martedì 7 agosto 2018

nuotare o scrivere libri

In Italia, Joe andava al campo estivo in piscina tutti i giorni e tutti i giorni facevamo più o meno la stessa conversazione:
- Joe com'è andata oggi?
- Bene!
- Glielo hai chiesto alla maestra (di insegnarti a nuotare)?
- No.
- Ma guarda che a lei fa piacere, è il suo lavoro...
- Lo so.
- Glielo chiedi domani?
- No.
- Ma perchè?
- Ho deciso che imparo a nuotare da solo.
Facciamo conto che è andata così anche l'estate scorsa e forse anche quella prima. Non si è smosso di un millimetro dal suo proposito di imparare a nuotare da solo. Poi venerdi eravamo in piscina, lui giocava con la sua tavoletta da surf e a un certo punto... è stato un secondo. Ho visto proprio come una scintilla nei suoi occhi e... Mamma guarda!
- Joe lo sai che hai appena imparato a nuotare?










Esaltazione pura. Chiaramente la piscina chiudeva cinque minuti dopo, succede sempre così. Per tutto il fine settimana, non ha parlato d'altro. L'unica cosa che voleva era tornare in piscina. E io invece l'ho portato al museo, ma quella è un'altra storia. In piscina ci siamo tornati ieri, ore e ore di nuoto. Mi aspettavo che oggi volesse andarci di nuovo. Anzi ne ero certa, si è divertito talmente tanto ieri e poi adesso sa finalmente nuotare, o stare a galla che per lui è lo stesso, e in piscina ci sono anche i suoi amichetti. Cosa potrebbe desiderare di più?
- Joe cosa vuoi fare oggi?
- Stare tutto il giorno a casa a scrivere libri.
Mi risponde senza nemmeno alzare la testa dal foglio.
Libri al plurale perché sta scrivendo una saga, mica si accontenta di scrivere un libro solo lui.

sabato 4 agosto 2018

una scena bellissima

Una scena bellissima oggi al parco. Un caldo bestiale come sempre d'estate in Texas. A un certo
punto arriva questa signora bardata dalla testa ai piedi in abiti tradizionali di non so che paese che con scatto felino raggiunge la cima della giostra. Per prima cosa ho pensato che non c'è niente da fare, se vedi tuo figlio che penzola a tre metri da terra, te ne freghi del vestito e vai a recuperarlo. Poi ho guardato meglio e no, non c'era nessun figlio. Era lei che aveva solo voglia di giocare e l'ha fatto. Fantastica!

