lunedì 14 aprile 2014

il texas

A volte il Texas e’ proprio dolce. Con le sue belle colline, i cavalli, le mucche, i fiori, i cieli immensi e tutto il resto. L’altro giorno ero li’ e a un certo punto pensavo… non c’e’ niente da fare, questo e’ un paradiso.
In quel preciso momento, ho calpestato a piedi nudi un mucchio di formiche del fuoco.
Al di la’ del fastidio, una perfetta metafora.
Ecco, il Texas puo’ anche essere dolce qualche volta, ma non si agita mai per catturare la benevolenza di nessuno. Al contrario, non ha mai paura di deludere o risultare sgradevole.
Forse e’ anche per questo che mi piace. Perche’ e’ come e’, ti da’ e ti toglie un po’ come gli gira e si fa scoprire forse, ma solo a poco a poco.

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venerdì 11 aprile 2014

ci risiamo

Gli faccio vedere il famoso Colosso attribuito per tanto tempo a Goya. Ne parliamo, lo descriviamo, ragioniamo insieme.

C’e’ un gigante, un vero gigante! E’ immenso, piu’ alto delle nuvole cariche di vento e tempesta che gli si stagliano attorno. Fa il gesto del pugile con la mano sinistra e gli si ingrossa il bicipide. E’ furioso. Il gigante puo’ schiacciare centinaia di persone come formiche, radere al suolo interi villaggi con il minimo sforzo di pochi passi. La folla in primo piano fugge terrorizzata. Ma terrorizzata da chi poi? Dal gigante? Oppure da un qualche nemico esterno da cui invece il gigante la sta proteggendo? In ogni caso si coglie il dramma, soprattutto nel contrasto fra il movimento generale e quel povero asinello inebetito in primo piano, attonito, paralizzato dalla paura.

Allora, pongo alla classe, una domanda molto semplice e precisa.

- Quale sentimento vi suscita questa immagine?

Un ragazzino alza la mano prima ancora che abbia finito di parlare.

- It’s disturbing. E’ traumatizzante.

- Traumatizzante? Perche’?

E li’ rispondono tutti in coro:

- Perche’ il gigante e’ nudo (of course)!

Cioe’ fammi capire: tu bambino di quinta elementare vedi un’immagine in cui tutti i personaggi sono visibilmente alterati, in cui c’e’ un gigante (un gigante perbacco!) infuriato, gente che scappa da tutte le parti disperata e ti preoccupi dell’abbigliamento, per altro solo vagamente suggerito, del gigante? E non solo questo. Tutti i tuoi compagni pure?

Vi voglio un bene dell’anima ma…What’s wrong with you guys?

Ecco, questo e’ piu’ o meno quello che non ho detto.

Fortuna che questo malinteso di fondo sull’opera, almeno ha prodotto un notevole risvolto comico. D’altra parte, ognuno l’arte l’interpreta un po’ come gli pare, no?

E io che volevo parlare della paura e di tante altre cose.

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mercoledì 9 aprile 2014

l’unico vero dovere

L’altro giorno, nella mia famiglia in Italia si e’ festeggiato un compleanno molto importante. E io non c’ero. Sono cose all’ordine del giorno, ma sempre pesanti da digerire.

Fra una lezione e l’altra, sono riuscita almeno a chiamare durante la festa. E involontariamente l’ho quasi rovinata. Occhi lucidi da una parte, nodo in gola dall’altra.

Quando ho chiuso, ho pensato che ho quasi il dovere di essere felice qui perche’ e’ l’unica cosa che puo’ dare un senso a questo tipo di lontananza, all’assenza reciproca dalla vita delle persone che si amano. 

