giovedì 17 settembre 2020

i vostri adulti


Diceva una mia amica che è sempre stata bravissima a scuola che per tutta la vita si è sentita chiedere: "Tua madre è un'insegnante, vero?". Quanti preconcetti in questa semplice domanda a pensarci. Dare per scontato che l'insegnante sia la madre perché sono le donne a fare le insegnanti. E poi forse anche quell'attribuire ogni merito e colpa alla madre perché è la madre che educa.
Sono un'insegnante anch'io e dubito fortemente che ai miei figli venga fatta la stessa domanda che veniva fatta alla mia amica. Insegnare oggi più che mai ha un significato ampio che per fortuna non si limita alla disciplina, al seguire delle istruzioni. Per me l'obiettivo, ad esempio, è arrivare a fare scelte in modo autonomo, non limitarsi a eseguire degli ordini.
Mi piace molto che la maestra di Woody nelle sue lezioni online si riferisca sempre a "i vostri adulti", "your grown-ups". Non dá niente per scontato: mamme, papà, baby sitter, nonne, fratelli maggiori... niente giudizi, niente preconcetti di sorta.
Sembrano piccole cose, ma non lo sono per niente.




--> Come sempre, se volete seguire le nostre avventure artistiche, andate a dare un'occhiata a @little_art_factory su Instagram.

sabato 12 settembre 2020

la prima settimana di scuola online in texas

Mi fate molte domande sul funzionamento della scuola, così vi racconto un po' come è andata questa nostra prima settimana.

La differenza principale che vedo rispetto all'Italia, è che qui negli Stati Uniti mai si è pensato di abbandonare la cosiddetta didattica online. Ricordo che già prima che la situazione precipitasse, all'inizio dell'estate scorsa, la preside mi disse che non ci saremmo mai più fatti cogliere di sorpresa e che avremmo continuato a caricare tutte le lezioni online per sicurezza, in caso bisognasse chiudere di nuovo. Poi effettivamente la situazione si è aggravata parecchio qui da noi, quindi dare la possibilità a chi volesse di seguire da casa, è diventato fondamentale, anche per diminuire il numero di studenti a scuola. Ho sempre considerato la mia classe molto grande, ma quando devi mettere due metri fra un banco e l'altro, tutto diventa relativo.

Vi ho raccontato com'è andata (qui). In sostanza, non ero d'accordo con il piano di riapertura e mi sono licenziata. Joe e Woody continuano a frequentare la scuola in cui lavoravo però. All'inizio era un po' imbarazzante. Di solito quando ci si licenzia non ci si vede più, in questo caso invece, siamo ancora qui. Mi dicono sempre tutti che gli manco e a me pure manca il mio lavoro. E' stata una separazione consensuale per irrimediabili divergenze di opinione, ma rimane la stima reciproca. La filosofia di insegnamento è ancora quella di cui vi raccontavo qui e la condivido in toto.

Per quanto riguarda Joe e Woody, non abbiamo mai pensato di rimandarli a scuola di persona. Entrambi soffrono di asma e la pediatra ce lo ha sconsigliato vivamente. Era così contenta che le chiedessimo un consiglio la pediatra. Continuava a ripetere "Non avete idea di cosa mi tocchi sentire, un sacco di gente ancora non ci crede alla pandemia". Eh, Texas.

Per chiarezza, vi dico che la scuola di cui si parla è una charter: pubblica, gratuita, con gli stessi esami che fanno tutti, ma gestita in modo più libero. Tutti i distretti scolastici qui operano comunque in modo autonomo. Specialmente ora, durante la pandemia, salta all'occhio la disomogeneità: ognuno decide se, come e quando aprire.

Woody ha cominciato il kindergarten, che è molto simile alla nostra prima elementare, ma si fa un anno prima. E' stata dura per tutti accettare che la sua prima esperienza scolastica fosse di questo tipo, eppure devo dire che sta andando molto bene. Le famiglie hanno comprato i materiali (quaderni, colori, ecc) come sempre e la scuola ha garantito a tutti, computer e connessione internet, ma il vero miracolo lo sta facendo la sua maestra. Ha costruito un sistema dal nulla. Ci ha lavorato tutta l'estate. Il suo obbiettivo è fornire agli studenti a casa la stessa educazione che avrebbero ricevuto a scuola e non solo quello: fargli capire che la scuola è un bel posto per loro e saranno felici di andarci un giorno. La maestra il fine settimana lascia le fotocopie per la settimana successiva in una cassetta fuori dalla scuola, così noi non dobbiamo stampare nulla e le sue lezioni su Zoom non sono noiose perchè effettivamente tutta la classe lavora nello stesso momento con gli stessi strumenti e materiali. Lei incoraggia i bambini a partecipare dal vivo. Ci sono dai 3 ai 6 incontri al giorno che durano una ventina di minuti circa. Avevo paura che la richiesta fosse di passare sei ore davanti al computer. In realtà, devono fare un solo compito al giorno per essere considerati presenti. Tutto viene registrato e si può seguire quando si vuole o si può visto che molti genitori lavorano. Anche la socializzazione viene incoraggiata. 

Vedo Woody davvero contento e orgoglioso di sè. Lui è un bambino che ha sempre adorato la scuola. E' il tipo che è triste se lo vai a prendere in anticipo, per dire. La primavera, con quella chiusura improvvisa e drammatica, era stata dura per lui. Aveva completamente perso l'indipendenza. Se non mi vedeva, gli venivano gli occhi lucidi, era in crisi. Fortunatamente insegnando arte alle elementari riuscivo a coinvolgerlo nel mio lavoro. Ho lavorato fino a giugno da casa con lui appiccicato addosso, non è stato semplicissimo in effetti.

Ora invece fa le sue riunioni su Zoom e fra una lezione e l'altra è contentissimo di lavorare o giocare da solo. E' più sicuro di sè e indipendente.

La maestra dice che non importa se non hanno voglia di stare davanti al computer un giorno -hanno 5 anni!- e che la cosa più importante è che siano contenti. Se perdono qualcosa la recupereranno senza problemi. L'ho detto che ha una pazienza infinita questa maestra?

E poi c'è Joe che è in quarta. Per lui è tutta un'altra storia. Ovviamente ha molti più compiti e doveri.

Ha varie maestre. Qui le maestre si cambiano ogni anno. Una di loro però ha chiesto alla direzione di continuare a seguire la stessa classe anche in quarta. Sapeva che sarebbe stato un anno difficile e voleva che avessero davanti almeno un volto familiare. La mia riconoscenza anche in questo caso è enorme: insegnare cose diverse sarà senz'altro più impegnativo per lei che ripetere lo stesso programma dell'anno precedente. Ha dimostrato davvero, ancora una volta, di mettere il bene degli studenti al primo posto.

Joe è molto bravo e indipendente. Bisogna giusto controllare che non perda una mattinata sognando ad occhi aperti. A parte quello se la cava bene. Lui normalmente ha solo una riunione obbligatoria su zoom al giorno, però se vuole ha molte opportunità sia di chiedere spiegazioni sia semplicemente di interagire con la classe. Anche nel suo caso la socializzazione viene incoraggiata.

Ieri un'altra maestra, una nuova, ha mandato un'email bellissima in cui diceva quanta gioia Joe sta portando nella sua classe e quanto sia dolce e simpatico. Al di là del sacrosanto gongolamento materno, mi metto nei panni di questa insegnante. Iniziare l'anno in una scuola nuova, durante una pandemia, a insegnare per la prima volta online e di persona e trovare anche il tempo per mandare messaggi incoraggianti e rassicuranti alle famiglie. Non la conosco, ma per me ha messo subito in chiaro la cosa più importante e cioè che tiene molto a quello che sta facendo. 

I miracoli però non sono sempre possibili e soprattutto non si dovrebbero chiedere a nessuno. La maestra di Woody insegna solo ai bambini a casa. Le maestre di Joe invece durante la giornata si dividono fra tutti: gli studenti che seguono di persona e quelli online. E' un tipo di impegno molto diverso e si vede nei risultati. Le maestre di Joe hanno un'altra espressione sul viso, non so quanto possano resistere in questo modo. Stanno lavorando il doppio e facendo anche attenzione a non ammalarsi.

