lunedì 12 agosto 2019

la curiosità, l'entusiasmo e la voglia di imparare

Una delle cose che amo della mia nuova scuola, forse la cosa che amo di più in realtà, è la sua storia. E' una storia molto insolita e piuttosto sbalorditiva anche per i parametri americani.
E' una scuola che è stata fondata solo tre anni fa. Era una notte buia e tempestosa...beh questo non lo sappiamo per certo, ma diciamo che era sicuramente notte e c'era un'insegnante che non riusciva a dormire. Da un po' di tempo aveva un tarlo in testa. Le sembrava che i suoi studenti (insegnava inglese ai bambini stranieri) non venissero accettati per quello che erano. Li vedeva come intrappolati in un sistema scolastico che percepiva le loro particolarità e differenze individuali non come talenti e potenzialità da sviluppare, ma come un intralcio al pieno raggiungimento di determinati obbiettivi burocratici. Non era la prima volta che aveva questa sensazione. In fondo non era mai stata completamente soddisfatta di nessuna scuola né come studente né come insegnante. Aveva finito per mettersi spesso nei guai perchè pensava che i risultati e la disciplina non sono tutto.
La curiosità, l'entusiasmo e la voglia di imparare sono tutto e anche quelli si possono insegnare.
Se un bambino non riesce a stare fermo, forse è un ballerino o un atleta, una di quelle persone che ragionano meglio mentre il loro corpo si muove e allora bisogna assecondarlo non cercare automaticamente di immobilizzarlo o peggio ancora, come succede spesso in questi anni, riempirlo di farmaci.
Se uno studente copia durante un compito in classe, certe volte è perchè non ha ricevuto dall'insegnante gli strumenti adeguati per rispondere alle domande e allora di chi è la colpa? Inoltre in molti casi copiare significa mettere in atto una forma di collaborazione e collaborare è una qualità indispensabile nel mondo del lavoro, qualcosa da non reprimere, ma usare, incoraggiare. Bisogna allora trovare il modo corretto per sviluppare questa qualità. E' sempre necessario fare dei distinguo. Non ci sono regole assolute nel mondo dell'insegnamento, bisogna valutare caso per caso, adattarsi alle situazioni. Insegnare non significa applicare dei regolamenti, altrimenti potrebbero farlo tutti, no?
Questa insegnante sognava per i suoi studenti una scuola dove lo studio dell'arte, del teatro e della musica non è secondario e dove perfino la matematica e le scienze possono essere esposte in modo creativo. Era convinta che, lavorando come si deve a scuola, soprattutto nei primi anni, non sia necessario riempire i pomeriggi di compiti. Aveva la strampalata convinzione che, come nelle grandi aziende della Silicon Valley, anche nelle scuole ci dovrebbe essere un momento dedicato alla creazione di qualcosa di personale, un momento in cui ogni bambino, senza pressioni, possa approfondire una sua passione, magari provando a inventare qualcosa per il gusto di farlo e vedere cosa succede. Pensava che mai e poi mai la punizione possa essere imporre il silenzio durante il pranzo o saltare l'intervallo: secondo lei al limite bisognerebbe aggiungerlo un intervallo all'orario scolastico, trattare l'intervallo quasi al pari di una materia. E trovare anche del tempo da dedicare agli altri, insegnare il volontariato, perché no? La scuola non deve essere fine a se stessa, deve insegnare come districarsi al meglio nella vita, come creare un impatto positivo sulla società. 
Questa è la scuola dei sogni, meglio tornare a dormire. Oppure no: se una scuola così non esiste, la si può costruire.
La mattina seguente chiamò due colleghe che avevano idee simili alle sue sull'educazione e queste, com'era prevedibile, scoppiarono a ridere. Aprire una scuola? Impossibile. Alla fine però le convinse: difficilissimo e rischioso sì, impossibile no. 
