venerdì 31 ottobre 2014

gli shock culturali altrui sono sempre i migliori

Ms. Guorton oggi mi ha raccontato del terribile shock culturale che ha subito quando e' arrivata qui quarant'anni fa dall'Inghilterra e sua cognata, americana, ha osato portare le figlie a fare 'trick or treat' per la prima volta.

Trauma decisamente non superato secondo me.

- Capisci? Prende le mie figlie che erano appena arrivate e non capivano cosa stava succedendo e non avevano mai nemmeno mangiato un dolce in vita loro e le porta di sera, con il buio, a bussare a casa di estranei per farsi dare delle caramelle. Ti pare possibile? Esattamente il contrario di quello che gli avevo sempre insegnato, erano terrorizzate!

Fantastici gli shock culturali altrui, soprattutto quelli un po' vintage.

Happy Halloween everybody!

domenica 26 ottobre 2014

eroi e scellerati

Guardavo le foto di Obama che abbraccia l'infermiera di Dallas guarita dall'ebola e pensavo alla differenza di trattamento fra lei e la sua collega spagnola. A una tutti gli onori, l'abbraccio presidenziale, l'affetto e la riconoscenza della popolazione, un cane che scorrazza tranquillo e perfino coccolato anche se in quarantena e all'altra un cane, il povero Excalibur, che e' stato immediatamente soppresso e una marea di accuse e fango da tutta una parte della politica e dell'opinione pubblica. 

Come al solito il protagonista della stessa storia e' un eroe o uno scellerato a seconda di chi e come la racconta.

giovedì 16 ottobre 2014

delle balene e di come nascono i bambini

Come sapete, mi affascinano da morire le teorie dei bambini. Questa e’ una piccolissima selezione delle ultime storie che ho sentito su un argomento classico e intramontabile: come nascono i bambini. 

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A cinque anni.

- I bambini escono dal portale magico, me lo ha detto papa’.

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A sette anni.

- Mamma come nascono i bambini?

- La mamma e il papa’ si danno cinque baci e il bambino entra nella pancia.

Il giorno dopo la madre e’ (giustamente) disperata.

- Non so perche’ l’ho fatto! Avrei voluto dire la verita’, ma non ci sono riuscita, mi ha preso alla sprovvista…ora ci insegue per casa cercando di farci baciare cinque volte perche’ vuole il fratellino…aiuto!

Dopo un paio di settimane, la stessa bambina torna sull’argomento.

- Mamma e’ vero che per fare un bambino l’uomo deve mettere il suo pene nella vagina della donna?

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A otto anni.

- Mamma come nascono i bambini?

- Allora. I bambini escono dalla vagina.

- [ Fa una piccola pausa e poi scoppia a ridere] Certo, come no! Figuriamoci…ora dimmi la verita’!

- E’ proprio cosi’, te lo assicuro.

Dopo qualche settimana madre e figlia vanno a trovare un’amica che ha appena partorito e la bambina, non essendo rimasta per niente soddisfatta della precedente risposta, decide di chiedere una conferma.

- Scusa, mi puoi dire come nascono i bambini?

- Certo. Il dottore taglia la pancia e fa uscire il bambino.

- Ecco, lo sapevo che non poteva essere come diceva la mamma. 

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A quattro anni.

Joe ha sempre questa vaga idea, come qualche mese fa, che i bambini siano in qualchTwo of Sendak’s drawings for <i>Pierre: A Cautionary Tale</i>, from his Nutshell Library, 1962<br />e modo stati mangiati, ma ha fatto un ulteriore collegamento con uno dei suoi libri preferiti dove c’e’ un leone che mangia un bambino. Il dottore mette il leone a testa in giu’, lo scuote ’un po’ e fa uscire il bambino. Ecco lui pensa che funzioni piu’ o meno cosi’.

Poco tempo fa, un’amica ci ha regalato un libro che spiega esattamente cosa succede. E’ molto bello perche’ e’ colorato, stile Keith Haring, e non parla di sesso, ma di biologia, quindi puo’ essere adatto a ogni tipo di famiglia. Joe era curiosissimo all’inizio, ma dopo che lo abbiamo letto, non ha detto assolutamente nulla. Anzi, in un secondo momento, lo ha anche nascosto sotto al letto e non lo ha piu’ tirato fuori. Credo che per adesso la storia del leone, lo soddisfi molto di piu’, del resto se l’e’ cucita su misura.

Mi e’ venuta in mente una scena di un film stupendo che ho visto da poco, Boyhood di Richard Linklater. A un certo punto, (forse alla fine della sua infanzia?), il bambino protagonista chiede al padre se esistono i folletti, se esiste la magia nel mondo e il padre dice la verita’, che tecnicamente i folletti non ci sono, ma…

Che cosa ti fa pensare che i folletti siano piu’ magici di qualcosa come una balena ad esempio? E se ti raccontassi una storia su come sul fondo dell’oceano c’e’ un enorme mammifero che canta canzoni ed e’ cosi’ gigantesco che il suo cuore e’ grande quanto un’automobile e volendo, tu potresti perfino strisciare dentro le sue arterie? Voglio dire… tu penseresti che e’ abbastanza magico, no? 

Io mi sento un po’ come quel padre del film, che e’ soprattutto un illuso e un romantico, me ne rendo conto, ma che la magia della vita vera la vede e la riconosce. Credo che l’incontro di un uovo e di uno spermatozoo sia magico abbastanza senza doversi inventare nulla di piu’. Mi piacerebbe farla vedere anche a Joe questa magia, quando sara’ pronto. Chissa’ se ci riusciro’.

martedì 14 ottobre 2014

il muro delle scuole medie

L’altro giorno ho fatto quattro chiacchere con un paio di amici che vivono qui da molti anni. Non sono italiani, ma europei e da come parlavano avevo la sensazione che venissero da un sistema scolastico e sociale molto simile al nostro.

Erano molto preoccupati per i figli che hanno appena cominciato le scuole medie.