Mi é capitato di tornare a scuola un paio di volte e per fortuna tutti indossavano le mascherine, adulti e bambini, ma per il resto ho avuto l'impressione che tutto scorresse in modo più o meno normale. Vedo tante foto di maestre che abbracciano bambini come se non ci fossero delle distanze da dover rispettare. Sono molto preoccupata. Qui la situazione non accenna a migliorare e credo che l'essere umano non sia programmato per proteggersi otto ore al giorno, anche perchè il pericolo è invisibile in questo caso e tutto sembra così inoffensivo. E' facilissimo dimenticarsi della pandemia, ma questo virus ha la capacità di uccidere, non ci si può rilassare troppo. 

In una scuola qui vicino c'è già stato un contagio ieri, il quarto giorno di apertura. Nessun annuncio ufficiale, ma tutti sanno. Trovo questo tentativo di coprire le brutte notizie estremamente inquietante.

Sarà un anno scolastico molto diverso dagli altri. L'esperienza della primavera come insegnante e quella di adesso come genitore, mi portano a pensare che la didattica online, può funzionare volendo, con sforzi enormi di tutti, e questo mi rassicura un minimo. 

Rimaniamo positivi e vediamo cosa succede.  

venerdì 11 settembre 2020

l'orizzonte professionale

La collega di lingua dei segni che si era licenziata più o meno per i miei stessi motivi, aveva subito trovato un altro lavoro in un'altra scuola. Ben presto però si è resa conto di non farcela nemmeno lì e ora fa l'agente immobiliare.

Anch'io mi ero subito messa alla ricerca di un nuovo lavoro, ma appena è iniziata la scuola, mi sono accorta che seguire due studenti delle elementari, anche se sono i tuoi figli, è un lavoro.
Il lato positivo, se bisogna trovarne uno, è che non è così male questo nuovo lavoro, peccato per lo stipendio.
Ho scoperto di essere stata sostituita da YouTube. Suppongo non ci sia la coda fuori dalla porta per fare l'insegnante di arte in Texas in questo momento storico.
Sigh.

martedì 8 settembre 2020

nice white parents

Nell'ultimo post, quello del 3 settembre, si parlava del fatto che non esistono i "razzisti" e i "non razzisti".

Tutti abbiamo dei pregiudizi, fa parte della natura umana e riconoscerlo è fondamentale per diventare "antirazzisti".
Gli antirazzisti sono i veri "alleati" delle minoranze, quelli che per tutta la vita continuano un lavoro su se stessi e anche all'interno della società per dare il proprio contributo al crollo di tutte quelle strutture che favoriscono alcuni gruppi rispetto ad altri.
Non ho problemi ad ammettere i miei errori in questo senso. Anzi, sono sempre grata quando mi viene fatto notare che sbaglio o che sto guardando una situazione esclusivamente dal punto di vista del mio privilegio.
Questo non significa che non faccia male.

Fa malissimo.
Quando capisci di aver fatto un errore di questo tipo, soffri molto e ti vergogni anche. La gratitudine nei confronti di chi te lo fa notare nasce dal fatto che però poi cresci e non farai mai più quegli sbagli.
Ecco, ho ascoltato appena due episodi del podcast Nice White Parents e sto soffrendo un bel po'. Mi sto facendo una quantità di domande su me stessa e sulle mie scelte che è quasi ridicola.
Se anche voi aspirate ad essere degli "alleati" e se la conoscenza della lingua ve lo permette, ascoltatelo e se vi va ditemi cosa ne pensate.
Mind-blowing.
🍎

giovedì 3 settembre 2020

mai pensare di aver fatto tutti i compiti

Durante uno dei miei primi viaggi negli Stati Uniti, un sera al cinema notai la locandina di un film di cui non avevo mai sentito parlare. All'epoca ero piuttosto informata sulle nuove uscite, eppure quel film non mi era per niente familiare. C'è da considerare una cosa di quel film: tutti gli attori e anche tutto il pubblico presente fuori dalla sala erano afroamericani. La mia sensazione da italiana in vacanza, ignorante su lingua e cultura americana, una sensazione che non elaborai al momento, fu...non è per me, questo film non si rivolge a me.

Chissà perchè poi. Me lo chiedo ora.

Perchè non mi riconoscevo nel cast oppure perchè non mi riconoscevo nel pubblico?

Non può esistere una storia in cui tutti i personaggi siano neri? Non si può apprezzare una storia in cui tutti i personaggi siano neri? Certo che sì, ma in realtà io non l'avevo mai vista al cinema una storia così.

Ci ho pensato e gli unici cast neri che ricordo sono quelli di produzioni estremamente drammatiche come Radici e Il Colore Viola. Oppure qualche vecchio telefilm come I Robinson o I Jefferson.

All'epoca de I Jefferson, ad esempio, ero molto piccola e non avrei mai potuto cogliere certe sfumature, ma adesso che sono andata a rivedermi la sigla mi sono resa conto di una cosa: non ci avevo capito assolutamente nulla. La canzone fa:

Well we're movin on up,
To the east side.
To a deluxe apartment in the sky.
Movin on up
To the east side.
We finally got a piece of the pie.
Allude al loro trasferimento ai piani alti della società americana in un appartamento di lusso in un grattacielo di New York. Finalmente ci siamo presi anche noi una fetta della torta. Infatti si vedono i due protagonisti che traslocano, lei che si commuove fino alle lacrime e lui che le prende la mano per consolarla. Nella sceneggiatura c'era anche una coppia mista e io da bambina non ci trovai mai nulla di strano. Solo ora mi rendo conto a pieno di quanto tutto questo fosse avanti rispetto ai tempi. Ancora oggi, decenni dopo, alle coppie miste capita di essere guardate con sospetto o curiosità.
Quello che voglio dire è che come sempre: representation matters. L'assenza di modelli positivi nella cultura popolare crea pregiudizi, c'è poco da fare. E poi da adulti, non è semplice liberarsene. Quei modelli sbagliati che ti vengono propinati dalla nascita producono automatismi pericolosi.

Il motivo scatenante di questa riflessione è una piccolissima discussione che ho avuto su una certa serie con una persona che di cultura americana se ne intende parecchio, al punto di basare su questa conoscenza la propria professione. La serie in questione è Little Fires Everywhere.

A me è piaciuta molto. Si basa sulla continua contrapposizione di due madri che fanno scelte diverse, ma poi -ti chiedi- sono loro che fanno scelte diverse? Oppure è la società, in base alle sue strutture, a portarle a comportarsi in un modo o in un altro? Quanto pesa sui figli la vita non vissuta dalle madri? Tutti quei desideri, quelle aspirazioni che in qualche modo devono essere modificati, se non addirittura messi da parte, per far posto a un'altra vita che arriva e al ruolo stesso di madre. Tratta anche di razzismo, immigrazione, omofobia, lotta di classe. L'ho trovata interessante, ben scritta e ben recitata. Dà grandi spunti su cui ragionare e questa è sempre una cosa positiva.

Questo critico invece ha stroncato tutto. Ha affermato di avere odiato la serie a tal punto da non aver potuto andare oltre i primi due o tre episodi. Ho cercato di capire i motivi di tale stroncatura senza appello e sapete cosa ho scoperto? Erano più o meno per gli stessi per cui a me invece era piaciuta.

Ohibò.

A quella persona questa rappresentazione della realtà è sembrata insincera, una carrellata di personaggi tratti dalla stringente attualità: la donna di colore, la Karen, l'immigrata, la lesbica...come un album di figurine -ha detto- per far contenti tutti.

Chi avrà ragione? Entrambi, nessuno dei due, i gusti sono gusti e ognuno ha la sua sensibilità, non importa. Quello che mi ha infastidito è il suo argomentare che il fatto che all'improvviso in tutte le serie e i film degli ultimi anni ci siano personaggi che prima non venivano rappresentati (coppie gay, miste, Karen, donne grasse, ecc.) sia una forzatura. Una forzatura?

