'idea di festeggiare qualcosa prima che arrivi.
Tipico retaggio scaramantico all'italiana. Nella mia famiglia si evita di festeggiare in anticipo perfino i compleanni se non e' strettamente necessario. Meglio in ritardo che in anticipo, ho sempre sentito dire. Figuriamoci se parliamo di festeggiare qualcosa che non c'e' ancora fisicamente, un po' come festeggiare una vittoria ai mondiali prima di aver giocato la partita.
Dunque, mi faceva strano all'inizio, e' vero, ma mi ci sono abituata in fretta perche' e' una cosa fondamentalmente molto bella. Ti rendi conto che tutte le persone che fanno parte della tua vita vogliono partecipare al tuo momento e ti senti speciale.
E' strano perche' questo sostegno puo' arrivarti anche da chi non frequenti spesso o addirittura da chi non conosci personalmente. Semi sconosciuti ti possono regalare ricordi indelebili in questi casi.
La madre di un caro amico di Mr. J. che non ho mai incontrato e che lui stesso non vede da una ventina d'anni, ad esempio, ci mando' da Seattle un quilt fatto a mano e personalizzato con il nome di Joe. Una maestra della mia scuola, invece, coinvolse i bambini e un giorno entrando in classe convinta di fare lezione, mi ritrovai alla mia festa a sorpresa, coperta di regali e cartelloni di auguri. I miei colleghi mi organizzarono tutti insieme un grande baby shower, ma anche quelli di Mr. J. che non avevo mai conosciuto. I vecchi amici che vivono in un'altra citta' e che non avevamo avuto la possibilita' di vedere subito, invece, organizzarono un baby shower dopo qualche mese dalla nascita di Joe e gli regalarono solo libri, fu simpatico e molto originale anche quello.
Con il secondo figlio, le cose sono un po' diverse, specialmente se come me aspetti un bambino dello stesso sesso e a pochi anni di distanza, cosi' che sia ragionevole supporre che abbia conservato i vestiti e tutto il necessario.
I miei colleghi e tanti altri conoscenti questa volta, mi hanno regalato soprattutto montagne di pannolini. Sono gente pratica gli americani.
Le mie amiche invece mi hanno organizzato di nuovo una bellissima festa, proprio come la prima volta. Ci sono vari tipi di baby shower, ma quello tradizionale dovrebbe essere piu' o meno come quello che ho ricevuto io: solo donne, cibo, decorazioni, giochi a tema (eh gia'...) e pioggia di regali.
Lo so che morite tutti dalla voglia di sapere quali possano essere questi fantomatici giochi a tema, ma forse possiamo sorvolare sugli aspetti piu' pittoreschi, vi lascio immaginare.
Quello che davvero mi ha colpito e' il fatto che un'altissima percentuale di chi mi ha festeggiato quattro anni fa, non ci sia piu', si sia trasferito altrove. Questo per me e' triste. E' vero che oggi, avendo vissuto qui da piu' anni, ho molti piu' amici rispetto a quattro anni fa, pero' sono anche tanti quelli che ho perso per strada. Non sono per niente sicura che mi piaccia tutta questa mobilita'. Pensavo alla mia festa di matrimonio, dieci anni fa. Se rifacessi una festa del genere inviterei le stesse persone, che poi nella maggior parte dei casi, erano gia' amici di lunghissima data allora. Invece, qui le cose cambiano cosi' in fretta. Fai appena in tempo ad affezionarti alle persone che gia' se ne vanno.