Dicono che ogni ora cambiano classe e compagni. Fra una lezione e l’altra hanno quattro minuti per spostarsi e trenta miseri minuti per il pranzo. Tempo per socializzare ridotto ai minimi termini insomma. Infatti, non riescono a fare amicizia e uno di loro e’ gia’ stato preso di mira da un bullo. Per di piu’ l’ambiente e’ ipercompetitivo. Gli studenti sono spinti a competere in ogni area e i genitori intervengono di continuo. Nemmeno suonare uno strumento e’ legato puramente al piacere della musica. Ogni settimana i migliori stanno in prima fila e se sei in ultima fila tutti sanno che fai pena, e’ umiliante. Uno di loro ha tolto la figlia da nuoto perche’ alcuni genitori degli altri ragazzetti della squadra la sgridavano quando andava troppo piano e faceva perdere punti al gruppo. Mi hanno fatto venire un’ansia pazzesca con tutti questi discorsi. Soprattutto ho pensato che io non ce l’avrei mai fatta a undici anni a sopravvivere in un’ambiente simile. A me aveva traumatizzato che alle medie mi chiamassero per cognome, figuriamoci.

In effetti, da quando sono qui ho sentito dire innumerevoli volte frasi tipo la scuola media e’ un inferno, e’ il peggio, anni da cancellare, ecc. Speravo fossero esagerazioni e puo’ essere che lo siano. Ho un’amica americana con un figlio della stessa eta’ che non mi ha mai raccontato nulla di allarmante.

Quando le ho chiesto spiegazioni, mi ha detto che e’ vero, che la scuola media e’ orribile, ma che e’ normale, e’ cosi’ che va e non c’e’ niente di strano. Anzi e’ meglio che sia dura cosi’ si abituano poi per il liceo. Anche Mr. J. non era per niente scandalizzato quando gliene ho parlato.

La mia impressione e’ che avendo fatto le scuole qui, capiscano meglio la situazione e il fatto che sopravvivere e’ possibile e estremamente probabile per fortuna. Pero’ forse non capiscono che la scuola puo’ essere anche molto meglio di cosi’. Entrambi mi hanno raccontato di botte vere, di bulli che non scherzavano mentre io non ho mai visto niente di cosi’ grave in Italia. Credo che il motivo sia molto semplice: e’ difficile sfogare la propria aggressivita’ con qualcuno che si conosce. Magari il bulletto sull’autobus puo’ prendere di mira un ragazzino perche’ non gli piace la sua giacca o qualcosa del genere, ma una volta che lo conosce, che ci passa insieme ogni mattina, non credo si metta a massacrarlo di botte senza motivo. 

La nostra scuola avra’ tante pecche, e’ vero, pero’ il fatto di frequentarsi tutti i giorni abitua i ragazzi ad avere dei rapporti relativamente profondi ed elaborati fra loro. Ho conosciuto una delle mie piu’ care amiche alle scuole medie. Non credo sarebbe stato possibile senza vedersi ogni mattina e passare i venti minuti della ricreazione insieme. Per me imparare a conoscere delle persone, parlarci, aiutarsi a vicenda sono valori fondamentali. Mi sono servite certamente molto piu’ queste lezioni nella vita che l’algebra o l’educazione tecnica.

Questo della scuola media mi sembra un caso interessante perche’ e’ davvero uno di quelli rarissimi in cui ho visto un muro. Da una parte gli americani, quelli che hanno fatto la scuola qui e che, pur criticandola, l’accettano per quello che e’ e dall’altra noi europei che ci scaldiamo tantissimo e proprio non capiamo il senso, la scala di valori applicata.