lunedì 7 aprile 2014

il problema delle mogli dei cervelli in fuga

Ho diverse amiche casalinghe qui, e’ un fenomeno piuttosto comune fra le mogli dei famosi cervelli in fuga. Si trasferiscono di solito per via di una promozione del marito e rimangono senza lavoro o perche’ non hanno il permesso per lavorare o perche’ il lavoro che facevano nel loro paese qui, per vari motivi, non lo possono piu’ fare. Alcune perdono per strada impieghi per niente appaganti, altre invece sono costrette a lasciare il lavoro della vita al picco della carriera. Ci sono quelle che accettano di buon grado la situazione e specialmente se hanno figli, sono ben felici di fare una vita meno frenetica di quella che si sono lasciate alle spalle. E ci sono anche quelle che al contrario soffrono da pazzi e pian piano maturano una sorta di impalpabile risentimemento nei confronti del marito che vedono come il principale responsabileha di questa loro nuova condizione.
Un giorno, poco dopo aver festeggiato l’assunzione a sorpresa di una di queste amiche che non lavorava da molti anni, un’altra e’ scoppiata in lacrime. Eravamo sole. Li’ per li’ ho pensato semplicemente che forse per noi donne, e’ fatale fare paragoni, anche senza nessuna invidia o cattiveria. Che il successo di un’amica con piu’ o meno gli stessi nostri mezzi a disposizione ci faccia senz’altro gioire per lei, ma allo stesso tempo, finisca spesso per metterci di fronte alle nostre debolezze piu’ inconfessabili.
- Odio tutto quello che faccio in casa. Perfino cucinare. Tutti pensano che sia la mia passione, in realta’ lo faccio solo perche’ stare ai fornelli e’ l’unico modo che ho per nascondermi, per stare da sola. Tu non lo sai, ma urlo sempre e perdo la pazienza, sono una madre pessima, a volte voglio solo che mi lascino in pace e non lo fanno mai.
Dice che gia’ da un po’ il marito la spinge a cercarsi un lavoro e perfino i suoi figli le chiedono con aria di sufficienza cosa faccia tutto il giorno a casa. In effetti, anch’io me la sono sempre immaginata sdraiata a sfogliare riviste sul divano questa mia amica. Del resto, e’ risaputo che con tre figli minorenni e una casa da gestire hai tanto di quel tempo a disposizione che puoi anche permetterti un po’ di sano svago personale.
Ecco, ironia a parte, questo mi ha colpito.
Mia madre, fino a pochissimi anni fa e’ stata sempre una casalinga, eppure io non ho mai avuto un pensiero simile. La mamma lavora a casa. E’ questo che mio padre ha sempre sottolineato e ribadito in tutti i modi. Ha sempre sostenuto che la loro fosse una scelta pragmatica e condivisa e che in una casa ogni lavoro e’ importante, come su una nave. Lo abbiamo sempre preso molto in giro per questa sua passione per le metafore, ma il messaggio e’ passato perfettamente.
Mi viene il dubbio che l’insoddisfazione e il senso di inferiorita’, soprattutto in questi casi, siano si’, una condizione personale, ma anche in gran parte indotta da chi ci sta intorno. Se continuano a ripeterti che quello che fai vale poco e di conseguenza che in sostanza tu vali poco, finisci per crederci, e viceversa. Se hai intorno persone che credono nelle tue capacita’ a prescindere dai risultati che ottieni nell’immediato o dal tuo titolo di studio, questi problemi magari non ce li hai e se anche ce li hai, hai molte piu’ risorse per metterci una toppa. Il segreto, in ogni dove, e’ sempre circondarsi di anime gentili, insomma.

mercoledì 26 marzo 2014

cosa lasciare andare

Ci sono persone che capitano nella tua vita per caso, che ti scivolano accanto una miriade di volte, ma che non ti sfiorano mai, quasi fossero un rumore di sottofondo, qualcosa a cui non presti mai attenzione, tranne per notare che sono li’ da un po’ ormai. Persone che non ti sei scelto, che fondamentalmente non ti interessano e non ti incuriosiscono, ma da cui un giorno, all’improvviso, puoi anche capire di non essere poi cosi’ distante come ti eri immaginato. Puo’ darsi che ad avervi separato fino a quel momento non sia stato altro che un sottile malinteso reciproco.

E’ iniziato tutto con una di quelle situazioni in cui non sai nemmeno da dove cominciare a rompere il ghiaccio, ma qualcosa lo devi pur dire. Devo essere stata io a tirare fuori l’argomento, le pulizie di primavera. Cosa c’e’ di piu’ banale, no? Mi e’ parso un argomento perfetto per quel momento, anche se, per quanto possa sembrare assurdo, le riorganizzazioni e le pulizie sono una sorta di tarlo costante e serissimo che ho da un po’ di tempo a questa parte. Non volevo certo spiegarlo, cercavo solo di riempire un silenzio. Non mi andava di raccontarmi, non mi sembrava che l’interlocutore lo meritasse. Non mi andava di dire che quello di cui stavo parlando in realta’ non era una pura sciocchezza come le pulizie di primavera, ma qualcosa di piu’ generale e astratto, un’esigenza profonda di rinnovamento e di chiarezza, di organizzazione un po’ in tutti i settori della vita.  

Beh, a giudicare dalla piega che la conversazione ha preso, protraendosi poi per ore, fino a notte fonda, puo’ darsi che in qualche modo abbia detto esattamente quello che avevo in mente fallendo nella superficialita’ che mi ero lucidamente prefissa.

Che miracolo. Di solito si fa una fatica immane nel tentativo disperato di spiegarsi, di capire e di farsi capire e invece per una volta e’ arrivato tutto cosi’, senza nessuno sforzo. Sto pensando che, chissa’, puo’ darsi che in tutti questi anni questa persona mi sia apparsa cosi’ estranea semplicemente perche’ era piu’ avanti di me, anzi era gia’ arrivata piu’ o meno nella direzione in cui pian piano forse sto andando anche io.

- Quando e’ morta mia madre, una delle cose piu’ difficili per me e mia sorella e’ stata tornare a casa sua e decidere cosa fare di tutte le sue cose. Mi madre era una di quelle persone incapaci di buttare perfino la spazzatura. Non sai quanto cibo scaduto da anni abbiamo trovato. E alla fine, e’ toccato a noi, sbarazzarci di tutta quella roba al posto suo. Ci sono volute settimane, e’ stato straziante. Gli oggetti piu’ preziosi, i due anelli che aveva disegnato lei stessa e che ci aveva regalato prima di morire, li abbiamo fatti seppellire insieme a lei. Abbiamo deciso di comune accordo, io e mia sorella, che era giusto cosi’, che appartenevano a lei, non a noi, ma non e’ stato semplice prendere una decisione cosi’ irreversibile.

Di lei mi e’ rimasta solo una grande scatola. Mia madre amava scrivere. Nel periodo in cui ho vissuto fuori citta’, mi ha scritto una lettera ogni settimana. E’ andata avanti cosi’ per anni. E poi ogni ricorrenza, ogni volta che ci scontravamo. Era il suo unico modo di aprirsi, di esprimere davvero quello che provava. Scrivere, non si risparmiava certo lei nello scrivere.