Io credo che invece ci sia una grande sete di storie che -finalmente!- rappresentino tutti i personaggi della società e non sempre e solo lo stesso vecchio punto di vista.

Mi viene in mente un film come Call me by your name. Possa piacere o no il film... quando mai abbiamo visto al cinema la storia di un ragazzo che scopre di essere gay negli anni Ottanta e esplora semplicemente i suoi sentimenti? Senza dei genitori antiquati o una società oppressiva nella trama. E' un essere umano con sentimenti universali in cui chiunque può riconoscersi.

E' vero che a volte salta all'occhio la diversità dei personaggi e delle trame negli ultimi anni. Ricordo distintamente, ad esempio, un monologo della terza stagione di Glow in cui ho pensato...questa cosa è stata scritta adesso, nei primi anni Ottanta non si facevano quei discorsi. Era un monologo sulle difficoltà dei figli degli immigrati e su chi scappa dalla guerra e dalla povertà. Ma poi ci ho ripensato meglio. Non si facevano davvero quei discorsi? E chi lo stabilisce? Non è più probabile che io ne fossi esclusa? Che a quella fetta della popolazione non venisse data voce?

Chiariamoci: non è che non ci siano mai stati film sui rifugiati. E' che non c'erano sfumature, non trovavano spazio all'interno di una serie leggera in cui si mostrano tutti gli aspetti della loro vita, quelli divertenti e quotidiani e quelli drammatici.

Quell'episodio di Glow non l'ho visto tantissimo tempo fa eppure, dopo tanti anni di studio e di interesse verso queste tematiche, per un attimo sono cascata ancora nella trappola del pregiudizio.

La differenza è che ora il più delle volte ho gli strumenti per riconoscere da sola i miei pregiudizi.

Insomma, quello che voglio dire è che dobbiamo ricordarci che i pregiudizi ce li abbiamo tutti, fanno parte dell'essere umano e liberarsene è un percorso lungo tutta la vita.

Un senso di fastidio anche solo di fronte a un film, un romanzo o a una serie televisiva può fornirci indizi validi a esplorare quei pregiudizi che non sappiamo nemmeno di possedere e a superarli.

Non esistono razzisti e non razzisti, esistono persone che cercano di capire le proprie reazioni e persone che si affidano alle emozioni del momento. E' probabile che tutti sentano un fastidio nel vedere sovvertito l'ordine a cui sono abituati, ma poi bisogna andare oltre, cercare di capirne le cause profonde.

Mai pensare di aver fatto tutti i compiti.

venerdì 28 agosto 2020

il database dei casi di coronavirus nelle scuole americane

 Uno dei problemi della riapertura delle scuole negli Stati Uniti, è che non ci sono precedenti: nessun paese le ha mai riaperte con i numeri di infezioni che si registrano qui in questo momento.

Un'insegnante del Kansas di nome Alisha Morris, ad agosto ha cominciato a cercare dei dati in proposito e ha trovato solo articoli di cronaca. Allora ha avuto un'idea semplicissima quanto geniale: mettere tutti questi casi insieme nel primo e unico database sull'incidenza del coronavirus nelle scuole americane.
Inizialmente inseriva solo casi documentati dalla stampa. Presto però ha cominciato a ricevere segnalazioni che consistevano magari in screenshots di post sui social media o email interne delle scuole. Molte scuole americane, come abbiamo visto, tendono a tenere queste informazioni il più possibile segrete purtroppo, cosí Alisha Morris per avere un quadro più completo della situazione reale, ha deciso di creare una sezione a parte del database con questo tipo di segnalazioni e di verificarle in un secondo momento.
A oggi, secondo questi dati 700 scuole hanno avuto almeno un caso. E' un numero impressionante se si considera che la maggior parte delle scuole sono ancora chiuse o hanno iniziato l'anno scolastico online.
Il database è diventato così importante che adesso viene gestito dalla NAE (National Education Association).
Quando è stato chiesto ad Alisha Morris quale sia il suo stato d'animo all'idea di tornare in classe, lei ha risposto che la scuola in cui lavora basa le proprie decisioni sulla scienza e sulla sicurezza di tutti, quindi ha completa fiducia che quando e se le verrà chiesto di tornare a insegnare di persona, sarà fatto con tutte le cautele del caso.
Ho la sensazione, da quello che vedo, che la maggior parte delle scuole siano troppo sotto pressione per usare lo stesso buon senso. Penso che queste informazioni possano essere utili a tutti indipendentemente dal paese in cui vivete. Vi lascio questo link in caso vogliate approfondire.

mercoledì 26 agosto 2020

la trasparenza

La decisione di licenziarmi è stata un tale stillicidio per me e per tanti altri insegnanti perchè avevamo capito benissimo che le amministrazioni volevano fare qualcosa di molto pericoloso e semplicemente non ci abbiamo creduto. Tanti di noi hanno pensato: no, non può essere, si fermeranno in tempo. Dopo tutto, a marzo le scuole sono state chiuse con una situazione di contagi molto meno grave. 

Qui negli Stati Uniti non esiste una strategia comune per la riapertura delle scuole, ogni distretto decide per sè. Dove mi trovo io e in molte altre zone, è successa spesso una cosa inquietante.

A un certo punto è stato chiaro: più la situazione dei contagi peggiorava meno l'idea di riaprire le scuole veniva messa in discussione. Anzi si rincarava la dose.   

Inizialmente, per i bambini che sarebbero tornati a scuola, si parlava di misure di sicurezza importanti. Si sarebbero formati gruppi molto piccoli. Tutti gli studenti avrebbero indossato la mascherina. Ogni bambino avrebbe passato la giornata seduto al suo banco anche durante la pausa pranzo. Si sarebbe fatto il possibile per non condividere nessun materiale. L'ora di ginnastica all'aperto e niente sport dopo scuola. Al primo sintomo o contatto con un individuo infetto, dritti a casa.

Quando la pandemia è peggiorata ulteriormente però, ho visto le misure di sicurezza paradossalmente allentarsi.

In molte scuole, ad esempio, le classi sono rimaste numerose più o meno come prima impedendo il distanziamento sociale fra i banchi, ma un'altra cosa ben più grave è successa: è venuta meno la trasparenza.

I primi tempi si diceva e si ripeteva che chiunque avesse avvertito qualunque sintomo o fosse venuto a contatto con soggetti malati, sarebbe dovuto rimanere a casa in quarantena, ma ci si è presto resi conto della difficoltà di tenere fede a questo piano. Dove si trovano tutti questi supplenti durante una pandemia? Gente che lavora a ore dovrebbe prendersi il rischio di passare da una classe all'altra? Del resto non c'era la fila nemmeno prima per questo lavoro. E poi 14 giorni di quarantena sono tanti. Non è che puoi stare a casa quanto vuoi e continuare a ricevere lo stipendio. Ogni distretto ha normative differenti, ma c'è una generale mancanza di chiarezza sui rimborsi e l'utilizzo dei giorni di malattia. L'approccio sembra quasi essere: facciamo il possibile per non arrivare a quel punto.

Come? Invece di implementare la sicurezza, si chiude un occhio sui fattori di rischio. Mi spiego meglio.

Dato che una grande percentuale di chi prende il coronavirus non esibisce sintomi, per essere sicuri di essere stati contagiati bisogna fare il test. Qui i test ognuno -lavoratori e studenti- se li deve pagare da solo. Non tutti hanno un'assicurazione sanitaria e per di più i risultati possono arrivare con parecchi giorni di ritardo. Fare finta di niente fino alla comparsa dei sintomi, dalle storie che sento e leggo, sta diventando un tacito accordo che fa comodo a tutti.

Per tornare a scuola dopo il coronavirus in alcune scuole non è necessario un test negativo. Basta che siano passati 10 giorni dall'inizio della malattia, non avere la febbre da 24 ore e un "miglioramento" di tutti i sintomi. 

I giorni di quarantena in molti distretti sono passati da 14 a 10. In uno stato, lo Utah, avevano addirittura deciso di abolirla per chi non ha sintomi. Poi, viste le critiche, sono tornati sui propri passi (qui).  

