domenica 7 agosto 2022

per vivere a lungo bisogna annoiarsi

La Sequenza è una scultura di Fausto Melotti che si trova all'HangarBicocca. Rivederla quest'estate mi ha sbloccato un po' di ricordi universitari e non solo. Pare che Melotti una volta abbia detto:

“Lavorando accaniti il tempo passa via e non lo vedi.
Per vivere a lungo bisogna annoiarsi.”

Questa frase mi è tornata in mente in questi primi giorni del lavoro che dovrebbe confermarsi il più impegnativo che abbia mai fatto. Il tempo è volato e ho perso innumerevoli dettagli su cui prima avevo il tempo di soffermarmi e ora no.

Quanto è difficile trovare un equilibrio fra lavoro e vita privata.

Sono orgogliosa di me per non aver avuto timori a mettere in chiaro fin dal colloquio quanto questa sia una priorità per me e aver già ottenuto dei piccoli aggiustamenti su un orario che mi sembrava poco sostenibile, ma di cui nessuno, chissà perchè, si era mai lamentato prima.

Adesso che con Mr J i ruoli si sono in parte invertiti, non lo nascondo, mi manca un po' la terra sotto i piedi. Al lavoro per adesso sono così concentrata e occupata che vivo con la perenne sensazione di aver dimenticato qualcosa o di trascurato qualcuno. 

Ha corso abbastanza Mimì?

Joe è tranquillo prima di iniziare le medie?

Woody ha imparato a salire sul ramo più alto? me lo sono perso? 

A parte questo, la prima settimana è stata una sorpresa dietro l'altra. Sapevo di dover fare una settimana di formazione, questo sì. Nella mia esperienza, però la cosiddetta formazione è sempre stata sedersi lì e ascoltare dei discorsi, al massimo partecipare a qualcuno di quei ridicoli giochi per rompere il ghiaccio (e ho fatto anche quello, eh), non partecipare a eventi mastodontici in giro per la città.

La città, quanto mi è mancata la città. Cercare di inserirmi nei suburbi è stata una frustrazione continua. La mentalità è completamente diversa.

So che in tutte le grandi organizzazioni non si può essere tutti d'accordo al 100%, ma sto apprezzando molto il messaggio generale di quella per cui lavoro. Gli insegnanti (a parole e con regali) vengono ringraziati di continuo a tutti i livelli, dal preside al sovrintendente e questo conta, spinge e motiva perchè il compito che abbiamo davanti è colossale. Sentirsi dire grazie, anche solo per aver accettato di provarci non è per niente scontato.

Ho sentito parlare tanto in questi giorni di restorative practices, pratiche riparative. Si tratta sostanzialmente di studi che insegnano come migliorare e riparare le relazioni sociali per costruire comunità più solide e sane e aumentare il capitale sociale. Queste teorie riguardano vari campi: non solo l'educazione, ma anche la psicologia, la sociologia, la criminologia e lo sviluppo delle organizzazioni. Per farvi un esempio pratico, nel mio distretto solo state abolite le sospensioni. Analizzando i dati si sono accorti che le sospensioni non funzionano, che gli studenti sospesi non imparano nulla.

Mi ha colpito questa frase: non sanno leggere e gli insegnamo a leggere, non sanno la matematica e gli insegnamo la matematica, non si sanno comportare e li puniamo.

Verrano prese misure alternative. Ci saranno delle cosiddette 'reset rooms', classi in cui fermarsi a riflettere e calmarsi prima di tornare nel gruppo in modo produttivo. 

Nella mia scuola, ogni classe, anche la mia, avrà un suo "angolo della calma". Da parte dei miei colleghi ho sentito commenti positivi, ma anche polemici rispetto a questo approccio. Per me che tutto questo l'ho sempre fatto per conto mio, è di grande conforto sentirmi parte di un tutto, legittimata e non più isolata nelle mie posizioni un tempo, e altrove, considerate estreme.

Ho avuto delle conversazioni incredibilmente franche e profonde con i miei colleghi riguardo a quello che ci aspetta. La nostra è una scuola con una popolazione povera in modo purtroppo a volte anche estremo. Io questo non lo sapevo, me lo stanno raccontando loro in questi giorni. Mi dà speranza il fatto che finora tutti quelli con cui mi sia confrontata mi abbiano raccontato di avere motivazioni robuste per aver scelto di insegnare proprio lì e tantissime idee. Ci vuole determinazione, concentrazione.

Sapete però qual è stata la cosa migliore di questa prima settimana per me? Sentire la mia storia raccontata da altri, cioè rendermi conto che quello che è successo a me lo scorso anno (qui) era vero e tutto sommato piuttosto comune, non me lo ero sognato e non avevo fatto nulla di male.

Questa forse la più grande tragedia della discriminazione sistemica: ritrovarsi a dubitare di se stessi in quanto immersi fino al collo in una macchina che lavora tutto il tempo contro di te in modo sottile, ambiguo, sfuggente. Se questo meccanismo perverso funziona è perchè nessuno parla apertamente, nessuno sa di chi può fidarsi, tutti hanno paura.

Spesso ricevo commenti a post che ho scritto anche quindici anni fa. Da una parte vorrei aggiornare quei post perchè non sono più io o perchè nel frattempo ho imparato qualcosa di nuovo, ma poi non lo faccio perchè quello che conta è che qualcuno ci si riveda in qualche modo. Credo che la privacy sia necessaria in molti casi, ma che sia anche incredibilmente sopravvalutata. Se non mettiamo in mezzo quello che abbiamo e quello che sappiamo nella maniera che troviamo più adatta a noi, non possiamo davvero conoscerci in modo intimo e vero. Sentire la propria esperienza raccontata da altri in altre circostanze e altri luoghi ha un potere quasi taumaturgico, guarisce. Per questo racconto e ascolto e non smetterò mai di farlo.

Uscendo dalla conferenza, l'altro giorno, sono andata a riprendere la mia macchina nel parcheggio sotterraneo del teatro. Per un attimo, per un qualche strano gioco di riflessi, è apparso un arcobaleno così vivido nel grigiore generale da sembrarmi finto. Passo e chiudo con questa immagine, qualunque cosa rappresenti.

lunedì 1 agosto 2022

sentirsi utile

Grazie per i messaggi di incoraggiamento!

Direi che il primo giorno di lavoro è andato bene. La prima impressione è molto buona.
La scuola, intendo proprio a livello di edificio, è nuovissima. E' enorme, luminosa e piena di tecnologia.
Oltre a un lunghissimo davanzale -dove già visualizzo un paio di piante che sarà bellissimo vedere crescere insieme a noi durante l'anno- avrò a disposizione una lavagna/tv touch screen, vari tipi di stampanti (anche un paio 3d...) e un forno per la ceramica. Insomma, un sacco di possibilità e di roba nuova da imparare.
Attenzione però, mi sa che c'è il trucco.
Nella mia classe ci sono una quantità di banchi e sedie che mi ha lasciata basita. Deduco un numero di studenti che mi intimidisce leggermente. Il mio cosiddetto "armadio", è una stanza vera e propria piena di materiali artistici con cui divertirsi pazzamente. La maggior parte dei miei studenti vengono da situazioni di disagio sociale. Ho letto che quelli che non appartengono a nessuna minoranza sono meno dell'uno per cento.
L'idea che tutti questi bambini abbiano a disposizione tutte queste risorse per imparare, anzi per divertirsi a imparare e migliorare la propria vita mi riempie di gioia.
So che quest'anno sarà difficile. Lo so perchè l'ho provato in altre scuole analoghe come supplente, però non so come dire, è un "difficile" che ho voluto fortissimamente e che mi sono scelta. Quindi parto con tanta speranza e tanto entusiasmo.
Mi sento utile.
Cosa c'è di più bello nella vita?

martedì 19 luglio 2022

i cambiamenti climatici e noi

Quando ero in Italia e soffrivo come una matta per il caldo, non credo la temperatura abbia mai superato i 34 gradi, ma per me è stato quasi traumatico. In passato spesso la sera c'era un temporale, un po' di fresco. Quest'anno niente, il caldo era continuo e attanagliante.Facevo mille docce al giorno, non dormivo e non mi sentivo bene.
Tutti mi chiedevano (proprio tutti):
"Ma come? In Texas non fa molto più caldo?"
Certo, in Texas fa molto più caldo, però qui siamo organizzati a vivere con il caldo e non stiamo male. Abbiamo le piscine, i giochi d'acqua nei parchi giochi per i bambini e l'aria condizionata ovunque. Il dramma purtroppo è per chi fa lavori all'aria aperta ma in ogni altra circostanza, non ci sono problemi particolari.