venerdì 3 agosto 2018

negare è stupido

Qualche giorno fa mi è capitato per caso di vedere questo servizio della Tv Svizzera sul problema della mortalità materna negli Stati Uniti. Dura solo cinque minuti ed è in italiano, se potete, per favore guardatelo. 
Pochi sanno che circa 900 donne ogni anno muoiono per patologie legate alla gravidanza, una percentuale altissima per uno dei paesi più ricchi del mondo. 
Mi ha fatto piacere vedere che se ne cominci a parlare all'estero visto che qui paradossalmente sembra che questo argomento interessi sì e no a quattro gatti. E' un problema che mi sta molto a cuore per diversi motivi, anche personali, e dato che dopo tutto ho avuto ben due gravidanze ad alto rischio in questo paese, provo a spiegarvi almeno un po' come possono andare, oppure non andare, le cose in queste situazioni. 
Per uno strano scherzo del destino, ho sofferto entrambe le volte, per puro caso, di una di quelle patologie che in un passato neanche troppo remoto comportavano la morte quasi certa della madre e qualche volta anche del figlio. Persino oggi, con tutti i mezzi tecnici che ci sono, nei casi come il mio, i medici non possono stabilire con esattezza la gravità finché non fanno nascere il bambino. A quel punto però può essere magari troppo tardi. 
Nel mio caso, soprattutto la seconda volta, la situazione sembrava volgere al peggio. 
Il mio medico (che se volete potete visualizzare così) è stato eccezionale. Le sue visite, verso la fine, erano più che altro lezioni universitarie. Mi spiegava tutto. Con infinita pazienza rispondeva a ogni dubbio, tirava fuori il modellino anatomico e mi faceva perfino i disegnini per essere sicuro che capissi esattamente cosa stava succedendo e quali fossero i rischi a cui andavo incontro. Con immensa professionalità, ha fatto tutto quello che poteva per aiutarmi a fare la mia scelta nella maniera più consapevole possibile. Si trattava praticamente di decidere se farsi togliere un organo e sopravvivere di sicuro o tenersi l'organo, ma poi chissà. Non auguro a nessuno di doversi mai trovare a fare una scelta simile, ma dovendola fare augurerei a chiunque di imbattersi in un medico così. Ha programmato il parto in modo che i migliori specialisti potessero essere in sala operatoria con lui. Proprio all'ultimissimo momento, ha mostrato anche la sua tenerezza e mi ha tenuto la mano un attimo per farmi coraggio. E' stato un po' buffo, lui che era sempre stato così austero prima. Quando l'operazione è iniziata si è capito subito che la situazione era molto migliore di quello che si era temuto. Sono qui, sono viva, tutto è andato magari non bene bene, ma nel migliore dei modi possibili e non potrei essere più grata. 
Pochissimi mesi dopo, mentre io ero a casa con il mio pupo insonne, ho saputo che un'altra mamma che aveva appena avuto due gemelli, una collega di Mr. J, non era stata altrettanto fortunata e aveva perso la vita. Certo, altra patologia, altro medico, altra situazione, però guarda caso questa mamma rientra perfettamente nella casistica a cui fa riferimento il breve servizio della televisione svizzera a cui accennavo all'inizio. Era nera e le mamme che muoiono nella maggioranza dei casi qui sono quelle nere. 
Perché le donne di colore muoiono di parto più delle altre negli Stati Uniti?
I motivi sono fondamentalmente due: il primo è che i medici tendono a prenderle meno sul serio quando spiegano i loro sintomi e il secondo è che per tutta la vita soffrono di quello stress particolare che è legato alla discriminazione. 
Sì, ci sono degli studi che hanno dimostrato che essere vittima di discriminazione razziale a lungo andare indebolisce non solo lo spirito, ma anche il corpo, gli organi vitali e riproduttivi (leggete qui per un'idea generale).
Potremmo metterci adesso a dibattere -e so che qualcuno non vede l'ora di farlo- se sarebbe morta lo stesso o no se fosse stata bianca, ma l'unica cosa certa è che non era bianca, ma nera e che a parità di assicurazione sanitaria, età e titolo di studio, lei non è sopravvissuta e io sì.
Quello che voglio dire è che accanirsi nel negare, entrare nei dettagli di ogni singolo episodio di discriminazione e fare il processo a chi denuncia, è stupido e non porta da nessuna parte. 
Denunciare di aver subito un qualunque abuso o una discriminazione non è mai uno scherzo. E' necessario prendere queste denunce molto sul serio e avere rispetto per chi si trova in una condizione di fragilità per vari motivi.  
Tra l'altro, gli studi più recenti dimostrano che non sono le grandi ingiustizie a compromettere la salute, ma lo stress quotidiano, l'essere trattati con sospetto o ostilità dalla cassiera al supermercato o dallo sconosciuto sull'autobus. Queste sono situazioni difficilmente documentabili, bisogna assolutamente ascoltare e riflettere quando qualcuno le denuncia.  
Vi scrivo da un posto notoriamente, leggendariamente razzista, eppure qui una conversazione innovativa e intelligente come questa che traccia una linea fra il razzismo e la salute delle persone, sta cominciando. Da molto tempo si stanno raccogliendo dati e prove e questo è il primo passo, un passo indispensabile per sconfiggere il problema.  
Forse in Italia siamo stati così impegnati e pensarci come brava gente da dimenticare di guardarci allo specchio e vederci per quello che realmente siamo. 
Una volta, qualche anno fa, ho discusso per due ore con un carissimo amico italiano che sosteneva qualcosa tipo che sia giusto fare battute sul colore della pelle, se fanno ridere e se non si esagera, che non c'è niente da offendersi o niente di male. Lui era perfettamente in buona fede, pensava davvero che dal momento che lui non si sarebbe offeso per una battuta sul colore della sua pelle, allora nemmeno un nero. Calma. Le persone e i popoli hanno una storia alle loro spalle, le cose sono un po' più complesse di così e non si equivalgono, infatti poi l'ha capito anche lui credo, semplicemente non ci aveva mai pensato. 
Bisogna allargare lo sguardo, parlarsi.
Ho la sensazione che tanti in Italia siano sulla difensiva perché si stanno confrontando con il problema del razzismo, o meglio del proprio razzismo, forse per la prima volta. 
Ragionare sul razzismo è una delle cose più difficili che possiamo fare perché se siamo onesti con noi stessi, dobbiamo metterci in discussione e fare i conti prima di tutto con il fatto che anche noi abbiamo determinati preconcetti, tutti ce li hanno. 
Stabilito questo, si fa il passo successivo e si cerca di capire come possano sentirsi gli altri, come possa essere la loro esperienza di vita rispetto alla nostra. 
Negare come vedo fare in questi giorni che il razzismo in Italia esista, è stupido e porta solo a un accanimento sempre più acritico di ognuno sulle proprie posizioni iniziali. 
Non è questo che vogliamo.