I primi casi di contagio qui sono cominciati quando nelle scuole c'erano solo gli insegnanti a preparare le classi, ben prima che arrivassero gli studenti. Conosco insegnanti che quando il virus è arrivato nella loro scuola sono stati avvertiti a voce da altri colleghi e solo molti giorni dopo dall'amministrazione. Adesso che alcune scuole hanno cominciato a riaprire in modo completo anche qui in Texas, i contagi fra i bambini sono sempre più frequenti. CNN parla di un 21% di aumento di casi nei bambini nel giro delle due settimane corrispondenti alla riapertura delle scuole (qui). 

Sembra che le notizie dei contagi molti presidi tendano a tenerle per sè finché non diventa impossibile nasconderle. E questo lo sto vedendo succedere non solo a scuola, ma anche in altri ambienti di lavoro.

Allora mi chiedo: come ci si può proteggere e allo stesso tempo proteggere quelli che vengono a contatto con noi se non sappiamo nemmeno di essere stati esposti al virus? D'altra parte però come si possono tenere aperte scuole, uffici e negozi seguendo tutte le norme di sicurezza? 

sabato 22 agosto 2020

la vita continua

Quest'estate è stata dura.

Parlo al passato non perchè sia finita, ma perchè è da qualche giorno che dormo, rido e mi sento di nuovo me stessa. Penso di avere avuto una leggera depressione. Mai nella vita mi sono sentita così priva di speranza e così in balia degli eventi. Almeno, mai così a lungo. Avevo retto bene al lockdown, alla cancellazione del volo per l'Italia, alla solitudine del distanziamento sociale prolungato, ma l'annuncio di Trump di riaprire immediatamente le scuole, mi ha completamente stroncato. In quel periodo i contagi stavano salendo a dismisura in molti stati, soprattutto quaggiù al sud e pochi lo presero sul serio. Ci fu il solito coro di 'non può farlo, non è di sua competenza, è ridicolo'. Un paio di giorni dopo, guarda caso, la mia scuola come tante altre, annunciò la riapertura. Non un comunicato ambiguo del tipo vediamo cosa succede, il messaggio era forte e chiaro, spavaldo anche: si riapre, e non vediamo l'ora. Allora mi sono messa a studiare per cercare di capire come fosse possibile. Avevo letto chiaramente che le chiese, i bar, i ristoranti e tutti gli eventi al chiuso in generale avevano generato quantità sorprendenti di contagi. Non capivo come potessero pensare che mettere un sacco di bambini in una stanza potesse funzionare. Non hanno cancellato nemmeno il coro.

Ho fatto ricerche abbastanza approfondite per comprendere i successi e i fallimenti di altri paesi, ma una differenza mi è saltata immediatamente agli occhi: mai nessun paese ha provato a riaprire le scuole con queste percentuali di positività al virus, senza nessuna intenzione di condurre test o tracciare i contatti e addirittura abbassando o annullando i giorni di quarantena in assenza di sintomi.

Non riuscivo a staccarmi dalle notizie, non dormivo più. Aspettavo ogni minuto che qualcuno cancellasse questo piano incomprensibile perchè era ovvio che non ci avrebbero messo in questa situazione, no? No.

All'inizio di questa settimana il Texas ha superato i 10.000 decessi (quieppure la maggior parte delle scuole per ora continua con i piani di riapertura, piani che paradossalmente, in molti casi, si fanno sempre meno restrittivi.

La scienza è una, ma ogni scuola negli Stati Uniti prende decisioni in maniera del tutto indipendente. Ogni distretto intorno a casa mia apre o non apre come e quando vuole, in alcuni casi le maschere sono obbligatorie in altri no. Parliamo della vita di milioni di persone, ma qui non c'è nessuna autorità sanitaria che controlli o sanzioni: le decisioni sono lasciate agli amministratori e ai politici che, a giudicare dalla disinvoltura, non credo abbiano responsabilità penali. Da due o tre settimane stranamente proprio gli stati più colpiti dalla pandemia hanno cominciato a riaprire le scuole. E chiuderle. Aprono e chiudono.

C'è stata una studentessa in Georgia (qui) che ha postato delle foto del primo giorno di scuola dove si vedono corridoi pieni di ragazzi e molti sono anche a viso scoperto. La foto è diventata virale e la scuola invece di scusarsi ha sospeso la studentessa che ha postato la foto. Poi anche la notizia della sospensione è diventata virale e allora la sospensione è stata ritirata. Subito dopo hanno dovuto chiudere per via dei numerosi contagi.

A scanso di equivoci, il primo punto della mia lettera di inizio anno scolastico recitava: richiediamo che a scuola non venga scattata o postata nessuna foto in nessun caso e su nessun social media. 

Gli insegnanti di arte come del resto quelli di musica, teatro, spagnolo, ecc. vedono centinaia di studenti alla settimana e spesso continueranno a farlo. Per noi è impossibile rimanere all'interno di piccoli gruppi. Ho analizzato la questione per settimane da tutti i punti di vista. Non penso che sia impossibile riaprire le scuole, penso solo che si debba seguire la scienza e la logica. Ho chiesto chiarimenti molto precisi fornendo dati scientifici. Ho considerato le classi con 20 bambini di 5 anni che a volte ancora si fanno la pipì addosso e da cui ci si aspetta che rimangano immobili al proprio banco con la mascherina per tutta la giornata. Ho considerato le finestre che nella mia scuola non si aprono e l'aria condizionata che non ha mai funzionato alla perfezione. Insegnare all'aperto? E' l'unica idea che per un attimo mi aveva dato fiducia, ma ci sono 40 gradi, oltre ai mass shootings ovviamente. La risposta che ho ricevuto è stata qualcosa tipo non preoccuparti, andrà tutto bene.

Ho letto i racconti di chi ha iniziato, la maschera bagnata di saliva dopo due ore di lezione, spogliarsi in garage al ritorno dal lavoro, mettere tutto in lavatrice e andare direttamente nella doccia tutti i giorni. Ho pensato alla possibilità di contagiare Joe e Woody che soffrono di asma, di non poterli abbracciare. Mi sono ritrovata alle tre del mattino a piangere riguardando le foto della mia meravigliosa classe di arte e ricordando tutte le cose incredibili che là dentro succedevano. La mia classe era il mio posto felice, era una parte enorme della mia vita, era un sogno che avevo faticato tantissimo per riuscire ad avverare.

Mi rendo conto di essere estremamente fortunata e privilegiata ad avere un'alternativa, ma la scelta di lasciare questo lavoro oppure no, avrà delle ripercussioni enormi e mi ha logorato l'anima. 

A un certo punto, ho pensato di rivolgermi a uno psicologo. Ne ho trovata una qua vicino, ben 17 anni di esperienza. Le spiego il mio dilemma e mi dice: "Ma guardi che basta prendere l'idrossiclorochina e un altro paio di medicinali da banco. Le compagnie farmaceutiche impediscono alla notizia di uscire per non perdere milioni di dollari. Il covid è poco più di un raffreddore". Dalla padella alla brace. Non potevo credere di essermi imbattuta in un personaggio simile al primo colpo. E' stata un'esperienza tragicomica. Non so se troverò mai il coraggio di riprovarci.

E' un periodo difficile. E non solo per la pandemia e questa scelta crudele fra il lavoro e la salute che come tanti mi sono trovata davanti, ma anche per tutto quello che stanno significando questi ultimi mesi nel mondo di Trump. Le sue tendenze autoritarie oramai si manifestano di continuo, senza più nessun ritegno e in modi che condizionano direttamente la nostra vita. Continua ad alludere al fatto che potrebbe non accettare il risultato delle elezioni. Negli ultimi giorni finalmente ha detto ad alta voce che il motivo vero per cui sta boicottando le poste è restringere il diritto di voto (ci si aspetta che a causa della pandemia molti più americani votino via posta, qui). Impedire alla gente di votare è criminale di per sè, ma qui si parla anche di mera sopravvivenza: soprattutto nelle località più remote, è la posta che recapita i farmaci.