martedì 7 ottobre 2014

il mondo degli adulti

Quando torno in Italia faccio i salti mortali per vedere tutti i miei vecchi amici. Quest’anno, per dire, mi sono fatta un viaggio Milano Roma solo per cenare con un’amica. Una piccolissima follia, tipo quelle che una volta si facevano per i fidanzati. No, non e’ rilassante, ma e’ ancora meglio. E’ interessante, e’ qualcosa che mi arricchisce. Il tempo e’ poco, ma tutti, oltre al grande affetto, mi insegnano qualcosa o mi danno qualcosa su cui riflettere. Li ascolto sempre un po’ a bocca aperta. Non sono piu’ abituata a tutte le mille cose interessanti che si fanno in Europa. Chi si inventa un evento mensile incentrato sul baratto di libri, chi tiene un laboratorio sulla scrittura di fiabe, chi fa un viaggio da Milano a Istambul in bicicletta, chi si ritrova fuori da un cimitero in mezzo al bosco per ballare la mazurka. Chi fa delle scelte personali piene di coraggio e chi no, ma per me e’ coraggioso lo stesso perche’ te lo dice senza inventare scuse e ci si ragiona insieme. E poi la qualita’ delle conversazioni, il confronto. Il non avere paura di offendere o di sbagliare a dire o a fare perche’ ci si sente al sicuro all’interno di quel rapporto e di quel momento tanto atteso che non puo’ essere sprecato in nessun modo, soprattutto per la paura di un giudizio che non arrivera’ perche’ non e’ mai arrivato.
Per loro e’ tutto cosi’ ovvio che si stupiscono del mio stupore, del mio shock culturale al contrario. Il fatto e’ che da quando vivo qui, e oramai parliamo di diversi anni, la maggior parte dei miei rapporti personali e delle mie conoscenze si sono basati su altre premesse.
C’e’ una grande formalita’ in generale. Una grande voglia di dare una certa immagine di se’. Chi sei che lavoro fai cosa mangi. E poi i figli. I figli sono il centro di quasi ogni scambio, ma tante volte in modo competitivo piu' che affettuoso. Cerco una scuola dove non si pratichino sport di squadra. Per i miei figli zero screen time fino a dodici anni. Mio figlio si allena per le Olimpiadi. Mia figlia va nella scuola dove hanno studiato le figlie di Bush, fa danza classica e parla francese con l’accento di Parigi. E poi si tende a escludere e a discriminare la gente per motivi piuttosto allucinanti.
Puoi essere discriminato ed escluso perche’ fumi, ad esempio. Vedo gente fumare solo in macchina e spesso con i finestrini alzati.
Perche’ non sei in forma, e’ molto comune.
Perche’ hai avuto un figlio giovanissima e senza un compagno.
Perche’ la tua casa non e’ abbastanza o il tuo stipendio non e’ abbastanza.
Perche’ non hai un titolo di studio.
Non mi sono mai sentita discriminata in prima persona per nessuno di questi motivi, ma chi lo sa. Quando senti che intorno a te l’atmosfera e’ questa, fai fatica, molto. Il livello delle conversazioni e dei rapporti umani, per forza di cose, almeno all’inizio e il piu’ delle volte in realta’, e’ drasticamente inferiore rispetto a quello che trovo fra i miei vecchi amici lontani. Del resto, se non ti sbilanci mai, se stai cercando di raccontarti in un certo modo invece di lasciarti leggere da chi hai di fronte, la spontaneita’ sparisce, la verita’ si offusca e ti tocca cenare con le briciole.
La difficolta’ piu’ grande, forse l’unica, del trasferirmi qui e’ stata questa, il non sentire per molto tempo di avere la possibilita’ di essere accettata per quello che sono e di avere rapporti come quelli che avevo sempre avuto prima con le persone intorno a me.
E’ noto quanto gli emigranti adorino idealizzare il paese d’origine e sarebbe semplice dirvi che noi invece, ma dopo averci pensato a lungo, vi dico di no. Non sono per niente convinta che la colpa sia di questo posto o di questa societa’. Forse se dopo gli studi mi fossi trasferita in un’altra citta’ italiana o europea avrei avuto le stesse difficolta’ nei rapporti interpersonali. Ho avuto a che fare con pochissimi americani in questi anni e non ho mai avuto esperienze negative, anzi alcuni sono diventati i miei migliori amici. La maggior parte dei comportamenti a cui accennavo sopra li ho visti molto piu' da altri stranieri che da americani.
Comincio a pensare che sia il mondo degli adulti.
Non c’e’ o si pensa che non ci sia il tempo di approfondire e cosi’ si etichettano le persone e si passa oltre. Anche in Italia ho sentito dire qualche volta che ora che c’e’ la famiglia e il lavoro a tempo pieno, gli amici non si vedono quasi piu’ e va bene cosi’ perche’ le priorita’ sono cambiate. Una volta invece, gli amici erano tutto. Non si faceva altro che parlare, imparando a conoscersi e a ridere insieme, dandosi una mano a vicenda, fidandosi delle proprie sensazioni, senza pensare a quello che ognuno aveva dietro le spalle. E’ chiaro che i rapporti nati in quel periodo abbiano una sostanza diversa.
Quando non sei piu’ uno studente e ti trasferisci in un posto nuovo, le occasioni  di socializzazione sono estremamente limitate. E poi quando finalmente incontri qualcuno hai talmente paura di sbagliare e rimanere di nuovo solo che perdi la spontaneita’. E questo non succede solo a noi expat, anche gli americani sono in una situazione molto simile. Non conosco nessuno che abbia i genitori e la famiglia in zona, sono tutti qui per lavoro e probabilmente di passaggio. Finiscono il college e via. Cinque o dieci anni in una citta’ e poi da un’altra parte e poi da un’altra parte ancora a ricominciare tutto da capo all’infinito. Non sembra sia un dramma per nessuno, al contrario, mi pare che la gente consideri normale traslocare spesso. Quello che vedo io dal mio piccolissimo punto di vista, pero’, e’ che questo continuo spostarsi delle persone, in termini di rapporti umani, rischia di falsare tutto.
Ci sono persone che incontri in vacanza o a un concerto o anche sul web con cui stabilisci un contatto profondo, che rimangono nella tua vita e ti seguono a distanza per moltissimo tempo. Io qui, molte volte invece, ne ho trovate delle altre che arrivano in pompa magna, ci mangi insieme, compleanni e feste comandate per due tre quattro cinque anni e poi spariscono, da un giorno all’altro di solito perche’ nessuno vuole dire di essere in trattativa per una promozione se non e’ sicuro di ottenerla, e non le vedi ne’ senti mai piu’. Alcuni dicono che sia un valore aggiunto, tutte queste esperienze, queste persone. Per me invece, e’ triste, faro’ sempre fatica ad abituarmi a una cosa simile. In questo senso forse in Italia va meglio perche’ ancora oggi la gente si muove molto meno e se lo fa poi tende a fermarsi, a mettere radici.
Una volta, anni fa, c’e’ stata una festa di addio per un’amica che partiva. E’ stato piuttosto straziante. E’ una persona splendida e mi ha aiutato tanto. Mi ha insegnato a tagliare le unghie a Joe quando era neonato ed ero sola e terrorizzata, per dire. A un certo punto durante la sua festa, scoppio’ a piangere e un’altra amica le disse non pensare di perdere i tuoi amici, li stai solo aggiungendo agli altri che troverai. Li’ per li’ mi sembro’ una bellissima cosa da dire e vera soprattutto, poi pero’ quell’amica, dopo che e’ partita come tante altre, non l’ho mai piu’ sentita. L’ho cercata tante volte all’inizio, ma nulla. Forse e’ per questo che piangeva perche’ le era gia' successo e sapeva che quello era davvero un addio, che non avrebbe avuto le risorse e il tempo per occuparsi della nuova vita e di quella vecchia e di quella nel suo paese d’origine e di quella nel paese d’origine del marito. Troppi semini sparsi per il mondo.
La buona notizia in tutto questo e’ che poi capisci che puoi comunque scegliere. Mi rimprovero il fatto di averci messo tanto a digerire quest’idea, avrei dovuto avere piu’ fiducia. C’e’ sempre un’alternativa nella vita. E in questo caso l’alternativa e’ non farsi prendere dal panico e aspettare le persone giuste, che pian piano, alla spicciolata, arrivano e in fondo capisci che non importa che stiano tanto o poco, ma che il pezzetto di strada che si fa insieme abbia valore.

martedì 30 settembre 2014

lo shock culturale e il bilinguismo a tre anni

Lo shock culturale mi affascina perche’ e’ qualcosa che riguarda tutti noi in una miriade di modi diversi. Quando arriviamo in un paese nuovo ci colpiscono le differenze piu’ macroscopiche, poi pian piano con il passare degli anni, cominciamo a cogliere i dettagli minori e le sfumature e il cerchio si chiude quando torniamo nel nostro paese e tutto si ribalta e ci stupiamo di quello che prima del viaggio era la normalita’. La parte migliore e’ che non e’ nemmeno necessario viaggiare per provare tutto questo, basta frequentare degli stranieri a casa propria.

