mercoledì 17 dicembre 2014

lady oscar e le altre

Come forse sapete in inglese e in modo particolare in questo paese, i nomi propri di persona, sono intesi in modo molto diverso che in Europa. La classica domanda 'che cosa significa il tuo nome?' qua suscita un vago senso di sconcerto perche' presuppone un'idea a cui molti non hanno mai pensato e cioè che un nome debba o possa significare qualcosa. La maggior parte delle volte i nomi vengono scelti semplicemente in base al suono. Tanto e' vero che e' del tutto normale inventarli di sana pianta o usare cognomi come nomi (Jackson, Carter, Madison, Addison, Riley,...). Non lasciano mai indifferenti, i nomi tipicamente afroamericani, i cosiddetti 'ghetto names'. Sono nomi particolarissimi, caratterizzati da strani suffissi ('La', 'De', ...) o da segni di punteggiatura piazzati un po' a caso in mezzo alla parola. Qualche esempio. LaTanisha, JaMarcus, DeAndre, Demarco, Shaniqua, D'brickishaw, LaKeisha. Sono buffi, non c'e' niente da fare, ma e' probabilmente molto piu' utile approfondire un po' il discorso e capire da dove nasca e come si sia evoluta questa usanza che fare la solita ironia da quattro soldi. 
Fino agli anni Sessanta, i neri si servivano di nomi classici inglesi, poi con la nascita del movimento per i diritti civili si e' puntato alla differenziazione per superare quello storico senso di inferiorità' che era un riflesso della schiavitù'. Inizialmente si e' fatto ricorso a nomi africani, ma nel giro di qualche decennio, soprattutto dagli anni Ottanta in poi hanno cominciato a spopolare i nomi inventati. I nomi inventati, tra l'altro, sono comuni anche fra i bianchi (Jayden, tanto per citare il primo che mi viene in mente), ma nessuno li ha mai presi in giro per questo e anche questo e' un aspetto controverso della questione.   
Ad ogni modo, in inglese, ci sono anche tantissimi nomi unisex. Ashley, Tyler, Alex, Drew, Cameron, Casey, Harper, Jamie, Joey, Leslie, Robin, Sam, Sidney, Terry, solo per citare i piu' comuni, possono riferirsi a uomini o donne. Mi sono sempre chiesta il perche' e me lo ha spiegato oggi un'amica. Mi ha detto di aver dato alla figlia un nome maschile semplicemente perche' non voleva fosse discriminata, in caso le fosse interessato lavorare in un campo tipicamente maschile. Finalmente una vera spiegazione. Troppo facile dare sempre la colpa alle mode, all'ignoranza e alla poverta'. Tra l'altro, la mia amica e' afroamericana e ci ha pensato davvero bene a questa questione del nome. E' stato dimostrato che lo stesso curriculum firmato con un 'nome del ghetto' ha il 50% di possibilita' in piu' di essere rifiutato. Cosi lei per sua figlia, volendo andare proprio sul sicuro, non solo ha scelto un nome tradizionale, ma anche maschile.  
Sul motivo per cui vengano assegnati nomi femminili a esponenti del sesso opposto, ancora non ho avuto nessuna illuminazione purtroppo. Ma l'argomento mi appassiona sempre e continuero' a indagare.
Per il momento, penso che mi accontentero' della spiegazione data dal padre di Sue, con una pistola puntata in faccia. Ah, cosa farei senza Johnny Cash.


domenica 14 dicembre 2014

negozi di animali che promuovono le adozioni

Qui i negozi di animali non vendono cani e gatti, ma aiutano a far adottare i randagi, atteggiamento di grande civilta', a mio parere. Quindi, ieri passando davanti a uno di questi negozi mentre i volontari del canile cercavano di piazzare un po' di cani stupendi, mi sono ricordata tutta la gioia e l'emozione di incontrare i miei due amici tanti anni fa. A volte dopo tanto tempo, ti abitui talmente tanto a loro che quasi non vedi piu' l'essenza di quello che ti danno. Dai un po' per scontato tutto quell'amore incondizionato, quell'allegria, quella tenerezza. Una cosa che non sapevo all'epoca, e' che poi, tante volte, se i cani sono li', e' perche' hanno subito delle gran brutte cose nella vita e se un cane ha sofferto, purtroppo puo' capitare che le conseguenze se le porti addosso per sempre sia a livello fisico che psicologico. E' una cosa da considerare prima di imbarcarsi in una simile avventura. Vi faccio un esempio pratico. La nostra porta del garage rotta per quattro giorni e' stata una prova durissima per quella povera Ragazzina. Uno ci ride su, ma per lei il fatto che uscissimo e entrassimo da porte diverse era terrorizzante, e' stata molto male in questi giorni. Ogni cambiamento la spaventa a morte. 
Insomma, magari a volte rimangono un po' mattarelli come la Ragazzina, altre, lo vediamo noi con Mr.Bubu, si trasformano nel prototipo del cane perfetto, ma ti amano sempre in una maniera che mai nessuno.
Eh si. Ci siamo fatti un grande favore il giorno che ce li siamo andati a prendere.

