lunedì 30 giugno 2014

il ritorno


Mi piacerebbe potervi raccontare che le hostess mi hanno offerto fiumi di champagne e che tutto e' filato liscio come l'olio, ma purtroppo il viaggio è stato un'odissea, come di consueto. La prossima volta che qualcuno mi dice non capisco perchè ti agiti, l'importante è avere il passaporto e il biglietto, lo sbrano. Tutti avvisati, eh. E' che sono viaggi relativamente impegnativi di per sè, con bambini al seguito rasentano la temerarietà. Tutto può succedere e quando dico tutto, intendo tutto sul serio. Ma c'è un lato positivo, prima o poi si arriva.
Vivo in un paese qualunque alle porte di Milano, non a Roma o a Firenze o in uno di quei posti turistici che frequentano gli stranieri, eppure l'altro giorno, quando sono arrivata in bicicletta, nella piazza del mio paese mi sono commossa. Era una piazza, una piazza vera, piena di gente, viva, caotica, anche in un pomeriggio qualsiasi nel mezzo della settimana. Anziani, bambini che giocavano a calcio, amici che si incontravano per caso e che si salutavano ad alta voce e si baciavano sulle guance con affetto e teatralità.
Queste sono cose a cui non ho mai dato importanza vivendo qui, ma che io in Texas, non ho. Laggiù non esiste l'idea di prendere la bicicletta per fare un giro o comprare qualcosa, al massimo si carica la bicicletta in macchina e si va al parco. Non esiste andare in piazza a mangiare un gelato o semplicemente vedere chi c'è, di solito ci si dà appuntamento per fare qualcosa di ben preciso e delimitato nel tempo.
L'Italia ha mille problemi e spesso ti sfianca e ti avvilisce con la sua burocrazia e le sue complicazioni, ma ha anche mille vantaggi che ti rendono la vita più colorata.
Il piccolo Joe è tranquillissimo. Lo lascio molto con i miei genitori e non sento nessuna ansia. Mi colpisce la naturalezza del loro rapporto. Lo viziano un po', certo, ma lo trattano normalmente proprio come trattavano me e mia sorella da piccole, e lui li segue, si sente a casa. Credo che Skype abbia molti meriti in tutto questo e forse anche tutte le lettere. Fin da piccolissimo gli lascio a disposizione biglietti colorati e buste in modo che possa scrivere ai nonni quando vuole e lui lo fa, lo ha sempre fatto. Ogni tanto scrive a uno di loro, cioè più che altro disegna, e così so che sono nei suoi pensieri. Tutti i suoi bigliettini sono appesi al frigo dei nonni, ormai è sommerso.
La mia vita qui è piena di cose belle, non solo arte e musica (in una settimana, nonostante i mille contrattempi, sono già stata alla mostra di Klimt a Palazzo Reale e al concerto di Vinicio Capossela a Villa Arconati), ma anche e soprattutto conversazioni che vanno al di là delle piccole cose di tutti i giorni e che mi lasciano sempre qualcosa dentro, che sia una domanda o una risposta. Ci sono diversi problemi pratici in Italia, la crisi bla bla bla, ma a me sembra che la preoccupazione principale dei miei amici qui sia il miglioramento di se stessi come esseri umani. Trovo estremamente affascinante parlare con loro e ascoltare le loro storie, il modo in cui ognuno sta perseguendo questo obiettivo. C'è chi fa volontariato, chi fa viaggi avventurosi, chi fa teatro o dipinge, chi scrive. Sono tutti inquieti, tutti in movimento, curiosi e assetati di novità. E' una cosa che dall'altra parte un po' mi manca. Dall'altra parte, qualche volta, vedo voglia di dimostrare di fare o essere delle cose, ma poca sostanza. Non conosco nessuno di là, ad esempio, che abbia mai manifestato il desiderio di aiutare gli altri se non monetariamente, per cui quando questi amici mi hanno raccontato con tutta normalità di dedicare una mattina a settimana, non i loro soldi, ma il loro tempo prezioso, ai malati terminali, mi si è aperto un mondo. Forse avverto semplicemente il difetto del quotidiano che non appartiene al Texas, ma è ovunque. Il quotidiano che un po' uccide i temi importanti, sdrammatizza e rimpicciolisce tutto, delle volte anche noi stessi.
Questo ritorno mi sta arricchendo, ho pensieri nuovi. Non è tutto sempre semplicissimo, ma sono felice di essere qui.