Ecco, quella scatola me la sono trascinata dietro per anni e anni. Di trasloco in trasloco. Senza mai aprirla. E’ sempre rimasta con me finche’ a un certo punto ha cominciato a pesare. Pesava al punto da cominciare a farmi perdere l’equilibrio, a trascinarmi giu’. Quella scatola sigillata, mi stava impedendo di andare avanti e cosi’, finalmente, dopo molti anni, sono riuscita ad aprirla. Ho scelto una lettera, una sola, che ogni Natale tiro fuori e rileggo e ho buttato via tutto il resto.

giovedì 20 marzo 2014

la nuova fase

Leggevo una lista di regole serissime redatte da Susan Sontag su come crescere un figlio. A un certo punto…

N. 7  Always speak well of his poop. (No faces, sighs, impatience, etc.)

N. 7 Parla sempre bene della sua cacca. (Niente facce, sospiri, impazienza, ecc.)

Cavolo lo dice anche Susan Sontag. Allora e’ proprio vero.

Non ho battuto ciglio. Solo dopo un po’ mi sono accorta che avevo automaticamente aggiunto una “o”.

Always speak well of his pOp (Parla sempre bene del suo papa’).

Proprio cosi’, e’ che ormai c’e’ un chiodo fisso in questa casa.

Dovete sapere che la mia vita di genitore ha subito un brusco cambio di rotta recentemente. C’e’ stato un passaggio radicale nella filosofia del piccolo Joe. Non so se sia normale, me lo auguro, ma si e’ passati da un bambino in piena fase contemplativo-metereologica a un bambino che parla solo di. Si’, proprio di quello che diceva Susan Sontag, ma con due “o”.

- Mamma dove seeeeei?

- In bagnooooo.

- Stai facendo la caccaaaaaa?

Prima guardava le stelle, si illuminava quando faceva giorno e si rattristava quando vedeva che il cielo diventava buio. Faceva osservazioni poetiche e domande difficili. Mi chiedeva dove fosse andata la notte o mi faceva notare le strisce degli aerei, le nuvole. Si stupiva che il cielo fosse ‘zzullo, mentre c’e’ la luna piccola. Era un piccolo esteta-astrofisico in erba, o qualcosa del genere.

Ora invece per lui ruota tutto intorno alla cacca. Si stupisce si’, ma soprattutto della sua cacca che contempla nella tazza per lunghi minuti in cerca di somiglianze (“Gualda la cacca sembla selpente con uovo”) e che saluta agitando la manina quando va giu’ “ciao ciao cacca!”.

Quando pensa ai suoi amichetti, ai nonni, agli zii, a tutti quelli che conosce, ci fa sapere che anche loro fanno la cacca.

Tizio fa la cacca.

Caio fa la cacca.

Immagini meno soavi di quelle a cui ci aveva abituato, devo ammettere, ma lui non vede nessuna differenza.

Prima mi ha spiegato con gravita’ che il mandalino diventa cacca mentre il latte pipi’. Oramai va cosi’, per fortuna che sembra che si stia affacciando all’orizzonte, una nuova fase. La definirei poetico-escatologica o scatologico- escatologica. Ma si, perche’ fare gli snob? In fondo la differenza la fa pur sempre una vocale, no?

L’altra sera, ad esempio, come ultima cosa prima di addormentarsi, mi ha detto I already miss you, mommy (Gia’ mi manchi mamma). Ci sto ancora pensando.

mercoledì 19 marzo 2014

scioccante, volgare e inadatto

Una notte non riuscivo a dormire e ho aperto Facebook. Un colpo al cuore. Mi sono rivista a tre anni, all’asilo, per mano alla maestra. Ho pochissime foto di quel periodo e rivedermi -tra l’altro cosi’ somigliante al mio stesso bambino che ora ha proprio quell’eta’- e’ stato una grandissimo regalo.

Nel dormiveglia vagheggiavo.  

In fondo anch’io sono una maestra. Magari fra trent’anni pubblichero’ su Facebook o quello che ci sara’, qualche foto come queste e anche i miei bambini ormai grandi e magari con figli dell’eta’ che hanno ora loro, si emozioneranno come me in questo momento. Potro’ restituire lo stesso favore, fare a qualcun’altro la stessa sorpresa, che fortuna.   

Poi ci ho pensato meglio la mattina successiva e ho completamente cambiato idea.

I miei bambini mi denuncerebbero. Non c’e’ dubbio.

L’altro giorno, a lezione, ho fatto vedere alcune opere conservate al Louvre e un paio di loro mi hanno processato sulla pubblica piazza affermando che il Gesu’ bambino nudo di Raffaello e’ completamente disturbing, gross and inappropriate (scioccante, volgare e inadatto).   

Voglio dire, se sono cosi’ a otto anni, a trentotto c’e’ da avere paura. 

venerdì 14 marzo 2014

la rappresentazione della realta’

Nonostante viva all’estero oramai da diversi anni, come sapete sono ancora legatissima all’Italia in tutti i sensi. Seguo abbastanza la politica italiana e di tanto in tanto mi piace anche farmi del male guardando programmi di approfondimento come Piazza Pulita o Servizio Pubblico.

Ecco. Notavo che non c’e’ puntata in cui sia assente il servizio con la vecchietta che rovista nella spazzatura o il laureato disoccupato alla mensa dei poveri.

