Ci fu un dottore, un anno prima, che le disse che se avesse voluto un figlio avrebbe dovuto sottoporsi a un’inseminazione in vitro e chissa’ cos’altro. Decise di chiedere un secondo parere. Il secondo parere smenti’ completamente il primo. A quel punto avrebbe dovuto cercarsi una terza opinione e capire chi aveva ragione, non lo fece. Decise, cioe’ decisero, di adottare un bambino, di non pensarci piu’ e di tenersi le loro incertezze e speranze cosi’ com’erano, senza accanirsi, tanto nella vita poi alla fine non si sa mai. A quel punto, comincio’ la risalita. Dei mesi splendidi di ritorno alla vita, di amore, di soddisfazioni lavorative e soprattutto di preparazione all’adozione. Una cosa che le riempi’ completamente l’anima e la testa, che la fece crescere in cosi’ tanti modi che non riuscirebbe nemmeno a spiegarlo. Le sarebbe piaciuto molto raccontarvi quel viaggio, essere magari utile a qualcuno che ci stava ragionando, ma certe cose sono davvero troppo troppo grandi per essere guardate da vicino. Scrisse a un’amica che aveva problemi simili a quelli che aveva avuto lei, che non aveva ottenuto quello che voleva e che non era mai stata cosi’ felice, che c’e’ sempre speranza nella vita e lo affermava con la convinzione di chi lo ha scoperto da solo. Impiegarono un mese a compilare tutti i documenti necessari. Lo chiamarono il giudizio universale. Quando decidi di adottare, ogni minimo aspetto della tua vita viene passato al microscopio e devi dar conto di tutto, ogni piu’ insignificante dettaglio dall’infanzia in poi. Alla fine realizzarono che mancava un documento, uno stupido vecchio resoconto fiscale, indispensabile per far decollare l’adozione. Richiesero questo documento all’ufficio delle tasse. Ogni giorno per due settimane il primo pensiero era la cassetta della posta e quel maledetto foglio che non arrivava. Nel frattempo, lei comincio’ a sentirsi un po’ strana, ma era troppo impegnata con l’adozione e il lavoro per fermarsi, o forse gia’ aveva capito e stava solo prendendo tempo. Cosi’ arrivo’ il giorno della mostra, il lavoro era finito, non aveva piu’ scuse. La sera, dopo i festeggiamenti, fece il test, positivo per ben due volte. La mattina successiva arrivo’ quel foglio. Pianse tanto. Se solo quel maledetto foglio fosse arrivato un giorno prima, avrebbero spedito tutto e l’adozione sarebbe stata definitiva. Ma ora erano troppo scioccati, attanagliati da una paura paralizzante. Era come passare da un’esistenza scelta, pianificata e studiata nei dettagli a un’altra vagheggiata si’, ma completamente inaspettata e piena di rischi nel giro di cinque minuti. Misero da parte l’adozione per il momento, solo per il momento, e aspettarono che passasse il tempo. Un tempo lentissimo, i primi tre mesi, i piu’ rischiosi. Lei si chiedeva soprattutto quando sarebbe arrivata la gioia, avrebbe dovuto essere felice come dicevano tutti, ma la paura… la paura. Finalmente quei tre mesi sono passati. Il bimbo dovrebbe nascere, secondo i calcoli del dottore, il giorno di Natale. Le infermiere, conoscendo un po’ la storia, lo chiamano il bambino del miracolo, ma tutti i bambini sono miracoli, specialmente quando ti sei autoconvinta che quella non e’ una cosa per te, che quella e’ una cosa che le altre donne fanno. Oggi lo hanno visto dentro a un computer e per la prima volta non assomigliava a una nocciolina, ma a un bambino, con il suo testone, la panciotta, le gambette che si stiracchiavano in continuazione, il cuore che batteva forte. Non so perche’ mi sia venuto spontaneo raccontarvi tutto questo in terza persona, forse e’ solo che ho bisogno di raccontarlo anche a me stessa per crederci. Eppure, comincia a sembrare vero, comincia a sembrare che stia succedendo davvero. La felicita’, immensa, e’ tornata finalmente e in una forma completamente inedita, ma ho la sensazione che la paura forse non passera’ piu’.