venerdì 24 dicembre 2010

ripensando al titolo del blog

Due di notte passate da un pezzo. Fetta di pizza recuperata dal frigo e Slipino qui accanto che sembra finalmente aver deciso di lasciarmi un po' di tregua. Domani arrivera' il resto della famiglia dall'Italia e, per la prima volta da quando e' nato, quasi faccio fatica ad addormentarmi. E' da tanti di quegli anni che non si passa un Natale tutti insieme. Esattamente un anno fa attraversavamo mezzo mondo per raccontargli che avevamo deciso di adottare e ora sembra di essere dentro un'altra vita. Ho sempre sensazioni molto contrastanti a riguardo e ogni tanto mi chiedo ancora perche' sia andata come e' andata, e' strana la vita a volte. Ma non vedo l'ora che sia domani.

A tutti voi, Buon Natale.

mercoledì 22 dicembre 2010

14 giorni

Oggi Slipino ha 14 giorni. Secondo appuntamento dalla dottoressa Chumbawamba.
Quando ha detto dobbiamo fargli la puntura mi sono sentita morire. Credo di aver superato la fobia dell'ago dopo i vent'anni, ammesso che l'abbia superata davvero. Quando e' venuto il momento, ho mandato avanti Mr. Johnson e mi sono tenuta a distanza, versando un paio di lacrime segrete e imbarazzate. Lui, il pupo, quasi nulla. Si e' perfino addormentato nel mezzo. Eppure quell'immagine e quello strilletto mi perseguitano questa mattina.
Ma diciamo la verita'.
Piange e strilla molto di piu' per un semplice cambio di pannolino.
Accidenti, devo specializzarmi.

martedì 21 dicembre 2010

quanto costa un finocchio a dallas

A Dallas in questo periodo un finocchio, uno, costa quattro dollari, se lo trovi, ma se gli effetti sono quelli promessi, costa fin troppo poco. Il finocchio pulisce e favorisce la produzione del latte. Oramai lo so a memoria. A quanto pare in Salento le donne dopo il parto non fanno (facevano?) altro che mangiare chili di decotto di finocchio, foglie e gambo compresi. E anche qua ci adeguiamo.
Lei non usa l'asciugatrice e nemmeno la lavatrice che i vestiti del bimbo devono essere lavati a mano e mai mischiati con i nostri. Gia' che c'e' non usa nemmeno la lavastoviglie che tanto cosa ci vuole per tre piatti. Pulisce angoli della casa che non sapevo nemmeno che esistessero, figuriamoci che andassero puliti. Non si ferma mai. E quando si ferma fa cinquantasette foto semi-indentiche dello Slipino che, manco a dirlo, dorme.
E io non so cosa farei senza il suo aiuto, anzi mi correggo, non so cosa faro' senza il suo aiuto.
Certo che una mamma quando diventi mamma e' tutta un'altra cosa. Per anni non ho fatto altro che litigarci, soprattutto io con lei a dire il vero, e ora mi sembra quasi quasi di cominciare a capirla.

lunedì 20 dicembre 2010

il dramma dello specchio

All'ospedale non ci sono specchi e se ci sono non hai il tempo e la forza per preoccupartene. Poi arrivi  a casa e rischi un'infarto.
- Perche'? Nessuno ti aveva detto che entri incinta di nove mesi e esci di cinque?
Mi fa una mia amica che ha partorito a marzo.
No, questa mi era stata risparmiata. Dice di non salire nemmeno sulla bilancia prima di due settimane e ovviamente io ci sono salita lo stesso. Il peso va giu', la pancia resta la', e' piuttosto deprimente. Ed e' strano perche' ho sopportato bene tutti i cambiamenti che ci sono stati. Tante persone ora mi dicono che deve essere un sollievo che sia finita, parlano di gravidanza difficile e io un po' mi stupisco. Tante limitazioni in questi mesi, si, ma non e' stata poi cosi' dura, anzi piu' che altro piacevole, magari perche' il mio unico termine di paragone era l'entusiasmo.
Nella mia superficialita', pero', immaginavo che poi una volta arrivato il gran giorno nel giro di poco, sarebbe tornato tutto piu' o meno come prima e invece non mi sento per niente come prima. Ho bisogno di tantissima forza e energia fisica per fare bene questo lavoro, e non ce l'ho.

venerdì 17 dicembre 2010

tutto quello che devi sapere in 30 minuti

Prima di uscire dall'ospedale ti obbligano a vedere un video che, come per una presa in giro, si intitola "tutto quello che devi sapere in 30 minuti" (certo come no...) e ti riempiono di raccomandazioni di ogni tipo. Una mi ha colpito.

Non mettere annunci della nascita all'esterno della casa perche' c'e' gente che va in giro per i quartieri in cerca di questi segnali per rapire i neonati.

Sono stata l'unica a prendere la cosa sul serio, ma e' inquietante, no? Soprattutto perche' l'infermiera leggeva una sorta di decalogo dell'ospedale, non ci dava un consiglio personale.

Peccato anche per il bellissimo fiocco ricamato a mano che ci hanno portato dall'Italia. Se racconto perche' non l'ho usato, non ci crederanno mai.

giovedì 16 dicembre 2010

la metamorfosi

Prima visita dal pediatra.
Prima uscita di casa.

[Cosa gli metti a un neonato per uscire? Il cappotto non ce l'ha e non fa nemmeno tanto freddo...una copertina magari...in fin dei conti l'importante e' non dimenticare i pannolini, no?]

Nella sala d'attesa il ciuccio cade per terra e lo sequestro.
Dopo un po' Slipino fa per ciucciare. Lo rivuole, e' chiaro.

Mr. Johnson mi guarda. Hai visto il ciuccio?

Ed ecco che senza nemmeno pensarci faccio un gesto che ho visto mille volte e che mai e poi mai avrei pensato di ripetere.

Sotto gli occhi esterrefatti di Mr. Johnson afferro il ciuccio, lo ciuccio e lo restituisco a Slipino.

Aiuto! Cosa sono diventata dopo una sola settimana??

martedì 14 dicembre 2010

lo slipino

Ci danno appuntamento all'ospedale di mattina prestissimo. Siamo calmi credo, tutto sommato. Cerchiamo di smorzare un po' la gravita' del momento, ma non ci diciamo molto, piu' che altro ci guardiamo e ci diciamo diverse volte sorridendo che stiamo per conoscere il nostro bambino. Io sono sveglia, anche se molto insonnolita dai medicinali, Mr. Johnson e' sempre li' con me, sorride, mi rassicura e dire che c'era mancato davvero poco che gli chiedessi di aspettare fuori. Ero convinta che non avrebbe retto la tensione e che avrebbe tirato fuori quella sua famosa maschera di angoscia in cui impallidisce come un lenzuolo e intorno agli occhi gli si formano istantaneamente dei cerchi viola. Mi dice eccolo, lo vedo! Le infermiere lo chiamano e poco dopo torna con in braccio l'essere piu' meraviglioso e straordinario che i miei occhi abbiano mai visto. Una sensazione che non dimentichero' mai, la prima volta che ho visto il mio bambino. Finalmente, dopo nove mesi, mi rendo conto che e' tutto vero, che non e' un sogno. E la gioia mi pervade come mai prima. Poi pero' rimango sola. Per me non e' ancora finita. Quando Mr. Johnson torna mi dice di non preoccuparmi che e' tutto sotto controllo. Ora come ora ho come la sensazione che questa cosa mi abbia salvato la vita. Quando tutto finisce, il mio medico mi saluta. Baby is perfect! dice, anche dopo e' la frase che sento ripetere piu' spesso. Sugli occhiali chirurgici ha degli schizzi di sangue, ci faccio caso a questa cosa, ma lei sorride e immagino sia la prassi. Solo dopo capisco perche' tutti mi guardavano come un fantasma. Avevo perso tre litri di sangue in pochi minuti, probabilmente non avevo un aspetto proprio normale. Quando mi raccontano come e' andata, ascolto come se parlassero di qualcun'altro. Niente puo' turbarmi e infatti pian piano mi riprendo. E' come se avessi ricevuto un doppio miracolo, il mio bambino e la mia vita di nuovo, il mio corpo tutto intero. Sono cosi' riconoscente.
Poi e' il caos. Una volta passato il pericolo, non importa come ti possa sentire, devi pensare a lui. Deve mangiare ogni due ore e deve stare vicino alla sua mamma. Awww...he's so sleepy e' l'altra frase che sentiamo ripetere in continuazione. Tanto che la nonna che non parla inglese dice che allora e' proprio uno slipino. Il nostro slipino. Ora c'e' solo lui, giorno, notte, sempre. Non rispondo nemmeno al telefono, non ho tempo ne' energia extra. Non c'e' piu' nulla di quello che c'era prima, c'e' solo lui ed e' tutto quello di cui abbiamo bisogno.

mercoledì 8 dicembre 2010

"Sa i miei pensieri. E' un maschio e mi rimprovera. Occupa tutto il mio spazio, non solo quello del grembo. Sta nei miei pensieri, nel mio respiro, odora il mondo attraverso il mio naso. Sta in tutte le fibre del mio corpo. Quando uscirà mi svuoterà, mi lascerà vuota come un guscio di noce."

(Erri De Luca, In nome della madre)
 

mercoledì 1 dicembre 2010

la balenitudine

Durante l’ennesima notte insonne, penso alla mia condizione attuale.

Sono una balena spiaggiata sul divano da non si sa piu’ quante notti, e giorni.

Le balene sul divano non e’ che siano proprio nel loro ambiente naturale, dopo un po’ avrebbero bisogno di tornare a farsi trasportare dalle onde, soprattutto quelle dolci del sonno. Nonostante cio’ credo che mi manchera’ la balenitudine.

Non mi mancheranno tanto i superpoteri della balenitudine. Il superolfatto che mi faceva giurare di sentire salsa di soia, sulle labbra di Mr. Johnson dopo il caffe’ della mattina (dove lo hai messo il sushi disgraziato?! che voglia f-o-l-l-e, all’inizio non avevo capito che con certe cautele, potevo mangiarlo…). Il supergusto che mi faceva sentire sapori mai provati prima, e non sapori buoni, praticamente avrei mangiato solo pane e pomodori, e anche ora un po’. Pero’ che meraviglia le voglie! Le mie erano accompagnate da interminabili sogni di cibo. Mai fatto sogni di cibo prima: ti trovi ad esempio, ad affettarti una fetta di salame (altro cibo verboten) in slow motion e nel sonno senti davvero l’odore e la consistenza di quel maledetto salame come fosse reale, peccato per la pancia vuota al risveglio. Oppure quegli altri sogni di cibo in cui da qualche angolo remoto del tuo cervello riemerge il preciso sapore di cose che hai mangiato secoli prima, di quella focaccia che ti faceva la nonna, di quella peperonata che ti ha sempre fatto schifo e che ora devi assolutamente avere (tipo alle sei del mattino), del sofficino Findus che tua madre ti ha sempre negato e che mangiavi quando andavi a pranzo dalla compagnuzza delle elementari, quale trasgressione dimenticata.

Tutto sommato non mi manchera’ nemmeno il superpotere piu’ prezioso, quello dell’intoccabilita’ dal dentista: ti presenti li’ e sai per certo che tamponera’ il problema alla meglio, ti aiutera’ per una volta ma non ti fara’ mai nulla di male, che sensazione appagante. Un po’ di piu’ mi manchera’ il superpotere che mi faceva magicamente saltare la coda dal meccanico: al telefono si parla di un’attesa di tre ore per un cambio olio il sabato mattina, arrivo li’ munita di materiale di intrattenimento, libri musica, cibo che tre ore sono lunghe e in 28 minuti sono fuori. Roba che ti senti dio.