venerdì 15 maggio 2015

non sono le parole in se'. sul dialetto

Quando Joe era piccolo, pian piano, mi sono tornate in mente -come succede a tutti i genitori suppongo- tantissimi dettagli della mia infanzia che pensavo di avere dimenticato. Fra questi una filastrocca o un giochino in dialetto leccese, non saprei bene come definirlo, che facevamo sempre con mio padre e che mio padre raccontava di aver imparato dal nonno a sua volta. Io il salentino lo capisco perfettamente tutto e in teoria potrei anche parlarlo, ma sono sempre stata fortemente scoraggiata a farlo. In effetti, un milanese che cerca di parlare in salentino non si puo' sentire, lo riconosco. Il dialetto non e' come una lingua straniera. Se non lo parli alla perfezione, suona un po' come una presa in giro, questo l'ho visto in tenerissima eta': vieni preso in giro tu per provarci e forse sotto sotto anche loro si sentono presi in giro a sentirti storpiare la loro lingua. Ti accettano piu' facilmente se rimani quello che sei, anzi di solito piaci di piu' perche' porti qualcosa di nuovo, o questo almeno e' cio' che ho sperimentato nelle mie numerose e lunghissime estati pugliesi.
Ad ogni modo, sono almeno un paio d'anni che facciamo questo giochino dialettale, anche con Mr. J. Anche lui capisce abbastanza bene il dialetto, lo interessa molto e si stupisce quando sente dire agli italiani di non capirlo. Joe si e' sempre divertito, ma non ha mai imparato o provato a dire una singola parola, anzi, sembrava le storpiasse intenzionalmente.
Stamattina invece si e' svegliato e ha voluto fare il giochino con me e la nonna Squalo.
Ha detto tutte le parole alla perfezione, non ci potevo credere.
Due anni con me e non ha imparato niente, due giorni con la nonna e mi diventa trilingue!

Il punto e' che lui non sa niente di lingue e dialetti, ma deve essere in azione un qualche tipo di istinto: una milanese e un americano che dicono parole che non capisce, sono assurdi ed e' inutile anche prenderli sul serio, una nonna salentina che parla il suo dialetto evidentemente ha piu' senso e gli ha fatto scattare la molla dell'apprendimento.    

E' tutto molto affascinante.

giovedì 14 maggio 2015

la bellezza che esiste in mezzo al caos

Un trentina di anni fa, un artista di Detroit di nome Tyree Guyton torno' da un'esperienza nell'esercito e trovo' il suo quartiere devastato in seguito a delle rivolte razziali. Avrebbe potuto scegliere di andare via e abbandonare quel luogo sfortunato, ma invece decise di restare e lavorare per migliorarlo.

La domanda e': cosa puoi fare per migliorare concretamente una situazione sociale come questa quando l'unico mezzo che hai a disposizione e' la creatività?

Questo e' più o meno il modo in cui ho introdotto questa lezione ai miei studenti dai cinque ai dodici anni. Ne sono nate tante discussioni interessanti a seconda dell'eta' e del grado di maturità e poi abbiamo messo in pratica la soluzione di Tyree: usare materiali di riciclo per decorare e lavorare tutti insieme.

Tyree Guyton comincio' con il dipingere alcune case del quartiere con colori vivaci, partendo da quella di sua madre che ancora vive li'. Era un ghetto, un quartiere povero e pericoloso, eppure la sua idea venne apprezzata. La gente ricomincio' a parlare di nuovo e a lavorare insieme per ricostruire e abbellire usando tutto quello che aveva a disposizione. La creatività divenne un canale per tutta quell'energia che precedentemente si era manifestata in forma distruttiva. Il quartiere oggi e' una sorta di museo a cielo aperto, The Heidelberg Project, che ospita in continuazione laboratori per la tutta la cittadinanza, dalle scuole alla terza eta', e l'artista che l'ha ideato e' sempre in viaggio da una conferenza all'altra per condividere la sua esperienza.

Oltre a divertirsi molto, gli studenti più grandi mi hanno fatto una lunga serie di domande, a cui a volte non ho potuto rispondere e cosi' ho avuto un'idea: perche' non provare a contattare l'artista in persona? In fondo, potrebbe anche rispondere e infatti, finalmente, ci e' arrivata la sua splendida risposta.

