martedì 27 marzo 2007

sull'ottimismo americano [3]

Prendiamo un caso limite, ma anche una bella storia.
Vittorio, detto Toto, italiano di una cittadina dalle parti di Bari, non ricordo. L'ho conosciuto nel suo ristorante in Oklahoma, oramai diversi anni fa. Lui si e' avventurato a New York City subito dopo la seconda guerra mondiale come calciatore professionista.
Un giorno, vista la fine della carriera agonistica, suo cugino gli disse: "Qui la vita e' dura, io vado al sud, laggiu' non c'e' nulla, e' tutto da costruire". Toto non sapeva nulla dell'Oklahoma a parte credere alle storie di indiani e cow-boy, ma l'idea gli piacque. Apri' il suo ristorante, dove ancora oggi si puo' mangiare una vera focaccia barese al pomodoro e divento' ricco.
Villa con piscina, proprieta', crociere alle Hawaii e un mese in Italia ogni anno. Questa era la storia che ci raccontava sempre le poche volte in cui andavamo a trovarlo, mostrandoci anche delle splendide foto di lui giovane calciatore.
L'ultima volta, siamo stati da lui verso Natale, ci siamo fatti anche un bel pezzo di strada, ma io avevo proprio voglia di casa e vi assicuro che sentire parlare italiano nel bel mezzo degli States delle volte e' casa. Quel giorno ci ha chiesto una cortesia, di aiutarlo con una 'carta' che era arrivata.

Quel giorno abbiamo scoperto che Toto non sa leggere e nemmeno scrivere ne' in inglese ne' in italiano.

2 commenti:

Pola ha detto...

Pensa che io conobbi a Reggio Calabria il proprietario della gelateria più famosa della città, un signore ormai intorno agli 80, ma distinto e vestito di tutto punto anche sotto il sole cocente di luglio. Stavo mangiando la sua famosa Coppa Sottozero, nella sua gelateria omonima sul lungo mare di Reggio; il dehors era pieno, i camerieri indaffarati e anche il negozio affollato.
Mi racconto di come da giovane, poco più che maggiorenne, partì per la California, dove aprì una gelateria... e poi un’altra e poi un’altra ancora. Si era preso una megavilla con 5 camere da letto, piscina e di tutto e di più. Alla fine se ne era rotto, gli mancava la sua Reggio.
Ha venduto tutti i negozi, mantenendo solo il 5% di ciascuno e a patto che il nome restasse Sottozero anche lì, negli USA.
Diceva che tutti i soldi e tutto il successo avuto in America non valevano la vista del mare e dell’Etna che stavamo osservando.
Ora la gelateria a Reggio è gestita dai figli, lui si gode la sua vecchiaia chiacchierando nella sua gelateria Sottozero sul lungomare di Reggio.
Mi ricordo questa storia quando mi viene voglia di fare l’emigrante e di rincorrere il sogno americano. Alla fine forse per essere felici non serve andare lontano da Milano.

Pola ha detto...

Pensa che io conobbi a Reggio Calabria il proprietario della gelateria più famosa della città, un signore ormai intorno agli 80, ma distinto e vestito di tutto punto anche sotto il sole cocente di luglio. Stavo mangiando la sua famosa Coppa Sottozero, nella sua gelateria omonima sul lungo mare di Reggio; il dehors era pieno, i camerieri indaffarati e anche il negozio affollato.
Mi racconto di come da giovane, poco più che maggiorenne, partì per la California, dove aprì una gelateria... e poi un’altra e poi un’altra ancora. Si era preso una megavilla con 5 camere da letto, piscina e di tutto e di più. Alla fine se ne era rotto, gli mancava la sua Reggio.
Ha venduto tutti i negozi, mantenendo solo il 5% di ciascuno e a patto che il nome restasse Sottozero anche lì, negli USA.
Diceva che tutti i soldi e tutto il successo avuto in America non valevano la vista del mare e dell’Etna che stavamo osservando.
Ora la gelateria a Reggio è gestita dai figli, lui si gode la sua vecchiaia chiacchierando nella sua gelateria Sottozero sul lungomare di Reggio.
Mi ricordo questa storia quando mi viene voglia di fare l’emigrante e di rincorrere il sogno americano. Alla fine forse per essere felici non serve andare lontano da Milano.