No, quello che davvero mi manchera’ della balenitudine e’ l’essere sempre presa sul serio. Qualunque cosa ti capiti durante la balenitudine e te ne capitano di cose, vai tranquilla, non ti imbarazzare, nessuno si stupira’. Risulta che e’ sempre gia’ successo a qualcuno prima di te. Ma si parla anche di casi limite. C’e’ gente che ha voglia di masticare pietre in gravidanza ed e’ “normale”. Non io per fortuna. A me era venuta voglia di masticare piu’ che altro una certa persona, poverina. All’improvviso facendo quello che aveva sempre fatto, mi irritava a un livello insopportabile, la sua voce ignara era unghia sulla lavagna. Ma e’ normale non preoccuparti! Figurati che a me succedeva cosi’ con tuo padre, passa, passa tutto e passa anche questo!        

Eh gia’ per nove mesi il tuo corpo e’ soggetto a qualunque cambiamento, non riesco ancora a smettere di stupirmene, e poi passa, passa tutto. Non e’ sempre piacevolissimo, bisogna dirlo, ma sono sempre piu’ convinta, e lo ero gia’ prima, che la balenitudine sia un immenso privilegio per un essere umano. Il difficile sara’ forse non dimenticarlo nei prossimi giorni.

martedì 30 novembre 2010

ecco dove vanno i soldi delle mie tasse

Una mia amica ha subito un presunto tentativo di furto l’altra notte. Quello che e’ certo e’ che l’allarme e’ suonato nel mezzo della notte e la porta di casa, che non e’ stata scassinata, e’ risultata chiusa, ma non a chiave come d’abitudine. Nel giro di pochi minuti e’ arrivata una volante della polizia. I cops, ispezionata per bene tutta la casa e il giardino e accertatisi che tutto fosse in ordine, se ne sono andati.

Dopo qualche minuto degli elicotteri hanno cominciato a sorvolare la casa e il quartiere per scovare i presunti malviventi.

E’ vero che in quattro anni e’ la prima volta che sento anche solo di un presunto furto, ma a volte mi sembra proprio di vivere nel far west.

lunedì 29 novembre 2010

grazie per le domeniche

Oramai si puo’ dire che tutto sia pronto. L’ultimo folle progetto creativo e’ stato portato a termine con grande divertimento [possibile che non ci sia una parola per dire mobile in italiano?] e ora c’e’ la cameretta che e’  pronta finalmente ed e’ diventata una specie di calamita, non si riesce a passarci davanti senza entrarci dentro almeno un momento, cosi’ solo per fare andare l’immaginazione. Per il resto, tanta allegria e un po’ di impazienza finche’ alla fine della giornata lui mi dice con aria grave:

- Ti rendi conto che questa qui e’ stata la nostra ultima domenica?

E io che non capisco e lo prendo in giro:

- Dai, non e’ mica la fine del mondo!

- In tutti questi anni siamo sempre stati noi due con le nostre domeniche, i nostri ritmi, tutte le cose che facciamo di domenica. Quelle domeniche sono finite, volevo solo dirti che mi sono piaciute le domeniche con te.

E’ stato come un brusco risveglio. Non mi ero mai voluta mettere seriamente a pensare al fatto che questo lungo capitolo della nostra vita e’ finito. Ce ne saranno di migliori, lo so, ma resta il fatto che questo non era niente male ed e’ finito. Fa impressione. Passano tante immagini davanti agli occhi stasera e la consapevolezza, ora piu’ che mai, e’ che non tornera’ piu’ niente.

- Dicono che tante coppie vanno in crisi con l’arrivo dei figli…

- Si.

- Come si?

- I miei hanno divorziato.

Non capisce mai quando butto li’ le cose per essere smentita.

venerdì 26 novembre 2010

evviva penelope

Leggo che e’ nata la bimba di Gianna Nannini stamattina e sono sinceramente felice e commossa. Diventare madre a 54 anni non deve essere una passeggiata, se non lo e’ a venti. Ricordo di aver letto delle critiche spietate quando si seppe la notizia, ma io non riesco davvero a unirmi al coro dei veleni.

E’ semplicemente un’altra di quelle cose che non farei, mi sento di dire mai in questo caso perche’ ho avuto la possibilita’ anch’io di scegliere, ma che rispetto perche’ posso capire perfettamente da dove sia venuta. Del resto basta ascoltare bene questa canzone per intuire tutto. Evviva Penelope e la sua mamma.

martedì 23 novembre 2010

piccoli insulsi gongolamenti

In tutto questo, lavoro pazzamente. Mi hanno chiesto l’altro giorno aiuto per la fiera dell’arte che si terra’ a scuola a gennaio. E’ un lavoro piuttosto impegnativo, tante classi, alcune che non conosco nemmeno, tanti progetti da scrivere dall’inizio alla fine senza poter essere la’ per modificare nulla. Non pensavo me lo chiedessero visto che sono in maternita’, infatti non me lo ha chiesto la direzione ma i colleghi in crisi creativa. Non dormendo a questo punto da sette notti sette [mentre vi scrivo l’orologio segna le 4 e 26 del mattino e sono in piedi non so da quanto: il prossimo che mi dice riposati adesso che poi vedrai, fa una brutta fine], non ho tanto la testa, dubito che verro’ pagata e, per quanto il mio lavoro mi diverta sempre, anche solo stare seduta a scrivere per tante ore e’ una piccola tortura, ora come ora.

Ma lo faccio lo stesso e cerco di farlo bene perche’ la verita’ e’ che mi piace troppo che abbiano avuto bisogno di chiedermelo. 

lunedì 22 novembre 2010

com'e' difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore*

Si prepara di corsa e esce di casa per andare al lavoro. Stranamente e’ in leggero in ritardo. Non deve essere semplice riposare accanto a qualcuno che non dorme e non fa altro che rigirarsi e andare su e giu’ per la casa tutta la notte. Dalla camera da letto dove cerco in vano di riposarmi ancora un po’, sento il garage aprirsi e la macchina mettersi in moto. Dopo un minuto, la porta di casa che si riapre e lui che corre dentro, lui che non dimentica mai niente e che soprattutto: non corre. Io comunque non sono mica tanto sveglia.

- Dimmi l’indirizzo di casa nostra!

- Cosa?

- Ripetimi l’indirizzo di casa nostra!

- Va bene…allora…45….4509…

Non riuscivo a dirlo in quel momento, ero troppo stanca. Poi, vedo che fa sul serio, lo dico e…

- No! Ma non ci siamo cosi’ si perde tempo prezioso! Quando chiami 911, devi dire l’indirizzo per prima cosa, ma cosi’ non ti capiscono, lo sapevo! Ripeti….

E mi fa ripetere l’indirizzo una decina di volte. Quando si fa troppo tardi oppure ritiene che sia in grado di chiamare un’ambulanza nei tempi e nei modi che ritiene opportuni, se ne va. Cosi’.

- E mi raccomando, eh. Tu riposati e basta, faccio tutto io e per qualunque cosa chiamami e tieni il telefono a portata di mano. E rispondi subito se ti chiamo che se no mi preoccupo.

E cosi’ ci siamo quasi. Fra un paio di settimane conosceremo finalmente Baby J Scorreva tutto tranquillo, finche’ un giorno all’improvviso abbiamo realizzato che manca davvero poco. Lo devono avere realizzato in contemporanea piu’ o meno tutti. Nonni, zie, zii, amici. Ricevo un sacco di chiamate ogni giorno. Se non rispondo all’istante perche’ magari banalmente sto parlando con qualcun altro, loro si chiamano fra di loro per sapere se e’ successo qualcosa. Per di piu’ l’altro giorno c’e’ stato una sorta di piccolo falso allarme e ho scoperto l’effetto bomba di una semplice parolina: contrazioni. Il dottore dice questa parolina, Mr. Johnson e’ seduto alle sue spalle e fa una faccia che non dimentichero’ mai, non capisce piu’ niente. Addirittura tocca a me spiegare a lui che cosa ha detto il dottore in inglese. Contrazioni, gia’. Non me ne sono nemmeno accorta e poi sono finite, ma a questo punto, tutto puo’ essere, due settimane, tre o anche molto meno. Quando ho detto questa parolina a mia madre, con tatto cercando di introdurla alla remota possibilita’ che non faccia in tempo essere presente, mi ha praticamente chiuso il telefono in faccia. Poi mi ha spiegato: era andata a chiamare l’agenzia per cercare di cambiare il biglietto di andata. L’idea che mia madre e Mr. Johnson reagiscano esattamente allo stesso modo in questa situazione mi fa una certa impressione.

E io? Tranquilla. Non me lo spiego nemmneno il motivo di questa presunta tranquillita’, io ad agitarmi ci sono sempre riuscita benissimo per molto meno. Forse e’ la stanchezza, la mancanza di sonno. O forse in certi casi e’ solo che a pensarci davvero, c’e’ troppo da preoccuparsi. Diventare genitori, non sentirsi pronti, essere sul serio a un punto di non ritorno. E allora si va cosi’, in automatico, seguendo le correnti di una realta’ in continuo movimento e cambiamento. Che’ poi, a me questa realta’, cosi’ com’e’, anche ora in questo preciso istante, comunque non dispiace. Continua a essere una dolce attesa.

Ancora per poco.     

giovedì 18 novembre 2010

di alluvioni americane, stavolta

Qualche mese fa vi raccontavo di una coppia di amici che hanno subito un’alluvione non lontano dal Texas e questa settimana parlavamo invece dell’alluvione in Veneto. Viste le numerose reazioni a quel post, mi sembra possa interessarvi sapere come poi era andata a finire anche con gli alluvionati americani.

La loro alluvione risale a giugno e la loro casa era rimasta praticamente distrutta. Hanno dovuto buttare via quasi tutti i mobili e ricostruire tutto, perfino le pareti, praticamente si era salvato solo lo scheletro di legno della casa. E’ stata dura soprattutto perche’ non avevano l’assicurazione, ma con l’aiuto di amici e parenti un mese dopo o forse meno, sono tornati a casa. Il governo decise che non avrebbe concesso aiuti. Quell’alluvione era circoscritta sostanzialmente a un quartiere ricco, il loro, costruito accanto a un piccolo fiume. Gli abitanti non avevano l’assicurazione, ma erano perfettamente a conoscenza del potenziale pericolo. Alluvioni simili si verificano in quella zona mediamente ogni secolo. Il governo ha ritenuto usare gli aiuti per situazioni piu’ gravi, tutto qui. E i miei amici non l’hanno presa per niente bene. Si sono indignati, lamentati e hanno inveito con tutte le loro forze contro l’ingiustizia di Obama. Proprio loro, che in quanto simpatizzanti dei conservatori hanno sempre odiato pagare le tasse.