giovedì 2 agosto 2018

una valigia per tre

Ieri è arrivato l'altro expat della famiglia, il Johnson Giapponese, il fratello di Mr J che vive a Kyoto e non tornava qui da otte anni. 
È venuto da solo con due dei suoi bambini. 
Si fermano tre settimane.
Una valigia in tre.
Gulp.
Com'è andato il viaggio? Benissimo!
Hanno fatto un milione di cose tutto il giorno e sono andati a dormire la sera, come noi. Anzi forse eravamo più stanchi noi.
Dimenticavo, entrambi i bimbi che sono venuti qui solo una volta da piccolissimi, parlano perfettamente giapponese e inglese.
Che cosa non ho capito della vita?

martedì 31 luglio 2018

il dopo trump e il dopo salvini

Dopo l'elezione di Trump sono cominciati una serie infinita di episodi di quello che forse si può definire razzismo quotidiano, quel razzismo leggermente edulcorato, quello che nessuno muore ma partono gli insulti e le umiliazioni gratuite a ogni occasione. Il fenomeno è nel pieno del suo cosiddetto splendore ancora oggi.
Qualche esempio. Il tale che in un ristorante si mette a urlare contro i vicini di tavolo che parlano cinese, quell'altra che insulta una donna che porta il velo sull'autobus, i ragazzini del liceo accanto a casa mia che urlano build that wall alla partita di pallacanestro. E poi c'è tutto il filone del cameriere di Starbucks che chiama la polizia perché due clienti neri tardano ad ordinare, dell'altro genio che fa cacciare il vicino di casa nero dalla piscina del condominio, della figlia della mia amica che porta fuori il cane, come ha sempre fatto, e poco dopo la vittoria di Trump, si sente urlarle contro, per la prima volta in vita sua l'N word. Potrei andare avanti per ore, ne sono successe e ne continuano a succedere ogni giorno di questi tristi episodi.
Prima di Trump? Sicuramente qualcosa sarà successo, non c'è dubbio, ma dopo è cambiato il clima, era impossibile non accorgersene.
Una mia amica parlava spagnolo sulla porta di casa con una parente. E' arrivato un vicino e ha cominciato a inveire che non siamo in Messico qua. In dieci anni, non si era mai permesso una piazzata simile, dopo Trump, invece è uscito allo scoperto in tutta la sua spavalda stupidità.
Ecco, queste cose succedono dopo che vengono eletti certi personaggi. Se ne è parlato dall'inizio sui giornali e ovunque qui negli Stati Uniti. Quel tipo di politica lì è entrata subito dentro alle nostre vite, ancora prima che cambiassero le leggi.
E' chiaro che quando un leader sdogana l'indicibile, il branco di pecore che lo segue si senta finalmente in diritto di dare sfogo agli stessi bassissimi istinti.
Che è esattamente quello che sta succedendo in Italia adesso con Salvini e Grillo che dice era solo un uovo in faccia.
Sapete qual è la differenza? Che io qui non ho mai sentito nessuno -nemmeno, al limite, i razzisti stessi- negare questo fenomeno. Non ho mai sentito nessuno impegnarsi così tanto per trovare in ogni singolo caso una spiegazione alternativa che non fosse ben piantata nel razzismo e nell'intolleranza.
Questa cosa in Italia, è estremamente inquietante. Penso che qui ci siano dei problemi gravi, ma almeno vengono riconosciuti. In Italia, invece ancora si negano, si cerca di nascondere la testa sotto la sabbia. E finché si nasconde la testa sotto la sabbia non c'è speranza.
Bisogna cominciare a chiamare le cose con il proprio nome -il razzismo, l'intolleranza- e capire se ci rappresentano e se vogliamo che vadano avanti o se ci fanno schifo e vogliamo che finiscano.
A ognuno le proprie scelte e le proprie battaglie da combattere.

