domenica 12 giugno 2022

affrontare la vita con il sorriso. oppure no

Ogni volta che torno a Milano mi rendo conto di quanto sorrida!
La gente non sorride qui.
Un signore ieri al supermercato mi ha gentilmente fatto passare avanti dato che avevo comprato solo una cosa.
Gli ho chiesto: -E' sicuro (che non le dia fastidio)? 

Mi ha risposto tutto scorbutico:
-Non faccio mica polemiche io! Ha una cosa sola, vada avanti!
Mi ha fatto una cortesia rimanendo da musone. Non è facile.
Però poi quando mi ha rivisto nel parcheggio mi ha sorriso.
È come se ci fosse un pregiudizio negativo di default, poi appena si scambia una parola si diventa amici. Non ci sono più abituata.
Vengo da un posto in cui si sorride un sacco e non si diventa mai amici. Però - amici o no - sorridere e vedere la gente sorridere migliora molto la qualità della vita secondo me.

lunedì 6 giugno 2022

qualche riflessione sui vostri commenti

Non mi aspettavo che in un sabato estivo, così tanti (fra i meravigliosi quattro gatti che bazzicano queste pagine, eh) arrivassero in fondo all'ultimo post. L'argomento non era leggerissimo diciamo.

Devo ringraziarvi prima di tutto per la solidarietà. I tanti messaggi affettuosi e pieni di incoraggiamento che ho ricevuto mi hanno stupito e rallegrato.

Credo che l'insieme dei messaggi meriti una riflessione collettiva perchè ci sono stati dei temi ricorrenti, a parte la solidarietà unanime. Condivido queste riflessioni con voi, così se volete potete dirmi cosa ne pensate, come al solito. 

Quelli che forse passavano di qui per caso non conoscendomi bene, mi hanno chiesto qualcosa tipo: allora perchè rimani lì? Domanda piú che legittima.

Il commento forse più frequente sono state versioni di "che coraggio che hai a vivere lì" che è una cosa che mi sono sempre sentita dire. A seconda dell'aneddoto che racconto mi aspetta un *che coraggio* o un *beata te*, oramai lo so. 

Per me ci vuole coraggio a vivere punto. 

Non credo assolutamente ci voglia più coraggio qui che in altri posti. Sono qui perchè l'ho scelto e in quasi sedici anni non ho mai cambiato idea. Malgrado tutte le difficoltà, trovo che la vita sia non solo sotto tanti punti di vista più stimolante per me qui, ma anche molto più semplice rispetto a quella che ho lasciato a Milano. La bellezza di vivere in mezzo alla natura, ma anche vicino alla città, i grandi spazi, il sole quasi tutti i giorni, l'abbondanza di lavoro, il costo della vita non eccessivo, la gentilezza delle persone: sono tutte cose che mi fanno amare la mia vita qui. Ci sono cose che odio -e probabilmente già sapete o immaginate quali siano- e cose che amo, sarebbe così ovunque.

Una delle persone che mi hanno scritto ieri, Camu, mi ha ricordato di avermi intervistata nel lontano 2009. Mi ha fatto sorridere rileggere quell'intervista e vedere che alla stessa domanda tutti quegli anni fa, avevo risposto come rispondo oggi.

(L’intervista di baby Nonsi è qui se volete fare un salto nel passato dell'epoca d'oro dei blog, grazie ancora a Camu). 

Mi hanno fatto un po' di tenerezza/tristezza quei commenti del tipo 'per fortuna che vivo a _____ dove queste cose non succedono. Mi dispiace, ma il razzismo è ovunque. Certo, si manifesta in modo differente a seconda del paese e del proprio posizionamento nella società. Il fatto che non lo vediate lo trovo piuttosto problematico. Ci sono forme di razzismo in Italia, ad esempio, che qui dal Texas, mi fanno impallidire. State in guardia.

Qualcuno mi ha scritto di avere sempre ricevuto grandi complimenti per il proprio accento italiano in altre città degli Stati Uniti o in giro per il mondo. Io pure! Succede quasi tutte le volte che apro bocca. Vi ricordate cosa mi aveva scritto quella preside? Era piaciuta molto la mia *diversità*, ma guarda caso al momento di assumere un collaboratore ha preferito una persona che ha ritenuto simile a lei, non "diversa". Perfino girando per le varie scuole quest'anno, ho sempre trovato immensa cordialità e disponibilità. La discriminazione l'ho sperimentata e compresa solo nel momento in cui non poteva essere tenuta nascosta. Quando si trattava di dare un lavoro a me o a un altro e sistematicamente -nonostante tutte queste grandi lodi- non sono stata scelta per due anni scolastici di fila, ho capito che qualcosa non andava. Sono questioni molto sottili.

Voi siete disposti a scavare almeno un po' sotto la superficie? Siete disposti a scoprire se sotto quei bei complimenti c'è solo ammirazione o se nascondono qualcosa che potrebbe non piacervi? A ognuno le proprie scelte, ma ricordatevi che ognuna di queste due strade non riguarda solo voi. Quello che è successo a me quest'anno, non riguarda solo me.

In uno dei suoi scritti, bell hooks raccontava che i suoi studenti consideravano una sorta di condanna il fatto che lei gli avesse fatto notare determinati meccanismi della società. Una volta che li noti quei meccanismi, li vedi ovunque non perchè ti ossessionano, ma perchè sono ovunque. 

Quando rifletto sull'esperienza che ho descritto nel post precedente, mi rendo conto che tutta la sofferenza che ho provato si basava sullo sguardo che la società in cui mi muovevo aveva di me. Mi facevano sentire sbagliata nel profondo (vai in chiesa, fatti bionda, cambia cognome, cambia accento) e non c'era niente che potessi fare per fargli cambiare idea. Un curriculum perfetto per quel lavoro, tanti anni di esperienza, referenze eccellenti, lingue straniere, ma niente, preferivano sempre un'altra persona.

Una volta cercai di spiegare al responsabile delle risorse umane cosa mi stava succedendo e lui rispose 'beh, forse non sei così brava come pensi di essere'. 

Ora, alla mia veneranda età, con tutte le mie insicurezze -e sono tante ve lo garantisco- a un certo punto mi sono dovuta arrendere all'idea che se questi qui preferivano assumere gente che dipinge i mutandoni sulle opere di Leonardo al posto di una che per anni ha lavorato in istituzioni che conservano le opere originali di Leonardo con alcuni dei più grandi conoscitori di Leonardo, forse il problema era loro, non mio.

You ain't the problem, come canta il mio caro Michael Kiwanuka. Quante volte l'ho ascoltata quest'anno. Rigrazio anche Michael Kiwanuka per il supporto.

Deve essere chiaro che il dramma vero, non è il mio. Il dramma vero è ciò che questo tipo di mentalità produce nelle menti dei giovani. Quante volte insegnanti mi hanno segnalato gli studenti migliori: quasi sempre biondi con gli occhi azzurri. Quante volte mi hanno segnalato quelli da tenere d'occhio: quasi sempre neri. E' andata avanti così per un anno in tante scuole diverse. Può essere sempre un caso? Ne dubito fortemente, anche perchè la mia esperienza aneddotica è confermata da un sacco di studi (qui un articolo dell'American Psychological Association per esempio). 

Vi racconto un piccolo aneddoto fresco fresco.  

E' venuto a passare un paio di giorni con noi un amichetto di Woody. A un certo punto, loro giocavano in piscina, io li tenevo d'occhio mentre leggevo un libro. Non stavo ascoltando i loro discorsi fino a quando mi hanno coinvolta nella loro discussione. 

Woody mi fa una domanda che ho trovato stranissima: "Tu lo sai perchè Baton Rouge è una delle città più pericolose degli Stati Uniti?" 

Baton Rouge è una delle città più pericolose degli Stati Uniti? Boh, non ne ho idea. Non sapevo nemmeno che Woody conoscesse la città di Baton Rouge.

