martedì 19 maggio 2015

il baby shower e un piccolo bilancio

Quando aspettavo Joe, qualcuno mi introdusse al concetto di Baby Shower. Si tratta di una festa tradizionale che si fa prima che nasca un bambino per festeggiare e dare una mano ai genitori regalando oggetti utili che di solito gli invitati scelgono da una sorta di lista nozze. Mi ci volle un attimo per abituarmi all'idea di festeggiare qualcosa prima che arrivi.
Tipico retaggio scaramantico all'italiana. Nella mia famiglia si evita di festeggiare in anticipo perfino i compleanni se non e' strettamente necessario. Meglio in ritardo che in anticipo, ho sempre sentito dire. Figuriamoci se parliamo di festeggiare qualcosa che non c'e' ancora fisicamente, un po' come festeggiare una vittoria ai mondiali prima di aver giocato la partita.
Dunque, mi faceva strano all'inizio, e' vero, ma mi ci sono abituata in fretta perche' e' una cosa fondamentalmente molto bella. Ti rendi conto che tutte le persone che fanno parte della tua vita vogliono partecipare al tuo momento e ti senti speciale.
E' strano perche' questo sostegno puo' arrivarti anche da chi non frequenti spesso o addirittura da chi non conosci personalmente. Semi sconosciuti ti possono regalare ricordi indelebili in questi casi.
La madre di un caro amico di Mr. J. che non ho mai incontrato e che lui stesso non vede da una ventina d'anni, ad esempio, ci mando' da Seattle un quilt fatto a mano e personalizzato con il nome di Joe. Una maestra della mia scuola, invece, coinvolse i bambini e un giorno entrando in classe convinta di fare lezione, mi ritrovai alla mia festa a sorpresa, coperta di regali e cartelloni di auguri. I miei colleghi mi organizzarono tutti insieme un grande baby shower, ma anche quelli di Mr. J. che non avevo mai conosciuto. I vecchi amici che vivono in un'altra citta' e che non avevamo avuto la possibilita' di vedere subito, invece, organizzarono un baby shower dopo qualche mese dalla nascita di Joe e gli regalarono solo libri, fu simpatico e molto originale anche quello.
Con il secondo figlio, le cose sono un po' diverse, specialmente se come me aspetti un bambino dello stesso sesso e a pochi anni di distanza, cosi' che sia ragionevole supporre che abbia conservato i vestiti e tutto il necessario.
I miei colleghi e tanti altri conoscenti questa volta, mi hanno regalato soprattutto montagne di pannolini. Sono gente pratica gli americani.
Le mie amiche invece mi hanno organizzato di nuovo una bellissima festa, proprio come la prima volta. Ci sono vari tipi di baby shower, ma quello tradizionale dovrebbe essere piu' o meno come quello che ho ricevuto io: solo donne, cibo, decorazioni, giochi a tema (eh gia'...) e pioggia di regali.
Lo so che morite tutti dalla voglia di sapere quali possano essere questi fantomatici giochi a tema, ma forse possiamo sorvolare sugli aspetti piu' pittoreschi, vi lascio immaginare.
Quello che davvero mi ha colpito e' il fatto che un'altissima percentuale di chi mi ha festeggiato quattro anni fa, non ci sia piu', si sia trasferito altrove. Questo per me e' triste. E' vero che oggi, avendo vissuto qui da piu' anni, ho molti piu' amici rispetto a quattro anni fa, pero' sono anche tanti quelli che ho perso per strada. Non sono per niente sicura che mi piaccia tutta questa mobilita'. Pensavo alla mia festa di matrimonio, dieci anni fa. Se rifacessi una festa del genere inviterei le stesse persone, che poi nella maggior parte dei casi, erano gia' amici di lunghissima data allora. Invece, qui le cose cambiano cosi' in fretta. Fai appena in tempo ad affezionarti alle persone che gia' se ne vanno.

venerdì 15 maggio 2015

non sono le parole in se'. sul dialetto

Quando Joe era piccolo, pian piano, mi sono tornate in mente -come succede a tutti i genitori suppongo- tantissimi dettagli della mia infanzia che pensavo di avere dimenticato. Fra questi una filastrocca o un giochino in dialetto leccese, non saprei bene come definirlo, che facevamo sempre con mio padre e che mio padre raccontava di aver imparato dal nonno a sua volta. Io il salentino lo capisco perfettamente tutto e in teoria potrei anche parlarlo, ma sono sempre stata fortemente scoraggiata a farlo. In effetti, un milanese che cerca di parlare in salentino non si puo' sentire, lo riconosco. Il dialetto non e' come una lingua straniera. Se non lo parli alla perfezione, suona un po' come una presa in giro, questo l'ho visto in tenerissima eta': vieni preso in giro tu per provarci e forse sotto sotto anche loro si sentono presi in giro a sentirti storpiare la loro lingua. Ti accettano piu' facilmente se rimani quello che sei, anzi di solito piaci di piu' perche' porti qualcosa di nuovo, o questo almeno e' cio' che ho sperimentato nelle mie numerose e lunghissime estati pugliesi.
Ad ogni modo, sono almeno un paio d'anni che facciamo questo giochino dialettale, anche con Mr. J. Anche lui capisce abbastanza bene il dialetto, lo interessa molto e si stupisce quando sente dire agli italiani di non capirlo. Joe si e' sempre divertito, ma non ha mai imparato o provato a dire una singola parola, anzi, sembrava le storpiasse intenzionalmente.
Stamattina invece si e' svegliato e ha voluto fare il giochino con me e la nonna Squalo.
Ha detto tutte le parole alla perfezione, non ci potevo credere.
Due anni con me e non ha imparato niente, due giorni con la nonna e mi diventa trilingue!

Il punto e' che lui non sa niente di lingue e dialetti, ma deve essere in azione un qualche tipo di istinto: una milanese e un americano che dicono parole che non capisce, sono assurdi ed e' inutile anche prenderli sul serio, una nonna salentina che parla il suo dialetto evidentemente ha piu' senso e gli ha fatto scattare la molla dell'apprendimento.    