lunedì 30 luglio 2018

vivo nella bible belt

Vivo nella Bible Belt. Per un attimo l'avevo dimenticato di ritorno dal mese italiano. 
Cosa significa vivere nella Bible Belt?
Tante cose. Ad esempio che incontri una conoscente che ha avuto un incidente stradale spaventoso e non si è fatta nemmeno un graffio e per prima cosa ti dice che mentre la macchina roteava per aria, sentiva le Sue braccia -di Dio? Ma ce le ha le braccia Dio? Forse Gesù? Chissà- abbracciarla e proteggerla. 
Ma com'è successo questo terribile incidente che è finito con almeno tre macchine da buttare via? 
Lo ha causato lei questo incidente.
Mi racconta che non sa cosa le sia passato per la testa. Ha attraversato una strada a doppio senso, a scorrimento veloce, così senza guardare, si è buttata e la sua macchina è stata investita. Per puro caso sua figlia piccola non era con lei e anche questo lei lo attribuisce a Dio.
Non ci piace ammetterlo, ma queste cose purtroppo possono succedere a tutti. A tutti può capitare un momento di distrazione fatale. Non la condanno, è una bravissima persona, è stato solo un terribile incidente. 
Quello che non capisco è la sua fede. Secondo lei Dio l'avrebbe protetta. Certo è un pensiero consolatorio che viene quasi spontaneo in una situazione simile, ma che Dio è questo che come Superman fa da scudo con le sue ipotetiche braccia a lei che ha causato l'incidente, ma abbandona al proprio destino altre due persone che non hanno fatto nulla di male tranne passare di là al momento sbagliato?
Le chiedo notizie dei feriti. Tra l'altro, quel giorno, poco prima di andare in Italia, passavo di là anch'io, giusto un paio di minuti dopo l'incidente. Ho visto con i miei occhi la distruzione e ho tremato pensando che fosse morto qualcuno. Due macchine, tra cui quella di questa mia conoscente (ma al momento non lo sapevo ancora) ribaltate e un'altra accartocciata, ridotta a un agglomerato di lamiere. Mi informa frettolosamente che c'è una ragazza che è rimasta ferita in maniera grave e che ha già subito diverse operazioni, ma se ne sta occupando l'assicurazione e lei di più non sa (o non ha chiesto). Per favore, prega anche tu per lei, mi chiede.
In realtà, vorrei chiedere io a lei cosa se ne dovrebbe fare questa povera ragazza delle nostre preghiere? Non sarebbe più umano e giusto almeno provare a farle una visita? Scusarsi? Vedere se c'è qualche modo di alleviare il suo dramma? Anche solo portarle dei fiori o un bicchiere d'acqua.

Vivere nella Bible Belt significa questo per me, per quello che è stata la mia esperienza in tutti questi anni. Dio che entra in tutti gli aspetti della vita, ma spesso non in modo positivo. Questo Dio qui sembra ti dia sempre una scusa per non fare nulla per gli altri. Questo Dio ti chiede soldi e preghiere, ma non gesti semplici di umanità. 
Se inciampi, tutti ti diranno pregherò per te, è sicuro, ma non so se alla fine arriverà qualcuno a darti una mano a rialzarti.
E poi questo Dio sceglie. Una delle prime cose che ti chiedono i cristiani che incontri qui è in quale chiesa vai? Perché dalla chiesa che uno frequenta, o non frequenta, si capiscono tante cose. 
Se fai parte della mia chiesa ti tratto in un modo, altrimenti...pregherò per te. 