Il fatto e’ che c’e’ poco da fare, quando tocca a te, quando sei tu ad essere danneggiato, vuoi che lo stato ti dia una mano, qui come in Italia.  

martedì 16 novembre 2010

il baule

C’e’ sempre qualcuno -nella mia famiglia in genere sono io- che prima o poi va a rovistare nei vecchi bauli e imagenelle vecchie scatole in soffitta. In questo caso, sono stati trovati diversi reperti interessanti appartenuti al povero zio deceduto diversi anni fa. Splendide foto, soprattutto. Lo zio era appassionato di fotografia. I figli hanno fatto un vero e proprio commovente viaggio nella memoria riguardandole. Tutte tranne alcune. Quelle che lo scopritore del tesoro ha ritenuto di distruggere immediatamente e di non mostrare a nessuno. Distruggere delle vecchie foto di famiglia, brutta cosa, ho pensato. Eppure gli altri figli, maschi vorrei sottolineare, non hanno avuto dubbi a riguardo. Ma che foto erano? Foto sexy della madre e delle successive compagne del signore in questione. Ora, io capisco lo shock, l’Edipo e tutto quanto, pero’ e’ davvero una buona ragione per distruggere delle foto? Loro dicono che sarebbe stato troppo imbarazzante e che sono convinti che le protagoniste di quelle foto, siano ben contente di non vederle mai piu’ e di non sapere, soprattutto che qualcun altro le ha viste. Pero’ chissa’, in fondo non e’ detto. Di sicuro non lo verra’ mai a raccontare ai figli, ma a un’anziana signora puo’ anche far piacere rivedersi al massimo dello splendore fisico giovanile, no? E’ un po’ come se il figlio di John Lennon e Yoko Ono avesse provato a distruggere tutte le copie di Rolling Stones con quella incredibile foto di Annie Leibovitz in copertina. Che si puo’ anche capire che fossero il proprio padre e la propria madre, sarebbe completamente un’altra storia, ma per il resto del mondo quella e’ semplicemente un’immagine piena di amore, per questo entrata nell’immaginario collettivo, come privarsene?

lunedì 15 novembre 2010

aiutatemi a spiegare l’italia agli italiani

Eravamo a cena con una simpaticissima coppia di amici italiani. Due persone formidamili con un’esperienza di vita davvero fuori dal comune. Dopo aver lasciato l’Italia negli anni Sessanta hanno vissuto in diversi paesi del cosiddetto terzo mondo per poi approdare una ventina d’anni fa qui a Dallas. Hanno tanti interessi, ma non hanno mai smesso di seguire quello che succede in Italia, anche se a volte hanno confessato, senza capire. Con una certa titubanza, mi hanno fatto una domanda:

- Ma tu che sei andata via da poco, me lo sai spiegare perche’ protestano quelli delle alluvioni? C’era questo tale in un programma che si lamentava perche’ aveva una piccola azienda in Veneto e ha perso trecentomila euro di macchine. Va bene, e’ un problema, ma cosa c’entra lo Stato? Come puo’ lo Stato risarcire tutti in un paese come l’Italia dove ci sono terremoti e alluvioni ogni due per tre? Perche’ il tale non aveva un’assicurazione? 

Gia’ perche’. C’e’ qualcuno che se la sente di rispondere a questa domanda?

venerdì 12 novembre 2010

mi sdoppio!

Oggi mi trovate anche qui, Anime Nomadi – Storie di Espatriate.

com’e’ che si finisce sempre a parlare del tempo?

- Che caldo!

- Senti io apro la finestra e non dire niente. Vedi che bello, questa e’ la normalita’: fa caldo e si apre la finestra, non si deve mica sempre accendere l’aria condizionata!

- Si, ma e’ Novembre.

giovedì 11 novembre 2010

il mondo degli amici con figli

Per uno strano caso diverse mie amiche in Italia aspettano un bambino proprio ora come me e cosi’ ci si confronta. Una cosa di cui alcune di loro soffrono e’ la mancanza di comprensione dei loro amici, l’allontanarsi degli amici perche’ si aspetta un bambino. Il non essere piu’ invitate, l’essere bersaglio di battute cattive. Ora non so se sia un semplice caso o un problema generale, pero’ il fatto che diverse persone mi dicano la stessa cosa mi incuriosisce. Soprattutto perche’ qui mi pare sia esattamente il contrario: gli amici rischi di perderli se non hai figli, fenomeno altrettanto inquietante. Come ho gia’ raccontato, da quando aspetto un bambino, le persone intorno a me si sono moltiplicate . Non mi dicono piu’ how are you doing, ma how are you feeling, una storia completamente diversa. Qui si tende ad avere figli molto presto, tutti i miei amici ne hanno gia’ minimo due o tre, anche quelli piu’ giovani di me. Un’amica di Roma che e’ appena stata in vacanza a New York invece, mi diceva che una delle cose che piu’ le sono piaciute era vedere tanti bambini in giro. Dice che a Roma non se ne vedono spesso, non l’avrei detto.

Comunque, in un modo o nell’altro sto entrando anch’io nel vivo dello strano mondo degli amici con i figli. Gli amici con i figli qui sono quelli che quando danno una festa scrivono chiaramente se i bambini sono ammessi o no, sono quelli che fra loro come forma di scambio usano il baratto (qualunque cosa per un paio d’ore di babysitteraggio), sono quelli che si scambiano informazioni segrete su pediatri, posti dove fare la spesa e libri di psicologia. Sono quelli che un po’ ti ecsludono se non hai figli perche’ giustamente a te poi che te ne frega. Gli amici con i figli possono parlare un quarto d’ora della prima volta che il bambino si e’ rigirato da solo, roba che tu se non ce li hai dici…embe’? 

Mrs. Monkey, come dicevo, e’ la piu’ esaltata del mio ingresso nel club e forse ora ho capito anche il perche’. In tutti questi anni, non e’ mai successo, ma ora si’, ora mi chiede di tenerle i figli (non uno, non due, ma tre) immagino perche’ e’ sottointeso che mi rendera’ il favore (saremmo sempre tre a uno, ma non guardiamo il pelo nell’uovo). Questa settimana due volte. La prima ero da sola in casa e ho dovuto rifiutare perche’ il mio programma di riposo forzato non prevede di inseguire per tutto il giorno un bambino di un anno e mezzo (senza parlare degli altri due…). Sorry, doctor’s orders. La seconda volta che e’ tornata all’attacco, invece ha raffinato la strategia, puntando sul weekend.

- Visto che sei a riposo e non vai da nessuna parte, me li terresti venerdi sera due ore? E’ un’emergenza, ti prego!

Accetto senza problemi, mi fa piacere aiutarla se posso, ma venerdi sera poco prima dell’appuntamento mi chiama per dirmi che c’e’ stato un cambio di programma.

- Non e’ che invece me li terresti domani dalle dodici alle otto? E’ un’emergenza, ti prego!

Dalle dodici alle otto: che fregatura, se ne va il sabato completamente. L’emergenza poi tra l’altro era il matrimonio della sua tata, si sapeva da mesi.

Se devo essere sincera non so se ci tengo cosi’ tanto a far parte di questo club. Ma si puo’ essere genitori senza farsi prendere dall’ansia e perdere il senso della realta’?

mercoledì 10 novembre 2010

basta bush, please!

Sicuramente in Italia ci saranno cose piu’ interessanti di cui occuparsi, ma qui e’ tornato alla carica George Bush, chi l’avrebbe mai detto. Se n’e’ stato tranquillino un paio d’anni e ora, proprio ora che il consenso di Obama traballa, torna a intrattenerci. In effetti, l’opinione pubblica non era certo dalla sua parte quando il suo secondo mandato e’ terminato, forse spera che determinate cose siano state dimenticate, che la gente gli sia un po’ piu’ favorevole. Con la scusa della presentazione del suo nuovo libro in questi giorni e’ ovunque. Ieri, tra l’altro, era proprio qua dietro casa mia in una libreria a firmare autografi. Ero quasi tentata di andare a vederlo con i miei occhi e soprattutto vedere come sono fatti i suoi fans, quelli che, a dispetto di tutto, ancora oggi lo idolatrano. E’ che fa ancora male sentirlo parlare di Katrina, dell’Undici Settembre, di Guantanamo e tutto il resto. Sentire le stupidaggini con cui giustifica il ricorso alla tortura. Sentirlo dire che pur sapendo quello che si sa ora riguardo alle armi di distruzione di massa mai trovate, avrebbe comunque attaccato l’Irak “per dare la liberta’ a venticinque milioni di persone” e poi aneddoti imbarazzanti e assolutamente trascurabili sulla sua vita da alcolizzato. Non si riesce nemmeno ad ascoltarlo fino in fondo.

Otto anni sono un’eternita’, e’ consolatorio solo pensare che finalmente quell’epoca e’ finita.

martedì 9 novembre 2010

ingannando l’attesa

Mi e’ sempre piaciuta l’idea di piantare un albero quando nasce un bambino, solo che poi ho pensato che qui gia’ si parla di traslochi e allora ho deciso che era meglio dipingerlo l’albero. Poi pero’ ho risolto che era ancora piu’ bello costruirlo e usarlo, unendo all’albero, la passione per i libri.

Totalmente incapace di realizzare la mia idea, ho coinvolto qualcun’altro che ha progettato…

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Costruito….

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E dipinto…

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Un piccolo capolavoro!

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Non avevo mai pensato all’espressione “ingannare l’attesa” prima, devo dire che mi piace.

La stiamo completamente fregando l’attesa questa volta.

Il mio piccolissimo contributo al progetto e’ stato quello di fornire all’alberello un indispensabile guardiano…

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…E chiaramente il primo libro!

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Mi piace tanto questo alberello e soprattutto chi lo ha costruito che ogni giorno mi sorprende in un modo nuovo.

lunedì 8 novembre 2010

say what?!

- Oh my gosh, my sister is so anal

Dice che alcuni usano anal per dire ossessivo, ansioso.

Niente paura dei doppi sensi e delle facili ironie in questo paese.

Avrei tanto voluto vedere la mia faccia in quel momento.

venerdì 5 novembre 2010

ricordo della questura di milano

In questi giorni, ovviamente anch’io ho letto spesso della Questura di Milano, della telefonata e tutto il resto e mi sono tornati in mente tanti bei ricordi. Gia’, perche’ alla questura di via Fatebenefratelli ci ho passato tanto di quel tempo che nonostante lo sforzo e’ impossibile rimuovere l’esperienza dalla memoria. A quei tempi Mr. Johnson, che aveva un datore di lavoro disposto a regolarizzare la sua posizione di immigrato stava cercando di ottenere un visto per lavorare in Italia e cosi’ siamo finiti in via Fatebenefratelli. Ricordo che la prima volta che andai li’ rimasi scioccata. Da italiana non avevo mai visto quell’aspetto del mio paese. Non ricordo a che ora normale aprissero gli uffici, ma ti dicevano di cominciare a metterti in coda alle quattro, cinque di mattina, anche d’inverno. In coda vedevi bambini, donne incinte, anziani, che magari una volta arrivati finalmente all’entrata venivano anche rimandati a casa perche’ non avevano qualche documento. L’interno era sporco, i bagni indecenti. Non si puo’ dire che gli impiegati in generale, ne’ i carabinieri fossero di grande aiuto o comprensione, nemmeno per le categorie piu’ deboli. Senza parlare dell’incompetenza. Sicuramene ci sara’ stato qualche ottimo professionista, ma non mi e’ mai capitato di incontrarlo. La freddezza delle forze dell’ordine spesso si sbriciolava momentaneamente di fronte a noi. Vuoi mettere un’italiana e un americano con tutti quei morti di fame? A volte ci dicevano di non preoccuparci che “di sicuro” per un americano con un datore di lavoro in Italia sarebbe stato molto piu’ facile. Informazione completamente errata.
Infatti, Mr. Johnson quel visto non l’ha mai ottenuto.
A quando una bella telefonata per aiutare tutti quegli immigrati allo stesso tempo? In fondo, sarebbe molto piu’ semplice che intervenire su ogni singolo “caso disperato”. Basterebbe in modo molto banale, ordinare di dare una ripulita e di trattare le persone in maniera un minimo piu’ civile.  