venerdì 12 dicembre 2014

il daltonismo degli angeli

Ripenso a una scena che ho visto stamattina a scuola. C'era la recita di Natale e una nonna arrivata in anticipo, curiosava fra i lavoretti dei bambini appesi fuori da una classe.
Io ero li' a fare altro e ho visto che dopo un po' la maestra l'ha notata e le ha indicato il lavoretto della nipote. Tutto qui.
In un secondo momento, ho dato un'occhiata anch'io perche' quella maestra, per la prima volta, aveva preferito appendere questi lavori invece di quelli che avevano fatto con me e volevo capire perche', cosa avessero di migliore. Si tratta di angioletti di Natale con le ali fatte di centrino di plastica. Deve essere un classico perche' li vedo ovunque, li ha fatti anche Joe all'asilo.
Va bene, i miei alberelli alla Andy Warhol non saranno stati impeccabili (anche perche' li hanno fatti i bambini non la maestra) ma questi qui erano...completamente omologati! Una serie di angeli biondi con gli occhi azzurri identici e indistinguibili.
La nonna in questione era afroamericana, la nipote ha la carnagione estremamente scura. Ecco, assistendo a questa scena, mi sono chiesta che cosa le abbia suscitato una rappresentazione del genere. Forse niente, forse e' talmente abituata a queste cose che non ci fa nemmeno caso. Eppure se non ci fa caso lei, dovremmo farci caso noi come insegnanti. Per me queste piccolissime situazioni, in realta' hanno una loro dignita'. Perche' non fare lo sforzo di offrire la possibilita' ai bambini di rappresentarsi come si vedono? Invece di dargli solo i fogli rosa, gli dai anche quelli marroni, ce li abbiamo in un sacco di sfumature, non e' complicato.
Oltretutto la bambina in questione, durante la recita, era vestita da angelo. Come si sara' sentita? Avra' notato di non corrispondere per niente all'idea che la maestra ha degli angeli, a differenza delle altre sue compagne di classe?
Ma poi, scusate, che ne sa la maestra di come sono fatti gli angeli?
A me piacerebbe fare tante cose a scuola in questo senso, ma a volte mi pare che qui la scelta nell'affrontare i discorsi legati alle tematiche multiculturali siano fondamentalmente due: fingere di essere daltonici, mettere a fuoco le citta'.
 

mercoledì 10 dicembre 2014

gioie del bilinguismo

Joe in questo periodo mischia le parole. Parla sempre italiano, ma ogni tanto si incasina. Per dire 'ho dimenticato' dice 'ho forgato' (forget+ dimenticato). Per dire 'oggi' dice 'questo giorno' (sua traduzione letterale di 'today'). A volte mi fa morire al ridere.
- Joe non si dice 'questo giorno' si dice 'oggi'
- Ma questo giorno 'meansica' (mean+significa) oggi!
Lo ammetto, non lo correggo quasi mai.