domenica 22 giugno 2014

ecco

Domani torno in Italia e ho questa strana fantasia per cui se prendi l'aereo il giorno del tuo compleanno - ma deve essere uno di quelli che vanno moooolto lontano- deve succedere per forza qualcosa di speciale. Ad esempio, mi controllano il passaporto e parte una musica tipo "Tanti auguri" di Raffaella Carra' e vengo sommersa di coriandoli e vinco un pesce rosso. Oppure mi offrono una bottiglia di champagne. Oppure mi mettono in prima classe.
Io ci spero in questa cosa. Ecco.

mercoledì 18 giugno 2014

divergenze sull’interpretazione di un’opera d’arte

Dialogo fra Joe, tre anni e Nonsi, sua madre, che di lavoro insegna arte ai bambini texani.

- Cosa hai disegnato Joe?

- Niente.

- Io vedo delle linee.

- Si…

- E dei colori.

- Sii…!

- E delle forme.

- Si! [Ma come se volesse dire ‘brava!’]

- Allora hai fatto un disegno astratto.

- NO. [Serissimo]

- Come no?

- NO.

- Ascolta. Ci sono le linee, i colori e le forme: e’ un disegno astratto.

- Non e’ astlatto, ho detto che e’ NIENTE.

martedì 17 giugno 2014

di bambini, aerei e antistaminici

Tra una settimana torno in Italia da sola con Joe e quando ho chiesto consigli alle mie amiche su come affrontare il viaggio, anche quest’anno, la risposta e’ stata praticamente univoca: Benadryl.

Benadryl e’ il nome di un antistaminico famoso per provocare sonnolenza. Tutte le mamme a cui ho chiesto, anche quelle che comprano solo cibo biologico e credono nell’omeopatia, mi hanno consigliato di usarlo in aereo per far dormire Joe.

Fino ad ora non avevo mai considerato questa possibilita’. Mi sembra assurdo somministrare un farmaco a una persona sana, ma visto che abbiamo superato i tre anni, e questo consiglio l’ho sentito parecchie volte, l’idea comincia a solleticarmi.

Quello che ho deciso e’ di non rifiutare piu’ l’idea a priori e informarmi. L’altro giorno, trovandomi gia’ in farmacia per un altro motivo, sono andata a dare un’occhiata al farmaco che mi hanno indicato. Sul retro, la prima avvertenza dice “non usare mai per fare dormire i bambini” e poi c’e’ scritto di non darlo a bambini minori di cinque anni senza prescrizione medica. L’ho messo subito giu’ sentendomi terribilmente in colpa anche solo per aver considerato di fare una cosa del genere.

Poi sono andata a parlare con la farmacista. Erano le nove di sera ed ero li’ perche’ Cassandra mi aveva consigliato di andare immediatamente a farmi vedere la gamba dato che la puntura che avevo secondo lei non era di sicuro di una zanzara.

Dopo avere avuto preziose delucidazioni sul fatto che un non meglio identificato ragno o insetto velenoso texano mi aveva morso, ma che sarei probabilmente sopravvissuta, mi sono azzardata a chiedere anche del volo e dell’antistaminico.

La reazione della farmacista mi ha lasciato di sasso.

E’ scoppiata a ridere.

- Ma certo che glielo puoi dare! Anzi e’ molto meglio darglielo povero bambino, con tutte quelle ore di volo… mio figlio ha un anno e mezzo, non so come potrei andare in Cina senza Benadryl!

Mi ha detto di stare attenta solo a una cosa: questo tipo di farmaci di solito causano sonnolenza, ma in qualche caso anche iperattivita’, quindi bisogna fare una prova prima di partire e vedere qual e’ la reazione.