E' tutto molto affascinante.

giovedì 14 maggio 2015

la bellezza che esiste in mezzo al caos

Un trentina di anni fa, un artista di Detroit di nome Tyree Guyton torno' da un'esperienza nell'esercito e trovo' il suo quartiere devastato in seguito a delle rivolte razziali. Avrebbe potuto scegliere di andare via e abbandonare quel luogo sfortunato, ma invece decise di restare e lavorare per migliorarlo.

La domanda e': cosa puoi fare per migliorare concretamente una situazione sociale come questa quando l'unico mezzo che hai a disposizione e' la creatività?

Questo e' più o meno il modo in cui ho introdotto questa lezione ai miei studenti dai cinque ai dodici anni. Ne sono nate tante discussioni interessanti a seconda dell'eta' e del grado di maturità e poi abbiamo messo in pratica la soluzione di Tyree: usare materiali di riciclo per decorare e lavorare tutti insieme.

Tyree Guyton comincio' con il dipingere alcune case del quartiere con colori vivaci, partendo da quella di sua madre che ancora vive li'. Era un ghetto, un quartiere povero e pericoloso, eppure la sua idea venne apprezzata. La gente ricomincio' a parlare di nuovo e a lavorare insieme per ricostruire e abbellire usando tutto quello che aveva a disposizione. La creatività divenne un canale per tutta quell'energia che precedentemente si era manifestata in forma distruttiva. Il quartiere oggi e' una sorta di museo a cielo aperto, The Heidelberg Project, che ospita in continuazione laboratori per la tutta la cittadinanza, dalle scuole alla terza eta', e l'artista che l'ha ideato e' sempre in viaggio da una conferenza all'altra per condividere la sua esperienza.

Oltre a divertirsi molto, gli studenti più grandi mi hanno fatto una lunga serie di domande, a cui a volte non ho potuto rispondere e cosi' ho avuto un'idea: perche' non provare a contattare l'artista in persona? In fondo, potrebbe anche rispondere e infatti, finalmente, ci e' arrivata la sua splendida risposta.

Come vi ho gia' raccontato in passato, a febbraio qui, nelle scuole, si celebra il Black History Month, un mese in cui bisognerebbe sottolineare le conquiste degli afro americani in ogni campo.
Quando, qualche anno fa, ho scoperto questa cosa, ho fatto diverse considerazioni. Da un lato, non mi piaceva che dovesse esserci un tempo specifico e designato per parlare di questo argomento, dall'altro ho cercato di vederlo come un'opportunità, di fatto l'unica in questo senso. L'ho chiamato Black Art History Month e si e' in effetti poi rivelato una grandissima opportunità sia per me che per i miei studenti di imparare cose in ambito artistico, ma anche storico e letterario, che nessuno ci avrebbe mai insegnato altrimenti. Il problema e' che purtroppo nonostante il Black History Month esista formalmente, e' affrontato il piu' delle volte in modo decisamente blando. All'inizio, prima di mettermi a studiare da autodidatta, ho chiesto aiuto a vari colleghi, anche afroamericani, ma non sapevano come aiutarmi, non conoscevano bene l'argomento e si stupivano del mio interesse. Perfino alle varie conferenze degli insegnanti di arte a cui ho partecipato, con mia grande sorpresa, non ho mai sentito nessuno affrontare questo argomento.
Con il passare del tempo, mi sono concentrata su un nucleo di artisti in base al mio gusto personale e a quello che mi sembrava potessero comunicare a dei bambini delle elementari. Quest'anno, a questi ho aggiunto Tyree Guyton. La sua esperienza mi ha colpito piu' di altre per l'unicita' e per la possibilita' che mi faceva intravedere di fare un discorso che andasse oltre l'arte in se' e che toccasse la società, specialmente nel momento storico estremamente delicato che questo paese sta attraversando per quanto riguarda la convivenza pacifica fra bianchi e neri. Ci sono stati dei ragazzini molto polemici durante le varie discussioni che abbiamo fatto in classe, chi sognava di diventare poliziotto e chi si sentiva invece dall'altra parte. La tensione esiste a ogni livello della societa' ed e' palpabile perfino in una scuola privata in un elegante quartiere di una grande citta'. Tutte le proteste violente, i morti da Ferguson in poi, anzi anche prima ad essere precisi... non credo ci sia bisogno di parlarne apertamente nel mio caso durante una lezione di arte, ma mi sembra giusto lanciare un messaggio e un esempio concreto e positivo anche se magari verra' afferrato e digerito solo piu' avanti.

In qualche modo, questa nostra piccolissima esperienza e' arrivata all'orecchio di una giornalista locale che mi ha chiesto un'intervista a proposito. Nonostante la mia ritrosia ad essere in prima fila, mi ha fatto piacere questo interesse, spero che altri insegnanti prendano spunto. Il cambiamento parte da noi, soprattutto noi insegnanti, e qualche volta e' proprio chi viene da fuori che puo' portare una boccata di aria fresca, la' dove tutto era fermo.

Questo e' un piccolo estratto dalla lettera di Tyree Guyton ai miei studenti.

Ciao giovani persone,
La vita e' piena di sorprese, ma voi avete il potere di cambiare il mondo. Mio nonno a nove anni mi ha regalato un pennello ed e' stata come una magia. So per esperienza che se studi tanto e a lungo, la conoscenza ti aprirà le porte del successo. Sognate ragazzi e i vostri sogni si realizzeranno! Puntate alle stelle e ogni volta che cadrete, rialzatevi ancora e ancora fino a raggiungere l'obiettivo. [...] Oggi viviamo in un mondo dove molti di noi hanno paura di vedere la bellezza che esiste in mezzo al caos. In qualità di artista io credo che il mio lavoro sia di trovare soluzioni. Quando sono tornato nel quartiere in cui ero cresciuto e ho visto che le cose erano cambiate, ho vissuto questo fatto come un'opportunità di usare l'immaginazione come uno strumento per creare qualcosa di nuovo e diverso. [...] Certe volte gli oggetti, le persone e perfino i quartieri possono essere buttati via. Se tu puoi raccogliere queste cose, raccogliere queste persone, ripulirle e aggiungerci un po' di colore, puoi respirare aria nuova in una zona che altrimenti sarebbe stata dimenticata. Questo e' il mio modo di aiutare il mondo a vedere che tutte le persone e le cose hanno valore.

lunedì 11 maggio 2015

tigri e tornado

Un amico dell'Oklahoma, mi ha raccontato un aneddoto stupendo.
L'Oklahoma, che confina con il Texas a nord, e' un posto dove non succede molto, ma che e' famoso in tutto il mondo per una cosa: i tornado. E questa e' la stagione dei tornado. Non so se avete presente Twister, quel vecchio film degli anni Novanta...