Qui tutta questa retorica della poverta’ con tanto di colonna sonora strappalacrime nei programmi giornalistici non la vedo. In realta’ non la vedo proprio da nessuna parte.

E allora mi chiedo perche’. Non ci sono i poveri qui? Figuriamoci. C’e’ sicuramente piu’ poverta’ e degrado qui che in Italia. La famosa forbice americana fra quelli che stanno bene e quelli che affondano. Eppure non c’e’ interesse a raccontare la realta’ in questa maniera. Ci sono campagne pubblicitarie e programmi che parlano di queste problematiche, perfino di come salvare gli stessi bambini americani dalla fame, voglio dire, le cose si sanno, ma non c’e’ la retorica, l’autocommiserazione.

Non e’ che vederci in quel modo, continuamente, giorno dopo giorno, non ci aiuta?

E’ solo una riflessione, una cosa che ho notato e che volevo condividere con voi.

giovedì 13 marzo 2014

di spagnoli e sudamericani. e anche di noi

Ho conosciuto degli spagnoli molto simpatici e interessanti l’altro giorno. Professionisti che hanno viaggiato, che parlano due o tre lingue, in teoria persone dalla mentalita’ aperta. Eppure una cosa mi ha colpito: come si riferivano ai sudamericani. Provano orrore per il modo in cui parlano spagnolo ad esempio e un po’ lo posso capire. Anche io ho imparato lo spagnolo in Spagna e all’inizio ero abbastanza frastornata. Devo confessare che in particolar modo, quando mi e’ capitato di fare da supplente di spagnolo qui, un po’ mi ha sconcertato vedere che non solo si usano altri termini, ma perfino le regole grammaticali vengono insegnate diversamente. Mi sembrava sbagliato perche’ era contrario a quello che avevo sempre saputo, pero’ non ho mai giudicato male nessuno per questo, so che si tratta di un’evoluzione naturale della lingua, non e’ una questione di ignoranza. Chi dice che una lingua e’ migliore di un’altra poi? Le lingue non sono una cosa morta e fissa, sono vive e si modificano in continuazione a seconda di chi le usa.

Tante volte vengo scambiata per sudamericana e la cosa mi e’ completamente indifferente. Se mi parlano in spagnolo rispondo in spagnolo, mica spiego che sono italiana. Invece questi spagnoli mi sembravano proprio desiderosi di distinguersi. In particolare, non mi e’ per niente piaciuta l’espressione che ho visto sulle loro facce quando a un certo punto e’ apparsa una quinceañera. Una quinceañera e’ una ragazzina che compie quindici anni. In Messico e’ una festa importantissima, ancora di piu’ dei nostri diciotto. Ignoro come vengano festeggiate in patria, di certo qui i messicani non badano a spese. Il fatto e’ che di solito e’ davvero una tamarrata incredibile, perfino i miei amici messicani ci scherzano su. Servizi fotografici, vestiti coordinati con gli invitati, limousines, tutto molto kitsch. Pero’ a vederli fanno comunque tenerezza questi genitori emozionati con queste ragazzine vestite da principesse che si godono il sogno di essere al centro dell’attenzione per un giorno. Gli spagnoli invece avevano un senso di compatimento che non mi e’ piaciuto, il classico guardare dall’alto in basso, senza simpatia, con superiorita’.

Insomma, mi sono chiesta se anche noi italiani facciamo la stessa impressione quando parliamo di come gli stranieri rovinino i nostri piatti o di come storpino la nostra lingua. 

Se e’ vero che critico chi cerca di preparare la nostra pasta in maniera improbabile, e’ anche vero che adoro gli egg noodles americani. Se e’ vero che per me la pizza italiana nel forno a legna e’ il massimo della vita, e’ anche vero che una pizza americana fatta bene la mangio piu’ che volentieri. Insomma, una cosa non esclude mai l’altra, c’e’ spazio per tutto e tutti.

venerdì 28 febbraio 2014

il piccolo uomo che cammina sui pezzi di vetro

L'altra mattina esco dal bagno e trovo il piccolo Joe e la Ragazzina in cucina che camminano sui pezzi di vetro, come nella canzone. Lui, suppongo, aveva rotto un bicchiere (tra l'altro riducendolo in briciole, non so nemmeno come sia possibile a livello fisico rompere un bicchiere in quel modo...) e zitto zitto cercava di rimettere tutto a posto, prendendo le schegge con le mani e buttandole nella spazzatura prima che arrivassi.

Fortunatamente nessuno dei due si e' fatto male. Lui appena mi ha visto ha sussultato. Enorme coda di paglia, ma ha avuto comunque la prontezza di replicare. Ha replicato al mio sguardo in realta' perche' non avevo ancora avuto il tempo di dire nulla:

- Tu lotto piatto ieri!

Simpatico il tuo tentativo ragazzino, ma sei comunque nei guai.

Scherzi a parte, il vero punto della situazione e' che in quel momento ho capito che fare il genitore è davvero un vicolo cieco. Pensavo di aver fatto il mio dovere insegnandogli a non disperarsi e che si puo' rimediare ad ogni errore. Abbiamo non so nemmeno piu' quanti rotoli di scotch in giro, scocciamo qualunque cosa, ma si', basta chiedere scusa e tutto si aggiusta, no? E invece no, e' ora di imparare anche questo. La verità è che se rompi un bicchiere in mille pezzi non solo non lo puoi riappiccicare, e questo l'aveva già intuito da solo il furbastro, ma non puoi nemmeno far finta che non sia successo niente.