Come vi ho gia' raccontato in passato, a febbraio qui, nelle scuole, si celebra il Black History Month, un mese in cui bisognerebbe sottolineare le conquiste degli afro americani in ogni campo.
Quando, qualche anno fa, ho scoperto questa cosa, ho fatto diverse considerazioni. Da un lato, non mi piaceva che dovesse esserci un tempo specifico e designato per parlare di questo argomento, dall'altro ho cercato di vederlo come un'opportunità, di fatto l'unica in questo senso. L'ho chiamato Black Art History Month e si e' in effetti poi rivelato una grandissima opportunità sia per me che per i miei studenti di imparare cose in ambito artistico, ma anche storico e letterario, che nessuno ci avrebbe mai insegnato altrimenti. Il problema e' che purtroppo nonostante il Black History Month esista formalmente, e' affrontato il piu' delle volte in modo decisamente blando. All'inizio, prima di mettermi a studiare da autodidatta, ho chiesto aiuto a vari colleghi, anche afroamericani, ma non sapevano come aiutarmi, non conoscevano bene l'argomento e si stupivano del mio interesse. Perfino alle varie conferenze degli insegnanti di arte a cui ho partecipato, con mia grande sorpresa, non ho mai sentito nessuno affrontare questo argomento.
Con il passare del tempo, mi sono concentrata su un nucleo di artisti in base al mio gusto personale e a quello che mi sembrava potessero comunicare a dei bambini delle elementari. Quest'anno, a questi ho aggiunto Tyree Guyton. La sua esperienza mi ha colpito piu' di altre per l'unicita' e per la possibilita' che mi faceva intravedere di fare un discorso che andasse oltre l'arte in se' e che toccasse la società, specialmente nel momento storico estremamente delicato che questo paese sta attraversando per quanto riguarda la convivenza pacifica fra bianchi e neri. Ci sono stati dei ragazzini molto polemici durante le varie discussioni che abbiamo fatto in classe, chi sognava di diventare poliziotto e chi si sentiva invece dall'altra parte. La tensione esiste a ogni livello della societa' ed e' palpabile perfino in una scuola privata in un elegante quartiere di una grande citta'. Tutte le proteste violente, i morti da Ferguson in poi, anzi anche prima ad essere precisi... non credo ci sia bisogno di parlarne apertamente nel mio caso durante una lezione di arte, ma mi sembra giusto lanciare un messaggio e un esempio concreto e positivo anche se magari verra' afferrato e digerito solo piu' avanti.

In qualche modo, questa nostra piccolissima esperienza e' arrivata all'orecchio di una giornalista locale che mi ha chiesto un'intervista a proposito. Nonostante la mia ritrosia ad essere in prima fila, mi ha fatto piacere questo interesse, spero che altri insegnanti prendano spunto. Il cambiamento parte da noi, soprattutto noi insegnanti, e qualche volta e' proprio chi viene da fuori che puo' portare una boccata di aria fresca, la' dove tutto era fermo.

Questo e' un piccolo estratto dalla lettera di Tyree Guyton ai miei studenti.

Ciao giovani persone,
La vita e' piena di sorprese, ma voi avete il potere di cambiare il mondo. Mio nonno a nove anni mi ha regalato un pennello ed e' stata come una magia. So per esperienza che se studi tanto e a lungo, la conoscenza ti aprirà le porte del successo. Sognate ragazzi e i vostri sogni si realizzeranno! Puntate alle stelle e ogni volta che cadrete, rialzatevi ancora e ancora fino a raggiungere l'obiettivo. [...] Oggi viviamo in un mondo dove molti di noi hanno paura di vedere la bellezza che esiste in mezzo al caos. In qualità di artista io credo che il mio lavoro sia di trovare soluzioni. Quando sono tornato nel quartiere in cui ero cresciuto e ho visto che le cose erano cambiate, ho vissuto questo fatto come un'opportunità di usare l'immaginazione come uno strumento per creare qualcosa di nuovo e diverso. [...] Certe volte gli oggetti, le persone e perfino i quartieri possono essere buttati via. Se tu puoi raccogliere queste cose, raccogliere queste persone, ripulirle e aggiungerci un po' di colore, puoi respirare aria nuova in una zona che altrimenti sarebbe stata dimenticata. Questo e' il mio modo di aiutare il mondo a vedere che tutte le persone e le cose hanno valore.

lunedì 11 maggio 2015

tigri e tornado

Un amico dell'Oklahoma, mi ha raccontato un aneddoto stupendo.
L'Oklahoma, che confina con il Texas a nord, e' un posto dove non succede molto, ma che e' famoso in tutto il mondo per una cosa: i tornado. E questa e' la stagione dei tornado. Non so se avete presente Twister, quel vecchio film degli anni Novanta...