Non c'è davvero niente da ridere quando gli inglesi o gli scozzesi si lamentano per i 31 gradi. Loro non sono preparati a sopportare quel tipo di temperatura.

Non tornavo in Italia da tre anni e ho notato cambiamenti notevoli sia nel clima che nella fauna (prima non c'erano coniglietti, scoiattoli e stormi di pappagallini) che nella vegetazione. Ho visto tanti alberi di limone e ulivi crescere in modo imponente. Non è normale. Sono piccoli segni, ma non sottovalutiamoli. Non si sta mettendo per niente bene.Anche in Texas il caldo di questi giorni è anomalo, ma la gente tende a notarlo meno perché il clima in Texas come sapete é sempre in un certo senso un po' anomalo e imprevedibile. Qui il sole tramonta verso le 8 e mezza. Raccontavo ai miei amici texani che a Milano le giornate sono molto più lunghe e che mi manca la luce fino quasi alle 10 di sera. Per carità!- mi hanno risposto loro- abbiamo bisogno di qualche ora senza sole bollente.
Come sempre, ogni punto di vista ha il suo perché.

venerdì 15 luglio 2022

l'odissea del ritorno

Ciao! Dopo più di un mese in Italia sono tornata in Texas.

Non riuscendo a dormire a causa del fuso, ho raccontato nelle storie le mille vicissitudini del viaggio di rientro.
Dato che sto ricevendo molti più messaggi del solito, trascrivo tutto anche qui per lasciare una traccia oltre le solite 24 ore.
La nostra "odissea" è iniziata a Malpensa mercoledi mattina. Arriviamo con larghissimo anticipo.
Check-in.
Pago 74 euro per ognuna delle nostre valige. E' la novità di quest'anno: il biglietto costa uguale, ma in un altro continente per più di un mese, puoi portarti solo il bagaglio a mano.
Eh, signora mia.
Primo controllo passaporti. Il cartello dice 30 minuti di cammino fino al gate. Una passeggiata. Dopo 10 minuti però si intravede una folla. Dicono sia una fila, ma è decisamente una folla. Dopo un'altra decina di minuti di attesa qualcuno ci comunica che noi con i bambini dobbiamo andare avanti. Saltiamo tantissime persone, ma quando arriviamo almeno a vedere che c'è un controllo passaporti, la fila non solo rimane enorme, ma si muove pochissimo. Alcuni si innervosiscono, alcuni saltano avanti sfacciatamente, alcuni si lamentano ad alta voce, alcuni piangono. I controlli automatici non funzionano mi dice una ragazza della Repubblica Ceca che ha provato a usarli ed è tornata nella fila dei controlli tradizionali. Il problema è che in quel momento vedo solo due o tre guardie doganali. La fila non va avanti. Il tempo passa. Ci sono altri 20 minuti di cammino fino al gate. Comincio ad agitarmi. Non voglio nemmeno pensare a cosa potrebbe succedere se perdessi il volo per Londra e la "coincidenza" per Dallas.
Quando finalmente arriva il nostro turno, la guardia doganale è gentilissima e non smette di scusarsi. È mortificato per i disagi causati. Sembra poco, ma non è poco avere davanti una persona gentile anche in una situazione del genere. Ci controlla velocemente i passaporti e corriamo al gate. Arriviamo in tempo. Anzi c'è così tanto tempo che ci sediamo ad aspettare il nostro turno per l'imbarco. Qualcosa non va.
L'aereo per Londra è in ritardo di più di un'ora.
Dato che una cinquantina di persone hanno il nostro stesso problema di perdere il volo per Dallas, veniamo tutti fatti passare avanti e ci viene detto di non preoccuparci perché ovviamente ci aspetteranno. Dopo tutto arriveremo al gate con 10 massimo 15 minuti di ritardo.
Indovinate.
Non ci hanno aspettato.
Questo - e il fatto che la stessa cosa è successa contemporaneamente anche a un grosso gruppo di passeggeri diretti a Chicago - causa il delirio. Gli unici che possono aiutarci sono i responsabili del disastro, cioè quelli di British Airways.
Cominciamo una fila infinita volta a trovare un altro volo per Dallas. Joe, Woody e altri bambini hanno la possibilità di sedersi per terra e giocare. Tante persone anziane o con bambini piccolissimi in braccio non hanno la stessa fortuna. Se ci si muove, si perde il posto. Non si può andare in bagno o a bere, bisogna stare lì.
Gli impiegati del desk British sembravano fuori dalla realtà. Sorridevano, prendevano o perdevano tempo. La gente era esasperata e loro imperturbabili. Qualcuno ha ipotizzato che stessero facendo una sorta di sciopero bianco. I più fortunati davanti a noi hanno ottenuto voli per il venerdì e il sabato. Era mercoledì!
Ci ha salvato il colpo di genio di Mr J che dal Texas ha chiamato American Airlines.
Dopo tutto, noi il biglietto lo avevamo comprato da loro.
Ci piazzano sull'ultimo volo disponibile per gli Stati Uniti, ma non andiamo a Dallas: andiamo a New York!
A New York in tarda serata, ci tocca recuperare le valige. Anche lì, troviamo una guardia doganale gentilissima. Rimangono davvero impresse le persone che ti aiutano in certi momenti, anche solo con un sorriso o una battuta. Mentre ero spaventata a morte che potesse esserci qualche problema con i bagagli, fa: "Solo una cosa, vorrei un po' del vostro pesto". Ridiamo e per un attimo la tensione svanisce.
Era quasi mezzanotte, il nostro volo per Dallas partiva alle 6 e mezza del mattino. La cosa più logica da fare, forse l'unica, era pernottare in aeroporto. Che sarà mai. Ti piazzi su una sedia e aspetti.
Fosse così facile. All'aeroporto JFK di New York, Terminal 8 non ci sono sedie 🤯
Mi hanno dato due spiegazioni diverse: covid e contrasto dei senzatetto. In ogni caso un'assurdità.
L'unica cosa da fare è sedersi o sdraiarsi sul pavimento. Non sono disponibili nemmeno prese della corrente per ricaricare i telefoni. I gate li dovrebbero aprire alle tre di notte, ma anche lì se la sono presa comodissima.
Io non so quali siano i motivi di certi disservizi, ma vedere la completa indifferenza di chi in qualche modo li causa, mi irrita molto, anche più del disservizio stesso.
In un modo o nell'altro, dopo quasi 36 ore di viaggio siamo arrivati a Dallas 😭
Un pensiero speciale va a una studentessa cinese che mi ha fatto compagnia nell'attesa notturna a New York. Vuole diventare un'insegnante. Stanche come eravamo abbiamo parlato di un sacco di cose interessanti e il tempo è passato più veloce.
Un altro pensiero va al bravissimo farmacista del mio quartiere in Italia che mi ha consigliato la Rinazina per il mal di orecchie in fase di atterraggio. Soffro di questo disturbo e non so come avrei fatto a sopravvivere a tre voli senza i suoi consigli.
Tanti amici in Italia mi hanno detto che quest'anno in vacanza si muoveranno in macchina per evitare il tipo di problemi che sono capitati a me. Il fatto è che non tutti hanno questa scelta.
E' incredibile dover spendere così tanto tempo e soldi e trovarsi a viaggiare in questo modo nel 2022.

domenica 12 giugno 2022

affrontare la vita con il sorriso. oppure no

Ogni volta che torno a Milano mi rendo conto di quanto sorrida!
La gente non sorride qui.
Un signore ieri al supermercato mi ha gentilmente fatto passare avanti dato che avevo comprato solo una cosa.
Gli ho chiesto: -E' sicuro (che non le dia fastidio)? 