Poi ci sono le proteste contro il razzismo. A Portland e altrove si sono visti soldati in tuta mimetica arrestare, o sarebbe meglio dire sequestrare, manifestanti pacifici senza qualificarsi o dire una sola parola. Lo avete visto il video della manifestante caricata su un'automobile civile da due soldati in assetto da guerra? Adesso ti può succedere una cosa del genere alla luce del sole con prove filmate e testimoni senza nessuna conseguenza. Il senso di angoscia di chi presta attenzione a tutto questo, è profondo. 

C'è stato qualche segnale positivo negli ultimi giorni, ma in generale la sensazione è quella di vivere in uno di quei film, quelli che non finiscono bene.

In tutto questo, è ricominciata la scuola. Ho cercato di capire ancora meglio quali fossero i piani per contenere la pandemia e se ci fosse una possibilità di continuare a lavorare senza assumere dei rischi che io reputo eccessivi. Dopo un paio d'ore ho deciso di dare le dimissioni.

E' stata una delle decisioni più sofferte della mia vita, ma ho sentito di essere davvero con le spalle al muro.

La cosa sorprendente è che appena l'ho fatto, mi sono sentita sollevata, anzi mi sono sentita bene.

E' stato come se mi avessero tolto un macigno dalle spalle. Immediatamente ho cominciato a pensare a come rendere quest'anno scolastico piacevole per Joe e Woody, a come organizzarmi per dare lezioni private in giardino, via Zoom...insomma ho ricominciato a immaginare il futuro.

E' successo immediatamente.

Ho capito che se sia il tuo istinto che la tua razionalità ti suggeriscono la stessa cosa, non ha senso opporre resistenza, aggrapparsi alla speranza, ai ricordi. A un certo punto, bisogna rassegnarsi alla realtà e io mi sono rassegnata: la situazione adesso e chissà per quanto tempo ancora, è questa. Il passato è passato. 

Però il futuro c'è. C'è stato un momento in cui l'avevo perso di vista. Lo avevo messo nelle mani di altri, ma ora me lo sono ripreso.

Una mia amica, mi ha sentito così contenta e alleggerita all'improvviso che mi ha fatto le congratulazioni. Congratulazioni per essere riuscita a licenziarmi? Sì perchè quello che è successo è buffo anche, ora lo vedo.

La vita continua.  

lunedì 17 agosto 2020

la playlist di nonsisamai

 L'anno scolastico della pandemia è cominciato con una riunione via Zoom. Quando tutti si sono collegati ci hanno fatto ascoltare All Star degli Smash Mouth. Avete presente? Quella di Shrek 😳

TUTTA. Non finiva mai la maledetta canzone motivazionale. Il primo lunedi mattina dopo le vacanze. Ognuno dentro al suo quadratino cercava la faccia da fare.
Il problema è che la roba motivazionale soprattutto quando la situazione è veramente critica, non funziona.
Stiamo per tornare in classe durante una catastrofe epocale, siamo legittimamente stressati, angosciati, irritati, spaventati e voi ci fate ascoltare gli Smash Mouth? Davvero? Ma perchè mai? Ognuno poi hai suoi gusti e le sue idee riguardo a queste cose.
Per me, ad esempio, la strategia vincente è un'altra: le emozioni spiacevoli bisogna assecondarle, corroborarle, coccolarle. Così ho deciso di mettere insieme e condividere con voi le canzoni che più mi hanno dato conforto in questo periodo. Niente di particolarmente allegro. Sono quasi tutte canzoni che prendono la tua tristezza e l'abbracciano stretta stretta finchè non scappa via.
Enjoy.






giovedì 6 agosto 2020

che cos'è una karen e cosa succede quando ne incontri una

Sapete che cos'è una "Karen"?
Una Karen è una donna bianca americana che pensa di essere autorizzata a fare quello che le pare in virtù del privilegio che è convinta di possedere per via del colore della sua pelle e dello stato sociale che ne deriva.
Se volete una spiegazione divertente, cliccate qui. La voce narrante è quella di Sir David Attenborough e fa molto ridere. Se volete una spiegazione seria, anzi serissima perchè questo delle Karen è in realtà un problema vero che ha radici storiche che affondano nella schiavitù e che è costato la vita a molte persone (Emmett Till, il caso più tristemente famoso) vi consiglio questo illuminante episodio di Code Switch.
Karen è un archetipo. Mentre è certamente vero che le generalizzazioni lascino sempre il tempo che trovano, non si può negare che ci sia un qualche problema di fondo in questo caso specifico. Le orribili Karen sono tante, sono ovunque e sono moleste.
Cosa succede quando incontri una Karen?
Ne ho incontrate varie in questi anni e non è mai stata un'esperienza piacevole. A volte le Karen hanno perfino il famoso taglio di capelli alla Karen (qui) e sono ancora più riconoscibili.
Il primo incontro fu molti anni fa quando ancora non credo esistesse il termine "Karen".
Andò così.
Dopo una serie di ritardi, decisi di chiedere a una collega, per favore, di arrivare in orario. Tutto qui, una comunicazione di servizio. Quando feci questa banale richiesta, però la reazione della Proto-Karen, chiamiamola così, mi spiazzò completamente. Scoppiò a piangere in maniera incontrollata. A quel punto io, imbarazzatissima, sdrammatizzai. Ci fu anche un piccolo abbraccio e amiche come prima. Ero convinta che tutto fosse risolto, che magari avesse qualche problema personale, un esaurimento nervoso: qualcosa che non va una cinquantenne che reagisce così sul lavoro ce la deve avere, no? Invece venni a sapere in un secondo momento che subito dopo l'abbraccio, corse a lamentarsi dalla preside e fece richiesta di non avere mai più nulla a che fare con me. Dopo quell'episodio, continuammo a vederci in giro per la scuola per molti anni e lei continuò come se nulla fosse accaduto a farmi mille sorrisi e complimenti ogni volta che mi incontrava. Bless her hearth.
Questo piccolissimo incidente mi lasciò molto perplessa ovviamente. Non avevo mai visto nessuno comportarsi in quel modo e chiesi a diversi amici di aiutarmi a capire. Un'amica di famiglia, una donna di grande cultura e intelligenza, texana, più meno della stessa età di Karen, fece la diagnosi più precisa:
- Devi sapere che c'è una categoria di donne nella società americana che usano il pianto o la rabbia per ottenere ciò che vogliono. Ricorda che è un'arma, non è emozione vera. Non farti commuovere, è una strategia ben collaudata, loro sanno perfettamente che funziona, è una scorciatoia.
Cosí ieri vado al parco e mi imbatto in un'altra Karen, una Karen anti-masker questa volta.
Cerco di portare Joe e Woody al parco giochi tutte le mattine più presto che posso, viste le temperature ridicole dell'estate texana. Le mascherine ce le ho nello zaino (insieme al disinfettante e all'igienizzante e tutto il resto), ma non le mettiamo quasi mai. Anche le volte in cui incontriamo qualcuno, c'è tutto lo spazio necessario a non respirarsi addosso. Ho la sensazione che i bambini il più delle volte sappiano molto bene come comportarsi. Suppongo che gli altri genitori si regolino più o meno come la sottoscritta e spieghino la situazione facendo capire con chiarezza quello che si può fare e quello che non si può fare in questo momento storico.
Normalmente io mi tengo a debita distanza dai loro giochi. Già stiamo insieme giorno e notte da mesi e mesi, al parco ne approfitto per leggere e stare un po' per conto mio. Ogni tanto do un'occhiata, tutto lì. Ieri no. C'era un bambino che faceva il prepotente. Si era messo davanti a Joe e Woody e non solo non li faceva passare, ma urlava e rideva a squarciagola.
In una parola: droplets, miliardi di droplets. Vade retro droplets!
Sono intervenuta senza drammi, sorridendo, semplicemente per ricordare a tutti di mantenere le distanze. Noi stavamo comunque per andarcene via.
La madre del bambino che fino a quel momento aveva assistito a tutta la scena senza alzare un dito, a quel punto è scattata come una molla e ha cominciato a urlare come una matta che se ne andava a cercare un altro parco dove si può giocare e non ci sono persone... come me.
Come me come? Che non apprezzano che si respiri addosso ai propri bambini nel bel mezzo di una pandemia? Va bene, ciao.
Come dicevo, stavamo già per andarcene, ma ho aspettato un attimo perchè non volevo trovarmi da sola con lei nel parcheggio. Era completamente fuori di sè, mi ha fatto leggermente paura. Ha continuato a sbraitare non so cosa, forse ce l'aveva anche con il figlio, poi è entrata in macchina e se n'è andata via sgommando a tutta velocità. Avrebbe potuto investire qualcuno.
C'erano solo un paio di adulti lì che hanno assistito alla scena a bocca aperta. Una mamma è venuta da me a dirmi che le dispiaceva per come ero stata trattata e esprimere la sua solidarietà.
Questo è quello che succede quando le persone pensano di poter mettere una certa forma di arroganza, che loro scambiano per libertà personale, davanti a tutto e tutti.
Mi sono imbattuta in una Karen e anche anti-masker all'opera e mi ritengo quasi fortunata, come quando incontri un orso o qualche altra belva feroce e sopravvivi per raccontarlo.
Mi dispiace tanto per quel povero bambino, questo sì. Chissà come si è spaventato.