Hai rotto un bicchiere, il bicchiere preferito di qualcuno che ti aveva espressamente vietato di toccarlo, hai fatto una grossa stupidata e ti potevi fare anche molto male. Lo so che sei pentitissimo e vorresti che non fosse mai successo, te lo leggo negli occhi, ma è successo, non c'e' nessuna soluzione e puoi solo assumertene la responsabilità.

mercoledì 26 febbraio 2014

la nostalgia del cibo e jimmy’s

IMAG7402Non so dirvi esattamente perche’, ma prima di trasferirmici mi ero fatta l’idea che Dallas fosse un po’ come una di quelle grandi citta’, dove quasi devi scansarli gli italiani. Ecco, ho imparato presto che invece non e’ cosi’, tutto il contrario piuttosto. Niente quartieri italiani e anche di italiani in se’ ce ne sono pochissimi e sono per lo piu’ di passaggio. Non c’e’ un punto di ritrovo organizzato e se vi dicono che c’e’ non ci credete troppo.

Dopo un po’ di tempo qui, hanno cominciato a mancarmi tantissimo non solo le persone, ma anche gli odori, i sapori. Mi mancavano i panifici da morire, ad esempio, forse quello piu’ di tutto e ancora adesso. Non sapevo che la nostalgia del cibo potesse essere cosi’ struggente. Ho scoperto presto che a Dallas ci sono diversi posti dove vendono alcuni prodotti italiani, ma anche che le cose davvero italiane e davvero buone le trovi solo, ogni tanto, in un certo supermercato downtown, che tutti chiamano  Jimmy’s.

La prima volta, mi ci porto’ un’amica italiana che si era trasferita qui qualche anno prima di me e che per un po’ mi aveva fatto da guida con l’aria benevola e la pazienza di chi ci e’ gia’ passato. Cerco’ subito il legendario Jimmy in persona per presentarmelo, ma non trovandolo provo’ goffamente a intavolare una piccola conversazione con uno dei suoi figli. Non ando’ molto bene perche’ da Jimmy che tu sia un italiano pieno di senso di riconoscenza e puro amore per quel luogo o un qualunque cliente di passaggio, non sembra importare molto. Insomma, a tutti gli italiani malinconici come me che una volta ogni tanto si concedono il lusso di una gita fra quei corridoi disordinati, conviene contenere la voglia disperata di attaccare bottone e forse e’ anche un bene, cosi’ ci si puo’ lasciare trasportare dal viaggio spazio temporale che si compie appena si mette piede la’ dentro con la giusta concentrazione.

Le uova di Pasqua, il panettone, il cotechino, i kinder, le Golia, l’orzata, la Simmenthal, i Pan di Stelle, il lievito Bertolini, i Sanbitter, la pasta artigianale, la mozzarella, tutti gli affettati, i tarallucci pugliesi….  Ogni passo un ricordo, ogni passo un sussulto del cuore.

E compri, compri allegramente e distrattamente qualunque cosa, anche quello che in Italia non compreresti mai perche’ il solo fatto di averlo trovato, di vederlo li’, ti tocca qualcosa dentro, qualcosa di molto dolce e lontano.

lunedì 24 febbraio 2014

le (bis)nonne del far west scrivono lettere

Caro Joe,

        Fa molto freddo qui alla fattoria! A terra ci sono neve e ghiaccio.

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         Il mio cane Cucciolo l’altra sera si ostinava a stare fuori, cosi’ le ho messo addosso delle coperte finche’ non e’ finalmente entrata nella sua casetta. Ora e’ in garage con la mia gatta Kitty su un letto grande e molto comodo. Kitty e’ agitata perche’ vorrebbe entrare in casa, ma mi rovinerebbe i mobili con le unghie, cosi’ deve rimanere li’. Usciranno fuori tutti e due domani. Le galline sono al caldo nel loro pollaio da due giorni perche’ fa troppo freddo per stare all’aperto.

         Spero che anche tu sia al calduccio. Il disegno che mi hai fatto e’ sul mio frigorifero.

          Spero di vederti alla fine dell’inverno.

Ti voglio bene!

La tua Nonna del Far West

martedì 18 febbraio 2014

di tigri, elicotteri e anche di droni e mongolfiere. di mamme insomma

Qualche settimana fa chiaccherando con mia sorella, le confidavo che piu’ conosco genitori e piu’ in un certo senso mi spavento. So che il mio lavoro di madre diventera’ sempre piu’ difficile, cosi’ cerco affannosamente modelli, ma trovo un sacco di persone che non fanno altro che preoccuparsi come faccio io, e com’e’ giusto che sia d’altronde, ma per cose che qualche volta non capisco o non condivido.