Mi spiega che il suo amico, lo sa ma non vuole dirglielo. Dato che sono curiosa, glielo chiedo anch'io e a me questo bambino di sette anni risponde senza esitazioni:

- Baton Rouge e tutta la Louisiana in generale sono pericolose perchè ci sono tanti neri e i neri uccidono le persone.

Tuc, fa il mio cuore spaccandosi in due.

- Tesoro scusa, ma tu di che colore sei? - gli ho chiesto.

- Nero.

- Sei uno dei bambini più bravi e generosi che abbia mai conosciuto. Ti prendi cura dei tuoi fratellini, chiedi sempre se puoi aiutare. Ti conosco da un bel po' oramai e non ti ho mai visto fare il monello. Quando sarai grande, sarai un fantastico uomo nero con una professione, una famiglia e tanti amici. Non andrai mica in giro a uccidere la gente. Chi ti ha detto queste cose? 

Lui sostiene che glielo abbia detto la sua mamma che è figlia di una nera e un bianco e ha la pelle molto più chiara della sua (la mamma è gialla, dice lui). Non so se sia vero, mi sembra improbabile per quel poco che la conosco. Amici non bianchi che conoscono queste situazioni meglio di me, mi hanno suggerito che potrebbe essere stato un modo del bambino per farsi accettare da noi. Come a dire...so cosa state pensando, lo penso anch'io.

Quando non si parla apertamente delle cose, i bambini riempiono i vuoti come meglio credono. Da un lato sono felice che abbiamo avuto l'opportunità di chiarire questi non detti fra noi insieme. 

Sono questioni così complicate, ma il punto del discorso è: come si fa a parlare di meritocrazia quando hai due bambini davanti in un pomeriggio d'estate: uno gioca spensierato e l'altro tira fuori queste riflessioni? Anche avessero esattamente le stesse opportunità economiche, uno ha chiaramente un'idea di sè più positiva dell'altro e questo influisce sui risultati, sulle relazioni con gli altri, su tutto.

Conoscete quella famosa frase di Toni Morrison? La vera funzione del razzismo è distrazione. Ti impedisce di fare il tuo lavoro. Ti impedisce anche di essere un bambino in un pomeriggio d'estate.

sabato 4 giugno 2022

quando ti schiacciano l'anima

La giornata è finita, in classe finalmente regna il silenzio. Raccolgo le mie cose, faccio per uscire ed è questione di un attimo. Il mio sguardo fa una virata panoramica per assicurarsi un'ultima volta che sia tutto in ordine e intercetta, in bella vista su un mobile, l'uomo vitruviano di Leonardo da Vinci. Bob Ross quanti ne vuoi, ma non se ne vedono tanti di Leonardo qua intorno, ci si fa caso. Il fatto è che questo qui ha le mutande, ha proprio le mutande. L'insegnante di arte che avevo sostituito quel giorno aveva dipinto con una tempera celeste molto spessa, delle mutandone fantozziane sull'uomo vitruviano. Ma si può? Per una come me che non usa nemmeno l'evidenziatore, è un gesto incomprensibile ad ogni livello.

Come tutti quelli a cui l'ho raccontato, starete ridendo. Beh, per me invece è stata una mezza tragedia. Avete presente quei momenti, quelli all'apparenza banali in cui un dolore cronico, sordo, un dolore che hai voluto con forza spingere giù, torna su all'improvviso? E' stato uno di quei momenti lì. Davanti all'uomo vitruviano con i mutandoni mi è esploso un magone difficile da tenere a bada.

Chi fa una cosa del genere? Chi espone un bellissimo catalogo -ci avrà speso anche dei soldi- per poi sfregiarlo in quel modo? Un bambino che vede una mostruosità simile tutti i giorni in classe che idea si fa? Se deve essere così, vi prego, ridatemi Bob Ross

Quello che ha scatenato il mio magone e poi calde lacrime una volta a casa, è l'idea che questə insegnante abbia ottenuto il lavoro che volevo io. Gente così mi passa davanti da un anno.

Dare le dimissioni durante la pandemia è stata una delle rinunce più grandi della mia vita. Ci siamo trasferiti in questa zona soprattutto per le scuole. Immaginavo che i bambini avrebbero frequentato delle buone scuole pubbliche e io avrei trovato lavoro qui vicino. Non è che volessi diventare provveditore, avevo un'ambizione semplice e del tutto in linea con le mie competenze. Gli insegnanti di arte non sono richiestissimi, ce ne sono solo uno o due in ogni scuola, ma ci sono così tante scuole. Qualcosa prima o poi salterà fuori, pensavo.

Il mio primo colloquio risale a un anno fa. Tornai a casa vittoriosa, sicura che mi avrebbero fatto un'offerta di lavoro. In una situazione praticamente identica, nell'ultima scuola in cui avevo lavorato, dopo due ore, di venerdi pomeriggio, all'ultimo minuto, ricevetti il mio bel contratto da firmare ché avevano paura che cambiassi idea. E invece in questo caso non andò così. Dopo un paio di settimane scrissi alla preside che si era detta così colpita dal mio portfolio ed era stata amichevole, quasi confidenziale durante il colloquio. Non mi rispose. Non seppi più nulla, evidentemente non ero stata scelta, ma perchè non poteva dirmelo? Passai quel colloquio al setaccio mille volte nella mia mente per capire cosa avessi potuto aver sbagliato. Percepivo in quel silenzio dell'ostilità. Avevo offeso qualcuno? Sembravano tutti così piacevolmente colpiti quel giorno. Cos'era successo?

Dopo qualche tempo capitò la stessa cosa. Tutto identico. Bel colloquio-complimenti-silenzio. Un'amica insegnante per consolarmi mi disse che di sicuro ero troppo qualificata per quel posto. Più qualifiche hai, più gli tocca pagarti: avranno problemi di budget. Io la ignorai e presi in seria considerazione l'ipotesi contraria invece. In un certo senso, è più facile incolpare se stessi. Spingi, ti prepari meglio, migliori il portfolio, fai dei corsi e poi andrà bene. Invece no, non è mai andata bene. Ogni mattina accompagnavo i miei bambini a scuola e osservavo le varie maestre: che cos'avranno queste qui più di me?

Un giorno notai una cosa che non mi era mai saltata all'occhio: erano tutte simili. Erano quasi tutte bionde, texane, probabilmente cristiane, un certo taglio di capelli, un certo abbigliamento. Non mi somigliavano. Mi sentivo un'intrusa anche solo a immaginarmi lì. Le maestre che non rispondevano a quella descrizione al limite facevano sostegno che è il tipo di lavoro più richiesto, immagino il più ingrato visto che nessuno vuole farlo. 

La mia amica insegnante allora fece un'altra ipotesi: magari è il tuo nome. Magari vedono il nome e pensano che non parli bene inglese. Interessante, ma non si chiama discriminazione questa cosa? Ci fu chi  mi suggerì di cambiare cognome, cominciare a frequentare la chiesa o di farmi bionda: in parole povere, se volevo quel lavoro dovevo cambiare nientemeno che la mia identità. La segretaria di una scuola che aveva visto il mio portfolio, ma che non conoscevo personalmente mi fece iscrivere fra le liste dei supplenti. "Una come te non può non lavorare! Di sicuro il problema è che non ti conoscono". Benissimo: mi metto a fare la supplente così mi conoscono, vedono come lavoro e al colloquio spicco rispetto agli altri candidati.

Quando ho cominciato a fare supplenze ho smesso di mettere in discussione la mia preparazione. Ogni settimana visitavo un paio di scuole. Mi ero fatta l'idea che ci lavorassero dei geni in quelle scuole, ma non era necessariamente così, come si evince dal caso dei mutandoni leonardeschi. 

Una volta, dopo aver sostituito un'insegnante per una settimana, questa mi mandò un regalo per ringraziarmi. Questo gesto mi colpì moltissimo. Mi stupì e mi commosse enormemente. Non ci conoscevamo e avevo solo fatto il mio lavoro. Mi scrisse che tutta la scuola parlava di me e aggiunse che si sarebbe trasferita in un altro stato alla fine dell'anno quindi avrei potuto eventualmente prendere il suo posto. Scrissi subito ai dirigenti scolastici. Non mi risposero. Rimasero in silenzio anche quando finalmente l'offerta di lavoro divenne pubblica. Con tutte le mie qualifiche e raccomandazioni anche di vari insegnanti della loro stessa scuola, non mi considerarono degna nemmeno di un colloquio.