giovedì 4 novembre 2010

ce la si puo’ fare, ma a volte e’ dura

Ennesimo Baby Shower. Questa volta era quello organizzato dai colleghi di Mr. Johnson. Mi chiama mezz’ora prima e mi dice solo Ti prego, dimmi che stai arrivando. Poi capisco. Un festa bellissima, mooolto piu’ grande di quello che pensavamo e lui odia essere al centro dell’attenzione. Io mi sono divertita un mondo invece a mettere insieme finalmente le facce e le poche storie che avevo sentito. Con un paio di persone si e’ fatto perfino un po’ amicizia e ci si e’ ripromessi di rivederci assolutamente fuori di li’. Pero’ il fatto e’ che non c’erano solo i colleghi giovani e simpatici, c’erano anche le sciure e i capi, cosi’ quando e’ venuto il momento dell’apertura dei regali e’ stato un minimo imbarazzante devo dire. Immaginate noi due tipo su un trono ad aprire decine di regali cercando di fare sempre la faccia giusta e dire sempre qualcosa di appropriato mentre tutti ci guardavano in silenzio. Il peggio e’ arrivato quando abbiamo aperto questo:

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Io ho pensato a uno scherzo. Ringrazio solo il cielo di non aver fatto in tempo a dire nulla prima che mi venisse sussurrato Fai finta di niente te lo spiego dopo. In effetti dice “tinkle” non “twinkle” come la famosa canzoncina per bambini…chi ha orecchie per intendere intenda. Non avevo nessuna idea dell’esistenza di questo strumento. E chissa’ di quante altre cose non ho idea. Ma studio, mi applico, ho ancora un mesetto di tempo e ce la posso fare. Si’ si’ come no.

mercoledì 3 novembre 2010

…maybe we can’t…

Peggio di cosi’ era difficile che andasse per Obama. Beh, in effetti, non tanto, avrebbe potuto perdere anche il Senato. Ma chi li capisce gli americani? Due anni fa lo acclamavano e ora lo vorrebbero cacciare. Forse si aspettavano tutto subito, ma il mitico change stava cominciando, ci sono stati tanti segnali, cosa ci si poteva aspettare di piu’, realisticamente dico? Evidentemente come anche in Italia, il populismo alla fine ha sempre la meglio. Basta un bel meno tasse per tutti per mettere tutti d’accordo. Comunque, non precipitiamo le cose. La situazione ha dei precedenti. Clinton per esempio, dopo una sconfitta simile poi fu rieletto e non fu l’unico. Ora che i Repubblicani hanno piu’ potere dovranno dimostrare di sapere cosa farne, altrimenti la rabbia della gente ricadra’ un’altra volta su di loro fra due anni. La rabbia cieca della gente senza memoria.

lunedì 1 novembre 2010

la campagna elettorale americana

La principale differenza che noto in questa campagna elettorale, e’ la quantita’ di spot elettorali denigratori dell’avversario. Non sono nemmeno tanto sicura in queste settimane di aver visto uno spot a favore. Sicuramente c’e’ qualcosa che mi e’ sfuggito pero’ non capisco come possa piacere agli elettori vedere un candidato che spende tutti questi soldi non per parlare di quello che vorra’ fare lui, ma di quello che non hanno fatto o fatto male altri.

it's the end of the world as I know it (and I feel fine)

Ero riuscita a negoziare un’ultima settimana per salutare tutti, ma ora devo proprio arrendermi, devo smettere di lavorare. Pare che dallo sbandierato worst case scenario si sia passati al mai menzionato best case scenario e non si potrebbe chiedere di piu’. Tutto sta andando molto meglio di quello che ci si aspettasse un paio di mesi fa, ma i dottori dicono che a questo punto per sicurezza, devo davvero starmene tranquilla. Non devo stare a letto tutto il giorno per fortuna. Non prendere impegni e non guidare troppo dovrebbe bastare, quindi niente lavoro. E cosi’ sento un po’ la terra mancarmi da sotto i piedi e non per i motivi che pensavo un po’ di tempo fa. Probabilmente se decideranno di non aspettarmi, non ne faro’ una malattia. Mi dispiace, ma so di non avere nessun diritto quindi che facciano un po’ quello che credono. Quello che mi fa veramente traballare e’ il cambiamento. Cambiamento radicale. Il mio lavoro era una parte sostanziale della mia vita, ora ci sara’ altro. Penso a tutte le cose che mi piace fare e al fatto che probabilmente anche li’ per un po’ ci sara’ altro e altro ancora. E’ difficile anche da immaginare un cambiamento cosi’ grande, ma sto bene. Mi sento bene fisicamente e mentalmente, penso solo cose belle. Mi sento un po’ come in quella canzone dei REM che cito impropriamente nel titolo. Ho tirato fuori un certo fatalismo. E poi non mi annoio mai. Sto catalogando tutte le attivita’ che ho fatto fino ad ora e creandone altre, in modo che se e quando tornero’ al lavoro sara’ tutto il piu’ semplice possibile. Anche in questa situazione di parziale immobilita’, ho talmente tanti progetti, tante cose da fare che non credo avro’ problemi. Per adesso pero’ mi piace indugiare ancora un po’ sul pensiero dei miei studentelli, che mi hanno riempito di bigliettini e di abbracci in questi giorni e di tutte le domande imbarazzanti e ridicole che ho imparato a schivare. C’e’ stata una bambina di cinque anni che con l’aria piu’ disinvolta del mondo ha alzato la mano l’altro giorno e mi ha chiesto: are they going to give you medicines while they cut your tummy to pull out the baby?

E poi tutti quelli preoccupatissimi: ma come ci e’ finito il bambino li’ dentro?!

Quando, con la mia panciona di otto mesi,  ho detto a quelli di prima che era la nostra ultima lezione perche’ aspetto un bambino, due hanno cominciato a litigare: visto! te l’avevo detto che era incinta!

E io che pensavo che oramai fosse ovvio! Mai dare niente per scontato con i bambini. Tranne una cosa: che mi mancheranno tanto.

venerdì 29 ottobre 2010

bunga che?

Ieri avevo da fare e non e’ che ci abbia capito molto. Spero. Insomma, se ho capito e’ davvero assurdo, troppo troppo assurdo, spero che non sia vero, e soprattutto che nessuno mi faccia domande strane. Anche se lo so che con gli americani posso ancora ancora cavarmela, ma poi arrivera’ il francese o il tedesco di turno e li’ ci sara’ da incassare. Parlare di quello che succede in Italia comincia a diventare umiliante sul serio. Mi sono appena svegliata e finora non ho sentito nulla qui, chiedo conferma a Mr. Johnson che infatti non ne sa nulla. Ma aggiunge: – Qualche anno fa ne parlavano tanto perche’ lo scandalo era che fosse ancora al potere, ma ora…

Ora che’? Non si sprecano nemmeno a discuterne tanto e’ assurdo? In effetti e’ proprio cosi’, dell’Italia non si sente mai quasi nulla oramai come se i normali criteri di discussione non fossero applicabili alla nostra situazione politica e sociale.

Per fortuna che c’e’ Elio.

giovedì 28 ottobre 2010

lo squalo sulle torri gemelle

 

P1210422Ieri con una classe si e’ parlato dell’Headington Shark che e’ una scultura che si trova in Inghilterra e rappresenta uno grosso squalo conficcato in una normalissima casa. I bambini adorano l’Headington Shark. Quando glielo si presenta, non possono fare a meno di sorridersi complici e immaginare come e’ arivato la’, immaginare storie. Cosi’ il compito era proprio immaginare altri posti in cui lo squalone sarebbe potuto atterrare. Ho trovato di tutto: le piramidi, la Torre di Pisa, un pianeta, un parco giochi, ecc. ecc. Mi ha colpito che un bambino abbia immaginato lo squalo atterrare sulle Torri Gemelle. In effetti, la forma e il colore dello squalo e quella dell’aereo non sono poi cosi’ differenti. Guardando il disegno da vicino si vede proprio la gente che vive ai piani di sotto come se tutto fosse sotto controllo. Questo bambino non era nemmeno nato all’epoca dell’attentato eppure, questa e’ stata la sua prima associazione mentale. Noto spesso insegnando arte che i bambini tendono ad aggiustare la realta’, a renderla migliore, e questo mi sembra proprio uno di quei casi. Che bello il mondo dei bambini, dove uno squalone si schianta sulle Torri Gemelle e le persone continuano a vivere tranquille e felici.

mercoledì 27 ottobre 2010

una mamma o due mamme o due papa’ o…

Volevo raccontarvi una cosa che mi e’ successa quando ci stavamo preparando per l’adozione che mi sembra interessante, una cosa che credo in Italia funzioni in maniera completamente diversa. Alla prima riunione di presentazione, ci aspettavamo di trovare una sala gremita, decine di coppie. Una volta scoperta questa incredibile possibilita’ immaginavamo tantissimi come noi, ci si buttassero ogni giorno. Ci stupimmo di ritrovarci invece in quattro o cinque, ma era solo un incontro preliminare. Piu’ avanti dovemmo iscriverci a un seminario per discutere oltre che di adozione in generale, principalmente di quello che qui viene chiamato adozione transraziale, transracial adoption, che era il discorso che avevamo bisogno di approfondire noi. Anche in quel caso rimanemmo stupiti. Oltre a noi, gli unici altri candidati genitori erano una coppia formata da due donne e una donna single. Devo ammettere che in maniera molto egoistica la prima cosa che pensai fu che girasse bene per noi dal momento che nel nostro caso, era la madre a scegliere i futuri genitori. Quel seminario fu un un’esperienza molto forte, intensa, di quelle che ti cambiano in qualche modo e per tanti motivi diversi. Non avevo mai avuto nulla contro questo tipo di famiglie, o contro qualunque tipo di famiglia, ma leggendo diversi libri sull’adozione transraziale in quel periodo (scusate, uso questa parola perche’ non ne ho trovata una buona in italiano), lo confesso, avevo cominciato a dubitare. Il mio dubbio principale riguardava il fatto che ci sono talmente tante questioni da affrontare per un bambino adottato da genitori con la pelle di un colore diverso dalla sua che aggiungere anche quella dei genitori dello stesso sesso o single potesse essere un po’ troppo. Avevo letto talmente tanto sulla discriminazione a cui inevitabilmente il bambino sarebbe andato incontro che per un momento ho pensato che vedere discriminati anche i genitori potesse nuocergli ulteriormente. Un discorso, questo, che poi mi sono resa conto sta in piedi benissimo anche ribaltato: chi e’ stato discriminato capisce anche meglio la discriminazione degli altri, ha degli strumenti per affrontarla. Quello che mi sembrava uno svantaggio, se usato bene, puo’ diventare un ulteriore punto di contatto e di bonding. Ad ogni modo, avevo completamente perso di vista il senso della cosa, finche’ qualcuno mi ha fatto una semplicissima domanda: e’ meglio che un bambino passi da un istituto all’altro, da un affido all’altro o e’ meglio che venga adottato da due persone dello stesso sesso o da una da sola che hanno fatto sacrifici su sacrifici per stare con lui, che gia’ prima di conoscerlo lo amano cosi’ tanto da sfidare ogni difficolta’ e ogni pregiudizio?