Il viaggio e’ fra una settimana, ho letto un bel po’ di articoli a favore e contro e non so cosa faro’, ma non vedo piu’ nessun dramma nel cercare di far passare a lui, a me e agli altri passeggeri il viaggio in maniera un po’ piu’ indolore. E poi credo sia un aiuto anche per il fuso orario. Vedremo. Di sicuro avro’ la borsa piena di schifezze da mangiare, il tablet, anzi due piu’ batteria di scorta e una bella bottiglietta di Benadryl, just in case.  

venerdì 13 giugno 2014

un altro classico americano per l’infanzia

Le mamme e i figli hanno sempre un loro codice indecifrabile e tanti piccoli e grandi segreti, alcuni detti e altri nascosti fra le pieghe delle numerose ore passate insieme. Il piccolo Joe e io non facciamo eccezione a questa regola.

Ultimamente, ad esempio, a volte ci scrutiamo seri un attimo e poi uno dei due sbotta: IMG_20140612_232951

- Ciao! Ti piace il mio cappello?

Nessuno indossa un cappello naturalmente.

-  No, non mi piace il tuo cappello.

- Arrivederci.

- Arrivederci.

E’ un piccolo passaggio di uno dei nostri libri preferiti, un classico della letteratura americana per bambini, “Dog, Dog. Go!” di P. D. Eastman. Ci piace per le illustrazioni vintage e perche’ assomiglia un po’ a una filastrocca senza senso.

Anche se poi pensavo prima, dopo tre anni che glielo leggo, che non e’ proprio cosi’.

Piu’ volte nel libro avviene il dialogo riportato di sopra fra gli stessi due personaggi e non e’ cosi’ banale in fondo, tanto e’ vero che a entrambi e’ rimasto impresso piu’ di tutto il resto.

Nella vita reale e’ impegnativo avere a che fare con il rifiuto e con il giudizio degli altri in genere. E’ una cosa a cui ho pensato molto in questi ultimi mesi.

Non e’ semplice dire esattamente quello che si pensa.

“Non mi piace il tuo cappello” e’ una frase di un coraggio spaventoso. Quante volte vi e’ capitato nella vita di dire o ascoltare qualcosa di simile?

E ancora meno semplice e’ accettare un giudizio del tutto negativo senza farsene schiacciare, senza abbattersi e senza perdere l’entusiasmo necessario a riprovare e poi ancora e ancora.

Ogni libro, come ogni persona del resto, entra nella nostra vita per farci vedere qualcosa.

mercoledì 11 giugno 2014

una zebra a pois. o un lama?

Quel socialite del piccolo Joe ha ricevuto un invito a una festa di compleanno provvista fra le altre cose di: strutture gonfiabili, un mini zoo e un trenino a disposizione degli invitati, con tanto di ferroviere in costume ovviamente.

L’invito specificava inoltre che visto che il trenino era voluminosetto, non ci sarebbe stato molto spazio per parcheggiare direttamente davanti alla casa del festeggiato. Ma niente paura! A complimentary valet service will be provided. Un parcheggiatore assunto all'uopo, si occupera' di questa spiacevole incombenza.

Inutile dire che ero molto curiosa di partecipare a questo grande circo e in effetti, e’ stata un’esperienza molto interessante, ma anche diversa da come me l’aspettavo perche’ non posso negarlo, qualche pregiudizio nei confronti di chi organizza un carrozzone del genere per un bambino di tre anni che forse nemmeno se lo ricordera’, ce lo avevo. Perfino i vicini scattavano foto…era davvero tutto troppo, diciamo cosi’, ma in Texas cosa ti aspetti? E’ tutto piu’ grande, lo sanno tutti.

Non ho avuto modo di conoscere a fondo queste persone, ma mi sono sembrate estremamente gentili e ospitali. Trepidanti esattamente come lo ero io il giorno della festa di compleanno del piccolo Joe, anche se loro avevano molto di piu’ per cui trepidare. C’erano i gazebo, il catering, la torta a forma di treno, le file di tavoli e sedie per i piccoli e quelle per i genitori. Un cartellone plastificato quattro metri per tre con le foto del bambino e tanti auguri da mamma e papa’. La casetta per giocare che era una copia in piccolo della casa vera, a due piani anche lei e tutta arredata. Quando, verso la fine, ha fatto il suo ingresso il lama a pois con tutti i suoi trucchetti e’ stata l’apoteosi.