Mi ha risposto tutto scorbutico:
-Non faccio mica polemiche io! Ha una cosa sola, vada avanti!
Mi ha fatto una cortesia rimanendo musone. Non è facile.
Però poi quando mi ha rivisto nel parcheggio mi ha sorriso.
È come se ci fosse un pregiudizio negativo di default, poi appena si scambia una parola si diventa amici. Non ci sono più abituata.
Vengo da un posto in cui si sorride un sacco e non si diventa mai amici. Però - amici o no - sorridere e vedere la gente sorridere migliora molto la qualità della vita secondo me.

lunedì 6 giugno 2022

qualche riflessione sui vostri commenti

Non mi aspettavo che in un sabato estivo, così tanti (fra i meravigliosi quattro gatti che bazzicano queste pagine, eh) arrivassero in fondo all'ultimo post. L'argomento non era leggerissimo diciamo.

Devo ringraziarvi prima di tutto per la solidarietà. I tanti messaggi affettuosi e pieni di incoraggiamento che ho ricevuto mi hanno stupito e rallegrato.

Credo che l'insieme dei messaggi meriti una riflessione collettiva perchè ci sono stati dei temi ricorrenti, a parte la solidarietà unanime. Condivido queste riflessioni con voi, così se volete potete dirmi cosa ne pensate, come al solito. 

Quelli che forse passavano di qui per caso non conoscendomi bene, mi hanno chiesto qualcosa tipo: allora perchè rimani lì? Domanda piú che legittima.

Il commento forse più frequente sono state versioni di "che coraggio che hai a vivere lì" che è una cosa che mi sono sempre sentita dire. A seconda dell'aneddoto che racconto mi aspetta un *che coraggio* o un *beata te*, oramai lo so. 

Per me ci vuole coraggio a vivere punto. 

Non credo assolutamente ci voglia più coraggio qui che in altri posti. Sono qui perchè l'ho scelto e in quasi sedici anni non ho mai cambiato idea. Malgrado tutte le difficoltà, trovo che la vita sia non solo sotto tanti punti di vista più stimolante per me qui, ma anche molto più semplice rispetto a quella che ho lasciato a Milano. La bellezza di vivere in mezzo alla natura, ma anche vicino alla città, i grandi spazi, il sole quasi tutti i giorni, l'abbondanza di lavoro, il costo della vita non eccessivo, la gentilezza delle persone: sono tutte cose che mi fanno amare la mia vita qui. Ci sono cose che odio -e probabilmente già sapete o immaginate quali siano- e cose che amo, sarebbe così ovunque.

Una delle persone che mi hanno scritto ieri, Camu, mi ha ricordato di avermi intervistata nel lontano 2009. Mi ha fatto sorridere rileggere quell'intervista e vedere che alla stessa domanda tutti quegli anni fa, avevo risposto come rispondo oggi.

(L’intervista di baby Nonsi è qui se volete fare un salto nel passato dell'epoca d'oro dei blog, grazie ancora a Camu). 

Mi hanno fatto un po' di tenerezza/tristezza quei commenti del tipo 'per fortuna che vivo a _____ dove queste cose non succedono. Mi dispiace, ma il razzismo è ovunque. Certo, si manifesta in modo differente a seconda del paese e del proprio posizionamento nella società. Il fatto che non lo vediate lo trovo piuttosto problematico. Ci sono forme di razzismo in Italia, ad esempio, che qui dal Texas, mi fanno impallidire. State in guardia.

Qualcuno mi ha scritto di avere sempre ricevuto grandi complimenti per il proprio accento italiano in altre città degli Stati Uniti o in giro per il mondo. Io pure! Succede quasi tutte le volte che apro bocca. Vi ricordate cosa mi aveva scritto quella preside? Era piaciuta molto la mia *diversità*, ma guarda caso al momento di assumere un collaboratore ha preferito una persona che ha ritenuto simile a lei, non "diversa". Perfino girando per le varie scuole quest'anno, ho sempre trovato immensa cordialità e disponibilità. La discriminazione l'ho sperimentata e compresa solo nel momento in cui non poteva essere tenuta nascosta. Quando si trattava di dare un lavoro a me o a un altro e sistematicamente -nonostante tutte queste grandi lodi- non sono stata scelta per due anni scolastici di fila, ho capito che qualcosa non andava. Sono questioni molto sottili.

Voi siete disposti a scavare almeno un po' sotto la superficie? Siete disposti a scoprire se sotto quei bei complimenti c'è solo ammirazione o se nascondono qualcosa che potrebbe non piacervi? A ognuno le proprie scelte, ma ricordatevi che ognuna di queste due strade non riguarda solo voi. Quello che è successo a me quest'anno, non riguarda solo me.

In uno dei suoi scritti, bell hooks raccontava che i suoi studenti consideravano una sorta di condanna il fatto che lei gli avesse fatto notare determinati meccanismi della società. Una volta che li noti quei meccanismi, li vedi ovunque non perchè ti ossessionano, ma perchè sono ovunque. 

Quando rifletto sull'esperienza che ho descritto nel post precedente, mi rendo conto che tutta la sofferenza che ho provato si basava sullo sguardo che la società in cui mi muovevo aveva di me. Mi facevano sentire sbagliata nel profondo (vai in chiesa, fatti bionda, cambia cognome, cambia accento) e non c'era niente che potessi fare per fargli cambiare idea. Un curriculum perfetto per quel lavoro, tanti anni di esperienza, referenze eccellenti, lingue straniere, ma niente, preferivano sempre un'altra persona.

Una volta cercai di spiegare al responsabile delle risorse umane cosa mi stava succedendo e lui rispose 'beh, forse non sei così brava come pensi di essere'. 

Ora, alla mia veneranda età, con tutte le mie insicurezze -e sono tante ve lo garantisco- a un certo punto mi sono dovuta arrendere all'idea che se questi qui preferivano assumere gente che dipinge i mutandoni sulle opere di Leonardo al posto di una che per anni ha lavorato in istituzioni che conservano le opere originali di Leonardo con alcuni dei più grandi conoscitori di Leonardo, forse il problema era loro, non mio.

You ain't the problem, come canta il mio caro Michael Kiwanuka. Quante volte l'ho ascoltata quest'anno. Rigrazio anche Michael Kiwanuka per il supporto.

Deve essere chiaro che il dramma vero, non è il mio. Il dramma vero è ciò che questo tipo di mentalità produce nelle menti dei giovani. Quante volte insegnanti mi hanno segnalato gli studenti migliori: quasi sempre biondi con gli occhi azzurri. Quante volte mi hanno segnalato quelli da tenere d'occhio: quasi sempre neri. E' andata avanti così per un anno in tante scuole diverse. Può essere sempre un caso? Ne dubito fortemente, anche perchè la mia esperienza aneddotica è confermata da un sacco di studi (qui un articolo dell'American Psychological Association per esempio). 

Vi racconto un piccolo aneddoto fresco fresco.  