domenica 29 luglio 2018

l'umanità texana

Ho un'amica che abita a 5 metri da me. Ieri mi ha chiesto se ci vedevamo. Oggi - mentre fa un caldo disumano, ci saranno 40 gradi- mi manda un messaggio che dice: "Ho tanta voglia di vederti, ma fa così caldo che non voglio uscire nemmeno per attraversare la strada". All'inizio ho pensato che scherzasse, ma non scherzava, mi ha anche fatto una proposta alternativa per vederci appena si abbassa un po' la temperatura. Potrebbero volerci settimane.
Ecco, mi sa che non sono pronta per ributtarmi nell'umanità texana. 

sabato 28 luglio 2018

dialoghi delle quattro e mezza del mattino

Dialoghi delle quattro e mezza del mattino.
- Sono un gorilla, sono un gorilla!
Dice Woody battendosi sul petto con i pugni.
- Sì, sei un gorilla Woody, gli concede Joe.
- Io NON sono un gorilla! Sono Woody!
Si arrabbia lui con tutta la coerenza dei suoi tre anni.
- Oh Woody, sei così carino! - risponde Joe accondiscendente.
Woody allora indica il nostro cane Penny.
- Penny è carina, io sono bello.

venerdì 27 luglio 2018

piccole cose oppure grandi, enormi, insormontabili

Durante il viaggio in Italia, vi ho raccontato del mio shock culturale al contrario ogni volta che vedevo qualcosa che funziona in modo totalmente diverso rispetto al Texas, dove vivo da ormai molti anni.
Tante piccole cose che vedi e che ti danno da riflettere.
In un negozio di cosmetici in cui sono stata, ad esempio, tutti i fondotinta erano chiari, eppure anche in Italia ci sono donne non bianche. Come mai? Un caso? Ci sono altri negozi per le donne di colore? Cosa significa?
Piccole cose così. Oppure grandi, enormi. 
In un ristorante, una volta, un mio amico ha ordinato un hamburger con patatine fritte e gli è arrivata quella che a casa mia si chiamava "la Svizzera", cioè la carne trita senza il pane. Questi sì che sono traumi. In Texas per un affronto simile ti becchi una pallottola.
Poi ci sono quelle cose che non ho mai capito bene. In Italia se non hai la cuffia di solito non entri in piscina: qui questa cosa non l'ho mai vista invece. Non so nemmeno come si dica cuffia in inglese. Gli unici che la mettono sono quelli che si allenano facendo le loro vasche avanti e indietro, se vogliono, per il resto niente cuffia. Boh?
Un'altra cosa che ho trovato curiosa, i guanti per prendere la frutta al supermercato. Non ho approfondito molto, ma la mia impressione è stata: ma come? Tutta questa fatica per ridurre il consumo di buste di plastica (in Italia non solo si pagano sempre -qui no- ma sono anche fatte di un materiale più biodegradabile) e poi sprecano casse di guanti usa e getta quando la frutta a casa, devi lavarla lo stesso? Non ho capito. Se lo sapete spiegatemelo per favore. La risposta tipica che ho avuto quando ho detto che qui non si usano i guanti è stata che schifo, ma non mi ha chiarito molto le idee.
Se devo dirvi però seriamente, una cosa una che mi ha dato fastidio mentre ero in Italia e che ogni volta mi faceva addirittura pensare che non ci volevo vivere in un posto così, era il sistematico NON rispetto di regole basilari.  
Per farvi un esempio banale, l'ultimo in ordine di tempo. In aeroporto, dopo il check-in, si arriva davanti a una porta con scritto a lettere cubitali: ingresso consentito solo ai viaggiatori, chi non ha la carta di imbarco resta fuori. A me è sembrato normale, salutare i miei a quel punto. Ma figurati! E infatti loro come tutti gli altri sono entrati. Sono passati proprio sotto il naso delle guardie che non hanno battuto ciglio perché evidentemente é normale così: c'é un cartello con una regola vagamente incomprensibile e nessuno la rispetta. Ma tu che leggi il cartello, come fai a sapere che puoi ignorarlo? Quello sì e altri no? Perché non lo tolgono allora?
Stesso problema, ma con livelli di stress decisamente superiori alla guida. Premetto che non mi piace guidare in Italia. Ho sempre fatto il possibile per muovermi con i mezzi pubblici anche quando vivevo lì, ma a volte è necessario mettersi al volante. 
Per me era normale: limite 50, vado a 50 o poco più. Invece, sulla strada per il campo estivo che facevo tutti i giorni, una strada in mezzo ai campi di sole due corsie dove spesso trovi ciclisti o motociclisti, il limite era 50 e venivo superata magari a 80. A me sembra pazzesco rischiare di investire qualcuno per arrivare un minuto prima. Mi sembravano insensati anche i limiti troppo bassi molte volte. Così in un tratto stradale su cui stavano facendo dei lavori, ad esempio, il limite scendeva a 30 o 40, io andavo a 50-60 perché altrimenti mi facevano fuori e venivo superata a 70-80 ma anche 90 o chissà quanto con smadonnamenti vari, fari, ecc. Mi sono fatta un sacco di amici guidando in Italia quest'estate. 
Un'altra cosa che trovavo inquietante era che gli attraversamenti pedonali, moltissimi rispetto a qui, venivano per lo più ignorati. Io rallentavo per assicurarmi che non sbucasse nessuno e mi suonavano. I pedoni devono davvero stare molto molto attenti, magari alzare un braccio e non mi sembra giusto. Sopravvivere è un loro diritto non una grazia concessa dagli automobilisti.
Ieri guidavo in centro a Dallas che, fra l'altro, è famosa qui per avere automobilisti piuttosto prepotenti, e a un certo punto ho notato che non mi bestemmiavano contro. Guarda te. Doppio shock culturale al contrario? 
Seguivo i limiti e anche gli altri lo facevano e nessuno ti suona se non riparti immediatamente al semaforo o in realtà per nessun motivo di solito. Sono piccole cose, ma non così piccole.
Davanti a casa dei miei c'è un parco giochi e c'è anche un'area cani recintata. Ecco, un giorno c'erano tre signore al parco giochi con i figli e i cagnolini liberi che si lamentavano ad alta voce di quanto fosse cafone quel tale che non raccoglieva mai i bisogni del cane dentro all'area cani. Quando si dice la coerenza, vediamo la pagliuzza e non la trave.
Non dico che si debba essere inflessibili in tutto, ma in Italia dal mio punto di vista, è un caos. Ci sono così tante regole che non capisci quali sono quelle vere, quelle che devi rispettare sul serio e quelle che tutti ignorano e se le rispetti quasi crei problemi. 
Un mio amico, ad esempio, ha preso una multa per aver fatto i fari per avvertire un automobilista che veniva in senso contrario dell'autovelox. Si può prendere una multa per questo motivo. Poi magari tutti vanno a 90 su una strada dove il limite è 50 e non succede nulla. Ci si abitua come ci si abitua a tutto, ma vivere così, adesso come adesso, lo trovo snervante.

