sabato 16 settembre 2023

una mano sul braccio

E' passato oramai più di un mese dall'inizio della scuola qui in Texas. Non mi sono fatta molto viva su queste pagine. 

Fino a poco tempo fa mi è stato abbastanza difficile mettere in fila i pensieri, dargli una forma linguistica comprensibile. Ultimamente non ho avuto molta voglia di fermarmi a pensare più di tanto o scrivere, mi va semplicemente di essere presente, di gustare ogni cosa che mi succede per quello che è senza distrazioni o elucubrazioni. 

Forse è vero che ci si rende conto di quanto si è sofferto solo quando le cose ritornano in ordine. 

Quella di quest'anno è stata un'estate particolarmente luminosa per me sia in Italia sia poi quando sono tornata qui e ho cominciato di fatto a ricostruire tutta la mia vita riprendendo tante buone abitudini e relazioni che avevo abbandonato per potermi dedicare completamente al lavoro un anno fa.

Quell'esperienza professionale è stata una parentesi tanto dolorosa quanto arricchente. Ho imparato moltissimo sia come essere umano che come insegnante. E tutto quel dolore di seconda mano paradossalmente ha placato la mia perenne inquietudine, mi ha rinsaldato. 

È stato allo stesso tempo soul crushing e life changing. Scusate l'inglese, ma non saprei come dirlo meglio in questo momento, sono mesi che ho in testa queste due parole.

Mi verrebbe da dire che quella è una parentesi chiusa e che ho ricominciato a vivere e in un certo senso è così, ma la verità è che certi ricordi non ci abbandonano, certi sguardi rimangono con noi, si fondono con noi, e non è necessariamente un male. E' un passato che non smette di chiamarti e attirarti a sè come tutto quello che rimane irrisolto. I famigerati fantasmi del passato.

Non ci eravamo ancora presentate, quando una nuova collega mi ha raccontato che il suo ultimo giorno nella scuola precedente a giugno, lo ha passato al funerale di uno studente ucciso da un altro ragazzo. Non credo lo avrebbe raccontato a chiunque, ci si riconosce. C'è chi sa e chi non sa.

La nostra fortuna ora è di trovarci in un ambiente in cui il nostro vissuto viene apprezzato e rispettato. E' un'opinione piuttosto condivisa che nelle scuole che non funzionano ci lavorino insegnanti incapaci, i peggiori insegnanti nelle scuole peggiori. Ci sono anche quelli, nessuno lo nega, ma la realtà è complessa. Le persone con cui lavoro ora mi pare abbiano un grande rispetto delle competenze che si acquisiscono in quelle condizioni al punto che le ricercano nei nuovi assunti. Non sono l'unica a venire da quel mondo infatti.

Sono tornata a fare quello che amo in un ambiente che mi supporta. Il non sentirmi più in pericolo, anche fisicamente, mi ha consentito pian piano di recuperare me stessa. E' una specie di miracolo assistere al ritorno di tutto quello che sembrava perso per sempre. Cose tipo il sonno, la calma, i rapporti umani e poi soprattutto la creatività, le idee che sgorgano di nuovo copiose e accendono l'entusiasmo e la voglia di fare mia e di chi mi sta intorno. Quando guardo i lavori dei miei nuovi studenti con quei colori accesi, quei personaggi sorridenti e quelle idee brillanti o buffe, la prima cosa che penso è...questi bambini stanno bene. Non tutti, non sempre è ovvio, ma in generale stanno bene, sono amati, accuditi. E quando c'è qualcosa che non torna, ora ho molti più strumenti per accorgermene e intervenire o metterli in contatto con chi può offrire un aiuto.

I primi giorni di scuola ho notato qualche viso più disorientato degli altri fra gli studenti. Ho riconosciuto immediatamente lo sguardo timoroso di chi è arrivato dall'estero da poco e non conosce né lingua né consuetudini locali. Ho cercato di tenere d'occhio quei visi da lontano, per capire i bisogni e in caso intervenire. Mi sono preoccupata, ma la sorpresa questa volta è stata vedere la maggior parte di quegli occhi sperduti spalancarsi nel giro di pochissimo tempo e riempirsi di entusiasmo e meraviglia. 

Tutto quello che sto vivendo in queste prime settimane in un certo senso è ritraumatizzante, ma è anche terapeutico. Ti ritrovi nelle stesse identiche situazioni che ti hanno ferito o spaventato a morte, ma questa volta tutto va a buon fine. 

Un giorno il preside ha interrotto le lezioni per fare un annuncio (non un'email, un annuncio) chiedendo a tutti gli insegnanti di fermarsi pochi minuti per una riunione urgente e io ho avuto un momento di sconforto, ho pensato...ci risiamo. L'anno scorso questa cosa succedeva spesso e significava quasi sempre guai. Ricordo una riunione dell'ultimo minuto per discutere di uno studente che aveva cercato di dare fuoco a un computer, ero appena arrivata e mi lasciò piuttosto allibita: era solo la punta dell'iceberg. 

Anche questa riunione è cominciata con il solito preambolo angosciante: "Purtroppo non ci sono buone notizie". Aiuto. La nostra amata segretaria -che lavora lì da tre anni mica trenta- purtroppo è così brava che è stata promossa e ci lascerà presto. Applausi, complimenti, aneddoti, ringraziamenti. Il mio sospiro di sollievo è arrivato su Marte. L'anno scorso ogni giorno qualcuno (preside inclusa) andava via nel silenzio generale. Scomparivano e non venivano mai più nominati, i loro nomi diventavano tabù. 