Ecco, la settimana scorsa e' successo l'imponderabile. A causa di un tornado, delle tigri sono scappate da uno zoo e questo gia' da solo e' piuttosto interessante, ma quello che ha colpito tantissimo il mio amico (e anche me), e' che durante il tornado, la raccomandazione piu' grande, ripetuta fino allo sfinimento, dei meteorologi era: per favore non uscite durante il tornado per cercare di cacciare le tigri. Cioe' un sacco di pazzi, evidentemente, si sono cosi' esaltati all'idea di poter fare una specie di safari nella prateria che hanno completamente dimenticato la pericolosita' del tornado.
Le tigri sono poi state ritrovate e nessuno si e' fatto male.
Adesso aspettiamo con ansia la trasposizione cinematografica dell'incidente.

sabato 9 maggio 2015

la festa di tutte le mamme

E' successa una cosa molto bella.
Silvia, in arte Omino, mi ha scritto dicendomi che leggendo un mio vecchio post le e' venuta un'idea per un'illustrazione e chiedendomi il permesso di usarlo (cosa che ahimè non fa quasi piu' nessuno). E' un grande onore pensare di aver ispirato qualcuno a creare qualcosa con le mie parole.
Grazie Omino!
Questo e' l'indirizzo del suo blog, se volete passare a trovarla: http://mondoomino.blogspot.it/

E quindi ecco qui, illustrazione e post.


Non mi sono mai soffermata a riflettere sulla festa della mamma. Facevo un regalino alla mia, ma a dire il vero non mi e’ mai sembrata una cosa importante. Quest’anno invece, lo ammetto, sono un po’ emozionata e si’, ci ho pensato. Sapete cosa ho pensato? Che in fondo, cosi’ com’e’, non e’ giusta questa festa. Da’ un’idea fuorviante della maternita’ almeno per me. Implica in qualche modo che la mamma sia una sola ad esempio, quando ho imparato che non e’ necessariamente cosi’, non per tutti. L’amore si moltiplica non si divide e tu puoi benissimo avere una mamma che ti lascia nelle mani di un’altra proprio per il troppo amore. Per me madre e’ chi si sente madre. Chi vuole esserlo davvero e’ gia’ madre. A volte si aspetta un bambino ben prima che cresca la pancia e non e’ certo un’attesa meno intensa o meno bella, e’ solo diversa. E poi ci sono tutte quelle mamme che per qualche scherzo della vita non lo sono mai diventate. Mi vengono in mente certe maestre, certe infermiere, certe suore. Mamma e’ chi dedica la propria vita alla crescita di un altro. Ho voglia di ringraziare soprattutto loro oggi augurandomi che passino una festa della mamma felice, come meritano.

venerdì 8 maggio 2015

la nonna squalo

La domanda piu' frequente della Nonna Squalo e': "Questo dove va messo?"
Cioe' lei pensa che la casa sia un po' in disordine perche' sono a riposo, ma che tutto abbia un posto designato. E' proprio vero che le mamme vedono sempre i figli in una luce migliore. 

Ieri sera sono uscita un attimo a sedermi in giardino. C'era un po' di vento, caldo, e lei e' subito uscita a dirmi di stare attenta a "non prendere un colpo d'aria". 

Che bello avere una mamma e non solo essere una mamma. Non ci ero piu' abituata.

mercoledì 6 maggio 2015

il sandwich per un americano e' come la pasta per un italiano

Bambino Americano viene a giocare con Joe. I genitori hanno un contrattempo e si ferma per pranzo. Il sabato e la domenica a pranzo, mangiamo quasi sempre la pasta, per abitudine.
Bambino Americano non apprezza.