Ecco, la settimana scorsa e' successo l'imponderabile. A causa di un tornado, delle tigri sono scappate da uno zoo e questo gia' da solo e' piuttosto interessante, ma quello che ha colpito tantissimo il mio amico (e anche me), e' che durante il tornado, la raccomandazione piu' grande, ripetuta fino allo sfinimento, dei meteorologi era: per favore non uscite durante il tornado per cercare di cacciare le tigri. Cioe' un sacco di pazzi, evidentemente, si sono cosi' esaltati all'idea di poter fare una specie di safari nella prateria che hanno completamente dimenticato la pericolosita' del tornado.
Le tigri sono poi state ritrovate e nessuno si e' fatto male.
Adesso aspettiamo con ansia la trasposizione cinematografica dell'incidente.

sabato 9 maggio 2015

la festa di tutte le mamme

E' successa una cosa molto bella.
Silvia, in arte Omino, mi ha scritto dicendomi che leggendo un mio vecchio post le e' venuta un'idea per un'illustrazione e chiedendomi il permesso di usarlo (cosa che ahimè non fa quasi piu' nessuno). E' un grande onore pensare di aver ispirato qualcuno a creare qualcosa con le mie parole.
Grazie Omino!
Questo e' l'indirizzo del suo blog, se volete passare a trovarla: http://mondoomino.blogspot.it/

E quindi ecco qui, illustrazione e post.


Non mi sono mai soffermata a riflettere sulla festa della mamma. Facevo un regalino alla mia, ma a dire il vero non mi e’ mai sembrata una cosa importante. Quest’anno invece, lo ammetto, sono un po’ emozionata e si’, ci ho pensato. Sapete cosa ho pensato? Che in fondo, cosi’ com’e’, non e’ giusta questa festa. Da’ un’idea fuorviante della maternita’ almeno per me. Implica in qualche modo che la mamma sia una sola ad esempio, quando ho imparato che non e’ necessariamente cosi’, non per tutti. L’amore si moltiplica non si divide e tu puoi benissimo avere una mamma che ti lascia nelle mani di un’altra proprio per il troppo amore. Per me madre e’ chi si sente madre. Chi vuole esserlo davvero e’ gia’ madre. A volte si aspetta un bambino ben prima che cresca la pancia e non e’ certo un’attesa meno intensa o meno bella, e’ solo diversa. E poi ci sono tutte quelle mamme che per qualche scherzo della vita non lo sono mai diventate. Mi vengono in mente certe maestre, certe infermiere, certe suore. Mamma e’ chi dedica la propria vita alla crescita di un altro. Ho voglia di ringraziare soprattutto loro oggi augurandomi che passino una festa della mamma felice, come meritano.

venerdì 8 maggio 2015

la nonna squalo

La domanda piu' frequente della Nonna Squalo e': "Questo dove va messo?"
Cioe' lei pensa che la casa sia un po' in disordine perche' sono a riposo, ma che tutto abbia un posto designato. E' proprio vero che le mamme vedono sempre i figli in una luce migliore. 

Ieri sera sono uscita un attimo a sedermi in giardino. C'era un po' di vento, caldo, e lei e' subito uscita a dirmi di stare attenta a "non prendere un colpo d'aria". 

Che bello avere una mamma e non solo essere una mamma. Non ci ero piu' abituata.

mercoledì 6 maggio 2015

il sandwich per un americano e' come la pasta per un italiano

Bambino Americano viene a giocare con Joe. I genitori hanno un contrattempo e si ferma per pranzo. Il sabato e la domenica a pranzo, mangiamo quasi sempre la pasta, per abitudine.
Bambino Americano non apprezza.

- A casa mia mangiamo sempre i sandwich.
- Qui invece oggi mangiamo la pasta.
- Ma io vorrei davvero un sandwich. Mi fai un sandwich?
- Mi spiace, niente sandwich, si mangia questo, ma sono sicura che ti piacera'. Ti piace sempre quello che ti cucino, altrimenti ci penseremo.
- Ma io voglio davvero tanto un sandwich.
- Senti bambino. Lo so che a casa tua mangi sempre i sandwich, ma io sono italiana e cucino il cibo italiano, il sandwich, lo puoi mangiare per cena.

Metto in tavola la pasta e gli chiedo:

- Allora ti piace?
- Beh. Sa di pasta.

Ne ha mangiati tre piatti tre. Suppongo gli sia piaciuta *abbastanza*.

Quando e' andato via ho commentato l'affronto con Mr. J. che pero' mi ha offerto un punto di vista diverso, come al solito.
- Guarda che e' normalissimo. Anche a casa mia si mangiavano un sacco di sandwich, pensa che mio zio a sessant'anni ancora va al lavoro con il sandwich di marmellata e burro di noccioline. Il sandwich per un americano e' come la pasta per voi.

Mmm. Il sandwich per un americano e' come la pasta per un italiano. Non so, c'e' qualcosa che non mi convince. Pero' va bene. Il discorso fila.