E' venuto a passare un paio di giorni con noi un amichetto di Woody. A un certo punto, loro giocavano in piscina, io li tenevo d'occhio mentre leggevo un libro. Non stavo ascoltando i loro discorsi fino a quando mi hanno coinvolta nella loro discussione. 

Woody mi fa una domanda che ho trovato stranissima: "Tu lo sai perchè Baton Rouge è una delle città più pericolose degli Stati Uniti?" 

Baton Rouge è una delle città più pericolose degli Stati Uniti? Boh, non ne ho idea. Non sapevo nemmeno che Woody conoscesse la città di Baton Rouge.

Mi spiega che il suo amico, lo sa ma non vuole dirglielo. Dato che sono curiosa, glielo chiedo anch'io e a me questo bambino di sette anni risponde senza esitazioni:

- Baton Rouge e tutta la Louisiana in generale sono pericolose perchè ci sono tanti neri e i neri uccidono le persone.

Tuc, fa il mio cuore spaccandosi in due.

- Tesoro scusa, ma tu di che colore sei? - gli ho chiesto.

- Nero.

- Sei uno dei bambini più bravi e generosi che abbia mai conosciuto. Ti prendi cura dei tuoi fratellini, chiedi sempre se puoi aiutare. Ti conosco da un bel po' oramai e non ti ho mai visto fare il monello. Quando sarai grande, sarai un fantastico uomo nero con una professione, una famiglia e tanti amici. Non andrai mica in giro a uccidere la gente. Chi ti ha detto queste cose? 

Lui sostiene che glielo abbia detto la sua mamma che è figlia di una nera e un bianco e ha la pelle molto più chiara della sua (la mamma è gialla, dice lui). Non so se sia vero, mi sembra improbabile per quel poco che la conosco. Amici non bianchi che conoscono queste situazioni meglio di me, mi hanno suggerito che potrebbe essere stato un modo del bambino per farsi accettare da noi. Come a dire...so cosa state pensando, lo penso anch'io.

Quando non si parla apertamente delle cose, i bambini riempiono i vuoti come meglio credono. Da un lato sono felice che abbiamo avuto l'opportunità di chiarire questi non detti fra noi insieme. 

Sono questioni così complicate, ma il punto del discorso è: come si fa a parlare di meritocrazia quando hai due bambini davanti in un pomeriggio d'estate: uno gioca spensierato e l'altro tira fuori queste riflessioni? Anche avessero esattamente le stesse opportunità economiche, uno ha chiaramente un'idea di sè più positiva dell'altro e questo influisce sui risultati, sulle relazioni con gli altri, su tutto.

Conoscete quella famosa frase di Toni Morrison? La vera funzione del razzismo è distrazione. Ti impedisce di fare il tuo lavoro. Ti impedisce anche di essere un bambino in un pomeriggio d'estate.

sabato 4 giugno 2022

quando ti schiacciano l'anima

La giornata è finita, in classe finalmente regna il silenzio. Raccolgo le mie cose, faccio per uscire ed è questione di un attimo. Il mio sguardo fa una virata panoramica per assicurarsi un'ultima volta che sia tutto in ordine e intercetta, in bella vista su un mobile, l'uomo vitruviano di Leonardo da Vinci. Bob Ross quanti ne vuoi, ma non se ne vedono tanti di Leonardo qua intorno, ci si fa caso. Il fatto è che questo qui ha le mutande, ha proprio le mutande. L'insegnante di arte che avevo sostituito quel giorno aveva dipinto con una tempera celeste molto spessa, delle mutandone fantozziane sull'uomo vitruviano. Ma si può? Per una come me che non usa nemmeno l'evidenziatore, è un gesto incomprensibile ad ogni livello.

Come tutti quelli a cui l'ho raccontato, starete ridendo. Beh, per me invece è stata una mezza tragedia. Avete presente quei momenti, quelli all'apparenza banali in cui un dolore cronico, sordo, un dolore che hai voluto con forza spingere giù, torna su all'improvviso? E' stato uno di quei momenti lì. Davanti all'uomo vitruviano con i mutandoni mi è esploso un magone difficile da tenere a bada.

Chi fa una cosa del genere? Chi espone un bellissimo catalogo -ci avrà speso anche dei soldi- per poi sfregiarlo in quel modo? Un bambino che vede una mostruosità simile tutti i giorni in classe che idea si fa? Se deve essere così, vi prego, ridatemi Bob Ross

Quello che ha scatenato il mio magone e poi calde lacrime una volta a casa, è l'idea che questə insegnante abbia ottenuto il lavoro che volevo io. Gente così mi passa davanti da un anno.

Dare le dimissioni durante la pandemia è stata una delle rinunce più grandi della mia vita. Ci siamo trasferiti in questa zona soprattutto per le scuole. Immaginavo che i bambini avrebbero frequentato delle buone scuole pubbliche e io avrei trovato lavoro qui vicino. Non è che volessi diventare provveditore, avevo un'ambizione semplice e del tutto in linea con le mie competenze. Gli insegnanti di arte non sono richiestissimi, ce ne sono solo uno o due in ogni scuola, ma ci sono così tante scuole. Qualcosa prima o poi salterà fuori, pensavo.

Il mio primo colloquio risale a un anno fa. Tornai a casa vittoriosa, sicura che mi avrebbero fatto un'offerta di lavoro. In una situazione praticamente identica, nell'ultima scuola in cui avevo lavorato, dopo due ore, di venerdi pomeriggio, all'ultimo minuto, ricevetti il mio bel contratto da firmare ché avevano paura che cambiassi idea. E invece in questo caso non andò così. Dopo un paio di settimane scrissi alla preside che si era detta così colpita dal mio portfolio ed era stata amichevole, quasi confidenziale durante il colloquio. Non mi rispose. Non seppi più nulla, evidentemente non ero stata scelta, ma perchè non poteva dirmelo? Passai quel colloquio al setaccio mille volte nella mia mente per capire cosa avessi potuto aver sbagliato. Percepivo in quel silenzio dell'ostilità. Avevo offeso qualcuno? Sembravano tutti così piacevolmente colpiti quel giorno. Cos'era successo?

Dopo qualche tempo capitò la stessa cosa. Tutto identico. Bel colloquio-complimenti-silenzio. Un'amica insegnante per consolarmi mi disse che di sicuro ero troppo qualificata per quel posto. Più qualifiche hai, più gli tocca pagarti: avranno problemi di budget. Io la ignorai e presi in seria considerazione l'ipotesi contraria invece. In un certo senso, è più facile incolpare se stessi. Spingi, ti prepari meglio, migliori il portfolio, fai dei corsi e poi andrà bene. Invece no, non è mai andata bene. Ogni mattina accompagnavo i miei bambini a scuola e osservavo le varie maestre: che cos'avranno queste qui più di me?

Un giorno notai una cosa che non mi era mai saltata all'occhio: erano tutte simili. Erano quasi tutte bionde, texane, probabilmente cristiane, un certo taglio di capelli, un certo abbigliamento. Non mi somigliavano. Mi sentivo un'intrusa anche solo a immaginarmi lì. Le maestre che non rispondevano a quella descrizione al limite facevano sostegno che è il tipo di lavoro più richiesto, immagino il più ingrato visto che nessuno vuole farlo. 

La mia amica insegnante allora fece un'altra ipotesi: magari è il tuo nome. Magari vedono il nome e pensano che non parli bene inglese. Interessante, ma non si chiama discriminazione questa cosa? Ci fu chi  mi suggerì di cambiare cognome, cominciare a frequentare la chiesa o di farmi bionda: in parole povere, se volevo quel lavoro dovevo cambiare nientemeno che la mia identità. La segretaria di una scuola che aveva visto il mio portfolio, ma che non conoscevo personalmente mi fece iscrivere fra le liste dei supplenti. "Una come te non può non lavorare! Di sicuro il problema è che non ti conoscono". Benissimo: mi metto a fare la supplente così mi conoscono, vedono come lavoro e al colloquio spicco rispetto agli altri candidati.