martedì 2 dicembre 2014

quando la festa finisce

Fra qualche giorno e' il compleanno di Joe e gli sto organizzando una minuscola festa.
Le feste di compleanno dei bambini piccoli qui hanno una serie di caratteristiche comuni. Innanzitutto, coinvolgono tutti i genitori, anche quelli degli invitati, dal momento che purtroppo a quell'eta' non e' consentito accompagnarli e poi tornare dopo un paio d'ore a riprenderseli. I suddetti genitori, perfetti estranei, si ritrovano cosi', con evidente disagio e birignao, a cercare di intavolare debolissime conversazioni per riempire i silenzi. C'e' il genitore tappezzeria e quello che cerca di fare lo splendido, ma tutti in genere manifestano chiaramente sul viso un unico sentimento: quello di trovarsi altrove.
Queste feste, o almeno quelle a cui Joe viene invitato di solito, si svolgono raramente nei giardini delle case, mai dentro le case ho visto, e più' comunemente in qualche locale pubblico. A volte la festa di compleanno e' in un ristorante, altre in un museo, in uno zoo, un parco... c'e' un'enorme varietà' di posti e attività' ricreative a cui abbinare una festa di compleanno.
Le tre feste di compleanno di Joe, sono state molto simili fra loro, ma di tutt'altro segno. Tanto per cominciare, non ho mai invitato i suoi amichetti dell'asilo in blocco, ma solo i bambini con cui so che si trova bene a giocare, cioe' quelli con cui lo vedo giocare, i figli dei miei amici. Le sue, sono sempre state feste molto all'italiana direi. Sempre a casa. I bambini giocavano in una stanza e i genitori si intrattenevano e facevano festa anche loro in un'altra. Poi una bella torta, normale, fatta in casa, e tanti auguri a te.
So che un giorno, Joe arrivera' con un desiderio speciale per la sua festa e se sara' possibile lo accontenterò', ma non ho mai avuto la necessita' di affrettare i tempi. Ho sempre pensato... se anche noi possiamo divertirci con i nostri amici mentre lui si diverte con i suoi perche' andare a complicarsi la vita?
Le feste di compleanno a cui andiamo di solito, hanno quasi sempre un sito, degli inviti postati, stampati, spediti e tante volte anche un biglietto di ringraziamento con relativa foto della festa o del festeggiato che ti arriva a casa dopo un paio di giorni. Ecco, io finora ho chiesto alle persone se volevano venire, tutto qui. A me sembra normalissimo, ma se ti trovi in una realta' in cui non lo e', possono sorgere dei malintesi.
La cosa che mi fa piu' ridere, ad esempio, e' che alcuni non si rassegnino all'idea che alle feste di Joe non ci sia un orario di fine, ma solo di inizio.
C'e' una persona che mi ha sfiancato l'altro giorno.
- A che ora finisce la festa?
- Non lo so.
- Si ma a che ora finisce?
- Non lo so.
- Due ore? Tre? A che ora hai detto agli altri che finisce?
- Facciamo cosi': finisce a mezzanotte e voi tornate a casa quando ne avete voglia.

Alcuni penseranno che sono strana forte, ma io agli orari di fine delle feste non mi rassegno, gli ospiti non li metto alla porta a tempo scaduto. Tra l'altro, le cose piu' belle succedono proprio quando si va avanti e a nessuno sovviene di guardare gli orologi.
Mi e' venuto in mente un ricordo bellissimo. D'estate, al mare, i miei facevano spesso tardi con i loro amici, cosi' tardi che tante volte scattava la mitica spaghettata di mezzanotte. Se chiudo gli occhi posso perfino sentire il sapore di quell'aglio, olio e peperoncino nei piatti di plastica. Sembrava tutto piu' buono a quell'ora perche' era un'eccezione, uno strappo alla regola, un gesto di liberta', una prova di quanto si apprezzasse la compagnia reciproca. Sono anche queste le esperienze che uniscono le persone, no? Casualmente ci e' successo qualcosa di simile proprio lo scorso fine settimana qui, con degli amici americani. Abbiamo fatto talmente tardi che verso le tre abbiamo deciso di concederci una specie di seconda cena. Ed e' stato bellissimo, nessuno si e' lamentato di niente.
Come sempre vivendo all'estero, la cosa piu' difficile, e' mantenere un equilibrio fra chi sei e chi ti fanno credere che tu debba essere per essere accettato.

No, in questo caso, mi rifiuto: l'orario di fine festa per me non esiste.

Relax everybody.

mercoledì 26 novembre 2014

la realta' e' bellissima?

La maestra mi ha raccontato ridendo che, avvicinandosi il giorno del Ringraziamento, ha chiesto a tutti i bambini per che cosa fossero riconoscenti. Joe ha risposto 'sono riconoscente per la pizza'.
A lei e' sembrata una frase sconclusionata e buffa, to' guarda, al bambino italiano piace la pizza. Invece io l'ho trovata molto bella. Noi facciamo la pizza insieme, una volta alla settimana ed e' una festa. E' diventato un rito, la cosa che piu' ci divertiamo a fare insieme. E lui, tra l'altro, ormai e' diventato bravissimo. Mi suggerisce gli ingredienti e fa la sua pizza 'tutta da solo'. Si sente grande e vede subito il risultato del suo lavoro, anzi se lo pappa che e' ancora meglio.