Poi capita che un paio di giorni dopo venga a farmi compagnia un'amica francese e anche lei all'ultimo momento si fermi per pranzo. Sono cose che capitano con una certa frequenza a casa Johnson. Frigo deserto. Ci sono solo quattro pomodori e una cipolla. Faccio una pasta, no? Allora le racconto l'episodio del Bambino Americano e le chiedo un parere sul ragionamento di Mr. Johnson che il sandwich per un americano e' come la pasta per un italiano.

Insieme concludiamo che si, pero' non e' proprio la stessa cosa. Innanzitutto, la pasta offre molte piu' varianti. Puo' essere un piatto di tutti i giorni, ma e' anche perfetta per un'occasione speciale, il sandwich no. E poi, soprattutto, ha un vantaggio: ti siedi e la mangi con calma a tavola, non al volo davanti alla televisione o al computer.

Non dico che ci sia una superiorita' assoluta, ci mancherebbe. Ci sono giorni in cui un panino al volo va benissimo, pero' altre volte, potendo, non e' piu' piacevole fermarsi, parlare, godersi un minimo la vita? Si torna sempre sulle stesse questioni.

martedì 5 maggio 2015

ma mamma io per dirti il vero, l'italiano non so cosa sia...*

Fra le cose che mi affascinarono di Mr. J. e che lo rendevano unico rispetto agli altri ragazzi che avevo frequentato fino a quel punto, c'era il fatto di percepirlo in modo completamente diverso, a seconda della lingua che parlava.
Quando ci siamo conosciuti, in Spagna, parlavamo spagnolo fra noi e non ho mai fatto nessuna considerazione particolare, eravamo alla pari, alle prese con un territorio sconosciuto. Poi pero' quando ho cominciato a sentirlo esprimersi in inglese, anche senza capire bene quello che dicesse all'inizio, ho visto una personalita' molto diversa, molto piu' decisa, forte. E mi e' piaciuto molto scoprire questo lato di lui. Quando ha imparato l'italiano, un altro cambiamento. In italiano lo trovo piu' ingenuo, quasi infantile, tenero. Anche questo mi ha sempre divertito perche' lui poi non e' cosi', conoscendolo bene.
Ecco con Joe, sta succedendo piu' o meno la stessa cosa, solo che lui adesso ha quattro anni e sto avendo la possibilita' di seguire tutta l'evoluzione fin dall'inizio. E' interessantissimo. Conosco tanti bambini alle prese con il bilinguismo e vedo che la gamma di possibilita' e' incredibilmente diversificata. A volte ci sono differenze molto significative perfino all'interno di una stessa famiglia: fratelli di eta' simili, cresciuti nello stesso ambiente possono imparare la seconda lingua a un ritmo completamente diverso. Un amichetto di Joe, che ha la sua stessa eta' e che abbiamo frequentato tantissimo in questi anni, e' stato zitto fino a tre anni e poi un giorno, all'improvviso, ha cominciato a usare due lingue senza problemi. Un fenomeno questo che mi e' capitato di osservare diverse volte anche a scuola. Alcuni parlano in ritardo, alcuni si rifiutano di parlare la lingua di casa e altri, tipo Joe, prendono il tutto con una certa naturalezza e si buttano senza farsi intimidire. Un giorno la nonna americana cercava di comunicare via Skype con quella italiana e lui vedendola in difficolta', non ha tradotto, si e' limitato a darle un consiglio molto semplice: Just speak Italian. Credo abbia realizzato solo da poco che non tutti parlano italiano e inglese come noi. All'asilo fa qualche ora di spagnolo e sospetto fortemente che fino a un certo punto fosse convinto che parlassero una specie di italiano sbagliato.
Joe ha sempre parlato entrambe le lingue, fino a un certo punto piu' o meno allo stesso livello, ora invece l'inglese e' decisamente avanzato e noto anche dei piccoli cambiamenti. Con me continua a parlare sempre e solo in italiano, anzi sembra faccia fatica a parlarmi in inglese e devo costantemente ricordarlo di farlo quando siamo in mezzo ad altre persone che non ci capiscono. Siamo al fatidico punto in cui, quando gli leggo un libro e sono indecisa su una parola, chiedo a lui come pronunciarla. E' abbastanza umiliante, considerando che ha solo quattro anni, ma ho preferito essere onesta e dirgli la verita': questa non e' la mia lingua e la sto ancora imparando, a volte ho dei dubbi. Con Mr. Johnson invece ha quasi abbandonato l'italiano. Un giorno ha realizzato che gli piace di piu' parlare in inglese con lui, ma non so da cosa sia dipeso il cambiamento, noi si e' parlato sempre italiano in casa.
La maestra mi ha detto che il suo inglese - vocabolario, uso dei verbi e grammatica- e' ottimo per la sua eta', a maggior ragione considerando il bilinguismo e sono rimasta quasi stupita perche' non lo sento mai parlare in inglese. Ma le differenze fra una lingua e l'altra non sono una questione puramente linguistica.
Proprio come il padre, in inglese ha un altro atteggiamento, un'altra sicurezza. E' molto buffo, ma  in inglese cerca di fare il vocione impostato, di sembrare piu' grande e anche piu' ribelle. In italiano invece e' piu' se stesso (o almeno cosi' lo percepisco io), si preoccupa solo di trovare le parole e piu' il tempo passa dall'ultimo soggiorno in Italia, piu' queste parole si nascondono.
Ieri mi parlava della conchiglia della tartaruga ad esempio. In effetti, in inglese c'e' solo la parola shell per il guscio, la conchiglia o anche il guscio dell'uovo. E' uno dei pochi casi in cui l'italiano e' piu' specifico, non ci avevo mai pensato.

Ma il peggio restano i miscugli.
Mino = I mean = Voglio dire
Ho forgato= I forgot = Ho dimenticato 

E poi c'e' l'ordine delle parole:
Chi e' questa cosa di? 
Chi stavi parlando con? 

Quando vuole raccontarmi qualcosa che ha imparato -gli piace molto la scienza, ad esempio, e gli animali- mi chiede di parlare in inglese per essere piu' preciso. In italiano, invece, e' piu' poetico. Lo sai? Quando le nuvole sono pesanti, comincia a piovere. 
Hai davanti un bambino che in inglese comincia discorsi tipo I know a lot about caribous and underwater volcanoes... e in italiano sai, i coniglietti non possono correre sott'acqua. 