La cosa piu’ tenera da osservare e’ stata la delusione del piccolo festeggiato nel vedere che gli invitati se ne andavano via con le mani piene di regali. A Joe li ha proprio strappati di mano, e lo capisco, le circostanze avrebbero indotto chiunque al malinteso.

L’addetto del valet e’ rimasto tutto il pomeriggio in attesa, ma nessuno si e’ fatto parcheggiare la macchina. Suppongo di non essere stata l’unica a pensare che fosse un tantino bizzarro, usufruire di un valet alla festa di compleanno di un treenne, anche perche’ il parcheggio poi c’era. 

Sapete cosa mancava secondo me? A parte Cristina D’Avena dico. Gli amici. Quelli del bambino e dei genitori. E poi i nonni, gli zii, magari i cuginetti. Una festa cosi’ imponente solo per i compagnuzzi di scuola con cui non c’e’ mai stato nessun rapporto particolare. Ecco, questa e’ l’unica cosa che mi ha veramente colpito.

Si puo’ essere molto ricchi, ma anche molto poveri allo stesso tempo.

lunedì 9 giugno 2014

il senso di appartenenza

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Nei parchi, durante il fine settimana, incontro sempre nutriti gruppi di messicani che fanno fiesta. Li guardo con un po’ di malinconia. Mi piacerebbe che anche per gli italiani qui fosse tutto cosi’ semplice e spontaneo. Incontrarsi, fare una grigliata, parlare la stessa lingua. Forse in passato era cosi’ o forse altrove e’ cosi’. Ma per quello che ho potuto constatare in questi sette anni e oltre, il nostro senso di appartenenza e’ molto piu’ debole rispetto a quello di tante altre comunita’ presenti sul territorio. Anzi, la mia impressione e’ che conoscere italiani evochi spesso sentimenti o esperienze che non sono semplicemente piacevoli, ma anche in parte negativi. E’ come se ci fosse una sorta di simultanea attrazione e repulsione fra noi. Insomma, tante volte superato il momento di simpatia iniziale, vedo forte il bisogno di affermare il proprio status sociale ad esempio (una cosa che in Italia non avevo mai notato) e tanta diffidenza, anche non del tutto immotivata devo dire, ma sarei felicissima di essere smentita su questo. Va da se’ che le amicizie individuali o in piccolissimi gruppi procedono benissimo come ovunque, e’ solo che non vedo quello che hanno i messicani o gli israeliani, i coreani, gli spagnoli, gli argentini, perfino i giapponesi e chi piu’ ne ha piu’ ne metta: la voglia di stare insieme a prescindere dalle differenze personali, solo in nome del senso di appartenenza.

venerdì 6 giugno 2014

come si viene licenziati alla scuola flanders

Il giorno prima le regalano un fascio di rose che fa invidia a tutti gli altri colleghi. Dice che e’ per festeggiare il suo compleanno che cade durante la pausa estiva. A voler essere precisi pero’, e’ piu’ a ridosso dell’inizio della scuola che della fine.

Strano eh, ma che cari.

Il giorno dopo, ovviamente di venerdi, viene licenziata in tronco.

Cosi’ va il mondo.

giovedì 5 giugno 2014

contraddizioni della pop culture, un paio di esempi

Ci sono delle cose incomprensibili nella cultura popolare americana.