giovedì 26 luglio 2018

quel famoso ufficio all'aeroporto

Durante il viaggio di ritorno sono successe due cose degne di nota.
La seconda è che i bimbi a New York, ormai stanchissimi, sono stati invitati a visitare la cabina di pilotaggio. Bellissima esperienza.
La prima è che per la prima volta ho fatto una visita al famigerato ufficio di cui tutti favoleggiano, quello in cui ti interrogano dopo che vieni bloccato alla dogana. Il mio problema, che non è nemmeno un problema, è semplicissimo: ho perso la green card ad aprile, ho seguito tutte le istruzioni per la sostituzione, ma la carta vera e propria, il rettangolo di plastica, dovrebbe arrivarmi secondo la prassi fra 12-18 mesi (così tanto a causa dell'aumento esponenziale di richieste causato dai vari ban di Trump, mi hanno detto all'ufficio passaporti). Per poter viaggiare finchè non mi arriva il documento, devo mostrare un certo timbro che mi hanno fatto sul passaporto. Questa cosa dev'essere forse una novità perché l'ho dovuta spiegare davvero a tutti quelli che mi hanno controllato il passaporto sia in Italia che qui.
A New York non si sono accontentati delle mie spiegazioni sommarie e mi hanno fatto un vero e proprio interrogatorio. Mi ha fatto molta impressione, sembrava un film, un dramma poliziesco o qualcosa del genere, avrei preferito una bella commedia.
Niente convenevoli.
- Dov'è la sua green card?
- L'ho persa.
- Dove l'ha persa?
- Non lo so.
- Quando l'ha persa.
- Non lo so.
- Possibile che non abbia idea?
- ...
L'ha persa a casa o durante un viaggio?
- Non lo so, non la uso spesso, quando l'ho cercata non c'era.
- Come è possibile?
E via così. Dopo una decina di minuti, con i bambini che oramai dopo otto ore di volo e tutte le varie code e attese erano esausti, l'ho fermata e le ho spiegato passo per passo cosa ho fatto, tutte le istruzioni che ho trovato sul loro sito e che ho seguito alla lettera. Lei allora, con una certa irritazione, mi ha mandato via senza nemmeno alzare la testa dell'incartamento che stava compilando.
Per dire. Così vengono trattati quelli che non hanno fatto niente, chissà gli altri.