Insomma, divertimento assicurato, aspettando il prossimo capitolo.


* L'abbiagliamento di un Fuochista, Francesco De Gregori

sabato 2 maggio 2015

aspettare il proprio turno?

Mi diceva Ms. Guorton, che e' inglese, che trova il modo di fare degli americani spesso un po' invadente e caciarone (io ascoltavo in silenzio, mi sa che non conosce molti italiani...).
Il suo esempio.
Se incontri per strada degli amici che stanno parlando fra loro, secondo lei, devi salutare e metterti in un angolo ad aspettare finche' loro "riconoscono la tua presenza" e cominciano a darti retta invece di interrompere la loro conversazione e metterti a parlare tu.
Ecco, mi chiedo quante volte abbia trovato maleducato il mio comportamento. Io mi comporterei esattamente come gli americani, ma senza nemmeno pormi il problema. Altrimenti saluterei con un cenno questi fantomatici amici e me ne andrei. Troverei imbarazzante, star li' ad aspettare che mi rivolgano la parola. Per quanto tempo poi? A quel punto sembra di star li' a origliare...
Ma e' proprio cosi'? O e' lei che appartiene alla vecchia guardia? Un po' si spontaneità no, eh?

venerdì 1 maggio 2015

negli ultimi giorni

Il medico dice che, tutto considerato, vado alla grande. Devo stare a casa a riposo, ma non sono piu' costretta a stare sempre a letto. Mr. J. lavora da qui perche' una delle condizioni poste per le mie dimissioni dall'ospedale era il non restare mai da sola, in caso non mi sentissi bene di nuovo. Joe va all'asilo, poi torna, giochiamo e ho molta piu' voglia  di scherzare con lui e energia di prima.
Ecco, quello che ho scoperto, e' che ero davvero alla frutta e non me ne ero accorta. Stavo facendo troppo. Non sono mai stata bene, per tutta la gravidanza, e mi ci ero abituata in una certa misura. Ricordo solo un giorno, uno solo, in cui ho pensato quanto mi sento bene, forse e' cosi' che si sentono le persone normali quando aspettano un bambino. Pero' questo non mi ha impedito di fare grossomodo la vita che facevo prima. Sono il tipo che segue gli ordini del medico alla lettera. Se lui non dice di fermarmi, io vado avanti. E' che mentalmente stavo benissimo, ero entusiasta, contenta, e' proprio il corpo che mi ha abbandonato a un certo punto, ma io devo averlo ignorato. E' una cosa piuttosto curiosa e non avrei dovuto farla succedere, ma ti senti una responsabilita' tale quando hai un altro bambino a cui pensare e il lavoro e tutto che cerchi solo di fare del tuo meglio a non lasciare indietro nulla e invece magari fai piu' danni così che ammettendo che non ce la fai.
Quello che conta e' che adesso mi sento in vacanza.
Non faccio altro che dormire, leggere, scrivere. Beh, in realta' sono anni che le mie vacanze sono ben piu' stressanti di cosi', diciamo che e' come essere in una vacanza ideale, ma a casa. Mr. J. e' pazzesco in questo periodo. Ieri si e' svegliato, ha rifatto il letto (credo per la prima volta da quando lo conosco, ha sempre sostenuto che fosse un lavoro del tutto inutile), ha portato Joe all'asilo e quando e' tornato mi ha anche fatto un massaggio ai piedi di sua iniziativa e con crema idratante. A volte mi chiedo se fara' come Cenerentola e si ritrasformerà' appena il bimbo uscira' fuori perche' in questo momento, rasenta la perfezione ed e' anche leggermente inquietante. Mi mancano un po' le sue ruvidezze.
Anche Joe si comporta in modo strano, non lo capisco, spesso mi irrita. Ancora adesso, dopo una settimana, ogni tanto se ne viene fuori dal nulla con frasi tipo sono felice che tu e il mio bambino state bene oppure mi butta le braccia al collo e dice sono contento che sei tornatO (in italiano parla solo al maschile, chissa' perche'...). Credo che si sia davvero spaventato, poverino. Pero' sembra anche che ce l'abbia con me. Forse e' stufo comprensibilmente, forse rivuole la sua mamma com'era prima. Vuole che lo porti al parco o al museo o che mi sieda per terra a costruire trenini, ma purtroppo questo non succedera' molto presto, sara' un percorso un po' lungo questo, deve accettarlo.
Ho chiesto consiglio alle amiche che ci sono gia' passate e ho letto diverse cose riguardo all'impatto dell'arrivo del secondogenito sul primo, ma non ho capito bene, ognuno ha una teoria diversa.
Ho letto non so dove che per avere una vaga idea di come il tuo primogenito si possa sentire all'arrivo del secondo, dovresti immaginare che tuo marito ti metta un braccio intorno al collo e ti dica amore, sei cosi' stupenda che ho deciso di avere una seconda moglie, proprio come te. Aiuto. C'e' chi mi ha caldamente invitato a prenotare una baby sitter gia' da adesso per il primo perche' devi dare tutta l'attenzione al grande, tanto l'altro non capisce. Ma c'e' anche chi dice il contrario: responsabilizza il grande, dagli dei compiti, fallo sentire importante.
Io non lo so, tutto puo' funzionare oppure no, credo che andro' a naso, come sempre. Sopravvivera', immagino, non dimentichiamo che c'e' di peggio nella vita. E anche nella sua cattiveria momentanea, riesce a farmi ridere.
Mamma, ti voglio bene come una stella. 
[Pausa]  
Piccolissima. 