E quello che ho appena descritto, capita a qualunque eta’. A tre anni se vivi a Dallas e vai per un mese a Milano, ti colpiscono queste cose.

Per Joe, i primi giorni, e’ stato difficile abituarsi all’idea che le formiche italiane sono innocue e non pizzicano. Non ci sono le formiche del fuoco come in Texas anzi fondamentalmente non c’e’ nulla di pericoloso in giro (niente serpenti, ne’ ragni velenosi…). Una volta capito questo, non ha piu’ voluto vedere un paio di scarpe fino alla fine della vacanza. Che quando gli ricapita giustamente. 

La seconda cosa e’ stata fargli capire che il bidet non e’ un lavandino, ma non e’ nemmeno un gabinetto. Un oggetto dagli imprevedibili risvolti misteriosi per il giovane dallasiano insomma, ma comunque dotato di un certo fascino.

Due cose hanno meravigliato Joe ogni giorno in Italia: i sassi, qui ce ne sono pochissimi, e le campane delle chiese. Cos’e’ questo rumore? Ooooh.

Quello che ha capito immediatamente, e non so se sia vero, e’ che i bambini italiani non fanno tanti convenevoli. Le prime parole che ha sentito al parchetto, ad esempio, sono state stai zitto te che ti tiro un cassotto. Qui non e’ mai successo e nemmeno ho mai sentito nulla del genere in otto anni, faccio fatica perfino a immaginarlo, ma non so bene cosa pensare, magari e’ una questione linguistica.

Ma passiamo ad altro. La metropolitana e’ stata un’esperienza quasi mistica. Un treno - e gia’ quello a Dallas e’ qualcosa di speciale- che per di piu’ va sotto terra. E si riesce anche a respirare. Non e’ mai riuscito a rilassarsi pero’, troppe questioni da capire.

Per quanto riguarda la lingua, una cosa non gli entrava mai in testa: che la motocicletta e il motoscafo sono decisamente due cose diverse cosi’ come l’elicottero e il fenicottero. Pero’ ho visto il suo italiano migliorare a vista d’occhio nel giro di pochissimi giorni. Ha preso proprio delle espressioni tipiche che sentiva li’. Dopo qualche settimana, mi ha dato l’impressione di regredire un filo. A un certo punto inventava canzoni che sembravano in inglese, ma che invece non avevano senso. Quando siamo tornati qui ha cominciato a usare i verbi come se li traducesse letteralmente dall’inglese ‘sto colorandolo’ ‘I’m coloring it’. In generale, pero’ vedo che il suo uso della lingua e’ migliore di quello che aveva prima dell’estate.

Conosco tanti genitori stranieri qui che si dannano l’anima perche’ i figli imparino bene la lingua d’origine. Per noi, invece, e’ sempre stato tutto molto spontaneo e semplice e per ora sta funzionando. L’unica cosa che facciamo e’ parlare in italiano e cosi’ lui fa lo stesso, senza nemmeno pensarci, da quando e’ nato. Avendo visto l’esperienza di tanti altri nella nostra situazione, mi sembra il metodo migliore, quello che da’ piu’ risultati con meno fatica. Ultimamente abbiamo cominciato a leggere l’edizione originale di Pinocchio, un capitoletto alla volta, e mi stupisce il fatto che bene o male riesca a seguire la storia. Spero che continui a coltivare sempre il suo italiano cosi’, senza nemmeno rendersi conto di farlo, in modo naturale e piacevole. 

venerdì 26 settembre 2014

strabiliante

Dovevo uscire da scuola alle tre e mezza. Come al solito sono le sei e sono appena arrivata a casa, a dir poco distrutta. Bilancio della giornata. Tanti complimenti per i nuovi lavori, ma uno in particolare, bellissimo, da una persona che stimo. Una collega che, con una faccia tosta sconvolgente, ha cercato di farmi fare il suo lavoro e poi si e’ anche offesa quando con immensa tranquillita’ le ho fatto notare che stava cercando di farmi fare il suo lavoro. Tre corsie dell’autostrada chiuse, traffico infernale. Joe che attacca con ci son due coccodrilli o partira’ la nave partiraaaaaa’ ogni volta che cerco di accendere la radio. E’ vero, oggi dopo otto anni sono arrivati i pastelli multiculturali e questo conseguimento mi ha dato un lungo istante di gioia, ma in questo preciso momento, voglio solo raggomitolarmi e dormire nove ore. 

In tutto questo delirio,  ho in mente un bambino, fra i tanti che ho visto oggi.

Viene da me tutto entusiasta dopo la lezione, con in mano un foglio che dice "Art is even on animals!" (l'arte è perfino sugli animali!) e poi c’e’ una freccia che indica un serpente tutto pieno zeppo di forme e colori. Quegli occhioni, quello stupore.

Me lo ha regalato da appendere in classe, cosi’ tutti possono rallegrarsi di questa notizia strabiliante.

E niente. Mettendo tutto sul famigerato piatto della bilancia, faccio sempre tardissimo, ma non credo di avere tanti modi migliori di investire il mio tempo.

martedì 23 settembre 2014

una piccola pagina bianca

Qualcuno ha detto che avere un figlio e’ come innamorarsi per la prima volta a dodici anni, ma ogni giorno. Ci penso tanto a questa cosa.

Ultimamente Joe e’ uno spasso. Lo intervisto di continuo, voglio sapere tutto quello che pensa. Ha una qualche strana idea su ogni cosa e io adoro stare ad ascoltarlo.