Quando ho cominciato a fare supplenze ho smesso di mettere in discussione la mia preparazione. Ogni settimana visitavo un paio di scuole. Mi ero fatta l'idea che ci lavorassero dei geni in quelle scuole, ma non era necessariamente così, come si evince dal caso dei mutandoni leonardeschi. 

Una volta, dopo aver sostituito un'insegnante per una settimana, questa mi mandò un regalo per ringraziarmi. Questo gesto mi colpì moltissimo. Mi stupì e mi commosse enormemente. Non ci conoscevamo e avevo solo fatto il mio lavoro. Mi scrisse che tutta la scuola parlava di me e aggiunse che si sarebbe trasferita in un altro stato alla fine dell'anno quindi avrei potuto eventualmente prendere il suo posto. Scrissi subito ai dirigenti scolastici. Non mi risposero. Rimasero in silenzio anche quando finalmente l'offerta di lavoro divenne pubblica. Con tutte le mie qualifiche e raccomandazioni anche di vari insegnanti della loro stessa scuola, non mi considerarono degna nemmeno di un colloquio.

Una delusione dopo l'altra sono arrivata alla fine dell'anno scolastico. C'è stata solo una preside che ha avuto la bontà di spiegarmi perchè non ero stata scelta. Mi ha scritto che la commissione aveva discusso a lungo e alla fine avevano finito per scegliere un altro candidato. Però avevano tutti apprezzato molto la mia "diversità".

Quale diversità? Sono americana quanto lei. Si riferiva al mio accento? Alla mia carnagione? Bisogna fare attenzione perché la parola "diversità" in bocca a una persona di potere bianca può essere molto ambigua. Infatti, con il suo potere ha preferito assumere qualcun altro. 

Quando ho chiesto che mi indicasse nello specifico quali fossero le qualifiche dell'altro candidato che a me mancavano (una lingua in più, un titolo di studio in più, più anni di esperienza...?) la risposta è suonata abbastanza grottesca. Hai mai pensato di insegnare alle superiori? Forse sei un po' sprecata da queste parti. E poi un consiglio piuttosto sinistro: la prossima volta che devi fare un colloquio, cerca di capire qual è la clientela della scuola, chi fa la decisione ultima di assumerti e fai contatti

E io che pensavo che per ottenere un lavoro fosse sufficiente mandare un curriculum. Mai mi sognerei di chiamare i miei studenti e le loro famiglie "clientela".

Visto che un lavoro mi serviva e la finestra per le assunzioni per il nuovo anno scolastico si stava chiudendo, senza convinzione, ho risposto a un paio di offerte altrove. In entrambi i casi, ho ottenuto il lavoro. Il primo l'ho rifiutato per una serie di motivi miei, il secondo l'ho accettato. Andrò a lavorare in città, dove la mentalità evidentemente è più aperta.

Alla fine del colloquio online, mi hanno detto che se accettavo, cancellavano tutti gli altri colloqui. Mi sembrava troppo bello per essere vero, però effettivamente questo è il tipo di feedback a cui ero sempre stata abituata prima di approdare in questo posto. Il giorno successivo sono andata a vedere la scuola. E' nuovissima, con una classe di arte meravigliosa che ha una finestra gigante e anche la fornace per la ceramica. Avevo mandato quel curriculum quasi a caso, nello sconforto, e quella proposta mi aveva colta alla sprovvista anche perché dentro di me, in realtà non avevo mai nemmeno considerato di fallire nel mio piano e dovermi spostare. Quello che mi ha convinto ad accettare è stata l'unica domanda che mi aveva fatto la preside durante il colloquio online. In queste circostanze si viene intervistati da una commissione. Ognuno mi aveva  fatto delle domande, ma lei voleva sapere solo una cosa da me: la mia visione del concetto di equità. Mi ha steso. Non ho mai sentito nemmeno pronunciare la parola "equità" in un anno passato a girare le scuole dei suburbi. Eppure di scuole disagiate ne ho visitate tante.

Una volta parlai con un professore bianco che quasi si vantava di non avere mai imparato nemmeno una parola di spagnolo dopo dodici anni passati in una scuola a stragrande maggioranza messicana in un quartiere povero. In quella scuola avevo incontrato studenti anche di undici anni che non parlavano una parola di inglese. Difficile immaginare che i genitori parlassero inglese e i figli no. Come faceva quel professore a tenere i contatti con le famiglie? E poi avete idea di cosa significhi passare anche solo una giornata in un posto in cui ti chiedono di fare una serie di cose senza capirci niente, zero? Io sì, quel professore no. 

Anche la scuola in cui lavorerò ha una popolazione afflitta da vari problemi sociali. Non so come andrà, sono consapevole che sarà difficile, ma sulla base di quello che ho potuto vedere finora, ho la sensazione che almeno sarò circondata da un'amministrazione che vede il mestiere di insegnante come lo vedo io.

Il fatto di non essere stata assunta nella comunità in cui vivo, continua a non andarmi giù. Che sia stato razzismo, nepotismo o un miscuglio di chissà che fenomeni sociali, la verità è che per la prima volta nella vita, mi sono sentita discriminata. 

Fino a questo momento, vivendo qui, avevo sempre sentito il sapore dolce e vagamente stucchevole della discriminazione positiva, ora so per esperienza diretta che il contrario -non so come altro dirlo- ti annienta. In inglese c'é un'espressione perfetta, soul-crushing. Non dico di non essermi imbattuta in esperienze e persone positive quest'anno, anzi, ma passare tutto questo tempo in un'ambiente così tossico per me, per i miei valori, mi ha schiacciato l'anima. Sono arrivata a fare incubi tutte le notti e ad avere la nausea al solo pensiero di dover tornare a scuola il giorno dopo.

Pensavo di essere più forte. Pensavo che sarei arrivata lì, avrei ottenuto il lavoro e avrei fatto la mia parte per migliorare la comunità in cui vivo dall'interno. Non ci sono riuscita. Nessuno ce la può fare da solo contro un sistema. Questi sono sistemi, enormi, radicati e accettati da tutti come inevitabili da generazioni. Ero partita con così tanto entusiasmo e fiducia che è stato difficile perfino ammettere quello che stava succedendo e confidarmi con chi mi era più vicino.

Mi sento sollevata che la mia esperienza personale si sia conclusa, ma il mio pensiero va a chi ha passato le stesse cose e poi non ha mai trovato un lavoro altrove. Penso continuamente agli studenti che purtroppo pagano lo scotto maggiore in questo tipo di meccanismi.

Proprio l'ultimo giorno di scuola, la ciliegina sulla torta. Entra nella classe di arte in cui stavo facendo supplenza un gruppo di studenti. La loro insegnante, una cinquantenne bianca bless your hearth, subito dopo loro, strilla trafelata: "Questi due studenti sono *fuori controllo*! Non esiti a chiamare aiuto se le rendono la vita impossibile.

*Sono fuori controllo!*

Che espressione forte, mi vengono in mente dei cavalli imbizzarriti. Avevo capito perfettamente, ma a scanso di equivoci ho chiesto che mi indicasse quali studenti erano imbizzarriti: guarda caso erano gli unici due studenti neri presenti. In realtà, con me hanno lavorato e abbiamo anche parlato un attimo del loro comportamento. Non mi sono sembrati per niente *fuori controllo*, confusi e incompresi sì.

Una parte di me vorrebbe dimenticare tutto, ma sento la responsabilità di denunciare.

Chimamanda Ngozi Adichie in Americanah, lo dice chiaro e tondo: se (siete neri e) pensate che a parità di qualifiche persone con la pelle scura non avrebbero ottenuto gli stessi lavori, non dite niente (perchè non otterreste niente), fate parlare i vostri amici bianchi.