mercoledì 29 aprile 2015

il piccolo nixon

La settimana scorsa, ho pensato mille volte a una stessa cosa. Un po' tutti tiravano fuori l'argomento fortuna -la fortuna di essermi beccata la stessa patologia rara in due gravidanze e diverse altre cosine che mi sono successe tutte insieme recentemente- e io pensavo e ripensavo proprio il contrario: quanto sono fortunata. Fortunata per come e' andato il mio piccolo incidente quel brutto giorno e poi per tutto. Per tutte le persone che mi sono vicine, fisicamente e no, per avere avuto accesso a delle cure mediche ottime, per avere un marito che ha la possibilita' di assentarsi dal lavoro per stare con me ogni minuto e per avere una mamma che fra poco viene fin qui da sola, senza parlare una parola d'inglese, apposta per prendersi cura di me e della mia famiglia.
E' che avevo ancora negli occhi le immagini dei cadaveri nel Mediterraneo. Pensavo a quei bambini meravigliosi e a quei genitori che li hanno messi in pericolo di proposito, nella speranza di dargli un'esistenza migliore o chissa' forse nella convinzione che se non lo avessero fatto sarebbero morti lo stesso. Quanto devi essere disperato per fare una scelta simile. E' inimmaginabile. Perche' qualunque cosa ci succeda -qui o in Italia- partiamo da tutto un altro livello di difficolta'. Veniamo trattati e trattiamo gli altri con umanita', soprattutto questo. Ci sono problemi di tutti i tipi, ma non ci sono le bombe e gli scafisti, la fame.
Possiamo discutere del sistema sanitario americano quanto vogliamo, ad esempio, ma io che non sono assolutamente una persona ricca, stavo male e, come altre volte in passato, mi sono ritrovata in una sorta di hotel a cinque stelle, dove ho ricevuto non solo tutta la professionalita' possibile, ma anche la gentilezza e la partecipazione emotiva del personale. Tutti con una parola buona, la voglia di alleviare e confortare il mio dolore in tutti i sensi. Queste non sono cose che si comprano, in situazioni simili entra in campo il meglio dell'essere umano e questo atteggiamento l'ho trovato ogni volta che mi sono trovata in una qualche emergenza sanitaria. Ci ho parlato con quelle infermiere, alcune fanno turni di dodici ore, ma sempre con il sorriso perche' il malato non ha nulla a che vedere con la loro stanchezza o il loro umore del momento. Per me sono quasi degli angeli.
Dato che sono a riposo forzato, per la prima volta nella vita, ho ceduto e ho chiamato qualcuno a pulirmi un po' la casa. Si tratta di una persona di cui ho sentito un gran bene, che lavora per un'amica, ma non sapevo nient'altro perche' lei non parla inglese e la mia amica non parla spagnolo.
Si e' presentata qui puntualissima, nonostante il poco preavviso e ha lavorato senza mai fermarsi per tre ore di fila.
Quando stava per andarsene, ha notato la foto di Joe e abbiamo cominciato a chiacchierare.
Mi ha detto che lei non ha figli, cioe' ne aveva uno quando viveva a El Salvador, ma e' morto, nella pancia a sette mesi. Pero' da otto giorni c'e' un altro bambino nella sua vita e gli occhi le si sono di nuovo illuminati. Questo bambino e' il figlio della nipote e vivra' con lei d'ora in poi. Ha solo un mese. Lo ha adottato? No. La nipote e il bambino sono venuti qui via terra, attraverso un viaggio lunghissimo e pericolosissimo. E' un miracolo che siano arrivati tutti e due sani e salvi. Le ho chiesto se lo avesse portato da un medico, giusto per un controllo, i neonati sono cosi' delicati, ma per lei non e' cosi' semplice. Questa mattina, alle quattro, e' andata a fare una coda non so dove per chiedere di poter accedere al cosiddetto ospedale dei poveri di Dallas, dove non hai bisogno di assicurazione e non ti chiedono i documenti.
Io non riesco a smettere di pensare al piccolo Nixon (accidenti il nome non lo aiutera' in questo paese...), a lei, alla nipote, al coraggio che hanno avuto, a tutto quello che ho e che a loro manca. Al fatto che, a meno che non cambino le leggi, la loro massima speranza, dopo tutto quello che hanno affrontato, e' vivere nella clandestinita' in questo paese, senza mai piu' poter tornare indietro.
La settimana scorsa ho letto dei commenti mostruosi riguardo alla tragedia dei clandestini nel Mediterraneo e mi hanno turbato moltissimo. Non immaginavo tanta cattiveria, tanto disprezzo indiscriminato verso gli uomini, le donne, i bambini, i vivi e anche i morti. Perfino Gianni Morandi! Eppure, io penso che basterebbe parlarsi. Non per risolvere il problema dei clandestini, ma almeno per eliminare l'odio. Quando hai davanti una persona che ti parla della sua vita e delle sue lotte che poi sono in fondo anche le tue, quelle di tutti, non puoi non sentire quello che sente, non ci credo.