L’altra mattina, per prima cosa, appena ha aperto gli occhi mi ha detto:

-Sai mamma, ho dormito proprio bene. Con gli occhi chiusi.

Per lui nulla e’ scontato, sta imparando tutto per la prima volta e io sono qui a gustarmi lo spettacolo di questa piccola pagina bianca che pian piano si riempie di significati nuovi. Quale immenso privilegio.

Fa quattro anni a dicembre Joe e la sua e’ un’eta’ stupenda, magica, vorrei non finisse mai. Anche se, certo, ci sono delle cose che mi sfuggono completamente di lui.

Un giorno stavamo giocando a costruire una strada e lui a un certo punto si e’ stufato. Allora ha preso la sua sega e ha cominciato a segare me invece dei tronchi con cui stavamo giocando. Mi ha segato un braccio, una gamba, un orecchio, il naso…ridi e scherza mi ha fatto a pezzi. Dopo un po’ gli ho chiesto di rimettermi insieme e lui ha appiccicato tutto, ma al posto sbagliato. Non mi ero mai accorta di avere in casa un novello Hannibal Lecter.

Un’altra volta, Joe mi ha raccontato che gli piacerebbe trovare un nuovo amico. Gli ho risposto che magari al parco avrebbe incontrato un nuovo amico, ma lui ha ribattuto che in realta’ ha gia’ trovato un amico. Si chiama Joe Ombra. E’ un bambino buono che gioca con lui. Sta dietro alla sua schiena e dorme sotto al suo letto. Dopo qualche giorno, e’ spuntato anche Joe Specchio. Non ho mai avuto un amico immaginario e mi ha sempre affascinato da morire questo fenomeno, solo che ora che e’ toccato a Joe, mi sono preoccupata molto, ho avuto paura che stesse soffrendo di solitudine, questo soprattutto. Per fortuna ho l’amico psicologo che anche dall’altra parte del mondo e’ sempre pronto a venire in mio soccorso spiegandomi tutti i perche’ e i per come.

E’ che Joe, come tutti i bambini, ha una fantasia sterminata. Inventa continuamente delle cose. Recentemente, ha inventato una festa comandata, ad esempio. Gli altri bambini aspettano Natale o Halloween, lui invece aspetta Halloweenchristmas. Ne parla di continuo e disegna anche le decorazioni di Halloweenchristmas nell’attesa.

In macchina prima a un certo punto e’ scoppiato a ridere. Uoooooooo! Che bello che bello e’ come uno scivolo, uno scivolo di macchina!

Avevo semplicemente frenato a un semaforo rosso.

Inventa le barzellette e soprattutto le canzoni. Sono lunghissime, non finiscono mai. Sono delle storie-canzoni in cui si immerge e si perde completamente.

Recentemente ha inventato perfino un supereroe. Si chiama Stinky Man, uomo puzzolente, ma non puzza a quanto pare, le sue caratteristiche sono altre. E’ amico di Superman ma non di Spiderman ed e’ un po’ buono e un po’ cattivo, ma piu’ buono.

Joe ama anche cucinare, anzi e’ la cosa che gli piace di piu’ in assoluto, credo. Per cucinare abbandona perfino i cartoni, che sono senz’altro la seconda cosa preferita. E poi scrive, scrive tanto, cioe’ fa delle righe a zig zag e poi ti spiega a voce cosa vogliono dire quelle parole. Quando combina qualcosa, fa un disegno di lui e poi scrive quello che ha fatto e cosi’ digerisce la lezione, suppongo, proprio come la sua mamma.

Nelle scorse settimane ha cominciato a disegnare le facce (tipo un cerchio con dentro due puntini e una lineetta) ma in questi giorni mi sono resa conto per prima volta che sta abbandonando l'astratto. Questo per una mamma maestra di arte e’ un duro colpo. Perche’ noi maestri di arte delle scuole elementari lo sappiamo com’e’ che va a finire. Per un po’ di anni e’ bellissimo e poi all’improvviso, il rubinetto della creativita’ comincia a chiudersi e il pensiero comincia sempre di piu’ ad assomigliare a quello degli adulti. E’ l’inizio della fine insomma. Oppure di un nuovo inizio ancora, chi lo sa.

Per adesso vedo che mi osserva, sono costantemente sotto la sua lente di ingrandimento. Credo che abbia un’opinione estremamente alta di me perche’ non me ne fa passare una, per lui sono infallibile e se sbaglio me lo fa notare piu’ di una volta. L’altro giorno dimostrando ottimi riflessi, ho evitato di investire uno scoiatttolo incauto che ci ha attraversato la strada e lui mi ha rimproverato Mamma tu hai spaventato quello scoiattolo. E io che pensavo di aver quasi fatto un miracolo.

Se mi passa un pensiero nella testa, mi chiede perche’ fai la faccia brutta? E poi mi dice che mi vuole bene. E adesso puoi fare la faccia bella. La faccia brutta e’ una faccia seria, anche solo l’espressione che ho mentre faccio retromarcia o se mi sto concentrando su qualcosa. Non c’e’ nulla che lo preoccupi di piu’ della mia faccia brutta, cioe’ senza sorriso. Ma forse anche questa cosa ce l’abbiamo in comune.

Quello che mi preoccupa e mi preoccupera’ sempre di lui e’ esattamente lo stesso, che sorrida, che stia bene. Tutto qui.

venerdì 12 settembre 2014

non e’ vero, ma un po’ ci credo

Tempo fa suo cognato si ammalo’ in modo piuttosto serio e lei mi disse testualmente e in almeno un paio di occasioni:

- Perche’ lui? Perche’ sempre i migliori? Non poteva succedere a lei? [La cognata ndr]

Una frase che mi gelo’, o almeno mi raffreddo’ molto, il sangue nelle vene. Ora. Io posso essere una persona razionale e sapere perfettamente che augurare una cosa non significa provocarla, ma poi…no, non si fa.