mercoledì 25 luglio 2018

il fuso orario e le ombre

Alle quattro e mezza del mattino sento una porta aprirsi. Mi immagino il piccolo Woody che vaga confuso e impaurito per la casa senza ricordarsi bene dove sia come era successo le prime notti in Italia, e scatto in piedi come una molla, ma era solo Joe che andava al bagno. Dopo dieci minuti, al buio completo come sua abitudine, entra nella mia camera, si mette davanti al mio lato del letto e mi parla a bassa voce per non svegliare suo padre, come se l'idea che io possa dormire mentre lui è sveglio non lo sfiorasse.
- Ho fame.
Mentre fa colazione mi racconta:
- Ero sveglio perché, sai, quando la luce da notte è accesa a volte appaiono delle cose spaventose nel buio...
- Lo so, è un problema molto comune soprattutto fra i bambini, ma è la tua immaginazione. Stai tranquillo, in realtà non c'è niente di spaventoso, te ne accorgi quando accendi la luce o al mattino. Puoi chiudere gli occhi e continuare a dormire.
- Sì, ma prima di dormire devo spostare tutto così le ombre spaventose spariscono.
Già, non fa una piega come sempre.
Poi mi chiede come mai ero sveglia anch'io. Mi viene da ridere, ma gli spiego che eravamo svegli entrambi e che a lui è venuta fame a quell'orario strano a causa del fuso orario. Lui al discorso del fuso orario, il più banale dal punto di vista di un adulto, non ci aveva nemmeno pensato.

martedì 24 luglio 2018

cinque minuti

Ieri siamo andati a comprare il dolce nella solita pasticceria che ricordo da sempre. Da sempre per prima cosa appena entri ti fanno assaggiare un cannoncino. Ieri c'era il proprietario, oramai molto anziano, che sembrava divertirsi pazzamente. Il negozio era pieno, i pasticceri facevano i salti mortali e lui distribuiva cannoncini a destra e a manca. Sembrava Babbo Natale con quel sorriso stampato. Dopo aver dato un cannoncino si fermava a osservare l'espressione dei clienti, soprattutto dei bambini e gli si leggeva in faccia quanto godeva di quel piccolissimo istante di gioia altrui. 

Non lo conosco, ma per i cinque minuti che abbiamo condiviso, ho avuto l'idea di una vita molto ben spesa.

sabato 21 luglio 2018

l'entusiasmo

Spesso qui per qualche strano motivo, mi chiedono se sono straniera. Allora io spiego che vivo all'estero da un bel po', ma sono italiana.

- E dove vivi?

- Negli Stati Uniti.

- E negli Stati Uniti dove?

Un po' in imbarazzo rispondo che vivo in Texas. Imbarazzo per modo di dire perché quando nomino il Texas la gente si scatena e tira fuori qualunque cosa, veramente le più assurde da J.R. in poi. E no, non vado al lavoro a cavallo. Però hanno sempre una reazione forte, spalancano gli occhi. 

Il Texas! Che sogno...ma com'è come non è...e mi fanno mille domande e mi dicono "se ti stanchi vado io al tuo posto, eh!".