Bingo. La questione sta tutta qui. Cosa ne sara’ di quei bambini che non vengono adottati? Ci avete mai pensato?

Ogni tanto, perfino io che il pragmatismo non so nemmeno dove stia di casa, credo che si debba essere pragmatici nella vita e questo per me e’ uno di quei casi.

Mi e’ tornata in mente questa storia perche’ spesso seguendo programmi o notizie dall’Italia sento affermazioni di una intolleranza feroce che scivolano via come niente. Anche parlando con persone molto aperte per altre cose, a volte sembra quasi che abbiano paura ad accettare un’ipotesi di questo tipo, che si sentano di dover fare mille distinguo o semplicemente opporsi perche’ e’ troppo, perche’ no perche’ la famiglia e’ la famiglia. Rimasi stupita quando questo tipo di atteggiamento lo vidi in un amico gay in Italia. Era cosi’ entusiasta dell’adozione da parte mia che mi regalo’ un libro a proposito, era talmente commosso che voleva sapere tutto, ma quando si arrivo’ alla sua di situazione lo vidi ritrarsi. Nemmeno lui, era convinto che fosse una buona idea, nemmeno in linea di principio.

Per tante cose, si puo’ dire che le differenze culturali non siano poi cosi’ notevoli fra l’Italia e gli Stati Uniti o almeno non lo sono se comparate a quelle fra questi paesi e quelli asiatici o africani, ad esempio, pero’ vivendoci ti rendi conto che ce ne sono di differenze, infinite sfumature o cambi drastici di tonalita’, e sono davvero tante.

Vivo in un banalissimo quartiere dei suburbs, della perferia, e le mie dirimpettaie sono una coppia di donne con un paio di bambini, niente di strano. Espressioni come my two moms o my two dads sono relativamente comuni qui. Ho un’amica,della mia eta’ con due mamme, me l’ha raccontato per caso fra una chiacchera e l’altra, nessuno si sconvolge. E poi ci sono i film, la tv. In Modern Family, c’e’ una simpaticissima coppia gay con una bambina piccola. Non credo nessuno si sia scandalizzato di vedere rappresentata in prima serata in uno spettacolo di enorme successo una famiglia di questo tipo, pero’ una polemica c’e’ stata. A un certo punto, sono stati accusati di non essere realistici, di non aver inscenato nemmeno un bacio. In questa nuova stagione, iniziata da poco ne ho visti almeno due di baci, spontanei, quotidiani, credibilissimi. E sembra niente, ma sono cose importanti, ci si abitua ai cambiamenti  a poco a poco e anche cosi’ si va avanti come societa’, accettando pian piano tutti o almeno facendo uno sforzo in questo senso.

martedì 26 ottobre 2010

la scoperta dei feromoni

Anche il giorno dopo le convulsioni la Ragazzina non stava per niente bene. Sembrava esausta fisicamente e questo credo sia abbastanza comprensibile, ma sembrava anche ancora molto spaventata, persa. Non siamo nemmeno usciti per paura che avesse un’altra crisi quando non c’eravamo. A un certo punto, osservandola, mi sono ricordata che il veterinario una volta mi aveva parlato del collare D. A. P., che sta per dog appeasing pheromone, feromone che calma i cani. Me lo ero segnata, ma poi nel mio scetticismo, non avevo piu’ approfondito l’argomento. Vedendo quanto stava male, pero’ ho deciso di provare a fare qualche ricerca in piu’ e ho letto diverse recensioni positive. In pratica, si tratta di un collare (oppure di uno spry) che rilascia una sostanza chimica, la cui composizione e’ simile a quella che la cagna emette durante l’allattamento, ha un effetto tranquillizzante e non ha nessuna controindicazione. Dopo una giornata di indifferenza totale, infatti, quando abbiamo tirato fuori il collare ha subito reagito, e’ sembrata interessata almeno. Con il passare delle ore e’ andata sempre meglio e oggi, non dico che pimpasse, ma era quasi normale. Non so se sia tutto merito dei feromoni pero’ credo abbiano influito positivamente. Se avete come me un cane ansioso, considerate magari anche questo rimedio. Va bene contro qualunque situazione di stress, la paura dei temporali o dei fuochi d’artificio, per esempio. Qui lo abbiamo trovato in un normale negozio di animali, in Italia non so, ma basta fare una semplice ricerca su Google, ho visto che c’e’ anche su Amazon.

Potere del profumo della mamma.

lunedì 25 ottobre 2010

quando la lezione te la da’ la ragazzina

Il Johnson Giapponese per me e’ un enigma. In teoria dovrebbe essere abbastanza simile al mio di Johnson e invece, se l’involucro e’ piu’ o meno lo stesso, il contenuto e’ tutta un’altra cosa. Conoscerlo e’ stato un po’ come addentare una torta al cioccolato che invece sa di taleggio, sorprendente ma anche molto poco piacevole. Viene piu’ o meno ogni due anni a trovarci dal Giappone, ci complica la vita giusto quel tanto che basta e se ne torna come se niente fosse da dove e’ venuto. Il mio principale problema nei suoi confronti riguarda i cani. Non ce l’ho con quelli che non amano circondarsi di cani. Mi spiace molto per loro, ma lo trovo del tutto legittimo: i cani sono impegnativi, puzzolenti, bauscioni, si puo’ capire se uno preferisca starne alla larga. Tra non amare i cani e disprezzarli, c’e’ una differenza pero’. E se poi a disprezzarli e’ una persona che ha vissuto tutta la vita con almeno due o tre di loro alla volta in una famiglia di persone che adorano i cani, davvero non ci provo neanche a capire, non mi interessa, per me li’ manca della sensibilita’, manca qualcosa. Fatto sta che quando arriva lui, i miei cani devono sparire anche perche’ nel frattempo e’ riuscito a convincere i suoi bambini piccolissimi che questi due soggetti in basso possano essere pericolosi.1215081803aA me questa cosa che arriva lui e spariscono i cani (non e’ che spariscono poi, e’ solo che dobbiamo chiuderli fuori o da qualche parte) non e’ mai andata giu’, ma dopo aver visto la reazione di terrore di quei bambini alla vista dei cani (IIE! IIE! IIEEEE! che sarebbe no in giapponese), mi e’ sembrato piu’ semplice lasciare perdere una volta ogni paio d’anni che impuntarmi. Ora mi accorgo di aver sbagliato a sottovalutare il problema. In fondo se in una famiglia c’e’ questo livello di incomprensione, c’e’ qualcosa che non funziona. Ci si sarebbe dovuti sedere intorno a un tavolo e se ne sarebbe dovuto parlare, invece si e’ preferito rimanere con questo immenso non detto. Ci ha pensato la Ragazzina a farci riflettere. Lei cosi’ paurosa, cosi’ ansiosa, lei che non si e’ mai ripresa completamente dal trauma dell’abbandono e della fame, dopo giorni e giorni di questa situazione non ha retto piu’ e ci ha fatto prendere un grande spavento. Ancora ho negli occhi l’immagine di lei che soffre mentre non posso fare nulla per aiutarla. Tre ore e quattrocento dollari dopo, il medico del pronto soccorso veterinario ci spiegava in modo molto chiaro che questo tipo di cane spesso non sopporta lo stress e che potrebbero anche esserci altre cause, ma sicuramente la situazione particolare con gli ospiti l’ha spaventata a tal punto da provocarle delle convulsioni piuttosto gravi. Un minimo sollevati, ma ancora scossi ce la siamo portati a casa e abbiamo fatto sapere ai nostri ospiti che i cani non sarebbero piu’ stati rinchiusi. Il bello e’ che non e’ successo assolutamente nulla. Hanno detto va bene, niente piu’ strilli e pianti in giapponese, niente problemi, niente di niente.  Certo, non e’ che facesero i salti di gioia e nemmeno noi del resto dopo una serata del genere, ma evidentemente bastava parlarsi in modo chiaro e senza giri di parole per arrivare a una soluzione. Mi dispiace tantissimo che a rimetterci sia stata la mia Ragazzina Pimpante.

Da non dimenticare, l’ospitalita’ ha sicuramente dei limiti.

giovedì 21 ottobre 2010

riflessioni sul registry, e non solo

Il registry e’ la lista dei regali che si fa nelle grandi occasioni, come la lista nozze da noi, credo. A me e’ toccato farlo per la prima volta in occasione dei vari Baby Showers di cui vi raccontavo qualche giorno fa e devo dire che mi sono divertita moltissimo. Non sapendo praticamente nulla ne’ di quello che mi serviva, ne’ di come funzionava un registry, mi sono fatta aiutare ancora una volta dall’amica Mrs. Monkey che come al solito, si e’ lasciata un attimo prendere dall’entusiasmo. In teoria, puoi riportare indietro tutti i regali fino a tre mesi dopo la presunta data del parto senza scontrino, cosi’ la sua idea credo fosse sostanzialmente di fare una lista sterminata e scriteriata, tanto poi ci pensi dopo. Quel pomeriggio, sembravamo due invasate, non facevamo altro che ridere e scannerizzare e in effetti, il caos regna sovrano. I regali sono strabordati dalla futura stanzetta di Baby J fino a ricoprire la superficie calpestabile della sala quasi per intero. Abbiamo ricevuto diversi completini identici, tre seggioline rimbalzanti (bouncers), tre passeggini piu’ la telefonata della mamma di Mr. Johnson ieri che ci diceva di averci fatto una bella sorpresa, un bel passeggino nuovo! e via di questo passo.

E’ tutto stupendo e fa tutto parte del gioco del Baby Shower, ma contemplando questa marea di inutile e costoso (ho ricevuto anche tantissime cose di seconda mano da tutte le mie amiche che posso usare benissimo), mi e’ venuta un po’ di malinconia. Per la maggior parte delle persone avere un bambino e’ la cosa piu’ naturale e normale del mondo, ma per me tutte quelle certezze iniziali, hanno subito a un certo punto una brusca frenata e quando abbiamo deciso di adottare, mi si e’ aperto un mondo davanti, un mondo che non conoscevo, a cui non avevo mai veramente pensato. Quello che voglio dire e’ che avere un bambino e’ la cosa piu’ bella del mondo certo, ma averlo dopo essersi accorti e avere interiorizzato cosi’ profondamente quanti bambini gia’ ci siano in questo mondo senza una mamma e un papa’, e’ completamente un altro paio di maniche. Non so se superero’ mai questa specie di senso di colpa. Da una parte spero di no, in modo cosi’ da continuare ad aver voglia di realizzare un giorno anche questo sogno e non per aiutare nessuno, ma per aiutare me stessa, perche’ possono essere anche queste le cose che danno un senso alla vita. 

ci provi anche a sentirti a tuo agio, tutto inutile

Per la prima volta ti metti un vestito per andare a scuola. Nessun intento fashion, fa caldo e vuoi solo stare comoda. Non fai in tempo a entrare che fioccano i commenti. Ma che bel vestito, ma che bella panciona, allora ci siamo quasi e via dicendo fino alla fine del corridoio. Raggiungi finalmente la tua classe e ti ci barrichi dentro. E’ in quel momento che ti accorgi di avere messo il vestito al contrario.