Ora. Con il mio accento e la mia carnagione, mi sono resa conto di non essere percepita come bianca qui nella zona in cui vivo (almeno sul posto di lavoro) ma tecnicamente lo sono, sono privilegiata in mille modi. Non posso andare avanti con la mia vita senza almeno provare a intavolare una riflessione.

Per prima cosa devo rimettermi in senso perchè quando ti schiacciano l'anima non è proprio come in quei cartoni animati in cui a Wile E. Coyote cade un masso in testa, si fa sottiletta e poi si rialza come se niente fosse. Quando avrò recuperato le forze, vedrò il da farsi. 

Non ho fiducia di poter trovare ascolto nella controparte. Per questo vorrei chiedere una comparazione fra le mie competenze e quelle di chi è stato scelto volta per volta al mio posto. Mi pare l'unico modo per dimostrare se c'è stata effettivamente una discriminazione nei miei confronti oppure no.

Mi rendo conto che tante delle cose che ho subito non siano poi dimostrabili: ma cosa racconta di quel sistema il solo fatto che qualcuno faccia una richiesta come la mia?

Un paio di chiarimenti indispensabili per chi ha avuto la pazienza di arrivare fino a qui.

Anticipo quello che di sicuro a qualcuno sarà venuto in mente leggendo questo post.

- "Allora anche in America non c'è la meritocrazia". Dato per assodato che la cosiddetta meritocrazia non esiste da nessuna parte (potremmo parlarne a lungo, ma non usciamo fuori tema), no. Credo che il problema sia circoscritto ad alcuni ambienti. Ho sempre ottenuto lavori semplicemente presentandomi ai colloqui e così tutti quelli che conosco. 

- "Allora gli italiani non sono visti come bianchi?" Assolutamente no. In questo caso, io italiana dalla carnagione olivastra con un accento latineggiante nel cuore della Bible Belt texana, in uno specifico ambiente lavorativo, non credo di essere stata percepita come bianca. In 15 anni, non mi era mai successo. 

A tanti piace pensare il mondo in bianco e nero, ma non sono qui per semplificarvi la vita. Adoro il Texas, lo dico anche alla luce di tutto quello vi ho appena raccontato. Il mondo è complesso. La vita vera non è storytelling, non c'è una vicenda con uno snodo e poi una soluzione con una morale unica. Continuo a pensare che quello che è positivo e giusto sia in netta maggioranza rispetto a quello che è negativo e ingiusto in Texas e ovunque.

L'esperienza che ho vissuto mi ha cambiato profondamente. Esco da quest'anno scolastico migliore come persona e come insegnante, ma  a caro prezzo. Del resto forse è vero che la crescita morale e l'empatia tendono a passare dal dolore. Non ci sono scorciatoie. 

giovedì 2 giugno 2022

una questione di volontà

 Ieri Joe ha cominciato il campo estivo di robotica. È molto contento, è una delle poche cose che ci abbia mai chiesto. L'entusiasmo di tutti i ragazzini e anche dei genitori era palpabile.

Quando l'ho accompagnato, davanti alla scuola che è una struttura molto grande con tanti campi estivi per studenti di tutte le età, c'era una macchina della polizia. L'agente era dentro, suppongo. Non l'ho visto.
Un sacco di gente, porte aperte.
Nessun controllo.
Questo dettaglio che in passato magari non avrei nemmeno registrato, in questo caso mi ha irritato.
Se una settimana dopo una strage, c'è questa indifferenza, significa che hanno mollato il colpo in tutti i sensi con la prevenzione.
Ne parlo con una mia amica e lei non si scompone per niente invece.
Mi racconta che alla scuola di sua figlia ci sono mille controlli invece e nonostante tutto un ragazzino quest'anno è riuscito a portare dentro una pistola.
A Uvalde le forze dell'ordine erano presenti in gran numero durante l'ultimo mass shooting, eppure sono rimaste fuori dall'edificio per circa un'ora. In questi giorni i media non parlano d'altro. Sembra quasi che aspettassero che finisse tutto per intervenire. È uno scandalo: erano lì e non hanno fatto nulla. Alcuni bambini dall'interno della scuola chiamavano il 911, il numero delle emergenze, per chiedere aiuto alla polizia e la polizia se ne stava là fuori ponderando non si sa bene cosa.
L'ipotesi è che anche loro, armati fino ai denti e addestrati, avessero paura.
C'è stata una mamma che gli ha chiesto di entrare. È andata in escandescenze e loro l'hanno ammanettata.
Pare abbiano usato violenza contro diversi genitori che gli chiedevano di agire.
Lei, la mamma, appena si è liberata è corsa dentro la scuola e ha liberato i suoi due figli.
È tutta una questione di volontà.
Però ragioniamo. Cosa sarebbe successo se i poliziotti fossero entrati prima? Avrebbero salvato delle vite? Forse sì, ma forse no.
Dato il tipo di arma usato per compiere il massacro, il tutto è avvenuto nei primissimi secondi. Giustamente ci indignamo di fronte al comportamento della polizia, ma è verosimile che se avessero agito diversamente ben poco sarebbe cambiato.
Torniamo sempre lì.
Non distraiamoci.
C'è una sola cosa da fare per prevenire queste situazioni: regolare il mercato delle armi.

mercoledì 25 maggio 2022

gun control now

 Ho ricevuto tantissimi messaggi. Vi ringrazio collettivamente ora per il pensiero e vi rispondo pian piano.

So che mi avete pensato perché se siete qui probabilmente sapete che più volte quest'anno -il primo in cui ho lavorato come supplente- non mi sono sentita al sicuro a scuola.
Queste cose in vari modi ci toccano ogni giorno, non solo quando succedono massacri come quello di ieri.
Oggi qui è l'ultimo giorno di scuola.
Ieri c'era un'atmosfera di tale euforia che, volevo, ma non sono riuscita a spiegare a Joe e Woody cosa è successo a Uvalde. Sono appena tornata dalla cerimonia di fine delle elementari di Joe. Nessuno ha detto una parola, nè sul palco, nè privatamente.
Una normalità terrificante. Tutti felici.
Ho visto che la classe dirigente texana si è affrettata a fare dichiarazioni tipo 'adesso basta! Le scuole devono avere un ingresso unico oppure adesso basta! E' ora che gli insegnanti comincino a imparare a difendersi. Come se il problema non fosse che uno solo: la facilità con cui chiunque qui può procurarsi qualunque tipo di arma.
Non so spiegare il livello di sconforto.
Mentre le donne che decidono di abortire sono assassine, gli uomini continuano a uccidere indisturbati: asiatici, neri, ebrei, bambini, persone a caso.
Il corto circuito è evidente.
Ieri sera Woody è andato a dormire e dopo un po' è tornato indietro per un ultimo abbraccio.
Mi dice: - Mamma, ho paura.
- Di cosa?
- Che mi mancheranno i miei amici quest'estate.
E di cos'altro dovrebbe avere paura un bambino di prima elementare?
In questo momento mi chiedo davvero che senso abbia raccontargli quello che è successo. Non posso dargli una notizia del genere senza offrirgli un qualche barlume di speranza, ma adesso, mi dispiace, quel barlume di speranza non ce l'ho.

#GunControlNow

domenica 3 aprile 2022

unapologetic/3

Volevo raccontarvi di un lavoro che stanno facendo dei ragazzi in un liceo che ho visitato questa settimana.