Per loro era fondamentale che la scuola fosse aperta davvero a tutti, senza nessuna distinzione di ceto o colore così invece di puntare su una scuola privata intrapresero un'altra strada: avrebbero aperto una scuola charter, una scuola pubblica, tenuta a raggiungere gli stessi obbiettivi di ogni altra scuola pubblica, ma che opera in maniera indipendente. 
Nel giro di un anno scrissero il progetto e non solo riuscirono a farlo approvare ottenendo i fondi necessari, ma il loro punteggio è rimasto imbattuto qui in Texas.  
Il passo successivo fu trovare gli studenti. Organizzarono eventi e riunioni un po' ovunque e i genitori furono entusiasti al punto di impegnarsi a iscrivere i figli quando ancora di fatto la scuola non esisteva. All'inizio mancava tutto, tranne l'entusiasmo. I genitori stessi si misero in prima linea per realizzare questa sorta di utopia.
I primi sei mesi, per una disputa legale, non poterono nemmeno usare il loro edificio, ma dovettero accontentarsi di alcune stanze in un'altra struttura.
Una maestra mi ha raccontato che all'inizio le diedero una cucina come classe. In mezzo c'era un tavolo da biliardo, niente banchi. Un bel problema. Si guardò intorno, trovò una lavagna, la staccò dal muro e la appoggiò sul tavolo, ne venne fuori una sorta di proto-tavolo interattivo. Perfetto esempio di pensiero creativo in azione. Ai ragazzi non sembrava vero: avevano il permesso scrivere sul banco con i pennarelli, altro che disagio. 
Ecco, ascoltando varie storie di questo tipo, mi sono venuti in mente altri ambienti di lavoro in cui magari un giorno c'è il wifi lento o si è finito l'inchiostro della stampante e tutti sbuffano e si lamentano. In questo senso, sento di aver finalmente trovato la mia tribù.
In passato mi hanno sempre lasciato fare quello che volevo con i miei alunni. Decidevo tutto, sia cosa insegnare che il metodo e ho sempre ottenuto grandi consensi, ma c'era un sottinteso piuttosto ovvio: lo puoi fare perché insegni arte, non una vera materia. Qui invece tutti hanno la mia stessa filosofia sull'insegnamento, anche molto più estrema a dire il vero.
L'altro giorno c'è stata una riunione di noi insegnanti di arte, musica e teatro e abbiamo parlato solo di una cosa: disciplina. E' buffo, ma in questa gabbia di matti stupenda in cui sono capitata, i cosiddetti creativi sono i più precisi e organizzati. Nonostante il mio grande entusiasmo attuale, è chiaro che andando avanti questa mancanza di struttura potrebbe causarmi dei problemi. Al momento la cosa non mi spaventa granché perché vedo che sì, ogni tanto ci sono degli errori, ma le intenzioni sono buone e per ora mi basta. 
In un momento storico come questo, un momento in cui il razzismo e l'odio sono usciti allo scoperto, l'esistenza di questa scuola e di queste persone, mi dà speranza. Mi sono data il permesso di pensare che sì, ci sono problemi enormi in questo paese, problemi di tutti i tipi, ma se tre professioniste, tre donne (quella che ha avuto l'idea era incinta tra l'altro), senza soldi e senza appoggi politici, sono riuscite a mettere su dal nulla un progetto di questo tipo, forse il sogno americano non è morto, forse va giusto un po' rianimato, diciamo così. Bisogna crederci e soprattutto fare in modo che ci credano gli adulti di domani. 

3 commenti:

Bulut ha detto...

Guarda,
leggere cose come queste fa solo bene al cuore.

Vi auguro che l'entusiasmo e la creatività non manchi mai, e che riusciate a consolidare la vostra scuola.

Bellissimo, davvero. Bravi bravi!

Unknown ha detto...

Che bella storia... i bambini hanno un grande bisogno di luoghi così!

nonsisamai ha detto...

Grazie!