Ieri notte Joe e' arrivato da me tutto spaventato.
Ricordo che quando avevo un incubo da bambina urlavo e piangevo, invece lui no. Viene sempre zitto zitto, mi fa toc toc con il ditino per svegliarmi e mi dice a bassa voce:
- Mamma, ho fatto un brutto sogno.
- Mi dispiace Joe, cosa hai sognato?
- Ho visto un mostro.
- Ma tu lo sai che i mostri li vedi solo nei sogni, vero? Basta aprire gli occhi e - guardati intorno - la realtà' e' bellissima.
Ecco, assonnata com'ero, tra l'altro anch'io stavo avendo un incubo, e' un periodo che sono un po' agitata, la prima cosa che mi e' venuta da dirgli e' stata questa: la realta' e' bellissima.
Mi sono appena svegliata ed e' la prima cosa che mi e' venuta in mente anche adesso: la realta' e' bellissima. O meglio, la realta' e' bellissima? Perche' a volte diciamo delle cose, quando ci svegliano nel mezzo di una notte tempestosa, che possono essere magari leggermente sbrigative.
Ma non importa perche' ora partiamo per il nostro tour di nonne e bisnonne in varie citta' e paesini del Far West e mi sembra un buon pensiero da tenere a mente nella cosiddetta settimana del Ringraziamento.

E poi tutto questo mi ha fatto ricordare, la canzone che forse piu' mi fa pensare a Joe, quella che parla proprio di un bellissimo bambino che ha sognato un mostro. Il suo papa', John Lennon, gli dice
Before you go to sleep Say a little prayer  
Every day in every way It's getting better and better  
Ogni giorno, in ogni modo, andra' sempre meglio.

domenica 23 novembre 2014

discussioni costruttive

Ms. Guorton, quest'anno e' la maestra di Joe, e mi parlava dei suoi disegni. E' un periodo che fa delle lettere in cima alla pagina e il disegno in basso. Se gli chiedi che cos'e', lui ti spiega che le lettere sono una storia e te la racconta. Pero' se indichi una singola lettera e gli chiedi cos'e', ti dice il nome della lettera.
Allora. Lei sostiene che non sono lettere, ma disegni a forma di lettera e che c'e' un bellissimo libro che dovresti leggere a riguardo, darling. Ma giuro che non capisco la logica. Se io faccio una 'acca' e poi spiego che e' una 'acca' ho scritto una 'acca', se un bambino fa lo stesso, ha fatto un disegno a forma di 'acca'?
Tutto questo mi ha fatto capire che Ms. Guorton forse sta meglio, i capelli sono ricresciuti e stiamo ricominciando a discutere come ai bei vecchi tempi. Sono contenta.

mercoledì 19 novembre 2014

l'ironia della sorte

Mi raccontava una mia amica texana prima che quando frequentava il liceo, con dei compagni mise in piedi uno spettacolo teatrale. Si trattava di una riduzione di Grease.
Il preside approvo' tutto tranne un dettaglio: a un certo punto un personaggio femminile ha paura di essere rimasta incinta. Ecco, lui reputo' questo contenuto un po' troppo forte per i suoi studenti e impose che il personaggio fosse si' sconvolto, ma a causa del divorzio dei suoi genitori.
E' un piccolissimo aneddoto, ma dice davvero tanto di una certa famigerata mentalita' texana. Devo dire che in tutti questi anni ben poche volte ho conosciuto persone capaci di simili gesti, pero' ogni volta che sento queste storie mi cascano le braccia.
Che ipocrisia.
Ironia della sorte poi, la ragazza che interpretava quel personaggio rimase incinta proprio durante il liceo e fu costretta ad abbandonare la scuola su caloroso suggerimento di quello stesso dirigente scolastico.
Forse era meglio parlarne, no?