Partendo dalla forma del cuore anatomico, devono rappresentare il

proprio cuore.
C'è il cuore che piange. Il cuore che fiorisce. Il cuore infilzato da un pugnale. Il cuore ferito e il cuore ferito, ma senza perdere la speranza. Il cuore che è in costruzione. Il cuore buffo. Il cuore avvolto nelle spine.
C'è un cuore con sopra il simbolo del dollaro. Il ragazzo che sta lavorando a questo cuore mi ha spiegato che la gente ama i soldi più di tutto e i soldi entrano nelle relazioni. Chi vuole essere tuo amico perché hai tanti soldi e chi non vuole essere tuo amico perché hai pochi soldi.
C'era un ragazzo che mentre gli altri lavoravano, con le cuffiette nelle orecchie cantava e ballava.
Bella voce.
L'ho fatto andare avanti per un po'. Era una canzone su un tale che andava in prigione, una brutta storia che "non vuoi sapere" mi ha spiegato quando gli ho chiesto di raccontarmi. In realtà l'ho fermato perché vedevo che gli altri cominciavano a ridere e lanciarsi occhiatine. Non volevo ridessero di lui.
Gli ho chiesto di mostrarmi il suo cuore che somiglia a una massa informe. Il suo cuore è fatto così. Un po' - mi ha detto- perché non è capace di fare meglio, un po' perché il suo cuore è veramente messo male.
"Però li vedi quei buchini? Lì ci metterò dei pezzi di vetro luccicante perché c'è sempre qualcosa che fa accendere una scintilla".
Vi racconto forse più dei problemi che vedo, ma di insegnanti eccezionali, soprattutto in quartieri difficili, ce ne sono tantissimi. La professoressa che ha assegnato questo progetto sul cuore, ad esempio, mi ha lasciato una mappa dei banchi con la foto, il nome e in alcuni casi il modo in cui i ragazzi vogliono essere chiamati. Voleva che perfino io, la supplente, avessi un qualche rapporto con loro, che ci dialogassi, che li chiamassi per nome.
Questo è rispetto. Questo significa vedere persone dietro a studenti che hanno spesso comportamenti anche facilmente condannabili.
La voglia di essere più *unapologetic* viene da qui, dalla rabbia che mi prende quando vedo persone pigre e incompetenti maneggiare questi cuori fragilissimi e pieni di scintille.


P.S. Potete vedere i lavori dei ragazzi nelle storie in questo momento (si vedono meglio su IG, FB fa i capricci), non credo le salverò.

sabato 26 marzo 2022

unapologetic/2

E così l'ho fatto: per una volta nella vita sono stata completamente unapologetic (continua dal post precedente qui).

Un po' di tempo fa ho ascoltato un'intervista che, come qualcuno di voi ricorderà, mi ha scaturito mille riflessioni non tanto sul contenuto in sé, quanto sull'uso della lingua inglese dell'intervistato. Non avevo mai sentito una persona con un inglese peggiore del mio mostrare tale sicurezza. Questa persona, un italiano molto famoso e stimato, costruiva frasi lunghe e complesse e usava termini corretti, ma desueti in inglese, eppure il suo interlocutore sembrava -magicamente- seguirlo alla perfezione.

Lo avevo definito "unapologetic", un termine che tale e quale non esiste in italiano. In questo contesto intendevo dire che era orgoglioso di sé, che non 'si scusava' per il suo accento o per le sue origini, che andava diritto per la sua strada con grande successo e nessuno si sognava di dubitare di lui. 
In quell'occasione avevo ragionato sul mio uso della lingua inglese che è sempre stato l'opposto. Mi sono sempre limitata, ho sempre semplificato quello che volevo dire per timore di non essere capita.
Avevo allora battuto il pugno sul metaforico tavolo: voglio essere *unapologetic* anch'io! 
Anche perché poi tutto il discorso, soprattutto negli scambi che ne sono derivati con alcuni di voi, aveva presto cominciato a prendere anche una piega legata al posizionamento di questo individuo e al sessismo della società in cui viviamo. È innegabile che le donne in generale si scusino molto di più e vengano anche messe sotto torchio molto di più. 
Nel mio ambiente lavorativo, ad esempio, continuo a vedere uomini poco competenti, ma all'apparenza molto sicuri di sé, non solo sgraffignare opportunità che potrebbero essere mie, ma anche fare danni. Se voglio che questo cambi devo essere certamente consapevole dei miei limiti, mai anche del mio valore. 
Dopo qualche giorno, nemmeno a farlo apposta, mi chiama una persona molto in vista nel mio campo per un colloquio. È una cosa che in passato mi avrebbe fatto fare i salti di gioia e messo in enorme agitazione. Ora -cioè... dopo il 2020 - no, ora ci vuole ben altro per smuovermi. 
Era un semplice colloquio esplorativo ed è nata subito una certa intesa. Si parlava ovviamente di questioni che mi appassionano molto e mi sentivo a mio agio. A un certo punto, mi viene in mente l'espressione latina "forma mentis". Normalmente avrei detto "mindset", ma quel giorno ero in vena di esperimenti. Volevo vedere la reazione della persona che avevo di fronte se mi fossi comportata come il tizio dell'intervista.
Dico la frase e non succede assolutamente nulla. L'interlocutore annuisce e sorride. Non succede davvero niente.
Lì per lì sono soddisfatta, qualche ora dopo però ripassando il colloquio al setaccio nelle mie elucubrazioni, comincio a dubitare di quel passaggio. 
Dopo tutto, soprattutto qui al sud, sorridere e non commentare può significare di tutto. Ci sono delle persone che mi hanno sorriso senza commentare e non le ho mai più viste nella vita.
La sera vedo degli amici a cena e gli racconto del colloquio. Chiedo cosa ne pensino di quella frase.
Si capiva?
La reazione è stata abbastanza simile a quella della persona del colloquio. Per loro era tutto chiaro.
Ma come davvero? Allora sto tranquilla? 
Ma per niente!
Viene fuori che ognuno in realtà aveva capito una cosa diversa. Quindi insomma: esperimento fallito per quanto mi riguarda.
Vi ho preparato un piccolo schemino di quello che mi hanno spiegato i miei amici madrelingua inglese, così se volete provare sapete a cosa andate incontro:

Facciamocene una ragione, per chi fra noi non ha ancora vinto un Oscar, la vecchia strada dell'umiltà rimane quella vincente.
Anche in inglese si usano espressioni latine ad esempio, ma ben pochi lo hanno studiato e spesso le stesse espressioni hanno sia una pronuncia che un significato diverso. 
(-> Quid pro quo ad esempio)
Bisogna capire se si sta parlando per essere capiti o per dare una certa impressione di sé. Se si vuole essere capiti, meglio puntare sulla semplicità. Il malinteso è sempre dietro l'angolo.
Ci pensate a quante volte non ci si capisce perfino parlando la stessa lingua? E di sicuro la maggior parte delle volte non ce ne rendiamo nemmeno conto.

Prendiamo Woody per esempio. Dice: "When we go home can we make collard chards?"
Vedendo il punto di domanda nei miei occhi ripete: "When we go home can we make collard chards?"
Io e la mia amica ci guardiamo perplesse. Accidenti, ha sei anni e ha voglia di verdure, incredibile.
Infatti non era vero. Voleva fare dei "color charts" cosa che mi rende comunque molto felice come insegnante di arte.
Scherzi a parte, non si può cambiare atteggiamento in un attimo. Bisogna trovare una via di mezzo e usare l'intuito.

*Read the room*, come si suol dire in inglese.

lunedì 7 marzo 2022

unapologetic

Non so dirvi se l'ultimo film di Paolo Sorrentino mi sia piaciuto o no. Forse no.

Però mi ha smosso un sacco di cose quindi forse sì. Se ti scombussola di sicuro è un'opera d'arte.
Per cercare di capire un po' meglio il film, ho recuperato una lunga intervista al regista (qui).
Ciò che mi ha indotto ad ascoltarla tutta con grande interesse e piacere, non è tanto quello che Sorrentino ha raccontato, ma come.
Mi riferisco al suo inglese.
Un inglese comprensibilissimo credo, ma per niente perfetto. E nonostante ciò esibiva una sicurezza strabiliante. Non si è mai mostrato in difficoltà o in imbarazzo.