Ecco, adesso devo provare a trovare dentro di me un po' di quell'entusiasmo lì perché lasciare l'Italia, con tutte le sue problematiche e le sue bellezze, è sempre piuttosto straziante.

venerdì 20 luglio 2018

parliamo di bergamo

Appena arrivati qui, Joe che è un tipo pragmatico, ha fatto una lista di tutto quello che voleva fare in Italia. Prima cosa: andare a Venezia. 
Non sapete quanto mi abbia fatto piacere. L'anno scorso, l'ho portato alla Biennale. Eravamo solo io e lui. Lo feci camminare tantissimo con un caldo esagerato, ma per me fu una giornata memorabile. Ho una passione sconfinata sia per Venezia che per la Biennale, l'idea di introdurre mio figlio a queste due esperienze, mi riempiva di felicità. Avevo avuto la sensazione, sul momento, che avesse passato una bella giornata, ma Joe non è uno che fa tanti complimenti. L'idea che dopo un anno, abbia tirato fuori la cosa, mi fa supporre che quella giornata debba avergli davvero fatto una certa impressione, proprio come speravo. Mi piacerebbe portarlo a Venezia l'estate prossima per la nuova Biennale così quest'anno gli ho fatto vedere altri posti, fra cui Bergamo. 
Ecco, parliamo di Bergamo. Si trova a  meno di un'ora da Milano, eppure ci sono stata una volta sola. Conosco persone di Milano che hanno girato il mondo e non sono mai state a Bergamo. Non ci avevo mai fatto caso a questa cosa, ma adesso mi sembra semplicemente pazzesco. È una città splendida e vicina eppure non sono cresciuta sentendo dire questo. Sono cresciuta sentendo fare scherzi sui contadini della Val Brembana o i muratori bergamaschi. Non erano discorsi che si facevano a casa, i miei non hanno mai preso in giro nessuno, ma ricordo amici e perfino alcuni professori a scuola fare questo tipo di battute, era normale. Mi sono tornate in mente alcune compagne di università che venivano guardate con sufficienza perché venivano da Bergamo, che assurdità. 
Che ingiustizia guardare dall'alto in basso i bergamaschi (o chiunque altro in realtà) per il loro accento o per il loro stile di vita quando hanno un patrimonio culturale e naturale enorme. 
Una commerciante di souvenir meravigliosa in piazza Vecchia, ieri ci ha raccontato un sacco di cose interessanti sulla città, sulla Commedia dell'Arte e in particolare, sulla maschera di Arlecchino che contrariamente a quello che tanti pensano non è veneziana, ma bergamasca. Sembrava non aspettasse altro che spiegarci tutte queste cose, era preparatissima e trasmetteva entusiasmo. Tralasciando il fatto che per far contento Joe mi sono dovuta sorbire una mostra sui dinosauri anche lì, una gran bella esperienza la gita a Bergamo. Belle persone, ottimo cibo, arte. 
Certo, solo in Italia un posto simile può passare in secondo piano.



lunedì 16 luglio 2018

il tu e il lei

Appena arrivata qui, abituata a parlare inglese, mi è venuto spontaneo usare il tu. Poi un giorno una ragazza mi ha risposto con il lei e non mi è piaciuto neanche un po'. Ho pensato o di averle involontariamente mancato di rispetto (era una commessa) o che mi considerasse troppo vecchia per darmi del tu. Dopo quel piccolo incidente ho cercato di usare il lei per sicurezza, ma mi sono sentita puntualmente rispondere con il tu. In quei casi invece, ti sembra di voler fare la superiore. 
L'altro giorno ero a pranzo con un amico e ho notato che dava del tu a una cameriera che mi sembrava  più anziana di noi. Mi ha fatto specie anche perché lui normalmente non ha problemi con le formalità: dà ancora del lei ai miei genitori che conosce da vent'anni. Allora glielo ho chiesto...ma tu come ti regoli con il tu e il lei? Mi ha risposto che dare del tu alla cameriera era stata una gaffe e che generalmente dà sempre del lei. 
Anche questa è una di quelle cose che metterei nella categoria dello shock culturale al contrario. Finché vivevo qui non ci ho mai nemmeno pensato, andavo d'istinto e non ricordo di avere mai avuto problemi. Adesso invece l'istinto deve essersi un po' assopito in questo senso e mi sento spesso a disagio. 
Dopo tutti questi anni passati a usare solo il tu, il lei mi dà l'impressione di un qualcosa di ridondante e inutile, ci sono altri modi di dimostrare il rispetto. I rapporti  fra le persone sono già sufficientemente complicati senza aggiungerci anche questo piccolo carico di possibili malintesi. 
Che ne pensate?