Dopo tutto, forse il riposo forzato non mi fara’ poi cosi’ male.

mercoledì 20 ottobre 2010

il baby shower

Il Baby Shower e’ una festa che originariamente si organizzava per dare il benvenuto ai neonati e ora invece si organizza per lo piu’ prima che i bambini nascano per aiutare i genitori ad arrivare il piu’ possibile equipaggiati al fatidico momento. In genere e’ una festa tutta fra donne e la organizza qualcuno della famiglia o un’amica molto stretta. Da italiana all’inizio non me ne facevo tanto una ragione: una festa senza festeggiato, no, non mi convinceva. Diverse conoscenti italiane mi hanno detto di essersi rifiutate di festeggiare in anticipo anche solo per scaramanzia, ma quando e’ venuto il mio turno alla fine ho deciso che se Baby Shower doveva essere, lo volevo proprio all’americana. Il tutto poi e’ stato trainato da una persona, una persona molto speciale per me, la mia amica Mrs. Monkey, la migliore amica che ho in questo paese. Ci teneva piu’ lei di me, non potevo deluderla e non l’ho fatto anche se le ho ripetuto mille volte in questi ultimi due mesi che poteva provarci a organizzare, ma che di sicuro lo avremmo dovuto cancellare, dato che i medici dicevano che sarei di sicuro finita in ospedale per un sacco di tempo. Il Baby Shower qui mi sembra importante quasi o forse di piu’ del matrimonio per certi aspetti. Quel giorno infatti, lei non stava nella pelle dalla gioia per me come solo i veri amici sanno fare e io ho realizzato quanto mi sentissi felice di questa cosa solo nel momento in cui mi sono ritrovata li’. Una festa piccola perche’ dopo quattro anni qui non ho molte amiche (ma quelle che ho sono molto molto buone mi sembra, forse ho imparato la lezione…), organizzata alla perfezione in ogni minimo dettaglio, proprio come narravano le varie legende metropolitane. Un sacco di regali e dei giochi a tema. Cose che possono essere di una noia mortale, ma non in questo caso. E’ stato divertente anche perche’ Mrs. Monkey e’ la mia unica amica americana e le altre che vengono dai luoghi piu’ disparati del pianeta, come me non avevano mai assistito a un vero Baby Shower americano. A dire la verita’, si era anche state spesso scettiche sulla cosa fra noi straniere, ma poi al momento, grazie all’entusiasmo trascinante di Mrs. Monkey tutte abbiamo realizzato quanto non sia importante il cosa si fa a una festa, ma con che spirito e con che compagnia lo si fa.

In realta’ poi questo non era il mio primo Baby Shower. Il primo me lo hanno organizzato un paio di settimane fa i miei studentelli a scuola. Una delle feste a sorpresa piu’ riuscite della storia, mi hanno lasciato letteralmente senza parole.

E non e’ stato nemmeno l’ultimo perche’ il giorno dopo le mie colleghe me ne hanno organizzato un altro, questo davvero grande. Sono venuti praticamente tutti, e cosi’ si puo’ anche capire meglio forse perche’ oltre ad amare il mio lavoro follemente, ami in particolare quella scuola con tutte le sue contraddizioni, e quelle persone.

Insomma, un sacco di festeggiamenti per questo pupetto e non so nemmeno se sia tanto tipico. La settimana prossima perfino Mr. Johnson avra’ il suo Baby Shower e io davvero un Baby Shower per il papa’ non lo avevo mai sentito.

Forse e’ solo che il cammino che ci ha portato fino a qui e’ stato un po’ tortuoso e le persone si sono affezionate alla nostra storia, non lo so. Comunque e’ un’esperienza splendida, sotto tutti i punti di vista. Pensare a quanto avevo temuto questi giorni e a quanto invece mi senta bene e’ una grande cosa di per se’. E poi per la prima volta avere una dimostrazione reale e tangibile di affetto da cosi’ tante persone, significa moltissimo per me, per la mia integrazione qui, se cosi’ la vogliamo chiamare. Mi sento cosi’ grata, ecco, di una profonda gratitudine che non avevo mai provato prima. E alcuni a volte mi guardano un po’ come fossi matta perche’ obiettivamente il persorso continua a essere ad ostacoli, ma io sono tranquilla e contenta e non do nulla per scontato. Dopo tutto era quello che volevo e il prezzo non potra’ mai essere troppo alto. In pochi giorni, ho scritto decine e decine di biglietti di ringraziamento, lunghi, personalizzati, forzando la mia mano dopo anni a ricordarsi come si scrive. Io che ho sempre odiato queste cose, mi sono proprio sentita di farlo. Quanto sto cambiando. Non posso fare a meno di chiedermi come sara’ dopo.

martedì 19 ottobre 2010

un pugno in faccia a lei e uno nel nostro stomaco

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Un italiano adulto, pienamente responsabile delle sue azioni, da’ un pugno in faccia e uccide in questo modo una giovane donna rumena, madre di due bambini, per una banale disputa davanti a una biglietteria e scoppia l’indignazione. Niente di strano.
E invece no, l’indignazione di molti, anche politici, scoppia perche’ il colpevole viene arrestato. 
A volte preferiresti non capire.

Foto da Repubblica (Stato di prostrazione?)

lunedì 18 ottobre 2010

la lista della spesa bilingue - i falsoletti

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Dichiaro solennemente che non correggero’ mai piu’ l’italiano di Mr. Johnson: i suoi (pochissimi) errori sono troppo troppo carini :)

sabato 16 ottobre 2010

baby on board!

Apro il Corriere on line e vedo un titoletto che mi fa raggelare il sangue nelle vene. Magari un anno fa non l’avrei nemmeno notato, ma ora…

Dice: “Scoppia l’airbag muore un neonato”

Io, che proprio pochi giorni fa vi raccontavo di aver fatto dell’ironia su chi ci consigliava di fare una car seat class, mi sento un po’ mancare. Come e’ potuto succedere?

Leggo l’articolo per cercare di capire cosa sia andato storto, ma e’ impossibile. Si capisce che verra’ aperta un’inchiesta per far luce sull’incidente. Si capisce che la madre “era di origini polacche” particolare fondamentale, ma non il perche’ sia accaduta una tragedia simile per una semplice sbandata e soprattutto come evitarla in futuro. Per quanto ne so, quell’airbag non sarebbe mai dovuto scoppiare/essere la’.

Ragionando un secondo, infatti, l’idea che ci si fa e’ che molto probabilmente il seggiolino era stato posizionato sul sedile anteriore. Se fosse cosi’ tutto sarebbe chiarissimo. Il seggiolino va posizionato dietro, dove non scoppiano gli airbag in corrispondenza della testa del neonato e possibilmente al centro, per proteggerlo da eventuali urti alla fiancata.

Ma questa e’ solo un’ipotesi. Non capisco questo tipo di giornalismo, anzi, io lo chiamerei piu’ che altro allarmismo. Perche’ non usare queste notizie per insegnare qualcosa ai lettori invece di limitarsi a scatenare il panico?

giovedì 14 ottobre 2010

mi fa specie

Ieri sono stata in un ospedale stupendo, per essere un ospedale certo. Come tutti gli ospedali che ho visto qui era lussuoso con tutti i comfort possibili, pulitissimo e profumato che qui la cosiddetta puzza di ospedale non sanno nemmeno che cos’e’. All’entrata, al desk delle informazioni c’erano due allegre anziane signore con un bel cartellino sulla giacca che diceva ‘volontarie’.

Mi fa specie, ecco.

Ci provo, ma non riesco davvero a immaginare per quale motivo un’istituzione del genere in questo paese ritenga opportuno avvalersi di personale non pagato. Un ospedale come quello trasuda soldi, quasi li puoi vedere fisicamente i milioni di dollari che grondano dai muri e dalle tasche dei dottori. E chissa’ perche’ dubito fortemente che l’ospedale in questione ricambierebbe il favore in caso di degenza o altre cure mediche delle stesse vecchiette nello stesso ospedale.

Un conto e’ un volontario che fa qualcosa di utile, un conto un volontario che fa un normalissimo lavoro, togliendolo ad altri poi, senza farsi pagare, magari perche’ si annoia.

C’e’ anche un’altra cosa che mi fa specie pero’. Dopo avermi terrorizzato a lungo, i miei dottori americani sono ritornati a quel tipico ottimismo americano che gli e’ piu’ consono. Ora, non so bene per quale motivo questo accada. La situazione non e’ cambiata poi cosi’ tanto, ma evidentemente, tutto considerato, le cose si evolvono nel migliore dei modi. Non voglio starci a pensare piu’ di tanto perche’ non vorrei cambiare idea, ma questo cambiamento di atteggiamento da solo, mi fa vivere molto meglio.

E per la prima volta, abbiamo anche visto una chiara faccetta paffuta da bimbo. Che felicita’.

martedì 12 ottobre 2010

l’eta’ della pensione qui

Come ho ribadito spesso, da queste parti si lavora tanto, spesso per tutta la vita, a volte per finire di pagare il mutuo o l’assicurazione sanitaria, a volte volontariamente per incapacita’ di fermarsi. Non e’ raro imbattersi in ultrasettantenni al lavoro. Nella mia scuola fino all’anno scorso c’era la signora Dietrich, sui settantacinque anni credo. Il marito era stato a lungo preside della scuola e dopo che mori’, molti anni fa, lei rimasta sola, comincio’ a venire ad aiutare con il doposcuola. Tre ore di pomeriggio, dava la merenda a una decina di bambini, li faceva sedere in cerchio a fare un gioco o a cantare una canzoncina e questo le bastava per sentirsi un po’ meno sola. Poi, quest’estate l’ho incontrata a un matrimonio e non era per niente contenta. Era stata licenziata in tronco, su due piedi e non sapeva farsene una ragione. Raccontava la stessa storia a tutti gli invitati, era molto triste. E anche noi altri, non riuscivamo tanto a capire. La sua salute era perfetta, non era successo nulla di male, non ci sembrava possibile che la cacciassero solo per l’eta’. Quando la scuola e’ ricominciata e’ stato tutto piu’ chiaro. Al posto della signora Dietrich e’ stata assunta una ventenne. A me e’ spiaciuto, un po’ a tutti immagino. Lei ci teneva talmente tanto a quel lavoro, era tutta la sua vita, l’unica cosa che la facesse sentire utile e importante era venire a scuola. D’altra parte, mi posso mettere nei panni della direzione per un momento. Forse avrei fatto lo stesso o piu’ che altro sarei stata tenuta a fare lo stesso. Pagare di piu’ una persona che puo’ fare poco (con gli anni lo stipendio cresce) o pagare poco una persona giovane che puo’ fare molto? Se fosse stato possibile le avrei spiegato la situazione e chiesto di venire quando voleva a trovarci come volontaria, invece lei e’ stata completamente bandita, senza mezzi termini. Qua usa cosi’: l’idea e’ che rimanendo non avrebbe fatto altro che lamentarsi e creare un brutto clima all’interno della scuola. Sara’. A me sembra tutto cosi’ estremo. Tutto questo pretendere di essere una grande famiglia, tutto questo rivestirsi di valori cristiani, per poi buttarti via quando non servi piu’.