Era del tutto "unapologetic".

Non saprei come esprimere lo stesso concetto in italiano. Ho chiesto anche a un'amica traduttrice. Ci sarebbero parole tipo "impenitente", "insolente", "sfacciato", ma hanno una connotazione negativa, esprimono un'altra idea.
Lui era "unapologetic" nel senso che era orgoglioso di sé, non si scusava per la persona che è, la sua origine, la sua lingua, il suo accento.
Mi è venuto in mente che forse in italiano non abbiamo un termine identico perché ci scusiamo molto meno. Ci scusiamo quando facciamo un errore, ci costa scusarci. Nella cultura anglosassone invece espressioni come I'm sorry, I apologize o my bad sono ripetute mille volte al giorno in ogni contesto. Le donne poi si scusano ancora di più. E non va bene.
Voglio essere più *unapologetic*.
Non voglio più chiedere scusa per quello che sono. I'm not sorry for my English or for my accent. I'm not sorry for who I am.
La seconda cosa che mi ha colpito è stata la sua grande fiducia verso l'interlocutore.
Gli ho sentito dire parole colte tipo "vitalistic" o "hagiography" che in italiano sono relativamente comuni, ma in inglese no.
Quando parlo con qualcuno in inglese e cerco di tradurre un pensiero dall'italiano evito di usare ogni termine colto. Semplifico all'osso. Frasi corte, termini quotidiani.
Faccio così perché molte volte ho avuto la sensazione che l'interlocutore perdesse dei pezzi altrimenti.
Invece l'interlocutore di Sorrentino sembrava seguire benissimo, non so se per via della sua cultura cinematografica o perché se costruisci le frasi esattamente come faresti in italiano la gente ti capisce e fai anche bella figura.
Voi come vi regolate in inglese?Costruite le frasi come in italiano o semplificate?
Un'altra considerazione che ho fatto dopo aver ascoltato l'intervista è sul modo in cui la lingua influenza il pensiero.
Non so voi, ma a me l'inglese chiarisce le idee. A volte quando ho un pensiero contorto in italiano, lo traduco in inglese e poi lo ritraduco in italiano e diventa più lineare.
Anche voi?
Non sono questioni interessantissime?
Più passano gli anni più mi affascinano tutti quei concetti intraducibili, tutte quelle sfumature di significato che fanno parte di una cultura e non necessariamente di tutte le altre. Il nostro uso delle lingue è in perenne evoluzione.
Cambiano in continuazione le nostre competenze linguistiche e allo stesso tempo cambia il modo in cui percepiamo e veniamo percepiti.

sabato 5 marzo 2022

tanto rumore per nulla, ma tanto rumore

 

Questa settimana a scuola.

Un quattordicenne molto più alto e forte di me va in escandescenze. Si crea una certa confusione. Nessuno come al solito si era preso la briga di avvisare la supplente, ma l'individuo non era nuovo a questi exploit. Un compagno allarmatissimo, ma preparato al peggio, si offre di correre a chiamare la psicologa. Certo, vai pure, gli dico. Arriva la psicologa e insieme a lei un poliziotto armato fino ai denti, sorriso smagliante, tipo Superman. La sola vista di un poliziotto armato in una classe mi ha terrorizzato.

L'ho mandato via immediatamente dicendogli che era tutto sotto controllo (la psicologa si era portata via il ragazzo) e che nessuno era stato violento (vero).

Il fatto è che non riesco più a scacciare quell'immagine dalla mente.

Ieri vado in un'altra scuola a sostituire come sempre un insegnante di arte perché sono un'insegnante di arte. All'ultima ora però hanno un buco da tappare e mi mandano a sostituire quella di matematica. Non mi era mai successo, mi viene quasi da ridere. Non ero mai stata in quella scuola, non conoscevo né i ragazzi né l'edificio tanto è vero che mi sono persa prima di trovare la classe giusta. In qualche modo me la cavo. Mancano 10 minuti, i ragazzi hanno fatto le loro equazioni e si stanno rilassando con la mente già nel fine settimana. Parte un annuncio, ma non riesco a sentire bene, il volume è basso e loro stanno parlando. Capisco solo che dobbiamo chiuderci in classe e che nessuno può uscire o entrare. Gli studenti sembrano tranquilli, mi dicono che è già successo. A me invece mai, fingo ma non sono per niente tranquilla io. Passano i minuti.

Qualcuno fra i ragazzi comincia effettivamente ad agitarsi.

Non posso fare tardi a danza.

Mio padre si preoccuperà se non mi vede uscire.

Voglio uscire.

Quanto possiamo sopravvivere con questo pacchetto di patatine?

Ho paura, moriremo tutti.

Provo a telefonare in segreteria, ma nessuno mi risponde perché sono in lockdown anche loro. Il tempo rallenta. Un genitore manda un messaggio al figlio dicendo che fuori dalla scuola c'è un'ambulanza. Appena fuori dalla porta vedo un poliziotto che entra in una classe. Fuori un ingorgo di macchine, c'è anche il camion dei pompieri e una macchina della polizia. Non mi viene in mente di chiedere cosa sia successo, voglio solo andare a casa.

A giudicare da Google suppongo non sia successo nulla di tragico. L'angoscia non passa del tutto però.

In dodici anni di insegnamento è la prima volta che mi capitano episodi simili e ora nel giro di pochi giorni due.

Di sicuro è stato un caso. Ho insegnato a lungo, ma sempre alle elementari, alle secondarie l'atmosfera è leggermente diversa. Ad ogni modo, non so se mi basteranno due giorni per riprendermi da una settimana come questa.

Tanto rumore per nulla, ma... tanto rumore.

Sigh.

giovedì 3 marzo 2022

non siamo così diversi

 

Vi ho raccontato mille volte di quanto sia divisa la società texana e di come le divisioni emergano anche nelle più piccole interazioni di tutti i giorni, almeno nella mia zona.

Ecco, un altro regalo
bellissimo che mi ha fatto Mimì è darmi la possibilità di interagire con tante persone in modo del tutto rilassato. Persone che non avrei altre occasioni di conoscere. Persone con cui, lo ammetto, non avrei voglia di intrattenermi in altre circostanze. Prima, ad esempio, ho chiacchierato un'ora con un tipico cowboy texano. Mi raccontava di come ha insegnato al suo cane, che è molto simile al mio, ad accudire le mucche. È probabile che le nostre idee politiche, almeno secondo i soliti stereotipi, non siano allineate, ma in quel momento eravamo solo due persone che amano i loro cani.

È necessario in qualche modo tornare alle cose semplici e basilari dell'umanità. Ci piaccia o no, non siamo così diversi.

domenica 27 febbraio 2022

quietest evening

Come tutti sono molto preoccupata per quello che sta succedendo in Ucraina. Per una volta, invece di cadere nel vortice delle news, mi sono messa a imparare qualcosa sugli artisti di quel paese.

Mi ha colpito un quadro di un'artista di Lviv, una città dell'ovest, abbastanza vicino al confine con la Polonia. Un posto che inizialmente
sembrava abbastanza sicuro, ora probabilmente non più.
Il quadro si intitola La sera Più Silenziosa (Quietest Evening), il nome dell'artista è Olga Kvasha (potete acquistare le sue opere qui). Ho provato a contattarla su Instagram, non pensavo mi rispondesse. Le ho chiesto solo cosa possiamo fare di concreto per aiutare il popolo ucraino dagli Stati Uniti e dall'Europa.
Mi ha risposto che sente il supporto del mondo. "Pensate e parlate dell'Ucraina. Vinceremo. È un peccato che la vittoria costi così cara".