Sono cresciuta con la chiara idea che non ci augura il male a nessuno. Non ci ho nemmeno mai riflettuto sinceramente sul perche’ e il per come, e’ una di quelle cose che sono cosi’ e basta. L’ho sentito talmente tante volte che ho finito per assorbirlo in maniera del tutto acritica. E’ un immenso luogo comune, ma non dei peggiori, a mio parere.

Ecco. Potete immaginare il brivido che mi e’ corso lungo la schiena quando nemmeno un mese dopo, la suddetta persona mi ha annunciato in tutta serenita’ che la cognata aveva scoperto di avere un tumore.

Certo, non si puo’ dire che lei sia responsabile, ci mancherebbe, ma fossi stata al suo posto mi sarei sentita come minimo in imbarazzo, se non addirittura colpevole in qualche strano modo. Lei nulla invece. Ma proprio nulla, come se se ne fosse dimenticata, come se quelle parole, ripetute ben due volte in mia presenza e per cui, assumo, ragionate con convinzione, non fossero mai esistite.

Lei non immaginerebbe mai di sentirsi in difetto per una cosa del genere, a me invece e’ stata la prima cosa che e’ venuta in mente.

Lei e’ americana, io italiana. La tentazione di generalizzare trattando qui di shock culturale e’ tanta, ma in realta’ non saprei. Una cosa simile non l’ho mai sentita dire da nessun’altro in tutti questi anni, quindi non so se questa totale assenza di scaramanzia (e buon gusto, diciamolo) sia una particolarita’ di questa persona o una differenza culturale vera e propria. Quello che mi ha lasciato a bocca aperta e’ il fatto che non abbia fatto nessun collegamento fra le due cose, nemmeno per scherzo. Forse per lei e’ del tutto inconcepibile che ci sia una qualche connessione fra augurare il male di qualcuno e il fatto che questo male subito dopo si realizzi. In effetti, la sua posizione e’ molto piu’ logica della mia. 

Comunque, meglio cosi’. Le due ora vanno d’amore e d’accordo com’e’ giusto che sia data la situazione drammatica.

Nel frattempo, la cognata ha perso tutti i capelli per via della chemio e lei le ha anche offerto, per solidarieta’, di rasarsi non tutta la testa, che dopo tutto insomma…ma una striscia di capelli laterale. La generosa proposta e’ pero’ caduta nel vuoto.

mercoledì 10 settembre 2014

le ultime dalla classe di arte

Una delle cose che amo di piu’ del mio lavoro e’ la liberta’. Non mi hanno mai dato programmi prestabiliti, ho sempre potuto fare piu’ o meno quello che mi andava. In questi anni, ho insegnato soprattutto l'arte europea e americana, ma sento che non e’ stata una scelta deliberata fino in fondo: sono gli argomenti che conosco meglio, ho solo seguito l’istinto. Fin dall’inizio comunque mi sono messa a studiare e insegnare anche l'arte messicana e afroamericana, mi sembrava indispensabile vivendo qui. E quest'anno ho deciso di allargarmi ulteriormente e di inglobare, per quanto possibile, anche gli altri continenti che ho sempre toccato in maniera molto superficiale.

E’ che non vorrei che i bambini pensassero che l’arte occidentale e’ piu’ importante e che questa cosa li limitasse a livello estetico o in nessun altro modo. Quelli stranieri o con origini straniere poi, credo apprezzeranno essere un po’ protagonisti. Vorrei dimostrargli che tutti noi abbiamo da imparare dalla nostra diversita’ e che non c’e’ un meglio e un peggio.

Ho cominciato a fare qualche indagine e ho scoperto che ho una carissima amica laureata in storia dell’arte africana, l’avevo completamente rimosso, e poi che a scuola abbiamo bambini originari della Nigeria, della Giordania, del Brasile, dell’Arabia Saudita e di tanti altri posti esotici. Siamo pieni di spunti interessanti da approfondire.

Sono entusiasta di avere un’ottima scusa per scombinare i piani che io stessa ho organizzato.

E tutti impareremo un sacco di cose nuove insieme. E io credo che sia fantastico.

martedì 9 settembre 2014

il privilegio di essere l’acqua

Quest’estate abbiamo visitato una caverna negli Ozarks, in Missouri.

Piu’ o meno a meta’ percorso, nel buio piu’ pesto, dove ormai non c’e’ quasi piu’ traccia di vita, c’e’ quello che il ranger che ci accompagnava ha chiamato una ‘doccia’, una sorgente di acqua che cade in gran copia dall’alto, da un punto nel soffitto della caverna. Sono state condotte numerose indagini, ma nessuno ha mai capito da dove arrivi quell’acqua che va avanti a scorrere cosi’ in maniera incessante immagino da secoli o millenni, vista l’enorme vasca di calcare che ha formato ai suoi piedi. Nel momento in cui, diversi anni fa, la regione rimase vittima di una terribile siccita’, la ‘doccia’ ha continuato incredibilmente a fuoriuscire, fornendo un grande aiuto alla popolazione. Come e’ possibile? E’ un gran mistero.

Fuori dalla caverna -un posto davvero selvaggio in cui il primo essere vivente che abbiamo avvistato e’ stato un copperhead, uno dei serpenti piu’ velenosi in circolazione- non riuscivo a smettere di pensare alla sorgente misteriosa.

Quante volte mentre affronti una qualche siccita’ nella tua vita, l’aiuto si materializza in quel modo. Sei in un posto che pensavi completamente arido e all’improvviso eccola li’ la fonte che ti disseta. Ringrazi perche’ stai morendo di sete, ma non capisci cosa ci faccia li’. E poi soprattutto perche’ l’acqua la trovi in un posto imprevisto e non dove pensavi di averla lasciata.