lunedì 11 ottobre 2010

sospesi

Siamo completamente sospesi nell’attesa, e’ una sensazione strana. Mr. Johnson ha tirato fuori una pazienza che non ho mai sospettato, e’ un compagno di viaggio fantastico, anche in questo particolare viaggio qui. Ieri ha passato la giornata a costruire una cosa stupenda per la stanzetta di Baby J. C’erano altre cose da fare, tipo lavare i piatti, svuotare e riempire lavatrici, cose cosi’, ma il fatto che, dopo tutti questi mesi, si sia finalmente sentito di iniziare a costruire questa cosa per lui con le sue mani, mi ha commosso. Del resto era stata una mia idea, sempre brava a trovare lavori per gli altri, e all’inizio non lo avevo visto molto entusiasta, anzi. Tanto lo facciamo per noi stessi, lui mica capira’. E invece si’ che capira’. Ci dividiamo fra appuntamenti dal dottore e quei corsi, che -confermo- esistono davvero, dove ti danno una bambola per insegnarti a cambiare i pannolini o fare complessi avvolgimenti di copertine. Ridevamo tanto che a un certo punto ho pensato ci buttassero fuori come studentelli indisciplinati. Per il resto, io riposo e riposo il piu’ possibile, doctor’s orders, ma probabilmente non abbastanza. Siamo entrati nella fase critica, quella che ci avevano detto da questo momento in poi tutto puo’ succedere e invece di impazzire, abbiamo perso quasi tutta l’ansia per strada, interessante anche questa cosa. In fin dei conti, viviamo nella ‘zona rossa’ da una settimana e il mondo non e’ crollato, siamo qui, ci sentiamo benone e vediamo un po’ come va. Certo, come spesso mi succede nei momenti importanti, sono un po’ fuori dalla realta’. Pianifico, lavoro tanto con il pensiero per cercare di lavorare il meno possibile con il corpo, che’ nella normalita’ non ti rendi nemmeno conto di quanto fai durante una giornata.  Gioco tanto a scacchi, ci provo piu’ che altro, da quest’estate dopo aver letto La Regina degli Scacchi di W. Tevis, guardo miriadi di vecchi film e documentari e leggo libri, prevalentemente sul cervello. Ho letto da qualche parte che paradossalmente hanno piu’ possibilita’ di essere felici quelli che hanno subito una tragedia di quelle immense che quelli che devono vedersela tutti i giorni con problemi del tutto minori, tipo la perdita di un lavoro o una relazione in crisi. Dice che se sei davvero messo male, non hai scelta: o ti tiri su o muori. E allora e’ piu’ facile che ti tiri su. Invece, se sei in una situazione piu’ aperta e hai tante possibilita’ davanti, e’ piu’ probabile che la situazione nella sua complessita’ ti logori. L’ho sempre pensato anch’io, piu’ possibilita’ hai, piu’ ti incasini. In una situazione come quella che sto vivendo io ora per esempio, di possibilita’ non ne vedo e non e’ bello, certo, ma non e’ neanche tanto brutto. Almeno sappiamo cosa dobbiamo fare, che non e’ poco.

E stiamo qua.   

venerdì 8 ottobre 2010

forse dovrei cominciare a leggere di piu’ la stampa locale…

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“La polizia riceve la segnalazione di un neonato trovato in un bidone della spazzatura. Dopo investigazioni, gli agenti scoprono che si trattava solo di un burrito”

giovedì 7 ottobre 2010

pensando ad alta voce

Mi vede prepararmi per andare al lavoro con questo pancione enorme e mi chiede sorridendo -sorride SEMPRE lei- fino a quando lavorero’. Le dico che non lo so di preciso, fino a quando non me lo vieteranno probabilmente. Allora, in un inglese un po’ stentato, comincia a raccontarmi di un magico paese, il suo, il Giappone, in cui le donne incinte ‘vanno in vacanza’ due mesi prima di partorire e volendo ci possono rimanere per un altro anno e mezzo continuando a essere pagate e senza perdere il lavoro. Sogno. In realta’, anche in Italia non mi sembra per niente male: ho un’amica che e’ gia’ in maternita’ al quarto mese perche’ nel suo lavoro e’ a contatto con sostanze tossiche. Qui invece niente di niente, soprattutto se hai un lavoro part-time. E cosi’ ora si tratta per me di fare delle scelte molto ma molto serie e difficili.

A un certo punto il mio dottore -che ultimamente devo dire ha tirato fuori un’insospettabile vena ottimista, ed era anche ora…- mi disse che l’unica cosa che poteva fare per alleviarmi lo stress dei vari problemi che sono sopraggiunti era farmi un permesso per smettere di lavorare. Dottore, guardi non ha capito, lavorare e’ l’unica cosa che allevia il mio stress. Tanti non lo capiscono infatti, ma per me e’ davvero cosi’, e non solo in questo momento. Dopo due anni, sono ancora convinta di aver trovato il lavoro dei miei sogni, stipendio a parte. Pero’ non so davvero cosa fare adesso.

Mr. Johnson e’ finalmente riuscito a esprimere la sua opinione in proposito. Si e’ sempre tenuto in disparte, ma ora dice chiaramente che saremmo tutti piu’ felici se non tornassi al lavoro prima del prossimo anno scolastico, quando il bimbo avra’ otto o nove mesi. Piu’ ci penso anch’io e piu’ mi sembra la cosa giusta da fare. D’altra parte, chi glielo dice alla direttrice? Lei ha sempre accenato a due o tre mesi…e se mi licenzia? E poi ci sono tante di quelle cose che voglio ancora fare quest’anno al lavoro, e’ una scelta difficile, difficilissima. E’ un lavoro di tre giorni alla settimana ed e’ un lavoro che adoro, mi darebbe tantissimo fastidio perderlo. Pero’ mi sento anche egoista: lavorerei praticamente solo per pagare l’asilo, non ho un’esigenza reale di farlo e tre giorni sono un’eternita’ per un neonato. E’ un rompicapo che non riesco a risolvere.

Tutti mi dicono che la matassa si sbrogliera’ immediatamente quando vedro’ il mio bambino, ma e’ davvero giusto cosi’? Lasciamo decidere ancora una volta agli ormonacci?

Forse dentro di me so perfettamente cosa devo fare, il problema vero e’ che non ne ho nessuna voglia.

martedì 5 ottobre 2010

zen

Chissa’ da dove viene il buon umore.

Succedono un po’ di cose in questi giorni che normalmente mi farebbero arrabbiare, tanto. Eppure sto cosi’ bene. Tranquilla, serena, pacata. Prendevo un te’ con un’amica ieri che mi diceva che tutto questo non ha senso e devono per forza essere gli ormoni. Innanzitutto grazie per la stima, eh, ma perche’ quindi esistono anche gli ormoni buoni, che non ti fanno diventare isterica e odiare cose per cui fino a un momento prima andavi pazza? Dice di si’. Dice che l’istinto di autoconservazione e’ piu’ forte di tutto, che il corpo sa di cosa hai bisogno e te lo da’. Speriamo.

sabato 2 ottobre 2010

il paradigma della globalizzazione

Una volta andava parecchio di moda parlare di globalizzazione, ma che cos’e’ poi?

Ho un esempio che calza a pennello: la tua famiglia meta’ americana meta’ giapponese che vive in Giappone, viene a trovarti negli Stati Uniti e ti porta in regalo un paio di fantastiche tazze di Starbucks Kyoto e una serie di souvenir di Tokyo Disneyland.

Momenti di pura (involontaria) perfezione consumistica.

giovedì 30 settembre 2010

tutte quelle cose che non ti dicono

Succede di ritrovarsi a fare una passeggiata e osservare i genitori. Com’e’ che sembra sempre che sappiano cosa fare anche quelli giovanissimi? ci chiediamo puntualmente ogni volta e da li’ partono discussioni infinite. Forse io farei cosi’ pero’ anche cosi’ in effetti, io invece no o si, boh, informiamoci dai. Per darvi un’idea del tenore di queste discussioni, siamo ancorati da mesi, oltre alla questione del quando io dovrei tornare al lavoro, il piu’ grande rompicapo, anche del dove lasciare Baby J. E non siamo neanche arrivati al problema baby sitter, nanny contro asilo, siamo ancora fermi al dove. Se lo porto dalle parti del mio lavoro, che e’ lontano da casa, dovra’ farsi tre autostrade in macchina, cosa che statisticamente puo’ rivelarsi alquanto pericolosa, troppo secondo Mr. Johnson che oramai vive su Consumer Reports. Se sta vicino al suo lavoro pero’, e’ troppo lontano da me e non va bene, affatto bene, secondo me. E via a discutere.

E’ un periodo stranissimo. Magari stai facendo tutt’altro e all’improvviso ti vengono in mente cose a cui non hai mai e poi mai pensato prima, come delle illuminazioni divine, delle folgorazioni sublimi. E se il gestore di qualche sito dovesse trovare fra le chiavi di ricerca how many times a day does a baby poop…beh, eccoci qua.

Lo so che sembriamo due pazzi, e’ che…chi l’ha mai curato un bambino piccolo piccolo appena nato? Abbiamo sempre fatto di tutto per non prenderli nemmeno in braccio, delicatini come sono! A nostro favore c’e’ da dire che ci stiamo attrezzando. La scorsa settimana abbiamo fatto un corso di due ore sul pronto soccorso infantile e la settimana prossima ci tocchera’ una fantastica parenting class, quelle lezioni dove ti spiegano, credo, come capire se hanno mal d’orecchie o mal di pancia e altre cosucce di vitale importanza. L’unico dubbio e’ che il corso si chiama Oltre le basi e speriamo non sia troppo avanzato per noi. Al corso di pronto soccorso l’infermiera ci ha detto che c’e’ la possibilita’ di fare perfino un corso sul seggiolino della macchina suscitando la mia ilarita’. Qualcun’altro invece ha preso la cosa piu’ seriamente e sembrava quasi deluso quando ha provato a montare il seggiolino che abbiamo comprato [by the way, Chicco ovviamente che e’ uno dei migliori e piu’ diffusi anche qua, evviva l’Italia] e ha visto che davvero, anche volendo, non c’e’ nulla da capire. Ma si magari un salto dai pompieri a controllare se e’ tutto a posto lo si fa ugualmente…A proposito: non abbiamo ancora parlato del passeggino, ultraleggero o sportivo? E’ importante anche quello, lascia fare. E si ricomincia. All’infinito.  

martedì 28 settembre 2010

dottori americani e dottori italiani

Ovviamente i due sistemi sanitari sono diversissimi, ma quello che non mi aspettavo e’ vedere una tale differenza nell’atteggiamento dei medici. Succede che in questo periodo sia io che un’altra persona della mia famiglia in Italia ci troviamo, per motivi completamente diversi, in quotidiano contatto con i medici.