PhotoGrid_1401932825471L’estate scorsa, ad esempio, c’era quella canzone, non so se la ricordate, Blurred Lines, divertente, orecchiabile. La passavano in radio mille volte al giorno, tanto che come succede sempre in questi casi, mi sono presto sorpresa anch’io a canticchiarla sovrappensiero. Ed e’ cosi’ che ho cominciato a fare caso alle parole. Non riuscivo a credere alle mie orecchie. Sono dovuta andare a leggermi il testo per convincermi di aver capito bene. Alta letteratura:

…Yeah, I had a bitch, but she ain't bad as you
So hit me up when you pass through
I'll give you something big enough to tear your ass in two…

Volgare, maschilista e pure violenta o rapey, come e’ stato scritto. Ho trovato scioccante che l’avesse scritta il figlio vero del padre di Genitori in Blue Jeans! questa canzone fosse ovunque senza che nessuno battesse ciglio. La gente postava senza remore simpatici video casalinghi dei figli piccoli che la ballavano e la cantavano allegramente. Mentre la buona vecchia Creep dei Radiohead per esempio, una canzone suggestiva, ispirata, ormai classica, non si riesce mai a sentire senza censura in radio o in televisione solo perche’ usa la parola fucking un paio di volte, in maniera assolutamente non gratuita tra l’altro:

…I want a perfect body
I want a perfect soul
I want you to notice when I'm not around
You're so fucking special
I wish I was special…

Ed ecco che in questi giorni succede di nuovo qualcosa di simile. E’ passato qualche anno dal famosonipplegate di Janet Jackson, ma la locandina di Sin City che un capezzolo non lo mostra, ma si limita a suggerirlo, viene comunque messa al bando perche’ ritenuta oscena. Tutto bene, ha senso, non fosse altro che il vestito completamente trasparente di Rihanna invece e’ ovunque a tutte le ore.

Chissa’ chi le fa le regole.

lunedì 2 giugno 2014

l’ultimo giorno di scuola

E cosi’ e’ finito un altro anno scolastico e ogni volta e’ la stessa emozione, la stessa sottile malinconia soprattutto a proposito degli studenti piu’ grandi, quelli che non torneranno dopo l’estate. L’ultima lezione con loro finisce ogni anno nello stesso identico modo. Che io ho il nodo in gola, mentre loro chissa’ a cosa stanno pensando.

Ti danno sempre l’idea di voler essere da qualche altra parte i ragazzini di quell’eta’. Attraversano questa specie di vortice emotivo che li rende allo stesso tempo felici, tristi, preoccupati per il futuro e molto altro ancora. Sembra che il mondo gli ruoti intorno senza soluzione di continuita’, senza priorita’, soprattutto negli ultimi giorni di scuola.

Loro non lo sanno, ma qualche volta mentre ti parlano ti perdi un attimo nei ricordi e li rivedi piccoli piccoli com’erano quando li hai conosciuti, all’inizio delle elementari o addirittura all’asilo.

Durante l’ultima lezione ho fatto qualcosa che per mancanza di tempo, non faccio mai. Ho cercato di farmi raccontare un po’ come stanno, di parlare di quello che abbiamo studiato in questi anni, di capire che cosa si porteranno a casa di tutte queste lezioni di arte. E poi senza pianificarlo ed in realta’ senza nemmeno rendermene conto, ho finito per dargli dei consigli. Proprio io! E’ che li vedi cosi’ imprepararti alla vita che ti viene spontaneo cercare di mettergli a disposizione quello che sai, quello che ti e’ costato fatica imparare per evitargliela quella fatica, se e’ possibile.

Cercate di andare a ogni singola mostra in citta’ giacche’ abbiamo solo un paio di musei qui a Dallas e guardatevi sempre bene intorno, anche quando andate al centro commerciale. Nei centri commerciali di Dallas c’e’ piu’ arte che in un sacco di musei in giro per il mondo. Stella, Leger, Warhol…cose di cui abbiamo parlato. Ci avete mai fatto caso? E’ arte anche quella li’ ed e’ gratis e non vi richiede nessuno sforzo, basta aprire gli occhi. Anche se andare in un museo puo’ sembrarvi noioso a volte, fatelo lo stesso perche’ in mezzo a tutta quella roba, ci sara’ di sicuro qualcosa che vi colpira’ e vi dara’ da riflettere a lungo e vi arricchira’ l’anima. Qualcosa che potrebbe offrirvi delle risposte o delle domande o in un certo senso definirvi come esseri umani, indipendentemente dal lavoro che finirete per fare.