Una delusione dopo l'altra sono arrivata alla fine dell'anno scolastico. C'è stata solo una preside che ha avuto la bontà di spiegarmi perchè non ero stata scelta. Mi ha scritto che la commissione aveva discusso a lungo e alla fine avevano finito per scegliere un altro candidato. Però avevano tutti apprezzato molto la mia "diversità".

Quale diversità? Sono americana quanto lei. Si riferiva al mio accento? Alla mia carnagione? Bisogna fare attenzione perché la parola "diversità" in bocca a una persona di potere bianca può essere molto ambigua. Infatti, con il suo potere ha preferito assumere qualcun altro. 

Quando ho chiesto che mi indicasse nello specifico quali fossero le qualifiche dell'altro candidato che a me mancavano (una lingua in più, un titolo di studio in più, più anni di esperienza...?) la risposta è suonata abbastanza grottesca. Hai mai pensato di insegnare alle superiori? Forse sei un po' sprecata da queste parti. E poi un consiglio piuttosto sinistro: la prossima volta che devi fare un colloquio, cerca di capire qual è la clientela della scuola, chi fa la decisione ultima di assumerti e fai contatti

E io che pensavo che per ottenere un lavoro fosse sufficiente mandare un curriculum. Mai mi sognerei di chiamare i miei studenti e le loro famiglie "clientela".

Visto che un lavoro mi serviva e la finestra per le assunzioni per il nuovo anno scolastico si stava chiudendo, senza convinzione, ho risposto a un paio di offerte altrove. In entrambi i casi, ho ottenuto il lavoro. Il primo l'ho rifiutato per una serie di motivi miei, il secondo l'ho accettato. Andrò a lavorare in città, dove la mentalità evidentemente è più aperta.

Alla fine del colloquio online, mi hanno detto che se accettavo, cancellavano tutti gli altri colloqui. Mi sembrava troppo bello per essere vero, però effettivamente questo è il tipo di feedback a cui ero sempre stata abituata prima di approdare in questo posto. Il giorno successivo sono andata a vedere la scuola. E' nuovissima, con una classe di arte meravigliosa che ha una finestra gigante e anche la fornace per la ceramica. Avevo mandato quel curriculum quasi a caso, nello sconforto, e quella proposta mi aveva colta alla sprovvista anche perché dentro di me, in realtà non avevo mai nemmeno considerato di fallire nel mio piano e dovermi spostare. Quello che mi ha convinto ad accettare è stata l'unica domanda che mi aveva fatto la preside durante il colloquio online. In queste circostanze si viene intervistati da una commissione. Ognuno mi aveva  fatto delle domande, ma lei voleva sapere solo una cosa da me: la mia visione del concetto di equità. Mi ha steso. Non ho mai sentito nemmeno pronunciare la parola "equità" in un anno passato a girare le scuole dei suburbi. Eppure di scuole disagiate ne ho visitate tante.

Una volta parlai con un professore bianco che quasi si vantava di non avere mai imparato nemmeno una parola di spagnolo dopo dodici anni passati in una scuola a stragrande maggioranza messicana in un quartiere povero. In quella scuola avevo incontrato studenti anche di undici anni che non parlavano una parola di inglese. Difficile immaginare che i genitori parlassero inglese e i figli no. Come faceva quel professore a tenere i contatti con le famiglie? E poi avete idea di cosa significhi passare anche solo una giornata in un posto in cui ti chiedono di fare una serie di cose senza capirci niente, zero? Io sì, quel professore no. 

Anche la scuola in cui lavorerò ha una popolazione afflitta da vari problemi sociali. Non so come andrà, sono consapevole che sarà difficile, ma sulla base di quello che ho potuto vedere finora, ho la sensazione che almeno sarò circondata da un'amministrazione che vede il mestiere di insegnante come lo vedo io.

Il fatto di non essere stata assunta nella comunità in cui vivo, continua a non andarmi giù. Che sia stato razzismo, nepotismo o un miscuglio di chissà che fenomeni sociali, la verità è che per la prima volta nella vita, mi sono sentita discriminata. 

Fino a questo momento, vivendo qui, avevo sempre sentito il sapore dolce e vagamente stucchevole della discriminazione positiva, ora so per esperienza diretta che il contrario -non so come altro dirlo- ti annienta. In inglese c'é un'espressione perfetta, soul-crushing. Non dico di non essermi imbattuta in esperienze e persone positive quest'anno, anzi, ma passare tutto questo tempo in un'ambiente così tossico per me, per i miei valori, mi ha schiacciato l'anima. Sono arrivata a fare incubi tutte le notti e ad avere la nausea al solo pensiero di dover tornare a scuola il giorno dopo.

Pensavo di essere più forte. Pensavo che sarei arrivata lì, avrei ottenuto il lavoro e avrei fatto la mia parte per migliorare la comunità in cui vivo dall'interno. Non ci sono riuscita. Nessuno ce la può fare da solo contro un sistema. Questi sono sistemi, enormi, radicati e accettati da tutti come inevitabili da generazioni. Ero partita con così tanto entusiasmo e fiducia che è stato difficile perfino ammettere quello che stava succedendo e confidarmi con chi mi era più vicino.

Mi sento sollevata che la mia esperienza personale si sia conclusa, ma il mio pensiero va a chi ha passato le stesse cose e poi non ha mai trovato un lavoro altrove. Penso continuamente agli studenti che purtroppo pagano lo scotto maggiore in questo tipo di meccanismi.

Proprio l'ultimo giorno di scuola, la ciliegina sulla torta. Entra nella classe di arte in cui stavo facendo supplenza un gruppo di studenti. La loro insegnante, una cinquantenne bianca bless your hearth, subito dopo loro, strilla trafelata: "Questi due studenti sono *fuori controllo*! Non esiti a chiamare aiuto se le rendono la vita impossibile.

*Sono fuori controllo!*

Che espressione forte, mi vengono in mente dei cavalli imbizzarriti. Avevo capito perfettamente, ma a scanso di equivoci ho chiesto che mi indicasse quali studenti erano imbizzarriti: guarda caso erano gli unici due studenti neri presenti. In realtà, con me hanno lavorato e abbiamo anche parlato un attimo del loro comportamento. Non mi sono sembrati per niente *fuori controllo*, confusi e incompresi sì.

Una parte di me vorrebbe dimenticare tutto, ma sento la responsabilità di denunciare.

Chimamanda Ngozi Adichie in Americanah, lo dice chiaro e tondo: se (siete neri e) pensate che a parità di qualifiche persone con la pelle scura non avrebbero ottenuto gli stessi lavori, non dite niente (perchè non otterreste niente), fate parlare i vostri amici bianchi.

Ora. Con il mio accento e la mia carnagione, mi sono resa conto di non essere percepita come bianca qui nella zona in cui vivo (almeno sul posto di lavoro) ma tecnicamente lo sono, sono privilegiata in mille modi. Non posso andare avanti con la mia vita senza almeno provare a intavolare una riflessione.

Per prima cosa devo rimettermi in senso perchè quando ti schiacciano l'anima non è proprio come in quei cartoni animati in cui a Wile E. Coyote cade un masso in testa, si fa sottiletta e poi si rialza come se niente fosse. Quando avrò recuperato le forze, vedrò il da farsi. 

Non ho fiducia di poter trovare ascolto nella controparte. Per questo vorrei chiedere una comparazione fra le mie competenze e quelle di chi è stato scelto volta per volta al mio posto. Mi pare l'unico modo per dimostrare se c'è stata effettivamente una discriminazione nei miei confronti oppure no.

Mi rendo conto che tante delle cose che ho subito non siano poi dimostrabili: ma cosa racconta di quel sistema il solo fatto che qualcuno faccia una richiesta come la mia?