lunedì 17 novembre 2014

scambi culturali

Una mia amica fa l'insegnante in Italia e mi ha raccontato che la sua collega di arte ha fatto un lavoro bellissimo. Allora le ho chiesto di mandarmi qualche foto, e' molto piu' semplice vedere che spiegare tutto il procedimento via whatsapp. E qui e' successa una cosa strana: lei ha dovuto chiedere il permesso alla collega e la collega alla preside. Tutto questo per fotografare dei disegni e non dei bambini. Mi e' sembrato un eccesso di privacy, per cosi' dire. Non e' mia abitudine, ma vedo che qui gli insegnanti pubblicano tranquillamente tutto, anche le foto dei bambini a meno che non abbiano richiesto in modo esplicito di non essere fotografati all'inizio dell'anno.
Ad ogni modo, da questo e' nato qualcosa di positivo perche' la preside, a quel punto, ha avuto un'idea: avviare uno scambio culturale fra una delle loro classi in Italia e una delle mie qui in Texas.
Il motivo per cui vi racconto tutto questo e' che credo che la mia preside ne sara' entusiasta, quando glielo raccontero', ma a lei o al resto dei miei colleghi non sarebbe mai e poi mai venuto in mente. Ci manda a fare un sacco di corsi di aggiornamento, ma in tutti questi anni, non ho mai sentito parlare di mediazione culturale in nessun modo. Eppure abbiamo avuto diversi bambini che sono arrivati da altri paesi e che all'inizio non parlavano nemmeno inglese. Mi da' l'idea di essere semplicemente una di quelle cose di cui non si parla perche' "non ce n'e' bisogno". Come se fosse ovvio che ci sia rispetto e integrazione per tutti. Ma e' proprio cosi'? 
Suppongo, da quello che ho visto qui e li', che un bambino rumeno o albanese in Italia, possa avere piu' difficolta' con i compagni e perfino con qualche insegnante forse, rispetto a un bambino messicano o cinese qui, pero' la realta' fuori dalla scuola, come tanti fatti di cronaca dimostrano, non e' necessariamente cosi' rosea (v. Ferguson, Missouri). Io credo che parlare di certi temi in classe, non sia mai superfluo e che dare per scontato che tutti sappiano e tutti condividano determinati valori possa essere un grave rischio.  
Me ne sono resa conto proprio io stessa l'anno scorso e per questo ho apportato dei cambiamenti al mio programma. Ve l'ho raccontato, a un certo punto ho avuto la sensazione che alcuni bambini apprezzassero molto quando si parlava dell'arte del loro paese d'origine o che altri si sentissero in qualche modo a disagio con la rappresentazione dei loro tratti somatici o di un'idea di bellezza magari un po' distante dai canoni a cui siamo abituati in classe (facciamo per lo piu' arte occidentale, Europa e Stati Uniti). Quando all'inizio dell'anno ho chiesto a tutte le classi se qualcuno fosse nato in un paese fuori dall'Europa o dagli Stati Uniti, c'e' stato un bambino che ha mentito e anche altri che non mi sono sembrati particolarmente felici di condividere quest'informazione. Le questioni e il razzismo esistono ovunque, i bambini lo sentono, anche solo indirettamente. L'approccio italiano mi piace di piu': parlarne sempre e sforzarsi di trovare modi creativi per farlo attraverso attivita', laboratori, scambi culturali e quant'altro. 
La mia esperienza, quando dico Italia in questo post, e' per lo piu' Milano. So che e' una grande citta' e che di sicuro nel piccolo paesino sperduto a nord o a sud non si faranno tutti questi laboratori multiculturali e discorsi sull'integrazione. Pero' anche Dallas e' una grande citta', eppure di tutto questo non ho mai sentito parlare. Quello che si comincia a fare nelle grandi citta' poi di solito, dopo qualche anno, arriva anche piu' lontano, ma se nessuno comincia, si rimane sempre fermi. Non mi importa se sono l'unica nella mia scuola: visto che ho la liberta' di farlo io vado avanti anche qui per questa strada, usando la storia dell'arte per far passare valori importanti. 
La scuola deve preparare prima di tutto alla vita. 