venerdì 31 luglio 2020

il senso di sicurezza

Ieri mattina, mi sono svegliata e ho sentito che Trump ha intenzione di rinviare le elezioni.
E via un coro di "Che assurdità! Non può farlo, è impossibile!".
Che è vero, certo, però.
Un mese fa -nel mezzo di una terribile ondata di contagi che da allora non ha fatto altro che peggiorare e per combattere la quale al momento non ha proposto alcuna strategia- fece un altro annuncio: o le scuole riaprono come previsto o gli tagliamo i fondi.
E via un coro di "Che assurdità! Non può farlo, è impossibile, non è sicuro!".
Ora. A parte il fatto che sostenere che sia troppo pericoloso votare, ma del tutto sicuro mettere decine di persone (qualcuna sarà anche infetta visti i numeri) a contatto fra loro in uno spazio chiuso dove il più delle volte non puoi nemmeno aprire una finestra 5 giorni alla settimana per otto ore al giorno, comporta evidenti difetti di logica, secondo voi cosa è successo?
Nel giro di un secondo, dopo settimane di prudenza e silenzio assoluto, le scuole hanno cominciato ad annunciare la riapertura.
Dovreste leggerli questi piani di riapertura per farvi un'idea. Non hanno niente a che vedere con la scienza, con quello che sappiamo del virus. Quando ho mosso obiezioni precise, argomentate, scientifiche mi è stato risposto qualcosa tipo 🌈 andràtuttobene.
Vedo che ci sono orde di insegnanti che hanno giusto un paio di dubbi, ma anche tanti altri che per qualche motivo non vedono l'ora di prestarsi a questo "esperimento", come lo ha definito Dr. Fauci.
Ieri ho sentito che in Utah, nelle scuole, ci sarà la "quarantena modificata". Significa che anche gli studenti che sono venuti a contatto diretto con un malato di COVID, possono tornare a scuola, se non hanno sintomi. E niente, come al solito titoloni, ma pare che nessuno lo impedirà. Poi se ci saranno dei morti, tutti a mandare pensieri e preghiere.
In tutto questo, nelle ultime settimane abbiamo visto video di normali manifestanti pacifici arrestati o aggrediti, caricati in macchine senza contrassegni da anonimi soldati in tuta mimetica che non si sono identificati. Ho sentito più di una volta la parola Pinochet usata come verbo.

A voi è mai capitato di perdere del tutto, da un momento all'altro, il senso di sicurezza?

Ecco, io non sapevo nemmeno di avercelo un senso di sicurezza. Per me era normale vivere la mia vita, pensare a quello che dovevo fare, non a sopravvivere. Ora non più. In un certo senso è come essere in guerra, una guerra psicologica di certo, poi a novembre chissà cosa succederà.
E' una sensazione che mi sta facendo crollare. Quando dicono ti è crollato il mondo addosso. Deve essere questa cosa qui. Il mio mondo, tutto quello che conoscevo, tutto quello che con fatica avevo raggiunto, non esiste più. Tornerà? Lo speriamo tutti, ma per adesso e oramai da molti mesi, la situazione è questa.

martedì 28 luglio 2020

ruby bridges a denver

      

Nel 1960 a New Orleans Ruby Bridges fu la prima bambina di colore a frequentare una scuola di bianchi. Si ritrovò in classe da sola perché tutti gli altri bambini vennero ritirati e attirò a tal punto le ire dei razzisti che fu costretta a entrare in classe per mesi accompagnata dalla polizia. I pochi filmati dell'epoca che documentano le offese che le venivano rivolte da adulti invasati dall'odio, sono rivoltanti. Ma Ruby Bridges è comunque cresciuta ed è diventata la splendida donna che vedete nella seconda immagine. È diventata un'insegnante, un'attivista, per me un eroe e un modello inarrivabile, ne ho scritto tante volte (qui e qui). Così quando all'improvviso mi sono trovata davanti quel video proiettato proprio accanto a
The Problem We All Live With è stato un colpo al cuore. Finalmente ho visto dal vivo questo quadro che è stato così importante per me, per la mia crescita, a cui sono legati così tanti momenti della mia vita. Un quadro che ho sempre esitato a mostrare in classe per via di quella parolaccia scritta sul muro, ma che Barak Obama ha avuto l'ardire di esporre alla Casa Bianca, appena fuori dallo Studio Ovale.

A quel punto, è successa una cosa al museo. Ho cominciato a piangere come una fontana rotta, l'emozione ha avuto la meglio. Speravo di non essere notata mentre sotto la mia maschera cadevano copiose le lacrime. Non piangevo così da tantissimo tempo. Mi sono tornati in mente i miei piccoli studenti, quella bambina che assomiglia tanto a Ruby e che dopo aver ascoltato la storia, decise di mandarle una lettera di ringraziamento, quell'altra che mi chiese perché i bianchi uccidono i marroni. Ho pensato ai bambini senza scuola per tutti questi mesi che ora rischiano la salute per tornare in classe e poi all'odio che ancora resiste immutato, le manifestazioni di questi ultimi mesi. Poco è cambiato, molto è cambiato dal 1960. Cercavo di non incrociare lo sguardo di nessuno, ma il guardiano della sala appena ha visto che mi allontanavo, mi ha chiamata e ha fatto il gesto dell'abbraccio. Ovviamente non poteva abbracciarmi, ma voleva dire...ti vedo. Poi abbiamo parlato un po' ed è stato bello.

mercoledì 15 luglio 2020

quel cowboy nel deserto

Succede una cosa se vivi a Dallas. Quando decidi di uscire dal Texas devi guidare per ore, e ore, e ore. E poi magari attraversi certe zone dell'Oklahoma, del Kansas o del Colorado e non ti accorgi nemmeno di aver cambiato stato: cielo, mucche, cavalli e prati a perdita d'occhio. Il GPS dice avanti tutta per 600 miglia senza nemmeno una curva e la mente va. Di curve in realtà poi ne incontri molte. Curve ampie e curve a gomito, curve imprevedibili e curve improvvise di quelle che ti costringono a frenare, sono le famose curve della memoria
E così dal nulla, mi è tornato in mente un episodio successo tantissimi anni fa durante il mio primo viaggio in Texas con Mr. J. 
Alla stazione di servizio, l'unica nell'arco di chissà quante miglia, c'era un uomo di colore sulla cinquantina con gli stivali e il cappello da cowboy che sembrava importunare o chiedere aiuto a tutti, ma nessuno gli dava retta. Niente di strano, capita spesso di vedere persone in difficoltà nelle stazioni di servizio, no? Quella però era una situazione un po' particolare, laggiù in mezzo al nulla. Alla fine venne anche da noi. Raccontò che il suo camper era rimasto a corto di benzina e lo aveva lasciato sul ciglio della strada con la moglie dentro ad aspettarlo. Aveva camminato per dieci chilometri sotto il sole.
All'epoca non parlavo inglese. Mr. J mi spiegò cosa stava succedendo. Ci consultammo un attimo. Se diceva la verità, bisognava assolutamente aiutarlo, se non diceva la verità...ci voleva fare del male? Sembrava la trama del classico film dell'orrore ambientato in Texas. Decidemmo di seguire l'istinto e credergli. Il fatto di non avere idea di cosa dicesse, non mi permise però di abbandonare qualche esitazione.
La cosa che mi rimase più impressa di quell'episodio è che Mr. J gli chiese se poteva perquisirlo e il cowboy accettò di buon grado. Appoggiò le mani sulla macchina e dimostrò di non essere armato. Una scena che non avevo mai visto prima.

