lunedì 6 giugno 2022

qualche riflessione sui vostri commenti

Non mi aspettavo che in un sabato estivo, così tanti (fra i meravigliosi quattro gatti che bazzicano queste pagine, eh) arrivassero in fondo all'ultimo post. L'argomento non era leggerissimo diciamo.

Devo ringraziarvi prima di tutto per la solidarietà. I tanti messaggi affettuosi e pieni di incoraggiamento che ho ricevuto mi hanno stupito e rallegrato.

Credo che l'insieme dei messaggi meriti una riflessione collettiva perchè ci sono stati dei temi ricorrenti, a parte la solidarietà unanime. Condivido queste riflessioni con voi, così se volete potete dirmi cosa ne pensate, come al solito. 

Quelli che forse passavano di qui per caso non conoscendomi bene, mi hanno chiesto qualcosa tipo: allora perchè rimani lì? Domanda piú che legittima.

Il commento forse più frequente sono state versioni di "che coraggio che hai a vivere lì" che è una cosa che mi sono sempre sentita dire. A seconda dell'aneddoto che racconto mi aspetta un *che coraggio* o un *beata te*, oramai lo so. 

Per me ci vuole coraggio a vivere punto. 

Non credo assolutamente ci voglia più coraggio qui che in altri posti. Sono qui perchè l'ho scelto e in quasi sedici anni non ho mai cambiato idea. Malgrado tutte le difficoltà, trovo che la vita sia non solo sotto tanti punti di vista più stimolante per me qui, ma anche molto più semplice rispetto a quella che ho lasciato a Milano. La bellezza di vivere in mezzo alla natura, ma anche vicino alla città, i grandi spazi, il sole quasi tutti i giorni, l'abbondanza di lavoro, il costo della vita non eccessivo, la gentilezza delle persone: sono tutte cose che mi fanno amare la mia vita qui. Ci sono cose che odio -e probabilmente già sapete o immaginate quali siano- e cose che amo, sarebbe così ovunque.

Una delle persone che mi hanno scritto ieri, Camu, mi ha ricordato di avermi intervistata nel lontano 2009. Mi ha fatto sorridere rileggere quell'intervista e vedere che alla stessa domanda tutti quegli anni fa, avevo risposto come rispondo oggi.

(L’intervista di baby Nonsi è qui se volete fare un salto nel passato dell'epoca d'oro dei blog, grazie ancora a Camu). 

Mi hanno fatto un po' di tenerezza/tristezza quei commenti del tipo 'per fortuna che vivo a _____ dove queste cose non succedono. Mi dispiace, ma il razzismo è ovunque. Certo, si manifesta in modo differente a seconda del paese e del proprio posizionamento nella società. Il fatto che non lo vediate lo trovo piuttosto problematico. Ci sono forme di razzismo in Italia, ad esempio, che qui dal Texas, mi fanno impallidire. State in guardia.

Qualcuno mi ha scritto di avere sempre ricevuto grandi complimenti per il proprio accento italiano in altre città degli Stati Uniti o in giro per il mondo. Io pure! Succede quasi tutte le volte che apro bocca. Vi ricordate cosa mi aveva scritto quella preside? Era piaciuta molto la mia *diversità*, ma guarda caso al momento di assumere un collaboratore ha preferito una persona che ha ritenuto simile a lei, non "diversa". Perfino girando per le varie scuole quest'anno, ho sempre trovato immensa cordialità e disponibilità. La discriminazione l'ho sperimentata e compresa solo nel momento in cui non poteva essere tenuta nascosta. Quando si trattava di dare un lavoro a me o a un altro e sistematicamente -nonostante tutte queste grandi lodi- non sono stata scelta per due anni scolastici di fila, ho capito che qualcosa non andava. Sono questioni molto sottili.

Voi siete disposti a scavare almeno un po' sotto la superficie? Siete disposti a scoprire se sotto quei bei complimenti c'è solo ammirazione o se nascondono qualcosa che potrebbe non piacervi? A ognuno le proprie scelte, ma ricordatevi che ognuna di queste due strade non riguarda solo voi. Quello che è successo a me quest'anno, non riguarda solo me.