giovedì 13 novembre 2014

tutto scorre

Lo scorso fine settimana sono stata a San Antonio per la conferenza degli insegnanti di arte del Texas. E' un evento che aspetto sempre con grande entusiasmo. Innanzitutto per me significa, una volta l'anno, avere a che fare con altre persone che fanno il mio stesso mestiere. Sono l'unica insegnante di arte nella mia scuola e non ho mai il privilegio di potermi confrontare nel merito del mio lavoro. E poi c'e' la piacevolissima sensazione di essere finalmente nella propria tribu'. In albergo c'era una fila lunghissima per il check-in e tu capivi immediatamente chi erano i clienti normali e chi gli insegnati di arte. I primi entravano e si mettevano in fila, i secondi andavano a toccare il fantastico mosaico all'ingresso dell'hotel e poi si mettevano in fila.
La conferenza in se' e' organizzata piu' o meno come l'universita'. Tante diverse lezioni e laboratori dalla mattina alla sera e anche tanti espositori che vendono e lasciano provare ogni tipo di materiale artistico. E' molto divertente.
Quest'anno, per la prima volta, ho presentato anch'io una lezione. Mi stupiva, l'anno scorso, il fatto che nessuno parlasse di quello che insegno io e cosi' questa volta ho deciso di lanciarmi e di condividere la mia esperienza che suscita sempre tanta ammirazione nella mia scuola. Ho studiato tanto, forse anche troppo considerato il livello generale, pero' sono contenta di averlo fatto.
Per un paio di mesi mi sono sentita un po' come ai tempi dell'universita', prima di un esame importante, con un solo pensiero in testa giorno e notte. Tanto e' vero che non sono convinta che una lezione fosse sufficiente a esprimere tutto e sto pensando magari a un lavoro piu' articolato, ma chissa' se ne avro' mai il tempo.
Dicevo che il livello non mi sembrava altissimo perche' a fronte di tanta passione per il proprio lavoro e tanta laboriosita', ho visto anche quest'anno, poca sostanza. C'era chi distribuiva regali per avere piu' ascoltatori e non mi e' piaciuto. Un laboratorio banalissimo su come costruire un braccialetto con dei bottoni di plastica aveva la coda fuori dalla porta invece il tizio che si e' azzardato a parlare, che so, di arte digitale o di prospettiva aveva quattro persone di numero.
Di sicuro la mia forma mentale (il liceo classico prima e l'universita' in Italia e in Spagna poi), mi condiziona nel giudizio, pero' mentre ero li' mi chiedevo: a che accidente serve insegnare a fare un pupazzo di neve, una spilla di pezzi di vetro o, che so, una cupcake di carta e vernice? Divertente, magari, non dico di no, ma cosa stiamo insegnando veramente? Un conto e' insegnare una tecnica artistica, ma a cosa serve limitarsi all'oggetto? Il famoso lavoretto senza un'idea dietro?
Ecco, c'erano tante lezioni cosi', un po' povere di contenuti secondo me.
La mia riguardava quello che faccio, insegnare la storia dell'arte alle elementari, e cosi' sono andata a vedermi tutte le altre lezioni di argomento piu' o meno simile. In effetti, ce n'era qualcuna di storia dell'arte, ma solo a partire dalle superiori. Sono rimasta stupita.
Da una parte in positivo perche' gli insegnanti dimostravano un trasporto eccezionale verso il proprio lavoro e idee davvero originali. In generale, proponevano un insegnamento molto dinamico, fisico. C'era qualcuno che raccontava di insegnare la storia dell'arte attraverso lo yoga, per dire. Per tutti il filo del discorso era: dobbiamo inventarci qualcosa o questi ragazzetti qui muoiono di noia. Guardate un po' quanto e' grosso il libro di storia dell'arte, non glielo faccio nemmeno portare a casa.
E quando dicevano cosi', io pensavo al mio famigerato vocabolario di greco, che con la potente muscolatura di cui gia' a quattordici anni ero dotata, mi sono trascinata ovunque. Erano altri tempi, si', ma non so. Mi ha impressionato questa assoluta indisponibilita' ad accettare l'idea che i liceali, ragazzi dai quattordici ai diciotto anni, possano semplicemente sedersi, ascoltare e, una volta a casa, aprire il loro bel librone e leggerlo. E magari innamorarsene, perche' no?
Forse sono troppo all'antica, pero' non tutto e' gioco, altrimenti si rischia di non avvicinarsi mai alla sostanza delle cose.
Per questo ero preoccupata della reazione che avrebbero avuto alla mia presentazione, qualora qualcuno si fosse fatto vivo. Insegno alle elementari e il mio programma e' pieno di gioco, pero' in fondo e' anche molto serio, ha degli obiettivi e delle metodologie precise.
L'inizio e' stato un po' drammatico. La sala si e' riempita in fretta, segno che l'argomento ha almeno destato curiosita', ma appena ho cominciato a parlare Joe, si' proprio lui, ha cominciato a parlare ad alta voce sopra di me. Queste situazioni fantozziane e per niente professionali che le madri lavoratrici conoscono fin troppo bene. Poi c'era questa tizia in seconda fila che aveva gli occhi socchiusi e che ogni volta che aprivo bocca si circondava l'orecchio con la mano, dandomi l'impressione di fare una fatica enorme a sentirmi. Non mi usciva la voce. Dopo i primi drammatici istanti, pero' mi sono ripresa e mi sono anche divertita. Perche' e' bello comunicare le proprie scoperte e le proprie passioni, davvero tanto.
Mi porto a casa due cose da questa esperienza. Alcuni occhi che ho visto un po' spalancarsi mentre parlavo e che non mi hanno mai lasciato sola un minuto fino alla fine. Questa sensazione impagabile di avere aperto un piccolo varco di nuove possibilita' nella mente di qualcuno.
E la seconda cosa e' una frase a cui non pensavo da tanto tempo, che mi e' stata ricordata da un vecchio compagno di liceo, qualche settimana fa, in occasione della morte prematura del nostro amato professore di greco. Mi disse ricordati panta rei, tutto scorre. Ed e' a questo che ho pensato prima di mettermi a fare la mia lezione, mentre passeggiavo un po' in crisi sul lungofiume di San Antonio.
Tutto scorre. Non bisognerebbe mai dimenticarlo.