Gli ho restituito quasi subito la parola. Fingevano di ascoltare in modo decisamente maldestro quel giorno. Pero’ forse e’ giusto lo stesso farli certi discorsi. Tu parli, loro non ascoltano, fanno quello che gli pare nella vita e poi magari un giorno fra vent’anni quella cosa la capiranno da soli e penseranno ma perche’ nessuno me lo ha mai detto? E solo allora forse gli torneranno in mente le tue parole e si diranno che evidentemente dovevano sbatterci la testa da soli. Proprio come e’ successo a te.

Ma si, andra’ cosi’. Dopo tutto sulla lavagna, prima di andare via, mi hanno scritto we will always remember you.

Eccolo li’ il nodo che ritorna.

venerdì 30 maggio 2014

l’unico modo per sapere chi sei

Oggi ero a lavorare da sola nella mia classe, o caverna dato l’isolamento e l’ineffabile silenzio che solitamente vi regna, quando all’improvviso, ho sentito qualcuno piombare la’ fuori e fare un enorme baccano. Subito dopo e’ arrivata una maestra. Si tratta di una supplente e si sa come sono i ragazzi con le supplenti. Ogni volta che la incontro, la povera donna mi sembra abbastanza provata da questa esperienza, ma stanca com’era, invece di strillare o dare punizioni ha tirato fuori una frase che mi ha colpito e mi e’ piaciuta.

Gli ha detto che era sbagliato che facessero i matti solo perche’ erano li’ da soli.

Gli ha detto di pensare a come si erano comportati.

Siete davvero cosi’ voi?

L’unico modo per sapere chi sia veramente una persona e’ vedere il modo in cui si comporta quando e’ da sola, quando nessuno la guarda.

E ora ognuno si faccia un bell’esame di coscienza, a partire dalla maestra di arte.

mercoledì 28 maggio 2014

se l'occasione fa l'uomo ladro. o no

Qualche tempo fa c’e’ stato il famoso Teacher Appreciation Week, la stupenderrima settimana in cui studenti e genitori le inventano tutte per dimostrare a noi insegnanti quanto apprezzino il nostro lavoro. 

I bambini di una certa classe, in quell’occasione, hanno fatto un regalo molto speciale alla loro maestra.PhotoGrid_1401214725199 Una mattina, le hanno fatto trovare un bel cartellone disegnato da loro (o dalle loro mamme) e decorato con delle 'gift card'. Le gift card equivalgono a contanti da spendere in un qualche negozio selezionato. In teoria possono valere qualunque cifra perche’ non c’e’ scritto sopra l’importo e il cartellone non si trova in uno spazio riservato a insegnanti e studenti, da li’ ci passa una quantita’ di gente. Per questo motivo, oggi quando mi sono ritrovata di nuovo da quelle parti, ho notato subito che, dopo quasi un mese, cartello e gift card (tutte suppongo/mi auguro) sono ancora li’.

Ecco, ho pensato che e’ stranissimo. E’ come se uno lasciasse duecento euro appesi alla porta di casa, cosi’ per sport.

Perche’ l’ha fatto? Qual e’ il messaggio che vuole fare arrivare? Apprezzo di piu’ il cartellone fatto a mano del regalo vero? Sono cosi’ indifferente al denaro che, anche a livello fisico, lo ignoro? Mi fido ciecamente di voi, anzi di chiunque passi di qui?

Gia’ perche’ l’ho visto tante volte e questa, in effetti, è un'altra di quelle cose fantastiche della scuola Flanders: la fiducia sconfinata nel prossimo.

Ma io ho la mia ipotesi.

La maestra in realta’ sta conducendo un raffinato studio antropologico per scoprire se il celebre proverbio, quello sull'occasione e sull'uomo ladro che c’e’ un po’ in tutte le lingue e’ vero o no.