In uno dei suoi scritti, bell hooks raccontava che i suoi studenti consideravano una sorta di condanna il fatto che lei gli avesse fatto notare determinati meccanismi della società. Una volta che li noti quei meccanismi, li vedi ovunque non perchè ti ossessionano, ma perchè sono ovunque. 

Quando rifletto sull'esperienza che ho descritto nel post precedente, mi rendo conto che tutta la sofferenza che ho provato si basava sullo sguardo che la società in cui mi muovevo aveva di me. Mi facevano sentire sbagliata nel profondo (vai in chiesa, fatti bionda, cambia cognome, cambia accento) e non c'era niente che potessi fare per fargli cambiare idea. Un curriculum perfetto per quel lavoro, tanti anni di esperienza, referenze eccellenti, lingue straniere, ma niente, preferivano sempre un'altra persona.

Una volta cercai di spiegare al responsabile delle risorse umane cosa mi stava succedendo e lui rispose 'beh, forse non sei così brava come pensi di essere'. 

Ora, alla mia veneranda età, con tutte le mie insicurezze -e sono tante ve lo garantisco- a un certo punto mi sono dovuta arrendere all'idea che se questi qui preferivano assumere gente che dipinge i mutandoni sulle opere di Leonardo al posto di una che per anni ha lavorato in istituzioni che conservano le opere originali di Leonardo con alcuni dei più grandi conoscitori di Leonardo, forse il problema era loro, non mio.

You ain't the problem, come canta il mio caro Michael Kiwanuka. Quante volte l'ho ascoltata quest'anno. Rigrazio anche Michael Kiwanuka per il supporto.

Deve essere chiaro che il dramma vero, non è il mio. Il dramma vero è ciò che questo tipo di mentalità produce nelle menti dei giovani. Quante volte insegnanti mi hanno segnalato gli studenti migliori: quasi sempre biondi con gli occhi azzurri. Quante volte mi hanno segnalato quelli da tenere d'occhio: quasi sempre neri. E' andata avanti così per un anno in tante scuole diverse. Può essere sempre un caso? Ne dubito fortemente, anche perchè la mia esperienza aneddotica è confermata da un sacco di studi (qui un articolo dell'American Psychological Association per esempio). 

Vi racconto un piccolo aneddoto fresco fresco.  

E' venuto a passare un paio di giorni con noi un amichetto di Woody. A un certo punto, loro giocavano in piscina, io li tenevo d'occhio mentre leggevo un libro. Non stavo ascoltando i loro discorsi fino a quando mi hanno coinvolta nella loro discussione. 

Woody mi fa una domanda che ho trovato stranissima: "Tu lo sai perchè Baton Rouge è una delle città più pericolose degli Stati Uniti?" 

Baton Rouge è una delle città più pericolose degli Stati Uniti? Boh, non ne ho idea. Non sapevo nemmeno che Woody conoscesse la città di Baton Rouge.

Mi spiega che il suo amico, lo sa ma non vuole dirglielo. Dato che sono curiosa, glielo chiedo anch'io e a me questo bambino di sette anni risponde senza esitazioni:

- Baton Rouge e tutta la Louisiana in generale sono pericolose perchè ci sono tanti neri e i neri uccidono le persone.

Tuc, fa il mio cuore spaccandosi in due.

- Tesoro scusa, ma tu di che colore sei? - gli ho chiesto.

- Nero.

- Sei uno dei bambini più bravi e generosi che abbia mai conosciuto. Ti prendi cura dei tuoi fratellini, chiedi sempre se puoi aiutare. Ti conosco da un bel po' oramai e non ti ho mai visto fare il monello. Quando sarai grande, sarai un fantastico uomo nero con una professione, una famiglia e tanti amici. Non andrai mica in giro a uccidere la gente. Chi ti ha detto queste cose? 

Lui sostiene che glielo abbia detto la sua mamma che è figlia di una nera e un bianco e ha la pelle molto più chiara della sua (la mamma è gialla, dice lui). Non so se sia vero, mi sembra improbabile per quel poco che la conosco. Amici non bianchi che conoscono queste situazioni meglio di me, mi hanno suggerito che potrebbe essere stato un modo del bambino per farsi accettare da noi. Come a dire...so cosa state pensando, lo penso anch'io.