Lungo il tragitto la tensione pian piano si sciolse, lo venni a sapere successivamente. Al momento non capivo bene cosa stesse succedendo. Per quanto mi riguardava quei dieci chilometri furono lunghi. Del resto dieci chilometri sono tanti, da fare a piedi nel deserto poi. 
Quando finalmente arrivammo a destinazione, il camper era ancora là con dentro la moglie del cowboy. Aveva detto la verità. 
I motivi per cui non ho mai dimenticato quell'episodio sono legati fondamentalmente alle emozioni che ho provato io. La difficoltà della scelta, il sospetto che il tizio volesse farci del male, il grande senso di impotenza e frustrazione trovandomi impossibilitata a comprendere quello che stava succedendo a causa della barriera linguistica e infine tutte le riflessioni legate al fatto di realizzare per la prima volta di essere circondata da comuni cittadini potenzialmente armati fino ai denti.   
C'è una cosa che non ho mai considerato di quell'esperienza. Non ho mai pensato a come si doveva essere sentito quell'uomo, ho pensato solo a me, al mio punto di vista.
Mentre ero lì in mezzo al nulla l'altro giorno, dopo tutti questi anni, all'improvviso mi si è accesa una lampadina.
Ho capito, anzi ho quasi sentito, l'angoscia e l'ansia di quel pover'uomo nel deserto. Sarà stato stremato dopo aver camminato per dieci chilometri sotto il sole in un posto del genere. Se nessuno lo avesse aiutato si sarebbe fatto buio e la situazione sarebbe diventata pericolosa sul serio. Macchine che ti sfrecciano accanto, animali di ogni sorta. E soprattutto un uomo nero da solo a piedi in uno dei posti più bianchi e razzisti del sud, vent'anni fa.
Poco prima, durante lo stesso viaggio, avevo avuto il mio primissimo contatto con la polizia americana. Un poliziotto ci fermò più o meno lì, in mezzo al deserto, con una scusa ridicola. Non successe assolutamente nulla di grave, ma non fu un incontro piacevole. Non avevo mai visto un poliziotto americano da così vicino. Era enorme, ovviamente armato e per niente amichevole. Noi lì, due ragazzini, completamente indifesi e in balia di qualunque cosa avesse voluto fare. A me venne ordinato di rimanere in macchina, mentre Mr. J fu prelevato e portato nell'auto del poliziotto. Mi raccontò in seguito che la tensione si allentò quando con una battuta riuscì a coinvolgere il poliziotto in un qualche discorso di macchine. Alla fine ci lasciò andare senza farci la multa per non aver messo la freccia (nel deserto, roba da matti).
Ora, nel 2020, penso: se un uomo bianco come Mr. J non si era sentito per niente a suo agio con quel poliziotto, cosa avrebbe provato un nero? Insomma, nei panni del cowboy avrei sperato nel passaggio di una macchina della polizia (ne passano ogni tanto in quei luoghi sperduti), lui non aveva nemmeno quella speranza. Sarebbe passato dalla padella alla brace alle prese con la polizia. Anche questo non avevo mai considerato.
Probabilmente non depone a mio favore il fatto che mi ci siano voluti quasi vent'anni per provare vera empatia per quella persona, ma ci sono arrivata.
Come dice Brenè Brown I'm not here to be right, I'm here to get it right (non sono qui per avere ragione, sono qui per imparare).
Ragionando su tutto questo con Mr. J, mettendo a confronto i miei ricordi con i suoi, ho capito ancora meglio l'accaduto. Mi ha confermato che il vero motivo per cui decise di aiutare quell'uomo è che si rese conto che lì dove eravamo, considerando il colore della sua pelle, di sicuro nessun altro lo avrebbe fatto. 
Tutto questo per dire ancora una volta che le questioni razziali sono una cosa terribilmente complicata. Ci vuole tanto tempo per capire certe sfumature e di errori di valutazione se ne continuano a fare sempre, anche senza nessuna malafede.
All'epoca vivevo ancora in Italia e non considerai minimamente l'aspetto razziale. Per me lui era semplicemente una persona, che detto così sembra una cosa molto positiva, in realtà è esattamente il motivo per cui non sono riuscita a mettermi nei suoi panni e capirlo. Non avevo gli strumenti per decifrare quello che stava succedendo, oggi invece sì, me li sono costruiti anno dopo anno con molta fatica, e cerco di usarli tutti i giorni per capire me stessa, gli errori che posso sempre commettere per un motivo o per l'altro e possibilmente dare il mio contributo in classe o intervenendo quando assisto a situazioni problematiche.
Ad ogni modo, dopo quel lunghissimo viaggio, arrivati vicino a casa, bucammo. E -sorpresa- scoprimmo di non avere la ruota di scorta.
Avremmo potuto rimanere a piedi in mezzo al deserto anche noi.
Sarò naïf, ma ho sempre pensato che avere fatto qualcosa di buono per quel signore, abbia protetto noi.
Il karma ci vede. 

venerdì 3 luglio 2020

visto ascoltato letto

Una piccolissima lista di cose interessanti che ho scovato in questi ultimi giorni:
- L'ultimo episodio del podcast NPR Code Switch. Si intitola We Aren't Who We Think We Are e tocca con una delicatezza indescrivibile un argomento scabroso, un vero e proprio tabù della società americana. Se avete degli amici neri, a me è successo, vi avranno raccontato magari di avere antenati nativi. Io ho un carissimo amico che ha raccontato questa storia per tutta la vita. Poi un giorno ha fatto un test del DNA e ha scoperto con sorpresa di essere geneticamente molto più bianco che nero e anche di non avere nessuna parentela con i nativi. Questa è una cosa che ovviamente scuote le persone nel profondo e capita molto spesso. Le famiglie nere tramandano queste storie per nascondere una verità difficile da affrontare e cioè che le varie tonalità della pelle dei membri di una stessa famiglia sono quasi sempre dovuti alla violenza sessuale degli schiavisti bianchi. In questo episodio si racconta la storia di qualcuno che ha deciso di approfondire e rivelare la vera origine della sua famiglia. Si accenna anche a come erano visti gli immigrati italiani rispetto ad altre minoranze. Tutto molto molto interessante. Una parte della questione che non viene toccata dal podcast e che mi suscita molte curiosità è che, non so altrove, ma in questa zona capita altrettanto spesso di sentire bianchi raccontare di essere discendenti dei nativi. Forse ricorderete l'imbarazzo di Elizabeth Warren quando scoprì, attraverso un test genetico, di avere una parentela con gli indiani molto più lontana di quello che le era sempre stato raccontato dalla sua famiglia. Dopo quell'incidente Trump con la sua rinomata finezza, la soprannominò Pocahontas. Ecco, mi chiedo come mai così tante famiglie bianche americane tramandino con grandissimo orgoglio la leggenda di far parte di qualche tribù. Ad ogni modo, è meraviglioso che nel 2020 si possa parlare con dolore, ma apertamente e senza imbarazzi di un argomento come questo.
- Un altro podcast che mi ha fatto riflettere tantissimo, è l'ultimo episodio di Rough Translation che si intitola So Long, Black Pete e spiega la famosa tradizione del blackface in Olanda. E' illuminante vedere come altri paesi si confrontano sul razzismo. Una donna olandese di colore diceva qualcosa tipo "se cerco di fare capire a parole perchè quella tradizione è offensiva non ottengo nulla: i bianchi capiscono solo quando piango e vedono la mia sofferenza". La cosa che mi ha colpito di più è che con tutto il razzismo sistematico e la brutalità della polizia che abbiamo qui, paradossalmente siamo anche avanti anni luce rispetto allo svisceramento di questi problemi, che altrove ci sono sempre stati, ma si cominciano a delineare solo ora.
- Una serie che ho trovato geniale per vari motivi e che ho letteralmente divorato: Search Party con l'indimenticabile Maeby di Arrested Development.
- Ho finalmente visto anche un'altra serie che mi era sfuggita quando è uscita. Mozart in the Jungle con il mio idolo Gael Garcia Bernal. Le prime due stagioni mi sono piaciute davvero molto. La terza stagione ha per protagonista Monica Bellucci ed è tutta ambientata a Venezia, ma da lì in poi è un po' il salto dello squalo secondo me.
- Per la musica, vi consiglio tantissimo il talento locale Leon Bridges. Il Texas che piace a noi.
Questa volta non mi pronuncio sui libri perchè quello che ho letto ultimamente non mi è piaciuto per niente, anzi mi ha lasciato con una brutta sensazione. Stranissimo. Per fortuna che mi hanno appena regalato dei libri nuovi e soprattutto in italiano come piace a me.
Aspetto i vostri giudizi e le vostre segnalazioni come sempre.