L’aspetto fisico ad esempio. Non l’avrei detto, ma questa e’ una cosa piuttosto comune. C’e’ chi mi racconta che sta cercando di mettere a dieta il figlio di nascosto perche’ ha scoperto che ha nientemeno che della ciccia intorno ai fianchi. Potrei anche capirlo, ma se lui non se ne lamenta e non e’ nemmeno visibile ad occhio nudo questa cosiddetta ciccia, come puo’ essere un problema? C’e’ chi ha paura che la figlia resti bassa e ne parla con frequenza. A me da piccola non sono mai state fatte pressioni sul mio aspetto fisico perche’ semplicemente non era una cosa importante nella mia famiglia o per lo meno questo e’ il messaggio che mi e’ arrivato. In una casa di donne ci si consultava ogni giorno sull’abbigliamento, ma senza fare commenti sui difetti di ognuna. Sono convinta che non mi avrebbe giovato sapere che mia madre mi trovava bassa e soprattutto che viveva questa cosa come un qualche tipo di limitazione per il mio futuro. Difatti, sono bassa e ho avuto una vita normale, fidanzati di solito molto piu’ alti di me, per dire…il mondo e’ bello anche da quaggiu’, fossero queste le disgrazie. 

Un altro punto cruciale sono le aspirazioni. Personalmente, sono sempre stata libera di seguire le mie. Ho scelto gli sport che volevo provare, il percorso di studi, i libri che volevo leggere, le amicizie. E questo anche quando chiaramente rischiavo di andare incontro a qualche fallimento. Sottolineare i successi dei figli, le abilita’, i risultati grandi o piccoli, incoraggiarli sempre… pensavo fosse la norma. Invece ora vedo una quantita’ smisurata di mamme tigre, quelle che citano il famoso libro a memoria, quelle che vogliono avere tutto sotto controllo. Quelle che accompagnano il figlio a scuola e poi rimangono li’ e sgomitano per rendersi utili, fanno a gara a volte anche solo per fare due fotocopie. Quelle per dire che il figlio arriva tutto orgoglioso per aver vinto il secondo posto e rispondono su, non ci rimanere male, la prossima volta andra’ meglio schiudendogli davanti tutto un mondo di insicurezze che sarebbero arrivate lo stesso, e’ chiaro, ma che fino a quel momento non avrebbero potuto essere piu’ lontane da lui. E le pressioni cominciano prestissimo. C’e’ questa conoscente che pretendeva che il figlio di un anno e mezzo fosse completamente in grado di usare il bagno, doveva essere il primo, e c’e’ anche piu’ o meno riuscita, peccato che per non deludere la mamma, abbia cominciato a trattenere sistematicamente i suoi bisogni per giorni fino al punto di sviluppare un disturbo cronico. Spesso non ci rendiamo nemmeno conto di quanto profondamente i nostri figli siano in grado di interiorizzare le nostre emozioni e i nostri giudizi, perfino al punto di ammalarsi, come in questo caso.

Vedo bambini impegnatissimi gia’ a partire dai due anni o prima. Alle elementari, fanno due o tre o quattro attivita’ pomeridiane a testa. Conosco diverse madri che non si cercano un lavoro perche’ altrimenti dovrebbero assumere qualcuno che porti i figli da una lezione all’altra. E poi in tanti casi non e’ che i bambini vengano accompagnati e basta: i genitori seguono e studiano le lezioni cosi’ possono poi aiutarli a esercitarsi a casa.

L’altro giorno una mia amica mi fa: “le maestre non si rendono conto che i compiti in realta’ li danno ai genitori”.

Caspita. I compiti io li ho sempre fatti da sola. Era una mia responsabilita’. Piu’ di una volta mi sono ridotta a finirli l’ultima sera prima delle vacanze e non ho mai avuto nessuno che si sedesse con me fino a mezzanotte. Anzi, mi nascondevo perche’ sapevo di non aver fatto il mio dovere.

D’altra parte, le aspettative sociali nei confronti di genitori e figli sono completamente cambiate. Se una volta una mamma presente era quella che andava a colloquio con gli insegnanti senza essere convocata, adesso una mamma presente e’ quella che fa i salti mortali. A una mia amica, i boy scout hanno chiesto di preparare ottanta cup cake: se si fa una richiesta del genere significa che non ci si trova nulla di esagerato. Basta dare un’occhiata a internet. Sembra che tutte le mamme organizzino mille attivita’ elaboratissime per intrattenere i figli e se tu non fai altrettanto quasi non ti senti a posto con la coscienza o almeno questo e’ quello che mi raccontano molte amiche perche’ io non sono assolutamente un caso tipico in questo senso. Intrattengo bambini per lavoro da piu’ di dieci anni e ora che ne ho uno a casa non mi sembra vero di poter fare tante di quelle cose che ho sempre fatto con lui. Voglio dire, sono proprio una che anche per deformazione professionale, si diverte come una pazza a costruire, colorare, pasticciare, ma certi giorni non mi va, non va nemmeno a me che ci sono portata, mi immagino come possano sentirsi persone con altri interessi e gusti. Certi giorni, anch’io, ho bisogno che lui giochi per conto suo e che io possa concentrarmi un po’ su me stessa, sui miei pensieri, sulle mie di attivita’ e in quei giorni, per ora, facciamo etrambi molta fatica perche’ e’ complicato dare e poi togliere, ma la vita e’ fatta cosi’, non puo’ essere sempre un giro di giostra, conviene abituarcisi.

Del resto, facciamo i figli sempre piu’ tardi, studiamo e ci divertiamo, ci scateniamo prima perche’ poi in un certo senso, la nostra vita si fermera’ o cosi’ ci porta a credere la societa’.

Dormi ora perche’ poi…Divertiti ora perche’ poi…

Non sara’ quasi piu’ nemmeno nostra la nostra vita. Tutto ruotera’ intorno a lui o lei per anni e anni, per sempre forse ed e’ vero, lo vedo.