Un paio di chiarimenti indispensabili per chi ha avuto la pazienza di arrivare fino a qui.

Anticipo quello che di sicuro a qualcuno sarà venuto in mente leggendo questo post.

- "Allora anche in America non c'è la meritocrazia". Dato per assodato che la cosiddetta meritocrazia non esiste da nessuna parte (potremmo parlarne a lungo, ma non usciamo fuori tema), no. Credo che il problema sia circoscritto ad alcuni ambienti. Ho sempre ottenuto lavori semplicemente presentandomi ai colloqui e così tutti quelli che conosco. 

- "Allora gli italiani non sono visti come bianchi?" Assolutamente no. In questo caso, io italiana dalla carnagione olivastra con un accento latineggiante nel cuore della Bible Belt texana, in uno specifico ambiente lavorativo, non credo di essere stata percepita come bianca. In 15 anni, non mi era mai successo. 

A tanti piace pensare il mondo in bianco e nero, ma non sono qui per semplificarvi la vita. Adoro il Texas, lo dico anche alla luce di tutto quello vi ho appena raccontato. Il mondo è complesso. La vita vera non è storytelling, non c'è una vicenda con uno snodo e poi una soluzione con una morale unica. Continuo a pensare che quello che è positivo e giusto sia in netta maggioranza rispetto a quello che è negativo e ingiusto in Texas e ovunque.

L'esperienza che ho vissuto mi ha cambiato profondamente. Esco da quest'anno scolastico migliore come persona e come insegnante, ma  a caro prezzo. Del resto forse è vero che la crescita morale e l'empatia tendono a passare dal dolore. Non ci sono scorciatoie. 

giovedì 2 giugno 2022

una questione di volontà

 Ieri Joe ha cominciato il campo estivo di robotica. È molto contento, è una delle poche cose che ci abbia mai chiesto. L'entusiasmo di tutti i ragazzini e anche dei genitori era palpabile.

Quando l'ho accompagnato, davanti alla scuola che è una struttura molto grande con tanti campi estivi per studenti di tutte le età, c'era una macchina della polizia. L'agente era dentro, suppongo. Non l'ho visto.
Un sacco di gente, porte aperte.
Nessun controllo.
Questo dettaglio che in passato magari non avrei nemmeno registrato, in questo caso mi ha irritato.
Se una settimana dopo una strage, c'è questa indifferenza, significa che hanno mollato il colpo in tutti i sensi con la prevenzione.
Ne parlo con una mia amica e lei non si scompone per niente invece.
Mi racconta che alla scuola di sua figlia ci sono mille controlli invece e nonostante tutto un ragazzino quest'anno è riuscito a portare dentro una pistola.
A Uvalde le forze dell'ordine erano presenti in gran numero durante l'ultimo mass shooting, eppure sono rimaste fuori dall'edificio per circa un'ora. In questi giorni i media non parlano d'altro. Sembra quasi che aspettassero che finisse tutto per intervenire. È uno scandalo: erano lì e non hanno fatto nulla. Alcuni bambini dall'interno della scuola chiamavano il 911, il numero delle emergenze, per chiedere aiuto alla polizia e la polizia se ne stava là fuori ponderando non si sa bene cosa.
L'ipotesi è che anche loro, armati fino ai denti e addestrati, avessero paura.
C'è stata una mamma che gli ha chiesto di entrare. È andata in escandescenze e loro l'hanno ammanettata.
Pare abbiano usato violenza contro diversi genitori che gli chiedevano di agire.
Lei, la mamma, appena si è liberata è corsa dentro la scuola e ha liberato i suoi due figli.
È tutta una questione di volontà.
Però ragioniamo. Cosa sarebbe successo se i poliziotti fossero entrati prima? Avrebbero salvato delle vite? Forse sì, ma forse no.
Dato il tipo di arma usato per compiere il massacro, il tutto è avvenuto nei primissimi secondi. Giustamente ci indignamo di fronte al comportamento della polizia, ma è verosimile che se avessero agito diversamente ben poco sarebbe cambiato.
Torniamo sempre lì.
Non distraiamoci.
C'è una sola cosa da fare per prevenire queste situazioni: regolare il mercato delle armi.

mercoledì 25 maggio 2022

gun control now

 Ho ricevuto tantissimi messaggi. Vi ringrazio collettivamente ora per il pensiero e vi rispondo pian piano.

So che mi avete pensato perché se siete qui probabilmente sapete che più volte quest'anno -il primo in cui ho lavorato come supplente- non mi sono sentita al sicuro a scuola.
Queste cose in vari modi ci toccano ogni giorno, non solo quando succedono massacri come quello di ieri.
Oggi qui è l'ultimo giorno di scuola.
Ieri c'era un'atmosfera di tale euforia che, volevo, ma non sono riuscita a spiegare a Joe e Woody cosa è successo a Uvalde. Sono appena tornata dalla cerimonia di fine delle elementari di Joe. Nessuno ha detto una parola, nè sul palco, nè privatamente.
Una normalità terrificante. Tutti felici.
Ho visto che la classe dirigente texana si è affrettata a fare dichiarazioni tipo 'adesso basta! Le scuole devono avere un ingresso unico oppure adesso basta! E' ora che gli insegnanti comincino a imparare a difendersi. Come se il problema non fosse che uno solo: la facilità con cui chiunque qui può procurarsi qualunque tipo di arma.
Non so spiegare il livello di sconforto.
Mentre le donne che decidono di abortire sono assassine, gli uomini continuano a uccidere indisturbati: asiatici, neri, ebrei, bambini, persone a caso.
Il corto circuito è evidente.
Ieri sera Woody è andato a dormire e dopo un po' è tornato indietro per un ultimo abbraccio.
Mi dice: - Mamma, ho paura.
- Di cosa?
- Che mi mancheranno i miei amici quest'estate.
E di cos'altro dovrebbe avere paura un bambino di prima elementare?
In questo momento mi chiedo davvero che senso abbia raccontargli quello che è successo. Non posso dargli una notizia del genere senza offrirgli un qualche barlume di speranza, ma adesso, mi dispiace, quel barlume di speranza non ce l'ho.

#GunControlNow

domenica 3 aprile 2022

unapologetic/3

Volevo raccontarvi di un lavoro che stanno facendo dei ragazzi in un liceo che ho visitato questa settimana.

Partendo dalla forma del cuore anatomico, devono rappresentare il

proprio cuore.
C'è il cuore che piange. Il cuore che fiorisce. Il cuore infilzato da un pugnale. Il cuore ferito e il cuore ferito, ma senza perdere la speranza. Il cuore che è in costruzione. Il cuore buffo. Il cuore avvolto nelle spine.
C'è un cuore con sopra il simbolo del dollaro. Il ragazzo che sta lavorando a questo cuore mi ha spiegato che la gente ama i soldi più di tutto e i soldi entrano nelle relazioni. Chi vuole essere tuo amico perché hai tanti soldi e chi non vuole essere tuo amico perché hai pochi soldi.
C'era un ragazzo che mentre gli altri lavoravano, con le cuffiette nelle orecchie cantava e ballava.
Bella voce.
L'ho fatto andare avanti per un po'. Era una canzone su un tale che andava in prigione, una brutta storia che "non vuoi sapere" mi ha spiegato quando gli ho chiesto di raccontarmi. In realtà l'ho fermato perché vedevo che gli altri cominciavano a ridere e lanciarsi occhiatine. Non volevo ridessero di lui.
Gli ho chiesto di mostrarmi il suo cuore che somiglia a una massa informe. Il suo cuore è fatto così. Un po' - mi ha detto- perché non è capace di fare meglio, un po' perché il suo cuore è veramente messo male.
"Però li vedi quei buchini? Lì ci metterò dei pezzi di vetro luccicante perché c'è sempre qualcosa che fa accendere una scintilla".
Vi racconto forse più dei problemi che vedo, ma di insegnanti eccezionali, soprattutto in quartieri difficili, ce ne sono tantissimi. La professoressa che ha assegnato questo progetto sul cuore, ad esempio, mi ha lasciato una mappa dei banchi con la foto, il nome e in alcuni casi il modo in cui i ragazzi vogliono essere chiamati. Voleva che perfino io, la supplente, avessi un qualche rapporto con loro, che ci dialogassi, che li chiamassi per nome.
Questo è rispetto. Questo significa vedere persone dietro a studenti che hanno spesso comportamenti anche facilmente condannabili.
La voglia di essere più *unapologetic* viene da qui, dalla rabbia che mi prende quando vedo persone pigre e incompetenti maneggiare questi cuori fragilissimi e pieni di scintille.