  

lunedì 3 novembre 2014

niente furti

Il parente di un'amica ha subito un furto piuttosto spaventoso nei giorni scorsi a Parigi. Quattro o cinque uomini gli hanno svaligiato casa, nel cuore della notte, mentre lui e il resto della sua famiglia erano presenti in un'altra stanza e si sono accorti di tutto.
Ho sentito racconti simili mille volte anche da parenti e amici a Milano.
Qui invece niente del genere, mai. Vivo qui da otto anni e non conosco nessuno che sia mai stato derubato. 

Proprio stasera -per darvi un'idea della situazione- e' successo che i nostri vicini uscissero e dimenticassero la porta del garage aperta. Dato che lasciare la porta del garage aperta, per come sono costruite le nostre case, e' come lasciare la porta di casa spalancata, li ho chiamati immediatamente per avvertirli e permettergli di tornare indietro a chiudere prima che si allontanassero. Mi hanno ringraziato, ma non devono essersi per niente preoccupati, visto che sono passate diverse ore, e' notte, e il loro garage e' ancora aperto. 

In compenso qui si sentono altre storie. Pare che l'altro giorno, ad esempio, in un quartiere di quelli poco rassicuranti qualcuno abbia cercato di scippare una signora e il marito gli abbia sparato e lo abbia ucciso. 

Ecco spiegata l'assenza di furti da queste parti.
Bisogna avere una certa temerarieta' a compiere uno scippo o a entrare in una casa dove molto probabilmente il proprietario e' armato e non esitera' a far fuoco. 


sabato 1 novembre 2014

dolcetto o scherzetto 2014

Per la prima volta abbiamo sperimentato un 'dolcetto o scherzetto' da film.

Negli ultimi anni ci sono tante discussioni su questa tradizione perche' la gente ha di fatto paura e tanti rifiutano di mandare i figli a bussare e a chiedere caramelle agli sconosciuti. C'e' chi lo fa e poi butta tutte le caramelle e c'e' chi partecipa ai 'trunk or treat' dove quelli che si conoscono si ritrovano in un parcheggio, mettono le caramelle nel cofano della macchina e i bambini vanno li' invece di bussare alle porte dei vicini di casa.

Noi, come tanti altri, abbiamo sempre seguito la tradizione senza nessun problema, ma anche senza vedere una grandissima partecipazione purtroppo.

Quest'anno invece e' stato tutto diverso. Gli abitanti si sono organizzati e hanno fatto una mappa precisa che spiegava dove andare e cosa fare. La cosa piu' bella e' che alcune persone hanno messo a disposizione le proprie case per la pausa pipi' o per il bere. Vi confesso che mi ha un po' commosso entrare in casa di completi sconosciuti e bere un bicchiere di vino o mangiare un biscotto, essere accolti in modo cosi' caloroso e amichevole.

Di solito, anche in Italia, la gente ha sentimenti del tutto contrastanti su Halloween: ci sono quelli che lo odiano e quelli che lo adorano. Io mi sento un po' nel mezzo. Quello che mi piace di piu' e' proprio l'idea del 'trick or treat', l'idea di bussare alle porte dei vicini di casa o degli sconosciuti, di fidarsi degli altri fino a quel punto.

Quest'anno e' andata davvero piu' che bene sotto questo punto di vista. Aumentano quelli che sono stufi di avere paura, un buon segno per la societa'.

venerdì 31 ottobre 2014

gli shock culturali altrui sono sempre i migliori

Ms. Guorton oggi mi ha raccontato del terribile shock culturale che ha subito quando e' arrivata qui quarant'anni fa dall'Inghilterra e sua cognata, americana, ha osato portare le figlie a fare 'trick or treat' per la prima volta.

Trauma decisamente non superato secondo me.

- Capisci? Prende le mie figlie che erano appena arrivate e non capivano cosa stava succedendo e non avevano mai nemmeno mangiato un dolce in vita loro e le porta di sera, con il buio, a bussare a casa di estranei per farsi dare delle caramelle. Ti pare possibile? Esattamente il contrario di quello che gli avevo sempre insegnato, erano terrorizzate!

Fantastici gli shock culturali altrui, soprattutto quelli un po' vintage.