- A casa mia mangiamo sempre i sandwich.
- Qui invece oggi mangiamo la pasta.
- Ma io vorrei davvero un sandwich. Mi fai un sandwich?
- Mi spiace, niente sandwich, si mangia questo, ma sono sicura che ti piacera'. Ti piace sempre quello che ti cucino, altrimenti ci penseremo.
- Ma io voglio davvero tanto un sandwich.
- Senti bambino. Lo so che a casa tua mangi sempre i sandwich, ma io sono italiana e cucino il cibo italiano, il sandwich, lo puoi mangiare per cena.

Metto in tavola la pasta e gli chiedo:

- Allora ti piace?
- Beh. Sa di pasta.

Ne ha mangiati tre piatti tre. Suppongo gli sia piaciuta *abbastanza*.

Quando e' andato via ho commentato l'affronto con Mr. J. che pero' mi ha offerto un punto di vista diverso, come al solito.
- Guarda che e' normalissimo. Anche a casa mia si mangiavano un sacco di sandwich, pensa che mio zio a sessant'anni ancora va al lavoro con il sandwich di marmellata e burro di noccioline. Il sandwich per un americano e' come la pasta per voi.

Mmm. Il sandwich per un americano e' come la pasta per un italiano. Non so, c'e' qualcosa che non mi convince. Pero' va bene. Il discorso fila.

Poi capita che un paio di giorni dopo venga a farmi compagnia un'amica francese e anche lei all'ultimo momento si fermi per pranzo. Sono cose che capitano con una certa frequenza a casa Johnson. Frigo deserto. Ci sono solo quattro pomodori e una cipolla. Faccio una pasta, no? Allora le racconto l'episodio del Bambino Americano e le chiedo un parere sul ragionamento di Mr. Johnson che il sandwich per un americano e' come la pasta per un italiano.

Insieme concludiamo che si, pero' non e' proprio la stessa cosa. Innanzitutto, la pasta offre molte piu' varianti. Puo' essere un piatto di tutti i giorni, ma e' anche perfetta per un'occasione speciale, il sandwich no. E poi, soprattutto, ha un vantaggio: ti siedi e la mangi con calma a tavola, non al volo davanti alla televisione o al computer.

Non dico che ci sia una superiorita' assoluta, ci mancherebbe. Ci sono giorni in cui un panino al volo va benissimo, pero' altre volte, potendo, non e' piu' piacevole fermarsi, parlare, godersi un minimo la vita? Si torna sempre sulle stesse questioni.