P.S. Potete vedere i lavori dei ragazzi nelle storie in questo momento (si vedono meglio su IG, FB fa i capricci), non credo le salverò.

sabato 26 marzo 2022

unapologetic/2

E così l'ho fatto: per una volta nella vita sono stata completamente unapologetic (continua dal post precedente qui).

Un po' di tempo fa ho ascoltato un'intervista che, come qualcuno di voi ricorderà, mi ha scaturito mille riflessioni non tanto sul contenuto in sé, quanto sull'uso della lingua inglese dell'intervistato. Non avevo mai sentito una persona con un inglese peggiore del mio mostrare tale sicurezza. Questa persona, un italiano molto famoso e stimato, costruiva frasi lunghe e complesse e usava termini corretti, ma desueti in inglese, eppure il suo interlocutore sembrava -magicamente- seguirlo alla perfezione.

Lo avevo definito "unapologetic", un termine che tale e quale non esiste in italiano. In questo contesto intendevo dire che era orgoglioso di sé, che non 'si scusava' per il suo accento o per le sue origini, che andava diritto per la sua strada con grande successo e nessuno si sognava di dubitare di lui. 
In quell'occasione avevo ragionato sul mio uso della lingua inglese che è sempre stato l'opposto. Mi sono sempre limitata, ho sempre semplificato quello che volevo dire per timore di non essere capita.
Avevo allora battuto il pugno sul metaforico tavolo: voglio essere *unapologetic* anch'io! 
Anche perché poi tutto il discorso, soprattutto negli scambi che ne sono derivati con alcuni di voi, aveva presto cominciato a prendere anche una piega legata al posizionamento di questo individuo e al sessismo della società in cui viviamo. È innegabile che le donne in generale si scusino molto di più e vengano anche messe sotto torchio molto di più. 
Nel mio ambiente lavorativo, ad esempio, continuo a vedere uomini poco competenti, ma all'apparenza molto sicuri di sé, non solo sgraffignare opportunità che potrebbero essere mie, ma anche fare danni. Se voglio che questo cambi devo essere certamente consapevole dei miei limiti, mai anche del mio valore. 
Dopo qualche giorno, nemmeno a farlo apposta, mi chiama una persona molto in vista nel mio campo per un colloquio. È una cosa che in passato mi avrebbe fatto fare i salti di gioia e messo in enorme agitazione. Ora -cioè... dopo il 2020 - no, ora ci vuole ben altro per smuovermi. 
Era un semplice colloquio esplorativo ed è nata subito una certa intesa. Si parlava ovviamente di questioni che mi appassionano molto e mi sentivo a mio agio. A un certo punto, mi viene in mente l'espressione latina "forma mentis". Normalmente avrei detto "mindset", ma quel giorno ero in vena di esperimenti. Volevo vedere la reazione della persona che avevo di fronte se mi fossi comportata come il tizio dell'intervista.
Dico la frase e non succede assolutamente nulla. L'interlocutore annuisce e sorride. Non succede davvero niente.
Lì per lì sono soddisfatta, qualche ora dopo però ripassando il colloquio al setaccio nelle mie elucubrazioni, comincio a dubitare di quel passaggio. 
Dopo tutto, soprattutto qui al sud, sorridere e non commentare può significare di tutto. Ci sono delle persone che mi hanno sorriso senza commentare e non le ho mai più viste nella vita.
La sera vedo degli amici a cena e gli racconto del colloquio. Chiedo cosa ne pensino di quella frase.
Si capiva?
La reazione è stata abbastanza simile a quella della persona del colloquio. Per loro era tutto chiaro.
Ma come davvero? Allora sto tranquilla? 
Ma per niente!
Viene fuori che ognuno in realtà aveva capito una cosa diversa. Quindi insomma: esperimento fallito per quanto mi riguarda.
Vi ho preparato un piccolo schemino di quello che mi hanno spiegato i miei amici madrelingua inglese, così se volete provare sapete a cosa andate incontro:

Facciamocene una ragione, per chi fra noi non ha ancora vinto un Oscar, la vecchia strada dell'umiltà rimane quella vincente.
Anche in inglese si usano espressioni latine ad esempio, ma ben pochi lo hanno studiato e spesso le stesse espressioni hanno sia una pronuncia che un significato diverso. 
(-> Quid pro quo ad esempio)
Bisogna capire se si sta parlando per essere capiti o per dare una certa impressione di sé. Se si vuole essere capiti, meglio puntare sulla semplicità. Il malinteso è sempre dietro l'angolo.
Ci pensate a quante volte non ci si capisce perfino parlando la stessa lingua? E di sicuro la maggior parte delle volte non ce ne rendiamo nemmeno conto.

Prendiamo Woody per esempio. Dice: "When we go home can we make collard chards?"
Vedendo il punto di domanda nei miei occhi ripete: "When we go home can we make collard chards?"
Io e la mia amica ci guardiamo perplesse. Accidenti, ha sei anni e ha voglia di verdure, incredibile.
Infatti non era vero. Voleva fare dei "color charts" cosa che mi rende comunque molto felice come insegnante di arte.
Scherzi a parte, non si può cambiare atteggiamento in un attimo. Bisogna trovare una via di mezzo e usare l'intuito.

*Read the room*, come si suol dire in inglese.

lunedì 7 marzo 2022

unapologetic

Non so dirvi se l'ultimo film di Paolo Sorrentino mi sia piaciuto o no. Forse no.

Però mi ha smosso un sacco di cose quindi forse sì. Se ti scombussola di sicuro è un'opera d'arte.
Per cercare di capire un po' meglio il film, ho recuperato una lunga intervista al regista (qui).
Ciò che mi ha indotto ad ascoltarla tutta con grande interesse e piacere, non è tanto quello che Sorrentino ha raccontato, ma come.
Mi riferisco al suo inglese.
Un inglese comprensibilissimo credo, ma per niente perfetto. E nonostante ciò esibiva una sicurezza strabiliante. Non si è mai mostrato in difficoltà o in imbarazzo.

Era del tutto "unapologetic".

Non saprei come esprimere lo stesso concetto in italiano. Ho chiesto anche a un'amica traduttrice. Ci sarebbero parole tipo "impenitente", "insolente", "sfacciato", ma hanno una connotazione negativa, esprimono un'altra idea.
Lui era "unapologetic" nel senso che era orgoglioso di sé, non si scusava per la persona che è, la sua origine, la sua lingua, il suo accento.
Mi è venuto in mente che forse in italiano non abbiamo un termine identico perché ci scusiamo molto meno. Ci scusiamo quando facciamo un errore, ci costa scusarci. Nella cultura anglosassone invece espressioni come I'm sorry, I apologize o my bad sono ripetute mille volte al giorno in ogni contesto. Le donne poi si scusano ancora di più. E non va bene.
Voglio essere più *unapologetic*.
Non voglio più chiedere scusa per quello che sono. I'm not sorry for my English or for my accent. I'm not sorry for who I am.
La seconda cosa che mi ha colpito è stata la sua grande fiducia verso l'interlocutore.
Gli ho sentito dire parole colte tipo "vitalistic" o "hagiography" che in italiano sono relativamente comuni, ma in inglese no.
Quando parlo con qualcuno in inglese e cerco di tradurre un pensiero dall'italiano evito di usare ogni termine colto. Semplifico all'osso. Frasi corte, termini quotidiani.
Faccio così perché molte volte ho avuto la sensazione che l'interlocutore perdesse dei pezzi altrimenti.
Invece l'interlocutore di Sorrentino sembrava seguire benissimo, non so se per via della sua cultura cinematografica o perché se costruisci le frasi esattamente come faresti in italiano la gente ti capisce e fai anche bella figura.
Voi come vi regolate in inglese?Costruite le frasi come in italiano o semplificate?
Un'altra considerazione che ho fatto dopo aver ascoltato l'intervista è sul modo in cui la lingua influenza il pensiero.
Non so voi, ma a me l'inglese chiarisce le idee. A volte quando ho un pensiero contorto in italiano, lo traduco in inglese e poi lo ritraduco in italiano e diventa più lineare.
Anche voi?
Non sono questioni interessantissime?
Più passano gli anni più mi affascinano tutti quei concetti intraducibili, tutte quelle sfumature di significato che fanno parte di una cultura e non necessariamente di tutte le altre. Il nostro uso delle lingue è in perenne evoluzione.
Cambiano in continuazione le nostre competenze linguistiche e allo stesso tempo cambia il modo in cui percepiamo e veniamo percepiti.

sabato 5 marzo 2022

tanto rumore per nulla, ma tanto rumore

 

Questa settimana a scuola.