In questo periodo, penso di essere qualcosa del genere per qualcuno. Quella fonte che ti aiuta a superare la siccita’ e che non sai bene da dove sia spuntata, ma che in qualche modo ti tiene su. E’ la prima volta che mi capita di ricoprire questo ruolo ed e’ difficile perche’ ci sono momenti in cui anche la fonte ha la sensazione di cominciare a prosciugarsi in maniera pericolosa, ma e’ soprattutto un grande privilegio. Avere la possibilita’ di fare qualcosa per qualcun’altro e’ sempre un privilegio.

lunedì 8 settembre 2014

il puntino

Se attraversi in macchina il Texas dell’ovest ti accorgi che pian piano somiglia sempre piu’ a un deserto, a est invece e’ tutto molto verde, ci sono grandi alberi, boschi, laghi. Ed e’ proprio in questa zona che abitano i nostri amici, in una bellaIMG_20140830_164856 casa ranch direttamente davanti a un lago. Sulle sponde di questo piccolo lago, crescono le ninfee piu’ grandi che abbia mai visto, colorate e davvero belle. Mi hanno subito colpito, ma mi e’ stato spiegato che in realta’ sono piante infestanti e ogni volta sono costretti a chiamare un qualche giardiniere specializzato che le faccia fuori. Da noi le ortiche e qui le ninfee giganti. Come al solito niente e’ mai semplice o semplicemente piacevole in Texas. 

Appena arrivati i bambini, hanno chiesto di fare un giro sulla barca a pedali cosi’ gli abbiamo fatto mettere i giubbottini galleggianti e li abbiamo aiutati a salire. Mr. Johnson, Joe e altri quattro bambini. Io e il nonno, un altro meraviglioso nonno del Far West che mi ricorda tanto il nostro compianto, siamo rimasti a riva a guardare.

Appena partono noto qualcosa dirigersi a tutta velocita’ verso di loro, formando una lettera V nell’acqua. Lo faccio presente al nonno anche se abbiamo il sole di fronte e la visibilita’ non e’ ottima.

- Abbiamo dei castori qui…pero’ non vedo la testa e poi di solito si rituffano subito loro….

- Belli i castori, ho appena visto un documentrario, che meraviglia vivere nella natura!

Nel frattempo il puntino continua la sua corsa. Sono curiosa, ma non mi preoccupo molto perche’ il padrone di casa non mi sembra in grande allarme.

- Beh…non deve essere un serpente, va cosi’ dritto e veloce…

Azzardo io, supponendo che i serpenti mantengano il loro moto ondulatorio anche nell’acqua. Nel frattempo il puntino si avvicina sempre di piu’ alla barca.

- Appena arrivati qui abbiamo avuto anche qualche alligatore, ma…

- Come?

- Niente di che, dei piccoli alligatori, ma e’ da un bel po’ che non ne vedo…

Neanche il tempo di ripetere nella mia testa quella frase assurda -niente di che, solo dei piccoli alligatori- che dalla barca in lontananza esplodono le grida dei bambini.

Ah bene. Era solo un serpente. 

Eccitazione e paura. Che meraviglia vivere nella natura.

venerdì 5 settembre 2014

come usare dieci minuti

La nuova maestra di Joe, la settimana scorsa era tutta soddisfatta:

- Da lunedi’ cominciamo a offrire il servizio di carpool. Sara’ comodissimo, niente perdite di tempo, non dovra’ nemmeno scendere dalla macchina. Che bello, eh? Con questo caldo poi…

In pratica, invece di parcheggiare e andare a prendere i bambini in classe, i genitori adesso si mettono in coda in macchina davanti alla scuola. La maestra afferra tuo figlio, te lo posiziona nel seggiolino, gli allaccia la cintura di sicurezza e te lo porti via.

Grandissima comodita’, dice.

In effetti, quando il sistema sara’ rodato, forse si risparmieranno una decina di minuti (che per ora si passano in macchina), ma la domanda che avrei voluto farle e che non le ho fatto e’:

perche’?

Cioe’ come vi e’ venuto in mente? Quali sono le vostre priorita’ nella vita?

Il parcheggio e’ enorme e comodissimo e il momento dell’uscita da scuola era quello in cui si riuscivano a fare due chiacchere con la maestra e magari conoscere un po’ gli altri genitori e gli altri bambini della classe per organizzare un parco o una merenda, una festa di compleanno. Perche’ impedire alle persone di avere qualunque contatto fra loro?

E dire che questa scuola ha perfino una caffetteria stile Starbucks all’interno. Mi ero fatta l’illusione che promuovessero la socializzazione, che ci fosse una qualche idea dietro a un investimento cosi’ insolito.

Invece, anche qui l’interazione sociale non viene nemmeno presa in considerazione. Sono sicura che nessuno la’ dentro ha pensato a questa controindicazione. Saranno tutti contentissimi di aver regalato ai loro clienti dieci minuti in piu’ per fare. Chissa’ cosa.