Chissa’ come andra’ a finire.

venerdì 23 maggio 2014

solo tre parole

Avete mai provato a chiedere qualcosa di difficile a un bambino?
Se avete qualche esperienza di insegnamento, vi sara’ capitato mille volte.
Tu chiedi qualcosa di cui non hai ancora parlato giusto per vedere se per caso qualcuno lo sa gia’ e tutti si sbracciano per dirtelo, ma le risposte di solito sono a dir poco surreali.
Ecco leggevo che questo fenomeno, recentemente e’ stato studiato.
Sono state fatte a dei bambini domande semplici e domande impossibili (es. cosa pesa di piu’ il giallo o il verde?) e gli e’ stato detto e ricordato piu’ volte che potevano tranquillamente rispondere che non sapevano. Ma quasi nessun bambino lo ha fatto. Inventavano qualunque storia senza senso pur di non dire quelle tre paroline: non lo so.
Perche’? Perche’ e’ difficilissimo, e per tutti non solo per i bambini, ammettere la propria ignoranza.
Il problema e’ che se non si ammette di non sapere qualcosa e’ tecnicamente impossibile impararla.

giovedì 22 maggio 2014

del mancato dono dell’ubiquita’

L’anno scorso, quando sono tornata in Italia, per un banalissimo imprevisto non sono riuscita a salutare una persona a cui voglio molto bene.

Ecco, quella persona ieri e’ venuta improvvisamente a mancare ed e’ finita cosi’ questa storia.

Come se mancasse il punto.

Sarebbe stato importante rivedersi sapendo che forse sarebbe stata l’ultima volta.

Indugiare ancora un po’ su quella bella faccia da vecchio, sui capelli fini tirati indietro con la brillantina da ragazzo degli anni Quaranta, su quegli occhi piccoli e luccicanti, sempre con il sorriso finche’ non si commuoveva. E come fai a non commuoverti?

Lo so che queste cose possono capitare anche a chi vive nella stessa citta’, ma sento di non aver avuto scelta. Mi agito tanto, mi impegno al massimo per usare il mio tempo in Italia al meglio, ma poi a volte, nonostante tutto.

Nonostante tutto.

Fa comodo dare la colpa all’aereo se alle quattro del mattino spalanchi gli occhi e non dormi piu’, e’ una cosa che capiscono immediaatamente tutti, ma la verita’ e’ che non e’ tanto l’ansia del viaggio in se’, e’ l’ansia del mancato dono dell’ubiquita’. 

lunedì 19 maggio 2014

grande tony

Sono in questa sala d’attesa, mando messaggi e perdo tempo al telefono. C’e’ un anziano che in un certo senso incombe su di me. E’ molto alto e piuttosto robusto tanto da trabordare un po’ dalla sua sedia e sfiorarmi quando si muove. Lo ignoro. A un certo punto, prende coraggio e mi rivolge la parola:

- E’ inglese o spagnolo?

Si, ha sbirciato. O piu’ probabilmente voleva solo fare due chiacchere, come me del resto, che avevo ripiegato sul telefono giusto per non fare sempre quella che importuna gli sconosciuti.

- E’ italiano.

Da li’ come al solito e’ partita tutta la conversazione. Mi affascinava una cosa di lui: il fatto che pronunciasse sempre Aitaly e Aitalian, non l’avevo mai sentito. O forse l’avevo sentito e avevo sempre pensato di aver capito male. E’ americano, ma viene da un altro stato, a nord:

- Ci sono solo due posti in cui vivrei: qui e a San Francisco, ma San Francisco e’ troppo cara. Questo e’ un gran bel posto in cui vivere, sono qui da trent’anni e non ho mai conosciuto nessun texano che se ne sia andato. Siamo noi altri a voler venire tutti qui. Anyway. Conosci Tony?

- Veramente no...

- Oh c'mon! Come puoi non conoscerlo? Proprio tu che sei aitaliana! Tony e’ albanese e ha il ristorante aitaliano migliore della zona. Devi provarlo subito, davvero. E’ proprio qui vicino. Io e mia moglie ci andiamo almeno una o due volte al mese. Il nostro piatto preferito? I linguini con la salsa marinara, le melanzane e il pollo, da leccarsi i baffi. Grande Tony.