Happy Halloween everybody!

domenica 26 ottobre 2014

eroi e scellerati

Guardavo le foto di Obama che abbraccia l'infermiera di Dallas guarita dall'ebola e pensavo alla differenza di trattamento fra lei e la sua collega spagnola. A una tutti gli onori, l'abbraccio presidenziale, l'affetto e la riconoscenza della popolazione, un cane che scorrazza tranquillo e perfino coccolato anche se in quarantena e all'altra un cane, il povero Excalibur, che e' stato immediatamente soppresso e una marea di accuse e fango da tutta una parte della politica e dell'opinione pubblica. 

Come al solito il protagonista della stessa storia e' un eroe o uno scellerato a seconda di chi e come la racconta.

giovedì 16 ottobre 2014

delle balene e di come nascono i bambini

Come sapete, mi affascinano da morire le teorie dei bambini. Questa e’ una piccolissima selezione delle ultime storie che ho sentito su un argomento classico e intramontabile: come nascono i bambini. 

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A cinque anni.

- I bambini escono dal portale magico, me lo ha detto papa’.

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A sette anni.

- Mamma come nascono i bambini?

- La mamma e il papa’ si danno cinque baci e il bambino entra nella pancia.

Il giorno dopo la madre e’ (giustamente) disperata.

- Non so perche’ l’ho fatto! Avrei voluto dire la verita’, ma non ci sono riuscita, mi ha preso alla sprovvista…ora ci insegue per casa cercando di farci baciare cinque volte perche’ vuole il fratellino…aiuto!

Dopo un paio di settimane, la stessa bambina torna sull’argomento.

- Mamma e’ vero che per fare un bambino l’uomo deve mettere il suo pene nella vagina della donna?

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A otto anni.

- Mamma come nascono i bambini?

- Allora. I bambini escono dalla vagina.

- [ Fa una piccola pausa e poi scoppia a ridere] Certo, come no! Figuriamoci…ora dimmi la verita’!

- E’ proprio cosi’, te lo assicuro.

Dopo qualche settimana madre e figlia vanno a trovare un’amica che ha appena partorito e la bambina, non essendo rimasta per niente soddisfatta della precedente risposta, decide di chiedere una conferma.

- Scusa, mi puoi dire come nascono i bambini?

- Certo. Il dottore taglia la pancia e fa uscire il bambino.

- Ecco, lo sapevo che non poteva essere come diceva la mamma. 

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A quattro anni.

Joe ha sempre questa vaga idea, come qualche mese fa, che i bambini siano in qualchTwo of Sendak’s drawings for <i>Pierre: A Cautionary Tale</i>, from his Nutshell Library, 1962<br />e modo stati mangiati, ma ha fatto un ulteriore collegamento con uno dei suoi libri preferiti dove c’e’ un leone che mangia un bambino. Il dottore mette il leone a testa in giu’, lo scuote ’un po’ e fa uscire il bambino. Ecco lui pensa che funzioni piu’ o meno cosi’.

Poco tempo fa, un’amica ci ha regalato un libro che spiega esattamente cosa succede. E’ molto bello perche’ e’ colorato, stile Keith Haring, e non parla di sesso, ma di biologia, quindi puo’ essere adatto a ogni tipo di famiglia. Joe era curiosissimo all’inizio, ma dopo che lo abbiamo letto, non ha detto assolutamente nulla. Anzi, in un secondo momento, lo ha anche nascosto sotto al letto e non lo ha piu’ tirato fuori. Credo che per adesso la storia del leone, lo soddisfi molto di piu’, del resto se l’e’ cucita su misura.

Mi e’ venuta in mente una scena di un film stupendo che ho visto da poco, Boyhood di Richard Linklater. A un certo punto, (forse alla fine della sua infanzia?), il bambino protagonista chiede al padre se esistono i folletti, se esiste la magia nel mondo e il padre dice la verita’, che tecnicamente i folletti non ci sono, ma…

Che cosa ti fa pensare che i folletti siano piu’ magici di qualcosa come una balena ad esempio? E se ti raccontassi una storia su come sul fondo dell’oceano c’e’ un enorme mammifero che canta canzoni ed e’ cosi’ gigantesco che il suo cuore e’ grande quanto un’automobile e volendo, tu potresti perfino strisciare dentro le sue arterie? Voglio dire… tu penseresti che e’ abbastanza magico, no? 

Io mi sento un po’ come quel padre del film, che e’ soprattutto un illuso e un romantico, me ne rendo conto, ma che la magia della vita vera la vede e la riconosce. Credo che l’incontro di un uovo e di uno spermatozoo sia magico abbastanza senza doversi inventare nulla di piu’. Mi piacerebbe farla vedere anche a Joe questa magia, quando sara’ pronto. Chissa’ se ci riusciro’.