Nella nuova scuola c'è un clima di solidarietà, ci si aiuta. E non solo questo: ci sono delle figure professionali in sede il cui compito è risolvere situazioni o chiarire dubbi. Non c'è solo il tecnico informatico ad esempio, c'è anche chi ti spiega nello specifico, se ne hai bisogno, che tipo di tecnologia puoi usare per insegnare meglio i tuoi contenuti. Si ride e si scherza anche. Questa cosa l'avevo rimossa. Ci si può fare una sana risata fra colleghi, si può. Non è che nell'altra scuola fossero tutti cattivi e musoni, è che quando stai lottando per arrivare alla fine della giornata non hai voglia di scherzare, non ce la fai. Quanto potere anti stress ha una banale risata invece. Chissà perché sottovalutiamo le valvole di sfogo che sono piú a portata di mano.

L'impressione è di essere in una comunità. In un posto in cui, al contrario dello scorso anno, la sensazione è che tutti abbiano delle idee politiche diverse, ma sono accomunati da una serie di valori fondamentali. Una lezione che ho imparato molto bene è che l'idealismo puro non sempre paga, ci vuole anche pragmatismo, senso della realtà. Quello che veramente importa per fare funzionare le cose, e anche per aiutare il prossimo, sono le azioni, non le idee astratte, i proclami.

Il preside, ad esempio, gli studenti li chiama 'kiddos', con un'accezione affettiva. Normalmente chiami 'kiddos' i tuoi figli. Già solo questo dettaglio trasmette un senso di cura e di affetto che si riflette poi nei fatti devo dire.

Ho notato che i bambini con disabilità, in particolare, vengono trattati con una dolcezza e una pazienza infinite. L'anno scorso, senza che nessuno mi avesse avvertito o preparato in qualche modo, mi sono trovata a gestire, due classi intere di studenti disabili con difficoltà anche molto gravi. C'erano un paio di assistenti, ma si limitavano a intervenire in caso di emergenza. Quest'anno invece gli studenti disabili vengono portati nella mia classe da soli o in gruppi di due o tre a seconda delle difficoltà, solo per pochi minuti o più a lungo in base alla reazione. Sono trattati con attenzione e qualcosa che somiglia all'affetto.

Torno a casa prima, ma non lavoro meno. Di fatto, la mia giornata lavorativa è più lunga perchè questa scuola è all'avanguardia e ha sia un programma di spagnolo che di ingegneria quindi l'orario va un po' oltre. Quando si finisce però tutti vanno via. I termostati sono programmati apposta, sale la temperatura e si spengono le luci. Tutto ti spinge a uscire, a non rimanere. Il preside ripete continuamente di andare a casa, rilassarci e disattivare le notifiche dai cellulari che non c'è niente che non possa aspettare fino al giorno dopo. Ci viene continuamente ricordato di prenderci cura di noi stessi, non solo degli studenti perchè questo è un lavoro duro e se vogliamo farlo bene a lungo dobbiamo mettere il nostro benessere al primo posto.

In tutto questo, c'è stato un piccolo colpo di scena. Non l'avrei mai detto, ma mi sono resa conto che questa scuola è nella stessa categoria di quella dell'anno scorso: significa che almeno il 40% degli studenti vengono da famiglie che hanno un reddito basso.

Quello che mi dà speranza è la stessa cosa che mi spezza il cuore: sapere per certo adesso che esistono sistemi che funzionano ed è difficile ma non impossibile insegnare ad alti livelli e anche allo stesso tempo aiutare e accogliere in un clima di serenità. 

Vi racconto solo un'ultima cosa. In questo nuovo posto di lavoro c'è la mano sul braccio. 

In un ambiente sociale in cui si tende a toccarsi il meno possibile, una mano sul braccio la noti.

Non so se sia istituzionalizzata, ma ogni volta che ho avuto un momento di dubbio o timore, c'è stato qualcuno che mi ha messo una mano sul braccio. Lo stesso gesto fatto da tante persone diverse e accompagnato più o meno dalle stesse parole. 

"Hey, you are going to be happy here, this is a really good place, you'll see".

Lo sto vedendo. 

bell hooks in un libro che è un'altra meravigliosa mano sul braccio per me in questa fase dice: "Quando lavori con amore, rinnovi lo spirito".

3 commenti:

gota ha detto...

....... "l'idealismo puro non sempre paga, ci vuole anche pragmatismo, senso della realtà. Quello che veramente importa per fare funzionare le cose, e anche per aiutare il prossimo, sono le azioni, non le idee astratte, i proclami"
Uno dei pensieri più potenti mai letto. Semplice ma così difficile da attuare
I tuoi studenti ( e la tua famiglia) son davvero fortunati

robby

camu ha detto...

Ben tornata! Che bello leggere finalmente queste parole. Una ventata di speranza in quest'America che sembra accartocciarsi sempre più su se stessa...

nonsisamai ha detto...

Robby: grazie. L'idealismo è sempre stato uno dei miei valori fondamentali. Sono arrivata a questa conclusione con grande sofferenza.

Camu: grazie! Io ho sempre visto molta speranza intorno a me. E' quando si toccano gli estremi sistematici come l'anno scorso che arriva la disperazione.