Leggevo che la famosa sindrome del nido vuoto oramai e’ un po’ una legenda e che quando i figli escono di casa, in realta’ le madri sentono piu’ che altro un senso di sollievo.

Ma deve proprio essere cosi’? Non si puo’ trovare un modo di vivere tutti insieme in armonia ma nella propria individualita’?

Ci ho pensato e ripensato e se proprio devo scegliere un modello, scelgo quello piu’ simile a quello dei miei stessi genitori. Non voglio essere una di quelle che qui vengono chiamate mamme elicottero, cioe’ un po’ si’, ma senza esagerare. Voglio sforzarmi anche di dare spazio, di non soffocare, di dare modo di provare tutto, anche l’indipendenza, la noia, la solitudine. Un drone che segue da lontano piu’ che un elicottero che ti ronza costantemente sulla testa, perfino una mongolfiera via, almeno non fa baccano e non corre, ecco una mamma mongolfiera mi si addice di piu’.

Che c’e’ di sbagliato nella noia ad esempio? La maestra di kindergarten mi critico’ per aver fatto vedere ai bambini un cortometraggio muto di trenta minuti. Non sono abituati a non essere intrattenuti cosi’ a lungo, disse. Ma facciamoli abituare allora! Abituarsi a chiudere gli occhi e ascoltare la musica o a farsi trasportare dalla poesia delle immagini di un vecchio film, guardare fuori dal finestrino, usare l’immaginazione. Ci sono mometi nella vita in cui te la cavi molto meglio se hai acquisito questo tipo di competenze.

Ho osservato, ho letto, ho fatto domande e solo ora mi rendo conto che forse tutto quello che mi serviva, l’ho sempre avuto li’ a portata di mano. Il mio modello e’ un genitore che sai che c’e’ quando ne hai bisogno, che non si scandalizza mai, nemmeno di fronte alle domande piu’ imbarazzanti e che risponde a tutto senza mentire. Quello il cui amore incondizionato non ti sogneresti mai di mettere in dubbio, nemmeno quando hai quindici anni e gli urli in faccia che lo odi e sbatti la porta, ma che non mette il figlio necessariamente su un piedistallo. Un genitore fantasioso e divertente, ma anche spesso… un genitore nell’altra stanza perche’ anche lui ha una sua vita come ce l’aveva prima di diventare genitore ed e’ giusto cosi’ e il figlio lo capisce.