Quando non si parla apertamente delle cose, i bambini riempiono i vuoti come meglio credono. Da un lato sono felice che abbiamo avuto l'opportunità di chiarire questi non detti fra noi insieme. 

Sono questioni così complicate, ma il punto del discorso è: come si fa a parlare di meritocrazia quando hai due bambini davanti in un pomeriggio d'estate: uno gioca spensierato e l'altro tira fuori queste riflessioni? Anche avessero esattamente le stesse opportunità economiche, uno ha chiaramente un'idea di sè più positiva dell'altro e questo influisce sui risultati, sulle relazioni con gli altri, su tutto.

Conoscete quella famosa frase di Toni Morrison? La vera funzione del razzismo è distrazione. Ti impedisce di fare il tuo lavoro. Ti impedisce anche di essere un bambino in un pomeriggio d'estate.

6 commenti:

Anonimo ha detto...

domenica pomeriggio il mio compagno guardava un film con bruce willis.Lui era un chirurgo a cui avevano ucciso la moglie e per vendicarsi si trasformava in una specie di giustiziere eroe.Ho pensato che il film fosse altamente diseducativo, il concetto del farsi giustizia da soli, la vita di un delinquente che non vale niente, assasini e delinquenti tutti uguali: tatuati, rasati, che bazzicano le periferie delle grandi città. Guardare un film del genere cosa ti inculca?Che chi vive in belle case,grandi ordinate,ha soldi è buono e giusto, chi sta in periferia è brutto,sporco cattivo.Magari è anche nero,perchè spesso in periferia ci vivono in maggioranza neri e latini (credo).Ecco, questo bambino, può aver raggiunto questa conclusione (i neri sono cattivi e assassini) anche dalla tv, dalla stampa, dal cinema?

Nonsisamai ha detto...

Ma certo. Ora c'è più attenzione alla rappresentazione, ma per tanto tempo gli stereotipi hanno dominato (e fatto danni enormi).

camu ha detto...

Prima di tutto grazie per la citazione, sono contento di averti portato un sorriso con quei ricordi delle interviste. Per il bambino che riempie i vuoti come meglio può, è capitato anche a me di trovarmi in situazioni simili. Il mio accento, tra l'altro, spiazza un po' i bambini, che mi "sentono" diverso, anche se ho le loro stesse "sembianze" di bianco. I film e gli stereotipi degli scorsi decenni sono certamente un grande fattore in come sia cambiata la cultura americana: dal fatto che non vi sia film americano senza pistole (praticamente), al modo in cui sono continuamente raccontati i "diversi", la gente è assuefatta a quel tipo di narrazione senza rendersene conto, inclusi i bambini. E non sono convinto che le cose cambieranno in meglio anytime soon, come direbbero qui. Il danno al tessuto sociale causato dai social (ironia delle parole a parte) è secondo me irreversibile a questo punto, specialmente considerando che la generazione che ci segue è già incollata a tablet e smartphone sin dalla tenera età, ed è impossibile filtrare il "buono" ed il "cattivo" esempio a 360 gradi. Poi arriva anche la politica con i suoi toni estremisti, e la frittata è fatta. Ed allora la soluzione quale sarebbe? Trovarsi il proprio angolino di pace e felicità, e prendersene cura. Perché cambiare il mondo è un'impresa impossibile, quindi tanto vale concentrarsi sul cambiare (in meglio) il fazzoletto di terra su cui abitiamo. L'alternativa è emigrare in nord Europa, sempre che Putin non decida di radere al suolo anche quei Paesi.

Anonimo ha detto...

Non sono convinta che il Nord Europa sia la soluzione. Ogni posto ha i suoi pro e contro.

camu ha detto...

Però se guardi la classifica mondiale dei Paesi dove si vive meglio, il nord Europa è sempre in testa. Avranno i loro difetti, non c'è dubbio, ma i pregi sembrano controbilanciarli molto di più che in altri posti, inclusi Italia e Stati Uniti.

Anonimo ha detto...

Beh, dipende da quello che si cerca ;) (Nonsisamai)