lunedì 27 aprile 2015

non devi essere mai paura

Quello che mi rimarra' di piu' di questa esperienza, probabilmente e' il chiaro senso dell'ineluttabilità' della vita. Il fatto che un giorno, tu magari aspiri al massimo a trastullarti nella tua banale quotidianità' e invece lei, la vita, arriva e ti preleva. Qualunque cosa tu stia facendo o avessi deciso di fare, guida lei.
Era un giorno come tanti altri, anzi un gran bel giorno. Ero a scuola, mi sentivo bene. Sapevo di essere alla mia penultima settimana lavorativa prima della maternita' e forse ho fatto un po' di piu' di quello che avrei dovuto, questo si', ma niente di particolare, credo. Joe era felicissimo con i suoi amichetti e mi ha chiesto di rimanere per il dopo scuola. Mi e' sembrata una buona idea, cosi' potevo andare avanti a lavorare ancora un po'. Mentre lo facevo sedere in macchina, un paio d'ore dopo, ha cominciato a parlarmi del suo fratellino. Ultimamente e' il suo argomento preferito, pero' mi ha detto delle cose che mi hanno fatto fermare un attimo ad ascoltare con piu' attenzione.
- Lo sai? Io ho fatto un pensiero sul mio bambino.
- Quale pensiero?
- Che quando lui esce dalla pancia, voglio fare tante cose per lui.
E poi e' andato avanti a raccontarmi le sue idee che erano cosi' belle che l'ho ringraziato. Mi fa proprio felice sentirlo parlare cosi'. Dopo un po', ha ricominciato:
- Mamma, sai...non devi essere mai paura.
La sua traduzione letterale di don't be afraid, suppongo.
Non gli ho dato peso, anzi l'ho ignorato, ero troppo stanca. Si era fatto tardi, il traffico era probabilmente orribile e il mio unico pensiero era tornare a casa. Dopo un po' ha ripetuto la stessa cosa, non devi essere mai paura, e ha ricominciato a raccontare cose che ho fatto scivolare via senza prestare la  minima attenzione. Anzi, poi l'ho fermato e gli ho spiegato che non potevo parlare perche' dovevo concentrarmi a guidare, ma dopo una decina di minuti buoni dal nulla, si e' rifatto avanti, con la stessa frase, per la terza volta.
- Mamma, ricordati, tu non devi essere mai paura. 
A quel punto, il messaggio e' davvero arrivato a destinazione. Gli ho chiesto perche' mi dicesse quelle cose, se fosse successo qualcosa che lo avesse spaventato a scuola, non sapevo nemmeno io cosa pensare. Non ricordo la sua risposta, probabilmente qualcosa di lungo e complicato che non ho capito, ma eravamo quasi arrivati.
A casa, purtroppo, e' successo quello che i medici temevano che succedesse fin dall'inizio della gravidanza. Avevo gia' avuto lo stesso problema alla placenta mentre aspettavo Joe, ma evidentemente ero stata molto fortunata e la situazione paventata non si era mai verificata.
E' stato un momento indescrivibile. Trovarmi da sola con Joe, senza nessun dolore (e' cosi' che si manifesta questa cosa), ma in teoria in pericolo di vita. Avevo immaginato talmente tante volte questa cosa nei miei peggiori incubi che non facevo altro che ripetermi che non stava succedendo, non ci volevo credere.
All'ospedale, dove siamo arrivati poco dopo, gia' conoscevano il mio caso alla perfezione perche' purtroppo questa era una delle possibilita' e sia io che i medici, eravamo abbastanza preparati anche al peggio.
Ricordati...non devi essere mai paura.
E invece e' stato tutto piuttosto tremendo e di paura ne ho avuta tantissima. Di sicuro anche lui, ma non sembrava. Mi hanno tenuto in ospedale un po' di giorni e ora sembra che la situazione si sia stabilizzata. Sono a casa, a riposo forzato fino alla fine della gravidanza with only bathroom privileges, mi hanno detto in modo un po' surreale. Devo veramente concentrarmi per non fare movimenti che non mi costano nessuna fatica.
Una sera, mentre ero ricoverata, una mia amica si e' portata Joe a casa per non fargli passare troppo tempo in ospedale. Mi ha raccontato che si e' comportato sempre bene, tranne quando lei gli ha vietato di disegnare perche' era ora di cena. Teneva cosi' tanto a quel disegno che e' stata obbligata poi a tornare a casa a prenderlo perche' lo aveva dimenticato e lui non le dava tregua, doveva portarmelo assolutamente.
Li' per li' ho pensato a un capriccio qualunque, ma quando gli ho chiesto di spiegarmi cosa avesse disegnato, ho capito perche' era cosi' importante.
Aveva fatto il dottore, con la mamma a letto e un cartello con disegnato un bambino. Un cartello barrato che significava: "Niente bambini fuori dalla pancia". Mi ha fatto sorridere.
Joe disegna e io scrivo, noi due le cose che ci succedono abbiamo bisogno di raccontarcele in qualche modo.

martedì 21 aprile 2015

cosa mi ha insegnato gwyneth paltrow

In questi giorni, piu' o meno tutti hanno dato addosso a Gwyneth Paltrow per aver accettato la sfida di sfamarsi per una settimana spendendo solo 29 dollari, la cifra che il governo americano elargisce alle famiglie povere sotto il programma SNAP, Supplemental Nutrition Assistance Program, meglio noto come food stamps. Prima l'hanno attaccata per il tipo di spesa fatta, per lo piu' cibi freschi e costosi e poi, chiaramente, per aver fallito ed essersi andata a mangiare un pollo dopo quattro giorni. Pero', di una cosa bisogna darle atto, di aver portato l'attenzione su questo problema. 
Ho letto un po' come funziona, mi sono informata meglio e mi ha dato da riflettere. Lei era completamente fuori strada e destinata a fallire con quello che ha comprato, ma ci sta anche che volesse fallire di proposito per dimostrare che quei soldi non sono sufficienti, almeno se aspira a un'alimentazione sana.
Ho notato qualcuno usare i food stamps solo in quei negozi dove vendono tutto a un dollaro. Ci vado spesso perche' sono perfetti per comprare i materiali che uso in classe o a casa con Joe per fare i miei lavori di arte. Una cosa vi posso garantire: non sono un tipo schizzinoso, ma non ho mai pensato di comprare del cibo in quei posti. Semplicemente, non sembrano supermercati e non c'e' nulla di fresco, frutta o verdura, ho visto piu' che altro scatolette, pasta di infinitesima sottomarca e surgelati.
Mi sono chiesta cosa avrei comprato con 29 dollari per una settimana e non mi sono saputa dare una buona risposta. Anche solo il latte che beviamo ogni mattina costa piu' di cinque dollari per un gallone che dura circa una settimana. Poi ho pensato a quello che compro e al fatto che la maggior parte delle volte, non guardo nemmeno il prezzo del cibo, compro quello che serve. Guardo i prezzi di tutto, ma non del cibo, a meno che non salti all'occhio qualcosa di estremamente costoso. Non siamo ricchi, come non lo era la mia famiglia di origine, ma sono sempre stata abituata a pensare che il cibo buono e' fondamentale. Si puo' risparmiare su tutto, ma il cibo non si tocca. Evidentemente sono stata molto fortunata. Questa settimana, invece, ho prestato piu' attenzione ai dettagli. Joe mi ha chiesto un mango, l'altro giorno, e glielo ho comprato con molto piacere, sono felice quando si entusiasma per un cibo sano, pero' costava piu' di un dollaro e mezzo, non avrei potuto comprarglielo con un badget di 29 dollari. Mi sono immaginata dover dire a mio figlio no, la frutta fresca no, ti compro quella in lattina o qualche altro cibo artificiale che costa molto meno. Perche' qui i cibi sani sono il vero lusso. Mi ha sempre colpito come costi meno, in proporzione, mangiare in un fast food che comprare gli ingredienti freschi. Lo raccontavo ai miei genitori e veniva fuori che perfino a Milano, una citta' famosa per l'alto costo della vita, la frutta e la verdura costano meno che qui, meta ambitissima di emigrazione proprio per il basso costo della vita.
Poi ho pensato a un paio di amici americani. Sono obesi e mi hanno raccontato storie gastronomiche allucinanti. Uno di loro non ha mai mangiato verdura fresca prima del matrimonio. Sua madre si limitava a svuotargli barattoli di piselli o asparagi o pesche sciroppate nel piatto. Una cosa, la poverta', tira spesso l'altra, l'ignoranza, e lui mi parlava di questa madre con un minimo di risentimento, pero' forse lei non era poi così in mala fede riguardo al cibo. Magari non aveva i soldi per fare di meglio e magari i suoi genitori a loro volta avevano fatto lo stesso con lei e lei non conosceva altro esempio.
Fa impressione che ci sia davvero gente che non ha da mangiare qui, in mezzo a tutta questa ricchezza dilagante. Bambini che vanno male a scuola perche' non riescono a concentrarsi con la pancia vuota e tu magari li vedi insieme a tutti gli altri e non te ne accorgi neanche perché banalmente, non sembrano poveri come ti immagini i poveri. So che alcune scuole pubbliche stanno cominciando a prendere provvedimenti e a servire una sorta di cena anticipata dopo le lezioni. In Italia, nonostante tutti i problemi che possono esserci, e ne ho conosciute di famiglie relativamente povere, storie del genere le ho sentite solo nei programmi di Santoro.  
   