mercoledì 3 settembre 2014

ne vale sempre la pena

Mi e’ capitato innumerevoli volte di sentire italiani criticare l’ignoranza o la stupidita’ degli americani tutti e allora dato che a volte questi giudizi arrivano anche da persone che stimo e magari sono provocati da aneddoti che io stessa racconto, invece di schermirmi perche’ ovviamente non sono d'accordo, stavolta ho deciso di spiegare come la penso.
Prima di tutto voglio dire che anche a me sembra che qui ci sia un’ignoranza spaventosa e per certi versi sconvolgente. C’e’ gente che non crede nella teoria dell’evoluzione. Gente che non crede ai dinosauri perche’ la Bibbia non ne parla. C’e’ gente che si scandalizza se faccio vedere il David a scuola perche’ e’ nudo. Gente che parte all’attacco se una mamma allatta in pubblico o che e’ convinta che se si sente in pericolo ha il diritto e al limite anche il dovere di farsi giustizia da sola.
Pero’.
In Italia secondo voi non c’e’ l’ignoranza?
Certo, e’ un altro tipo di ignoranza, su questo non ci piove. Vi faccio qualche esempio.
Avete mai fatto caso a quello che dice la gente, anche quella piu’ tranquilla e normale, durante le partite di calcio? Tanti in Italia quando l’ho fatto notare, mi hanno detto che sono io che non ho piu' il senso dell’umorismo, che sono cose che non si pensano e che si dicono solo in quei casi, ma rimango convinta che non sia sano dare del frocio o del negro, mai. Se non lo pensi davvero, proprio per niente, non ti dovrebbe mai venire in mente di dirlo. Ecco, a quei trogloditi degli americani non saprei nemmeno come spiegarlo un comportamento simile, per loro non esiste e dire che lo sport va per la maggiore anche qui. Recentemente in televisione c’era addirittura un documentario che parlava del razzismo calcistico italiano, per dire.
Poco tempo fa il nostro ministro dell’Interno Angelino Alfano ha apostrofato gli extracomunitari nordafricani chiamandoli vu cumpra’, un termine sorpassato e razzista che fa venire i brividi e ancor di piu’ all’interno di un contesto istituzionale. Il senatore Calderoli, cavalcando altri ridicoli stereotipi razzisti, proprio in questi giorni ha affermato che il padre dell’ex ministro Kyenge, gli avrebbe fatto la macumba. La macumba. Come uno di quei personaggi delle barzellette di una volta, la tribu’, il pentolone. Almeno qui certe cose le senti dire alla gente comune e sono il prodotto di una sottocultura -pericolosa eh- ma per niente sdoganata. Se un qualunque rappresentante della societa’ si azzarda a fare certe affermazioni in pubblico perde il posto, e’ successo mille volte.
In Italia non esistono sacerdoti disposti a negare l’evoluzione per fortuna, e’ semplicemente impensabile. Pero’ esistono quelli che per tanto tempo hanno  in modo sottile  dimostrato accondiscendenza verso la mafia regalandole un terreno fertile in cui prosperare. Non penso che il danno culturale sia stato minore.
A me pare che quelli che mi dicono mi dispiace per te costretta a convivere con questa gentaglia invece noi qui, dimentichino una cosa fondamnentale. In questo paese, negli anni Sessanta e Settanta e’ scoppiata una vera e propria guerra culturale che prosegue tutt’oggi fra quelli che volevano ed hanno poi ottenuto la fine della segregazione razziale e in generale l’avanzamento dei diritti civili e quelli che hanno usato la paura del cambiamento per instillare l’odio razziale e quest’idea arcaica di individualismo che ti dice che non e’ lo stato a doverti proteggere, ma sei tu che devi letteralmente imbracciare le armi per tenere al sicuro la tua famiglia, proprio come nel Far West. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Una parte della societa’ fa da faro al resto del mondo e l’altra produce nefandezze che non si possono immaginare. La settimana scorsa una bambina di nove anni ha ucciso per sbaglio il suo istruttore di mitragliatore. Omicidi di massa, rivolte razziali, non c'è bisogno che mi dilunghi.  
E’ semplice fare i superiori di fronte a certe persone, ma è la strada piu’ facile, quella che non porta mai molto lontano. Perché non cercare di capire e prendersi il bello invece? Ribadisco. Per me il bene e il male sono distribuiti ugualmente. Decodificare quello che ci sta intorno, riconoscere quello che e’ da salvare e quello che e’ da buttare, fa parte della nostra responsabilita’ individuale, ovunque. Non esistono isole felici e se anche esistessero immaginate che noia.
Pensate a questo.
Degli amici texani ci hanno aperto la loro casa questo fine settimana. Ci hanno trattato come persone di famiglia. Ci hanno portato in un lago immerso in un magnifico bosco, un posto che a loro piace molto. Nonostante fosse frequentato anche da tanti di quelli che credono che discendiamo tutti da Adamo ed Eva e magari vanno da Wal Mart con la pistola in tasca, gli ho visto lasciare portafogli e telefoni sul cruscotto della macchina senza nemmeno il dubbio che a qualcuno potesse saltare in mente di rubarglieli. In barca, come sempre faceva caldissimo, cosi’ si sono buttati tutti in acqua e l’acqua, come nella maggior parte dei laghi texani, era marrone. Sai che, minimo, rischi di imbatterti in un qualche serpentello o in una di quelle tartarughe che mordono, e non si vede niente. Tu che fai? Stai li’ e rifiuti perche’ ti fa schifo e sei abituato al mediterraneo o ti butti? Beh, io mi sono buttata e avevano ragione loro, it feels good. Mi sono divertita un mondo e dopo mi sono fatta una fantastica doccia. Ne valeva la pena. Vale sempre la pena di buttarsi e indossare i panni degli altri per un momento.

mercoledì 27 agosto 2014

un’emozione unica

Sono tornata dall’Italia piena di entusiasmo e di idee nuove e interessanti. Raccontavo all’insegnate piu’ aperta e fuori dagli schemi che conosca, ad esempio, di un laboratorio di cui ho sentito parlare quando ero li’. Riguarda le emozioni. Fra le altre cose, la maestra fa delle foto ai bambini in vari momenti della giornata -quando sono felici, tristi, annoiati…- e poi le mostra ai bambini stessi e alle loro famiglie durante una sorta di evento speciale o presentazione. Ne parlano tutti insieme e i bambini tendono di solito a inventare degli aneddoti di sana pianta, ma e’ molto importante perche’ per la prima volta, a tre anni, si trovano ad affrontare quelle emozioni, a osservarle, a provare a giustificarle. A quel punto, pero’ sono stata interrotta.

Molto bello, ma qua no. Non funzionerebbe mai. Gli americani non hanno un buon rapporto con le emozioni, almeno con quelle negative. I genitori non sopporterebbero mai di vedere i figli piangere a scuola in loro assenza. Nella mia classe ho appeso foto di bambini anonimi che piangono o ridono o mostrano altre emozioni e piu’ di una volta dei genitori si sono lamentati. Pretendono che tutto per un bambino sia FELICE. Se il figlio e’ sconvolto per qualche motivo, vogliono solo che smetta subito. Non chiedono all’insegnante vada a fondo e capisca qual e’ questo motivo, ma solo che faccia tornare la normalita’ nell’immediato. Non capiscono che cosi’, e’ molto piu’ probabile che il bambino non superi quell’ostacolo e si ritrovi nella stessa situazione.

Ripensavo a questa conversazione e mi sono venuti in mente tutti quegli inquietantissimi Mickey Mouse di Keith Haring. Descrivono alcuni aspetti di questa societa’ meglio di un trattato di sociologia.  Untitled