Un quattordicenne molto più alto e forte di me va in escandescenze. Si crea una certa confusione. Nessuno come al solito si era preso la briga di avvisare la supplente, ma l'individuo non era nuovo a questi exploit. Un compagno allarmatissimo, ma preparato al peggio, si offre di correre a chiamare la psicologa. Certo, vai pure, gli dico. Arriva la psicologa e insieme a lei un poliziotto armato fino ai denti, sorriso smagliante, tipo Superman. La sola vista di un poliziotto armato in una classe mi ha terrorizzato.

L'ho mandato via immediatamente dicendogli che era tutto sotto controllo (la psicologa si era portata via il ragazzo) e che nessuno era stato violento (vero).

Il fatto è che non riesco più a scacciare quell'immagine dalla mente.

Ieri vado in un'altra scuola a sostituire come sempre un insegnante di arte perché sono un'insegnante di arte. All'ultima ora però hanno un buco da tappare e mi mandano a sostituire quella di matematica. Non mi era mai successo, mi viene quasi da ridere. Non ero mai stata in quella scuola, non conoscevo né i ragazzi né l'edificio tanto è vero che mi sono persa prima di trovare la classe giusta. In qualche modo me la cavo. Mancano 10 minuti, i ragazzi hanno fatto le loro equazioni e si stanno rilassando con la mente già nel fine settimana. Parte un annuncio, ma non riesco a sentire bene, il volume è basso e loro stanno parlando. Capisco solo che dobbiamo chiuderci in classe e che nessuno può uscire o entrare. Gli studenti sembrano tranquilli, mi dicono che è già successo. A me invece mai, fingo ma non sono per niente tranquilla io. Passano i minuti.

Qualcuno fra i ragazzi comincia effettivamente ad agitarsi.

Non posso fare tardi a danza.

Mio padre si preoccuperà se non mi vede uscire.

Voglio uscire.

Quanto possiamo sopravvivere con questo pacchetto di patatine?

Ho paura, moriremo tutti.

Provo a telefonare in segreteria, ma nessuno mi risponde perché sono in lockdown anche loro. Il tempo rallenta. Un genitore manda un messaggio al figlio dicendo che fuori dalla scuola c'è un'ambulanza. Appena fuori dalla porta vedo un poliziotto che entra in una classe. Fuori un ingorgo di macchine, c'è anche il camion dei pompieri e una macchina della polizia. Non mi viene in mente di chiedere cosa sia successo, voglio solo andare a casa.

A giudicare da Google suppongo non sia successo nulla di tragico. L'angoscia non passa del tutto però.

In dodici anni di insegnamento è la prima volta che mi capitano episodi simili e ora nel giro di pochi giorni due.

Di sicuro è stato un caso. Ho insegnato a lungo, ma sempre alle elementari, alle secondarie l'atmosfera è leggermente diversa. Ad ogni modo, non so se mi basteranno due giorni per riprendermi da una settimana come questa.

Tanto rumore per nulla, ma... tanto rumore.

Sigh.

giovedì 3 marzo 2022

non siamo così diversi

 

Vi ho raccontato mille volte di quanto sia divisa la società texana e di come le divisioni emergano anche nelle più piccole interazioni di tutti i giorni, almeno nella mia zona.

Ecco, un altro regalo
bellissimo che mi ha fatto Mimì è darmi la possibilità di interagire con tante persone in modo del tutto rilassato. Persone che non avrei altre occasioni di conoscere. Persone con cui, lo ammetto, non avrei voglia di intrattenermi in altre circostanze. Prima, ad esempio, ho chiacchierato un'ora con un tipico cowboy texano. Mi raccontava di come ha insegnato al suo cane, che è molto simile al mio, ad accudire le mucche. È probabile che le nostre idee politiche, almeno secondo i soliti stereotipi, non siano allineate, ma in quel momento eravamo solo due persone che amano i loro cani.

È necessario in qualche modo tornare alle cose semplici e basilari dell'umanità. Ci piaccia o no, non siamo così diversi.

domenica 27 febbraio 2022

quietest evening

Come tutti sono molto preoccupata per quello che sta succedendo in Ucraina. Per una volta, invece di cadere nel vortice delle news, mi sono messa a imparare qualcosa sugli artisti di quel paese.

Mi ha colpito un quadro di un'artista di Lviv, una città dell'ovest, abbastanza vicino al confine con la Polonia. Un posto che inizialmente
sembrava abbastanza sicuro, ora probabilmente non più.
Il quadro si intitola La sera Più Silenziosa (Quietest Evening), il nome dell'artista è Olga Kvasha (potete acquistare le sue opere qui). Ho provato a contattarla su Instagram, non pensavo mi rispondesse. Le ho chiesto solo cosa possiamo fare di concreto per aiutare il popolo ucraino dagli Stati Uniti e dall'Europa.
Mi ha risposto che sente il supporto del mondo. "Pensate e parlate dell'Ucraina. Vinceremo. È un peccato che la vittoria costi così cara".

sabato 26 febbraio 2022

I voted

Ieri ho votato per la prima volta.

Ho votato per le primarie democratiche. Le primarie repubblicane erano nello stesso seggio. Ognuno sceglie a quali primarie partecipare di volta in volta.

È un po' diverso che in Italia.
Funziona così.
Mostri la patente, controlli che tutti i tuoi dati personali corrispondano e se va tutto bene ti viene affidata la preziosa scheda elettorale.
Per non sbagliare, puoi scaricarti un facsimile della scheda, compilarlo a casa e poi copiare tutto al momento sulla scheda vera. Si vota per parecchie persone, confondere i nomi è facile. Infatti ho visto
che molti avevano in mano la scheda vera e quella compilata a casa.
Sono riuscita a sbagliare anche così, è incredibile.
Dopo aver votato inserisci la scheda in una macchina che verifica la validità del voto e così si è scoperto che avevo fatto una crocetta in più. Mi hanno dato la scelta di rifare tutto o annullare solo quel voto specifico. A me è piaciuto così tanto votare che ho preferito farlo due volte.
Due cose mi hanno colpito.
La prima è che non c'è moltissima privacy. Ho compilato la mia scheda seduta a un tavolo con varie persone che passavano e in teoria avrebbero potuto sbirciare credo. Non so se sia sempre così. Magari è stato un caso.
La seconda è che il tutto dura pochi minuti e quindi tanti vanno a votare con i figli che possono guardare i genitori compilare la scheda.
Mi è piaciuto molto il fatto che gli addetti del seggio non ignorassero i bambini, ma al contrario li rendessero partecipi spiegando loro cosa stava succedendo e dando anche a loro l'iconico adesivo.
Finalmente anch'io ho avuto quell'adesivo con scritto "I voted" accanto alla bandierina sventolante.
Non ci posso credere.
Non ci posso credere.
I voted.

giovedì 10 febbraio 2022

coincidenze sospette

Volevo tornare un attimo sulla questione di New Kid e dei libri controversi (qui). Innanzitutto ringrazio ancora chi ha ordinato il libro o scritto alle librerie. C'è stato anche però chi ha fatto un po' l'avvocato del diavolo sostenendo che i pazzi che bruciano i libri in piazza sono quattro gatti e che di solito i libri rimangono disponibili e la censura non arriva mai fino in fondo. Il problema non è tanto la possibilità di reperire i libri quanto il clima che queste azioni creano intorno ai libri.