martedì 5 maggio 2015

ma mamma io per dirti il vero, l'italiano non so cosa sia...*

Fra le cose che mi affascinarono di Mr. J. e che lo rendevano unico rispetto agli altri ragazzi che avevo frequentato fino a quel punto, c'era il fatto di percepirlo in modo completamente diverso, a seconda della lingua che parlava.
Quando ci siamo conosciuti, in Spagna, parlavamo spagnolo fra noi e non ho mai fatto nessuna considerazione particolare, eravamo alla pari, alle prese con un territorio sconosciuto. Poi pero' quando ho cominciato a sentirlo esprimersi in inglese, anche senza capire bene quello che dicesse all'inizio, ho visto una personalita' molto diversa, molto piu' decisa, forte. E mi e' piaciuto molto scoprire questo lato di lui. Quando ha imparato l'italiano, un altro cambiamento. In italiano lo trovo piu' ingenuo, quasi infantile, tenero. Anche questo mi ha sempre divertito perche' lui poi non e' cosi', conoscendolo bene.
Ecco con Joe, sta succedendo piu' o meno la stessa cosa, solo che lui adesso ha quattro anni e sto avendo la possibilita' di seguire tutta l'evoluzione fin dall'inizio. E' interessantissimo. Conosco tanti bambini alle prese con il bilinguismo e vedo che la gamma di possibilita' e' incredibilmente diversificata. A volte ci sono differenze molto significative perfino all'interno di una stessa famiglia: fratelli di eta' simili, cresciuti nello stesso ambiente possono imparare la seconda lingua a un ritmo completamente diverso. Un amichetto di Joe, che ha la sua stessa eta' e che abbiamo frequentato tantissimo in questi anni, e' stato zitto fino a tre anni e poi un giorno, all'improvviso, ha cominciato a usare due lingue senza problemi. Un fenomeno questo che mi e' capitato di osservare diverse volte anche a scuola. Alcuni parlano in ritardo, alcuni si rifiutano di parlare la lingua di casa e altri, tipo Joe, prendono il tutto con una certa naturalezza e si buttano senza farsi intimidire. Un giorno la nonna americana cercava di comunicare via Skype con quella italiana e lui vedendola in difficolta', non ha tradotto, si e' limitato a darle un consiglio molto semplice: Just speak Italian. Credo abbia realizzato solo da poco che non tutti parlano italiano e inglese come noi. All'asilo fa qualche ora di spagnolo e sospetto fortemente che fino a un certo punto fosse convinto che parlassero una specie di italiano sbagliato.
Joe ha sempre parlato entrambe le lingue, fino a un certo punto piu' o meno allo stesso livello, ora invece l'inglese e' decisamente avanzato e noto anche dei piccoli cambiamenti. Con me continua a parlare sempre e solo in italiano, anzi sembra faccia fatica a parlarmi in inglese e devo costantemente ricordarlo di farlo quando siamo in mezzo ad altre persone che non ci capiscono. Siamo al fatidico punto in cui, quando gli leggo un libro e sono indecisa su una parola, chiedo a lui come pronunciarla. E' abbastanza umiliante, considerando che ha solo quattro anni, ma ho preferito essere onesta e dirgli la verita': questa non e' la mia lingua e la sto ancora imparando, a volte ho dei dubbi. Con Mr. Johnson invece ha quasi abbandonato l'italiano. Un giorno ha realizzato che gli piace di piu' parlare in inglese con lui, ma non so da cosa sia dipeso il cambiamento, noi si e' parlato sempre italiano in casa.
La maestra mi ha detto che il suo inglese - vocabolario, uso dei verbi e grammatica- e' ottimo per la sua eta', a maggior ragione considerando il bilinguismo e sono rimasta quasi stupita perche' non lo sento mai parlare in inglese. Ma le differenze fra una lingua e l'altra non sono una questione puramente linguistica.
Proprio come il padre, in inglese ha un altro atteggiamento, un'altra sicurezza. E' molto buffo, ma  in inglese cerca di fare il vocione impostato, di sembrare piu' grande e anche piu' ribelle. In italiano invece e' piu' se stesso (o almeno cosi' lo percepisco io), si preoccupa solo di trovare le parole e piu' il tempo passa dall'ultimo soggiorno in Italia, piu' queste parole si nascondono.
Ieri mi parlava della conchiglia della tartaruga ad esempio. In effetti, in inglese c'e' solo la parola shell per il guscio, la conchiglia o anche il guscio dell'uovo. E' uno dei pochi casi in cui l'italiano e' piu' specifico, non ci avevo mai pensato.

Ma il peggio restano i miscugli.
Mino = I mean = Voglio dire
Ho forgato= I forgot = Ho dimenticato 

E poi c'e' l'ordine delle parole:
Chi e' questa cosa di? 
Chi stavi parlando con? 

Quando vuole raccontarmi qualcosa che ha imparato -gli piace molto la scienza, ad esempio, e gli animali- mi chiede di parlare in inglese per essere piu' preciso. In italiano, invece, e' piu' poetico. Lo sai? Quando le nuvole sono pesanti, comincia a piovere. 
Hai davanti un bambino che in inglese comincia discorsi tipo I know a lot about caribous and underwater volcanoes... e in italiano sai, i coniglietti non possono correre sott'acqua. 

Insomma, divertimento assicurato, aspettando il prossimo capitolo.


* L'abbiagliamento di un Fuochista, Francesco De Gregori