P.S. Ho dimenticato un'ultima cosa che ho scoperto in questi giorni: uno strumento che vi permette di conoscere la situazione coronavirus negli States contea per contea. Utilissimo se vivete qui o se state viaggiando.

martedì 30 giugno 2020

aggiornamenti dal texas

Tanti di voi mi chiedono spiegazioni sulla situazione coronavirus in Texas. Beh, le statistiche potete leggerle ovunque, la curva purtroppo si sta appiattendo, ma verso l'alto. Quindi vi racconto semplicemente la mia esperienza.
Noi qui, a nord di Dallas, non abbiamo visto nessun cambiamento. Ancora oggi, conosco solo una persona che conosce qualcun altro che si è preso il virus. Tutto scorre tranquillo. E' sempre stato un problema invisibile, data la grandezza degli spazi.
Fino a maggio, mi sembra che più o meno tutti si impegnassero con il distanziamento sociale. I primi di maggio, però il governatore Greg Abbot, senza aspettare i famosi 14 giorni di diminuzione dei contagi, all'improvviso, ha cominciato ad autorizzare le riaperture. A quel punto tutto è cambiato. Ricordo di essere passata davanti al vecchio asilo nido di Joe e di essermi molto stupita vedendo il cartello 'open'. Mi sono chiesta conoscendo gli spazi come accidenti avrebbero fatto a stare lontani. Da un giorno all'altro, senza nessun cambiamento significativo nei numeri, hanno ricominciato ad aprire tutto.
Uno dei miei ristoranti preferiti ha elaborato un piano geniale e fin troppo allettante. Si è associato alla birreria e alla gelateria accanto per aumentare lo spazio all'aperto. Un'idea geniale in fondo, ma... troppo bello per essere vero. Con così tante persone insieme senza mascherina a parlare e mangiare per ore, non poteva funzionare. Dopo pochi giorni difatti qualcuno si è ammalato e hanno dovuto chiudere e poi riaprire e avanti così.
A proposito delle mascherine. Io non sto praticamente uscendo di casa. Quei rari giorni in cui rimaniamo sui 30 invece che sui 40 gradi, vado ancora a fare il mio giro in bicicletta al tramonto. Un'oretta nei parchi/boschi che ci sono intorno a casa mia. Da quando fa caldo, non metto più la mascherina. Non mi sembra ce ne sia bisogno, raramente incontro qualcuno, pedalo per tutto il tempo senza mettere nemmeno un piede a terra. Eppure vedo che la maggior parte di quelli che incontro la mascherina ce l'ha, perfino i bambini.
Quello che voglio dire è che mi sembra che ancora una volta la società sia completamente divisa: quelli che se ne stanno a casa e quando vanno anche solo a fare una passeggiata al parco fanno molta attenzione e quelli che semplicemente fanno finta che il coronavirus non esista. O forse chissà, ci credono davvero.
E' che Trump ha seminato dubbi e complotti fin dall'inizio. Diceva quello che in fondo tutti volevano sentire e cioè che non c'era nessun problema e tanti ci hanno creduto perchè come ho detto, ancora adesso gli effetti del coronavirus sono invisibili qui. Confirmation bias a go go. Il risultato è che adesso i contagi sono alle stelle.
Noi che da marzo stiamo attenti a tutto, siamo allo stremo.
Ho degli amici che non vedo da mesi e mesi. Mi mancano moltissimo, ma, per motivi diversi, sono paralizzati dalla paura e ancora non se la sentono di riprendere le frequentazioni. Noi e altri amici come noi, stiamo cercando di mettere in pratica una via di mezzo. Fare tutto quello che sembra ragionevolmente sicuro. Continuare il lockdown, ma anche vedere qualche amico all'aperto o fare viaggi in macchina con la famiglia senza prenotare gran che per avere la libertà di seguire gli itinerari più sicuri senza vincoli. Qualcuno si è comprato un camper. Stare a casa completamente da soli ormai non è più sostenibile a livello psicologico.
Qualche settimana fa c'era davvero un clima diverso, di speranza. Cominciavo a immaginare di andare a tagliarmi i capelli addirittura! Adesso mi sembra un azzardo sproporzionato al piacere di sentirsi in ordine. Ero così felice per la riapertura di alcuni musei qui nel Metroplex e avrei voluto fiondarmici il primo giorno, ma ho deciso di aspettare. Se in Arkansas mi sentivo tranquilla, qui in Texas in questo momento, mi manca la fiducia nel prossimo. Sono troppi quelli che non rispettano le regole. Adesso che finalmente il governatore ha deciso di chiudere i bar, ad esempio, i proprietari dei bar (che non hanno rispettato le regole e hanno contribuito in maniera massiccia ai contagi) stanno facendo causa: ognuno per sé, che gli altri muoiano per le nostre inadempienze non è un problema che ci riguarda.
Conosco delle famiglie che come noi sono state chiuse in casa per mesi e all'improvviso, proprio ultimamente, hanno gettato la spugna. Hanno cominciato a mandare i figli nei campi estivi e negli asili anche se non sono costrette da motivi di lavoro. Una mia amica mi ha detto che ormai questa è un'emergenza della salute mentale e io sono rimasta un po' basita. La salute mentale...certo. Non stiamo molto bene tutti quanti, costretti a vivere da soli o lavorare e fare tutto insieme 24 ore al giorno, ma se salgono i contagi o se ci ammaliamo le speranze di riprendere una vita vagamente normale in tempi ragionevoli vanno a zero.
Non posso non fare paragoni con la situazione italiana. Penso che se è vero che il vostro lockdown è stato terribile e anti democratico per certi versi, era necessario, vi ha protetto.
E' anche una questione di mentalità. Qui in Texas non c'è nemmeno l'obbligo del casco in moto. Vuoi romperti la testa, fai pure. Ognuno gestisce il proprio corpo. Evviva la libertà. Però a che costo? Lasciare la soluzione di una pandemia senza precedenti al buon senso dei singoli individui, evidentemente non funziona anche perchè sono state date informazioni contrastanti fin dal primo giorno. E questa è la cosa che mi spiace di più. Vedendo come si sono comportate le persone che conosco, il modo in cui hanno aderito alle normative finchè c'erano, immagino che avrebbero continuato. Se qualcuno avesse spiegato per bene il motivo, avrebbero sicuramente continuato e avrebbero anche indossato le mascherine senza protestare. Purtroppo non c'è stata una comunicazione univoca, anzi. In troppi hanno cercato di usare questa situazione per scopi politici e quando si trasforma un'emergenza sanitaria in una battaglia politica questi sono i risultati.