Il fatto che un libraio, un bibliotecario o un insegnante che decidano di proporre questi contenuti sappiano fin dall'inizio di poter finire nella tempesta, ricevere minacce e perfino rischiare il licenziamento nei casi peggiori, è un grande deterrente. Molti preferiranno mettersi al sicuro presentando libri più leggeri, mi sembra logico. 

Il messaggio di New Kid è che il razzismo che riguarda la maggior parte delle persone, non è quello che finisce nella cronaca nera, ma è in un certo senso anche più infido. Si tratta appunto di occasioni mancate, libri che non sono disponibili a scuola, sottintesi e allusioni che non potresti mai provare davanti a un giudice. Tutte quelle sensazioni che potrebbero facilmente avere anche altre spiegazioni, ma che si ripetono all'infinito nei confronti di alcune persone e non di altre. Nel libro di Jerry Craft, ad esempio, i ragazzi di colore vengono spesso confusi fra loro e chiamati con nomi sbagliati e sì, potrebbe essere che alcuni insegnanti abbiano la memoria corta, ma il ripetersi dello stesso episodio in maniera costante verso le stesse persone, qualcosa deve pur significare. Che *loro* siano tutti uguali, tutti nello stesso calderone, agli occhi di alcuni insegnanti? Ognuno giudichi.

L'autore del libro, Jerry Craft, ha raccontato in un'intervista che tante volte quando va in una scuola a tenere una conferenza viene scambiato per il tecnico della fotocopiatrice o per l'uomo delle pulizie. Succederebbe a un bianco? Certo, probabile. Mai sentito.

L'altro giorno sono entrata in una scuola che aveva una bellissima biblioteca open space. Mi hanno colpito subito i libri esposti in evidenza. Poi ho incontrato la preside. Guarda caso l'unica preside nera che abbia mai incontrato in questi mesi. Ci saranno sicuramente altre scuole con presidi bianchə che espongono questo tipo di libri in tale quantità. Il fatto è che vado in un sacco di scuole e non mi è mai capitato, qualche dubbio mi viene. 

Ho pensato di raccontarvi tre episodi emblematici che mi sono successi nelle scuole in cui lavoro perchè credo che sia più facile capire tramite esempi concreti. Provate a trovare il filo di congiunzione di queste situazioni.

1- Ci sono quattro bambini seduti allo stesso tavolo. Una bambina comincia a piangere silenziosamente, ma disperatamente. Mi allarmo. Cosa succede? Un compagno le ha detto che non vuole parlare con lei. Il motivo? Deve concentrarsi. Strano, è la lezione di arte. Avevo appena dato il permesso di parlare mentre si lavora. La bambina che piange è l'unica nera della classe. Dico al bambino diligente che può andare a sedersi da solo allora se vuole concentrarsi meglio. Dopo tre minuti viene a supplicarmi di tornare a sedersi con i suoi amici. Non è che forse a quel tavolo c'era solo una persona specifica con cui non voleva parlare. Non è un po' strano che quell'unica persona sia anche l'unica persona nera?

2- Qualche mese fa ho mandato il mio curriculum a una scuola. La segretaria mi ha contattato diverse volte, almeno due o tre, dicendo che le era piaciuto molto il mio portfolio e che forse la loro insegnante di arte se ne sarebbe andata. Ogni volta è finita che l'insegnante è rimasta al suo posto. A un certo punto ci scherzo su...accidenti, si vede che proprio non le piace quest'insegnante se è così aggrappata all'idea che se ne vada. Un giorno finalmente vado a fare una supplenza in quella scuola e rimango basita. L'insegnante, quella che si ostina a rimanere al suo posto, è nera. Ho fatto supplenze in tante scuole in questi mesi. Nelle classi c'è sempre una foto dell'insegnante: è la prima volta che vedo un'insegnante di arte nera, la seconda, credo, in 12 anni di carriera. Che strana coincidenza.

3- Vado a fare una supplenza in una scuola particolare, in un quartiere abbastanza problematico. Mancano un paio di giorni alle vacanze di Natale. Vengo accolta da un professore di musica super cool. Ha lunghi capelli biondi raccolti a cipolla sulla testa e indossa un completo giacca e pantaloni con stampe natalizie. Mi dà il benvenuto con grande giovialità e mi spiega che devo fare l'appello ogni ora, ma gli studenti in quella scuola se la prendono molto se non pronunci bene il loro nome. Cioè: lui un John Williams qualunque viene a spiegare questa cosa a me che quando da Starbucks cerco di usare il mio nome, trovo scritto sulla tazza Himalaya. Mansplaining ne abbiamo? Con l'aria di farmi un grande favore e di mostrarmi come avere rispetto della diversità, propone: "Guarda, facciamo così: per aiutarti ti evidenzio il nome dello studente migliore in ogni classe (sai, sono ragazzi un po' difficili...) così chiedi a loro di occuparsi di questa cosa". Whatever. Arriva la prima classe e c'è letteralmente una sola bambina bianca, bionda con gli occhi azzurri: neanche a farlo apposta secondo il professore  è proprio lei 'la migliore'. Le coincidenze. Arriva la seconda classe e vengo accolta da un gentilissimo studente di colore che mi chiede come sto e come può aiutarmi. Do per scontato che sia suo il nome evidenziato e invece no. Di nuovo in classe c'è un solo bambino bianco ed è lui il prescelto. Quel giorno avevo sei classi e questa scena si è ripetuta almeno 4 volte. Non sto dicendo che il prof sia razzista, anzi, di sicuro si impegna al massimo. Ma a me sembra evidente che nell'evidenziare quei nomi il suo razzismo interiorizzato abbia avuto un ruolo.

Vi ho raccontato questi episodi ( e ce ne sarebbero moltissimi altri) perchè sono tutti casi in cui il pregiudizio razziale potrebbe benissimo non essere preso in considerazione. Sono i tipici casi in cui capita di sentirsi dire cose tipo "ma non è che tutto deve c'entrare con il razzismo, non è che ti stai fissando?". La mia risposta è: non è che stai ignorando il problema perchè non ti tocca? Il fatto è che purtroppo tutto c'entra con il razzismo (e con il sessismo, l'omofobia, ecc) nella nostra società. E non solo nella società americana. Ecco, è anche per questo che volevo proporvi degli esempi concreti. Guardatevi intorno, anche in Italia è la stessa identica cosa. Non ne parlo mai perchè le poche volte che l'ho fatto ho trovato così tante resistenze che mi sembra quasi inutile. Dico solo: teniamo gli occhi aperti su queste cose. Notiamo e interveniamo anche su noi stessi, tutti sbagliamo ogni giorno, tutti abbiamo la possibilità di fare meglio il giorno successivo.

martedì 8 febbraio 2022

contro la censura

Qualche settimana fa, ho ascoltato un episodio di This American Life (qui) in cui si diceva che un gruppo di genitori qui in Texas da qualche parte, ha cercato di proibire un libro sulle difficoltà di un ragazzo alle prese con nuova scuola. Mi è sembrata un'assurdità.

Il libro - New Kid di Jerry Craft - due anni fa si è aggiudicato la Medaglia Newbery come miglior contributo alla letteratura infantile americana. Non capivo come qualcuno avrebbe mai potuto volerlo censurare. Poi ho scoperto che l'autore del libro e il protagonista sono afroamericani e si parla, fra tante altre cose, anche di razzismo. Secondo alcuni genitori farebbe sentire a disagio i ragazzi bianchi. Ho subito ordinato il libro, mi sembrava perfettamente adatto per i miei due figli bianchi. Viviamo in una comunità abbastanza conservatrice in Texas e penso che sia vitale che siano esposti a punti di vista diversi dal loro. Quando gli ho dato il libro, non sembravano molto entusiasti, ma appena ho girato la testa, hanno cominciato a leggerlo. Lo hanno finito quella stessa sera. 