Mentre mia madre mi racconta di dover inseguire medici che arrivano a risponderle scocciati “Signora! Non posso dirle niente, e’ gia’ tanto che l’ho visitato!” [e’ gia’ tanto], io mi trovo a raccontarle della pressione a cui mi sento sottoposta a causa di medici e infermiere che letteralmente inseguono me. E’ venuto fuori un altro problema in questi giorni, nulla di trascendentale, ma funziona che ti mandano un’infermiera a casa a spiegarti tutto. Non so che tipo di malinteso ci sia stato, ma la mattina dopo alle nove un’infermiera ha bussato alla mia porta. E’ stata fortunata perche’ non lavoravo quel giorno, ma la sua visita tempestiva mi ha da sola comunicato un certo senso di urgenza che non so quanto ci fosse davvero. E’ stata con me per quasi tre ore e mi ha spiegato ogni singolo dettaglio di questo problema che ho. Li’ per li’, ascoltavo e annuivo, poi quando e’ andata via, ho cominciato a ripensare a tutto quello che mi aveva detto e volevo solo piangere. E’ stata di una dolcezza e di una professionalita’ infinita e mi ha specificato tantissime volte, quasi scusandosi, che era tenuta a spiegarmi tutto il peggio che puo’ succedere ‘per legge’, infatti ho dovuto firmare un sacco di fogli per confermare che mi avesse spiegato proprio tutto tutto. Pero’ mi chiedo: che bisogno c’e’ di raccontare a una donna incinta di sette mesi delle cose cosi’ angoscianti che non dovrebbero nemmeno avere molto a che’ vedere con la situazione reale, ma solo con il famigerato ‘worst case scenario” di una persona che non solo ha valori ben piu’ sballati dei miei, ma nemmeno si cura?

Ecco, il vero problema con questi medici e’ la politica del ‘worst case scenario’. Ti spiegano tutto, non ti risparmiano nulla e credo che lo facciano solo perche’ hanno paura di andare in causa con qualche paziente. Si’, suppongo sia tutto un problema di responsabilita’ legale e non lo vedo solo in questa situazione.

Un’amica, ad esempio, mi raccontava di essersi messa a disposizione per fare un po’ di volontariato nella classe della figlia di cinque anni. Alla riunione le hanno fatto firmare un foglio dove dichiarava che non avrebbe flirtato con i bambini o dato loro attenzioni sessuali, ecc. Lei come anche gli altri volontari, ha avuto un moto di disgusto, ma e’ cosi’ che le varie istituzioni si mettono al riparo da eventuali grane da queste parti.

Gli unici problemi di salute che abbia mai avuto, mi sono capitati da quando vivo qui. Ho sempre trovato dottori e infermiere preparatissimi, cordiali ed estremamente attenti, ma non ho mai sentito un medico americano dire cose tipo non si preoccupi, non e’ niente di grave, andra’ tutto bene, mai. Eppure e’ cosi’ importante per un paziente! E’ il dottore quello che ti puo’ trasmettere davvero speranza e la speranza e’ tutto quando non stai bene.

Da quanto sento in questi giorni a casa, in Italia invece e’ esattamente il contrario. Medici sbrigativi, che ti danno meno medicine possibili, appuntamenti a distanza di mesi [e magari poi ti operano d’urgenza, come e’ successo a mio padre], che pero’ tendono a tranquillizzarti, che hanno sempre una parola buona. Sicuramente sbaglio, ma nel mio caso credo che l’atteggiamento italiano porterebbe migliori risultati di questa sorta di terrorismo psicologico.

L’unica soluzione che ho trovato con questi medici americani e’ non prenderli piu’ troppo sul serio, ma non e’ un granche’ come soluzione.

lunedì 27 settembre 2010

into motivational – sulla scuola privata

Quest’anno la direttrice sembra entrata in una strana fase motivational. Motivational sono tutti quei libri, quelle riviste, canzoni, video oppure quelle convention dove un tale ti spiega sostanzialmente come essere migliore e di conseguenza avere piu’ successo e piu’ soldi. All’inizio dell’anno ci ha dato un libro da leggere che non solo e’ motivational, ma e’ anche cristiano, una vera chicca, e ogni mese, in una riunione apposita dovremo parlarne e confrontarci sui vari temi. Immagino lei abbia dimenticato di leggere il paragrafo in cui si parla chiaramente dell’importanza di un pagamento proporzionato alla performance e sono abbastanza sicura che nessuno glielo fara’ notare in riunione.

Oltre a tutto questo, ogni tanto ci fotocopia e fa trovare nella cassetta delle lettere fantastici articoli motivational su cui riflettere attentamente. Se posso, in genere li ignoro, ma la settimana scorsa ce ne ha dato uno dove si dice che anche noi insegnanti dobbiamo vendere la nostra scuola e anche la nostra classe. Addirittura.

Poi diceva di pensare alle caratteristiche del miglior venditore in cui ci siamo mai imbattuti e di cercare di adattare la sua strategia alla cosiddetta vendita della scuola.

“Sei sicuro di trattare i tuoi studenti e i loro genitori come se fossero preziosi clienti?” 

Dice proprio cosi’.

A parte queste riunioni, nel mio lavoro ho completa autonomia, non ho mai ricevuto nessun tipo di direttiva o limitazione, ma e’ strano: dopo quattro anni al lavoro in una scuola privata, e credo sinceramente anche una delle migliori in circolazione, mi convinco sempre di piu’ che non fa per me, proprio no.

domenica 26 settembre 2010

“la vita ha sempre molta più fantasia di quanta ne abbiano le nostre paure”

Domenica mattina. Ancora un po’ assonnata, controllo la posta e leggo un bel commento a un post di qualche giorno fa, quello sulle zebre.

Finisce cosi’:

“La vita ha sempre molta più fantasia di quanta ne abbiano le nostre paure”

Bella chiusura. Ci penso e ci ripenso.

Ma cosa vuol dire?

Forse dovrei cominciare a bere caffe’ almeno la mattina.

venerdì 24 settembre 2010

diane rehm

Se proprio dovessi scegliere un lato edificante della mentalita’ americana in questo periodo lascerei perdere l’ottimismo cieco e mi concentrerei sulla tendenza a realizzare imprese considerate spesso impossibili altrove.

In questi giorni, pensavo ad esempio alla storia di una giornalista della radio, Diane Rehm.

Ricordo che quando sono arrivata e non conoscevo la lingua, non sapevo cosa pensare quando Mr. Johnson ascoltava il suo programma. Parlava di temi seri, ma l’effetto era grottesco. All’inizio pensavo fosse una qualche sorta di parodia che non capivo perche’ la voce di Diane Rehm e’ molto particolare per un conduttore radiofonico. Assomiglia a quella di una persona molto molto anziana, direi decrepita e non e’ particolarmente piacevole da ascoltare. Poi pero’ se superi quell’ostacolo iniziale e vai oltre, scopri una giornalista preparata che con tutto il garbo del mondo conduce un programma interessante e ben costruito senza nessuna paura di fare domande scomode ai suoi ospiti. Finisce che ti ci affezioni e la segui il piu’ possibile perche’ davvero dai suoi programmi impari delle cose.

Ho ascoltato il suo programma per molto tempo, senza pensare piu’ a quella particolarita’ vocale, finche’ un giorno ho scoperto per caso come sono andate le cose. Lo raccontava lei stessa durante un’intervista in occasione dei suoi trent’anni di carriera. Come avevo avuto modo di capire vedendo delle foto, lei non e’ cosi anziana come la sua voce suggerirebbe.  Nel 1998, ha cominciato a soffrire di una rara malattia delle corde vocali e pensava che la sua carriera di giornalista radiofonica ovviamente fosse finita. Oltre all’effetto vecchiaia avanzata, c’era il problema della lentezza e dello sforzo a pronunciare ogni singola parola e per una che conduce dibattiti anche piuttosto accesi puo’ essere un ostacolo non da poco.

A dispetto di tutto e tutti, pero’, e’ ancora al suo posto con uno dei programmi radiofonici piu’ amati e seguiti di tutto il paese. Lei parla e gli altri l’ascoltano. E la cosa piu’ bella e’ che, pur non essendo un personaggio televisivo e’ molto famosa a livello nazionale, ma non ho mai sentito nessuna battuta o nessun riferimento ironico sulla sua voce.

E’ bello pensare che puoi essere quello che sei, magari anche uscendo dai binari della cosiddetta normalita’ continuando a essere valutato solo per il tuo lavoro. 

giovedì 23 settembre 2010

solo una piccola riflessione sulle zebre

Comincio a essere stufa di tutto questo ottimismo americano che se non fai i salti di gioia ogni volta che ti capita una disgrazia, non si sa come, finisce sempre che e’ colpa tua. In fondo che problema c’era con il mio vecchio pessimismo cosmico?

Pensiamo alle zebre.

La zebra e’ li’ nella savana che pascola, viene aggredita dal leone, se e’ fortunata riesce a scappare e dopo cinque minuti cosa fa? E’ li’ che pascola di nuovo. Tranquilla. Non sembra affetta da nessun tipo di disturbo postraumatico, non sembra minimamente preoccupata, anzi forse si e’ gia’ dimenticata tutto quando il leone ritorna all’attacco.

Noi no, noi siamo in grado di immaginare la nostra morte (in teoria per poterla prevenire non per farci venire gli attacchi di panico sull’autobus, ma quello e’ un altro discorso).

Noi eventualmente troviamo alternative, ci evolviamo insieme alle nostre paure e preoccupazioni, la zebra invece? Se ne sta sempre la’ a pascolare.

Per questo motivo, torno pessimista, non ci provo nemmeno piu’.

Se mi arrivano due pagine di brutte notizie, decido consapevolmente di ignorare le due righe di incoraggiamento e non provate a dirmi che e’ la mia preoccupazione che peggiora le cose perche’ qui le batoste arrivano proprio quando uno se ne sta beato nel suo. Rendiamocene conto: non siamo programmati per essere sempre felici, e’ una questione di autoconservazione. Abbiamo bisogno di preoccuparci per inventarci nuovi modi di superare gli ostacoli e sopravvivere. Se ci pensate bene, pessimismo e’ creativita’.

O forse sto solo avendo una giornata no. O una settimana.

mercoledì 22 settembre 2010

la pancia e’ di tutti

Si e’ gia’ parlato dello spazio vitale texano, uno spazio molto grande, proporzionato all’enormita’ degli spazi a disposizione. Qui tendenzialmente non ci si tocca o sfiora, mai. La gente e’ gelosissima del proprio spazio vitale, ma c’e’ un’eccezione, ho scoperto.

Una bella panciotta rotonda di sette mesi, annulla questa regola. Qualcuno non ci fa caso, qualcuno ti chiede il permesso prima di lanciarsi in palpeggiamenti (che’ poi tu cosa dovresti dire?) e poi c’e’ gente che perde completamente la ragione davanti a una panciona.

L’ultima in ordine di tempo, la direttrice. Ci incontriamo nei corridoi. Cominciamo a fare due chiacchere e la vedo un po’ inquieta. Fino a quando finalmente non resiste piu’ e mi appoggia una mano sulla panciona. I love feeling the baby! esclama con occhio lucido.

Una situazione surreale. Il mio capo con cui ho sempre e solo parlato di lavoro che mi racconta gli aspetti piu’ tragicomici e imbarazzanti della sua (e di qualunque…) gravidanza con la mano fissa sulla panciona in mezzo al corridoio.

Mi sentivo di nuovo come quando non capivo la lingua, non sapevo che faccia fare.

La pancia era mia, la panciona e’ di tutti, cosi’ pare. 

lunedì 20 settembre 2010

double awesome

In questi giorni assistiamo a una pubblicita’ martellante, quella dell’ultima trovata di un fast food americano: il panino che al posto del pane ha due petti di pollo fritti (e dentro pancetta e formaggio).

Che’ tu magari hai tutti i tuoi problemi a cui pensare, ma a un certo punto  ti fermi e cominci a farti delle altre domande. Chi puo’ essersi inventato una roba del genere? No seriamente. Che traumi ha avuto da piccolo? Avra’ preso una promozione per questa ideona? E’ l’inizio della fine?