lunedì 20 aprile 2015

qualcosa di sbagliato

Vi descrivo una scena che ho visto oggi e che mi ha lasciato molto perplessa.

Stavo entrando in un parco con Joe. E' un parco che si trova in un ottimo quartiere, tranquillissimo, dove abbiamo sempre lasciato la bici e i giochi incustoditi senza mai aver avuto problemi. Appena fuori, sul marciapiede, c'erano due bambini di colore sui dieci-dodici anni con una poliziotta che li interrogava con un taccuino in mano. Lo noto perche' e' stranissimo in generale, ma soprattutto in quel posto. Un po' grandini per essersi persi in un posto del genere, cosa avranno fatto? Istintivamente avverto un senso di sollievo pensando che almeno l'agente e' una donna, come se mi aspettassi che li trattasse meglio di un poliziotto uomo. Invece, guardo ancora e vedo che gli sta parlando con un tono che non mi piace neanche un po'. Non li tocca, ma gesticola e sembra sgridarli, avvertirli e minacciarli.
Continuo a controllare quello che succede a distanza perche' ovviamente devo anche evitare di perdere Joe, ma in qualche modo, visto tutto quello che ci e' toccato sentire negli ultimi tempi su come la polizia bianca tratta i cittadini di colore in questo paese, mi sento responsabile per quei bambini, sono pronta a intervenire. E non devo essere l'unica a sentirsi cosi' perche' sempre a distanza, vedo che altre mamme non perdono d'occhio la situazione con aria preoccupata.

Proprio pochissimi mesi fa, fra le altre cose, un bambino nero di dodici anni e' stato ucciso in un parco a Cleveland da un poliziotto che era arrivato sul posto da due secondi cronometrati (CNN).

A un certo punto, pero', i bambini si alzano in piedi e gridano 'ecco la mamma!'. Un nuovo momento di sollievo, ma la poliziotta li azzittisce subito e li fa risedere dicendo che devono aspettarla li'. Allora arriva questa donna trafelata, abbastanza giovane, forse africana e musulmana dato che portava un foulard sui capelli, con un terzo bambino piu' piccolo sui quattro anni, per mano.
Mi aspetto che sia tutto risolto e invece la poliziotta intima ai bambini di non muoversi, raggiunge la madre a un paio di metri di distanza e comincia a parlarle con lo stesso tono minatorio che aveva usato in precedenza. Non sento quello che si dicono, ma la donna sembra disperarsi. Si porta le mani agli occhi e piange, poi anche il bambino piccolo piange e lei lo prende in braccio. I figli piu' grandi cercano di avvicinarsi di nuovo e la poliziotta li caccia via un'altra volta e li obbliga a risedersi. Dopo una decina di minuti, la madre va via con i figli.

Ecco, io non ho mai visto una scena del genere e non so cosa sia successo, non ne ho idea, ma non riesco a trovare un'ipotesi che giustifichi un trattamento simile. Cosa mai avranno potuto fare due bambini come quelli per essere trattati come dei criminali? E perche' mai una madre non puo' riprenderseli finche' la poliziotta non ha finito di dire quello che ha da dire? Se non sei sotto arresto, nessuno ha il diritto di trattenerti dall'andartene via o dal ricongiungerti con i tuoi figli minori.

Ho la sensazione che i problemi che spesso poi sfociano in tragedia fra polizia e cittadini di colore, nascano proprio da episodi come questo. Immagino l'impressione profonda che un avento del genere abbia potuto suscitare in quei bambini. La polizia non solo trattiene e rimprovera loro, ma fa anche piangere la madre. Di nuovo, non ho idea del perche' fossero li',  ma se avessero fatto qualcosa di grave li avrebbero arrestati, i bambini o la madre. La sensazione, purtroppo, e' di aver assistito a qualcosa di molto sbagliato.