Il giorno successivo ho chiesto a Joe (Woody è ancora troppo piccolo per notare certe cose) cosa ne pensasse. Mi ha detto che questa storia lo ha colpito perchè mostra come il razzismo  modifica la vita quotidiana delle persone in tantissimi modi che non aveva mai considerato prima. Poi mi ha chiesto di leggerlo così avremmo potuto parlarne più nel dettaglio.

Il giorno successivo sono andata a tagliarmi i capelli e ho portato il libro con me, in caso avessi dovuto attendere. Il parrucchiere lo ha notato immediatamente quando ho varcato la porta. "Anche a te piacciono le graphic novels?" mi ha chiesto indicando un libro sul bancone. Ho risposto: "No, mi interessa questa in particolare perchè sembra completamente a posto, ma qualcuno ha cercato di censurarla". Non credeva alle sue orecchie: "Censurare un libro che ha vinto la Medaglia Newbery?". 

Lo so, è una follia, vero?

Abbiamo così cominciato una bellissima conversazione. Lui è della Corea del Sud e si è trasferito in Texas dopo aver vissuto molti anni a New York e io sono italiana. Ci siamo scambiati impressioni su questa zona in cui ci siamo appena trasferiti entrambi. Alla fine gli ho regalato il mio libro. Mi è sembrata la cosa giusta da fare visto che gli piace così tanto quel genere. Abbiamo deciso che parleremo del libro al prossimo taglio di capelli. 

Il giorno seguente, ho comprato un'altra copia di New Kid e finalmente l'ho letto. Mi ha commosso. Come insegnante, assisto a queste microaggressioni ogni giorno e mi spezzano il cuore. Penso che tanti ragazzini si sentiranno meno soli grazie a questo libro. Continuo a non capire come qualcuno possa sentirsi offeso da una storia simile.

Ho voluto condividere la mia esperienza con questo post nella speranza che altre persone conoscano e decidano di supportare questo e tutti gli altri libri che stanno cominciando a essere  considerati controversi per motivi simili.

Cerchiamo di leggerli tutti questi libri e usiamoli per cominciare conversazioni significative con tutte le persone che fanno parte della nostra vita dai nostri bambini al parrucchiere. Perchè no?


P.S. Lascio in evidenza su Instagram nel cerchietto New Kid delle storie con qualche informazione in più su questo argomento. 

Grazie a chi ha già ordinato il libro.


venerdì 28 gennaio 2022

un chiarimento a cui tengo tantissimo

Nelle storie di Instagram racconto spesso la mia vita quotidiana. In questo periodo, il mio tema preferito è Mimì.

C'è una persona che con estrema delicatezza e rispetto mi ha chiesto spiegazioni sul perché insegni a Mimì a fare un giochetto che all'apparenza può sembrare sadico e umiliante come tenere in equilibrio un dolcetto sul naso. Dice... "I giochi non sono per noi umani? Non posso credere che proprio tu faccia una cosa simile. Mi sfugge qualcosa? Mi puoi spiegare che senso ha per favore?"

Ho risposto attraverso delle storie che lascio in evidenza su IG nel cerchietto 'dog training' in modo che tutti possano togliersi lo stesso dubbio o contribuire alla discussione. Sono arrivati tanti messaggi soprattutto di ringraziamento per il chiarimento, ma la persona che ha fatto la domanda non era l'unica ad avere avuto questo dubbio. Forse c'è una mentalità diversa rispetto a questo tema in Europa e US? Mai avrei immaginato che a qualcuno venisse in mente una cosa simile.

Il mio approccio alla vita è sempre improntato alla conoscenza, in ogni
campo. So di non sapere tantissime cose quindi studio e consulto chi sa più di me sempre prima di prendere qualunque decisione. Anche in questo caso ho fatto la stessa cosa e sto seguendo scrupolosamente i consigli di un'etologa che ho consultato per capire meglio Mimì. Non ho mai avuto un cane come lui. Non solo di quell'età e con le sue esperienze di vita, ma anche di quella stazza e razza particolare. Pare che Mimì sia un pastore australiano puro e questo gli dà una serie di caratteristiche piuttosto definite che bisogna conoscere. Mi dispiace molto constatare che questa sua cosiddetta razza, il modo in cui determinate caratteristiche siano state selezionate e rafforzate di generazione in generazione, sia alla base delle sue nevrosi e dei motivi per cui è stato desiderato quanto di quelli per cui è stato abbandonato. Quando prendiamo con noi un animale che è già adulto che è stato abbandonato diverse volte, che magari è stato maltrattato (non mi risulta sia il caso di Mimì) dobbiamo mettere in conto che la sua salute mentale potrebbe averne risentito e valutare tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione per aiutarlo.
L'allenamento è un ottimo strumento. Non credo nelle punizioni, uso solo il rinforzo positivo. Io lo chiamo il metodo della carota e della carota.
Mi avevano detto che il comportamento problematico di Mimì era la fuga. Per qualche motivo -a me piace pensare che sia perché si trova bene con noi- al momento la fuga è l'ultimo dei suoi pensieri, però ha sviluppato altre nevrosi. Nessuno lo direbbe incontrandolo, ma è molto ansioso e timoroso. Oltre a questo ha bisogno di ore di esercizio fisico, ma anche di esercizio mentale. Quando gli insegno ad esempio a tenere un biscottino sul naso, comunico con lui. Per lui capire come ottenere una ricompensa è come risolvere un rompicapo. Lo fa stancare al punto che poi riesce a gestire meglio la sua enorme energia fisica. Purtroppo, non tutti i giorni ho 2 o 3 ore da passare a tirare palline. Facendo questo tipo di lavoro con lui gli dimostro il mio affetto mettendolo al centro della mia attenzione e lo aiuto a usare il suo bellissimo cervello in un modo che è adatto al tipo di vita che può fare con noi. Il pastore australiano è un cane da lavoro quindi in teoria dovrebbe raggruppare mandrie, non stare in casa a poltrire. Quello che faccio è dargli dei "lavori" e infatti da quando facciamo così almeno riesce a dormire qualche ora la notte, sembra più sereno.
La Ragazzina era un beagle/basset ed era stata gravemente maltrattata prima di incontrare noi. L'ansia le ha procurato delle convulsioni piuttosto gravi per tutta la vita. Il modo in cui sono riuscita a garantirle una qualità di vita accettabile è stato proprio portandola a scuola e insegnandole dei semplici trucchetti che la distraessero dai suoi fantasmi nei momenti critici.
Mimì ha imparato tutto quello che ho imparato in diversi mesi a scuola con La Ragazzina in tre giorni. È più intelligente? Dicono di sì, io penso semplicemente che siano intelligenze diverse. Un bracchetto è un cane indipendente, non cerca di compiacerti. Se gli tiri la palla, ti guarda stranito. Un pastore invece viene selezionato per generazioni per eseguire determinati ordini. Entrambi però hanno tratto vantaggio dall'allenamento. E poi parliamoci chiaramente: un cane che sa gestire i suoi impulsi è un cane che può fare molte più cose. Può andare al dog park e interagire senza problemi con una quantità di persone e altri cani. Può vivere bene l'arrivo di ospiti di ogni età. Può essere portato fuori. La sfida più grande per Mimì, ad esempio, è proprio imparare a camminare al guinzaglio. Abbiamo cominciato a casa senza guinzaglio e ora pian piano allunghiamo il nostro percorso all'esterno in situazioni sempre più difficili per lui. Siamo lontani dalla perfezione, ma continuiamo a lavorarci. Imparare a non avventarsi sul cibo non è sadico. È una semplice regola che ci permette di avere una convivenza positiva. Fatemi sapere se avete altre domande o consigli. Grazie davvero tanto per questa domanda che mi ha dato modo di chiarire qualcosa che mi sta molto a cuore.
❤️🙏