domenica 26 gennaio 2014

io sono qui

Mi succede una cosa molto strana, piu’ passano gli anni e piu’ le insicurezze aumentano. Una volta i miei giudizi sulle persone e i fatti erano piu’ taglienti, ora sono abbastanza cauta. Sono sempre piuttosto appassionata delle mie cause, ma pondero molto di piu’ quello che dico e che faccio, la realta’ e’ cosi’ complicata e in divenire che mi lascio sempre degli spiragli aperti. Mi fido ancora molto del mio istinto, anzi piu’ di prima in realta’, ma tengo in conto anche il fatto che le persone spesso non sono quello che sembrano e le situazioni nascondono sempre risvolti che solo i protagonisti possono conoscere.
Questo mio modo di vedere la vita, da un po’ di tempo condiziona anche questo posto. Ogni volta che c’e’ da premere quel tasto li’, pubblica, e’ un po’ un dramma. L’ansia e’ quella di non spiegarsi bene e quindi in qualche modo di tradirsi. Insomma lo confesso, mi diverto meno.
Recentemente, poi c’e’ anche stato un post che per qualche motivo a me imperscrutabile ha causato moltissime polemiche, in alcuni casi sgradevoli che mi hanno toccato e offeso. So che queste cose sono all’ordine del giorno nella maggior parte dei blog, ma non qui, in sette anni non era mai successo. Difatti, ho ricevuto subito molti messaggi di solidarieta’. Da quelli piu’ seri a quelli piu’ divertenti che sdrammatizzavano perche’ in fondo, lo dico io stessa, non e’ successo nulla. Chi mi diceva non e’ che ora chiudi, eh? oppure ma lasciali perdere quelli li’ che non ti conoscono, a chi mi chiedeva spiegazioni e anche chi mi faceva i complimenti e mi diceva che cosi’ era tutto molto piu’ appasionante e si vede che tocchi le persone e usala questa cosa, vedrai come ti aumentano le visite. Ma a me delle visite non importa un accidente, infatti appena mi hanno spiegato come funzionano queste cose, ho smesso di rispondere e si e’ subito sgonfiato tutto lo scandalo. Sarebbe ipocrita dire che a questo punto scrivo solo per me. Mi fa piacere raggiungere piu’ persone possibili, ma non trattandosi di un lavoro, la mia aspirazione e’ raggiungere i miei amici, soprattutto quelli che non ho la fortuna di frequentare spesso, o al massimo entrare in contatto con chi mi piacerebbe incontrare anche nella vita e da cui sento di poter imparare qualcosa, non chiunque. In linea di massima, e’ sempre stato cosi’. Ora invece, i numeri, pur minimi rispetto a quelli di tanti altri siti, stanno portando nuovi visitatori e cambiando un po’ tutti gli equilibri. Mi piacerebbe fare quella a cui i giudizi negativi scivolano addosso, ma non e’ cosi’ soprattutto se piu’ che argomenti ti trovi davanti provocazioni o insulti, magari anonimi. Mi fa rabbia vedere (e non solo qui) con quanta foga certa gente si metta a distruggere il lavoro degli altri. E’ cosi’ facile distruggere e cosi’ difficile costruire, creare, mettersi in gioco. Ci sono persone che trovano lo stimolo a fare meglio sotto pressione, ma io penso che per la maggior parte di noi il meccanismo sia opposto. Di solito, si cresce, ci si sente abbastanza forti da sfidare i propri limiti in un’ambiente benevolo. Posso solo immaginare con imbarazzo tutti gli errori che devo aver commesso appena assunta qui con il mio pessimo inglese e un lavoro che non avevo mai fatto prima, errori di cui magari non mi sono neppure accorta e a cui non ho potuto rimediare. Eppure nessuno mai me li ha fatti pesare, al contrario. I commenti che ricevevo riguardavano quello che di positivo riuscivo ad aggiungere all’ambiente scolastico e cosi’ pian piano invece di rinunciare ho migliorato, sono stata promossa e continuo ad andare avanti.
In questi giorni, ho ragionato per la prima volta davvero su quello che questi anni di Nonsisamai hanno rappresentato per me. Se rinunci, devi capire bene a cosa rinunci. 
La prima cosa che mi e’ venuta in mente e’ che l’esercizio di questo particolare tipo di scrittura, riempie di significato esperienze che altrimenti passerebbero inosservate. Mi fa aguzzare la vista, tiene viva la mia mente, l’immaginazione. La vita e’ cosi’ veloce che ho l’impressione di afferrarla per un attimo solo quando la descrivo. E la descrivo con i miei occhi, non si tratta di pontificare. Oltre a questo ci sono i lettori. Mi riferisco soprattutto a quei quattro gatti che oramai ho l’impressione quasi di conoscere sul serio, ma non solo a loro. Ci sono amici che non avrei mai incontrato, lavori che non mi sarebbero stati proposti. Quando leggo determinati commenti o messaggi mi sento incredula e lusingata che persone di questo livello umano e culturale usino una piccola parte del loro tempo per leggere questo blog. Mi e’ anche capitato spesso di consigliargli di non farlo, di leggere qualcosa di piu’ adatto a loro, pero’ se si ostinano a tornare, a condividere e con grande discrezione ad essere presenti, forse e’ perche’ e’ vero quello che disse Neil Gaiman rispondendo a una giovane artista a cui era stato caldamente consigliato di cambiare mestiere perche’ ci sono gia’ abbastanza artisti al mondo: che ci possono essere tutti i punti di vista che vuoi, ma nessuno ha il tuo particolare, unico, piccolo punto di osservazione della realta’ e per qualcuno proprio quello li’, il tuo, potrebbe rivelarsi prezioso.
Beh, non so cosa faro’, ho anche altri interessi in fondo e una vita fin troppo piena che andra’ avanti lo stesso come prima. Mi e’ capitato di pensare che forse eventi di questo tipo possono essere presi come segnali che e’ arrivato il momento di cambiare direzione e i cambiamenti non devono essere per forza negativi. Ad ogni modo, non amo fare piani e prendere decisioni drastiche vediamo un po’ cosa succede, con molta tranquillita’ da parte di tutti, spero.

giovedì 16 gennaio 2014

notizie americane

In questi giorni mi hanno colpito due notizie americane.

La prima e’ quella del dibattito sulla possibilita’ o meno di vietare l’ingresso ai bambini nei ristoranti di lusso. Sono decisamente d’accordo sul fatto di non portare un bambino in un ristorante di lusso, ma non mi piacciono i divieti. Tra l’altro, non riesco a immaginare una discussione simile in Italia, abbiamo tutt’altro approccio nei confronti nei bambini, piu’ naturale a mio parere. Qui, ad esempio, allattare in pubblico e’ una sorta di affronto, in Italia una semplice esigenza che non scandalizza nessuno (almeno questa e’ sempre stata la mia esperienza). Tutto quello che riguarda i bambini, mi sembra troppo complicato e iper–regolato negli Stati Uniti. Appena sono arrivata qui, pur non avendo figli rimanevo sempre interdetta quando ricevevo un invito con scritto a chiare lettere di non portare bambini. Oramai ci ho fatto l’abitudine, pero’ mi pare sempre brutto. Mi pare brutto anche portare bambini in posti non per loro, ma dove lo mettiamo il buon senso dei genitori in tutto questo discorso?

La seconda notizia invece e’ quella del tale in Florida che si e’ irritato a tal punto con qualcuno che usava il telefono al cinema (per mandare un messaggio all’asilo della figlia piccola mica per parlare, eh) da tirare fuori la pistola e ammazzarlo a sangue freddo. Il suo avvocato ha sostenuto che si e’ sentito minacciato perche’ la vittima gli ha tirato addosso dei popcorn (non e’ una battuta).

E’ una notizia che mi ha scioccato due volte: per l’accaduto in se’ e per le reazioni. Non solo i soliti commentatori pazzi, ma fior di critici cinematografici e bloggers si sono messi a sostenere tra il serio e il faceto che la vittima se l’e’ cercata. Insomma, in un secondo hanno spostato il dibattito da “guarda cosa combinano quelli che dicono di andare in giro armati per proteggerci” (il pistolero era un ex poliziotto) a “quanto e’ fastidioso quando la gente manda i messaggi durante un film”.

Quando leggo cose simili penso che non mi amalgamero’ mai, saro’ sempre un outsider. E mi va bene cosi’.