lunedì 2 marzo 2020

è giusto provare

Molti di voi hanno notato - e per questo vi ringrazio- che in questo periodo i miei post scarseggiano, eppure più che mai avrei tantissimo da scrivere e da raccontarvi.
E' che a un certo punto la vita ha davvero avuto la meglio sulla scrittura.
Il salto fra la piccolissima scuola privata nel quartiere più ricco della città in cui lavoravo prima e la grande scuola pubblica dei suburbi (ricchi per di più, figuriamoci quelli poveri...) in cui lavoro ora è stato enorme e carico di conseguenze.
In questi mesi ho visto tante situazioni preoccupanti e ne ho scritto spesso anche qui. A un certo punto ho cominciato a farmi una domanda: non posso essere l'unica a vedere queste cose. Perchè nessuno dice niente?
E così piano piano, man mano che i successi lavorativi si accumulavano e mi davano una sorta di moneta da spendere in termini di rispetto e sicurezza, con molto tatto, ho cominciato a parlare di questi piccoli e grandi tabù sia con i miei superiori che con alcuni colleghi, solo quelli che mi hanno fatto intravedere una qualche sensibilità a riguardo. Tutti mi hanno dato ragione. Ho avuto la conferma che a tutti succedono le cose che succedono a me e tutti sono più o meno preoccupati.
Il discorso che sto cercando di portare avanti adesso va oltre. Voglio convincerli che tutto questo non è ineluttabile, che ci sono azioni che possiamo intraprendere per arginare i danni, quelli enormi creati dalle famiglie, dalla società e qualche volta, dalla scuola stessa. Come educatori, non possiamo accontentarci di rispondere alle situazioni negative: dobbiamo fare il possibile per prevenirle. 
Quando ho chiesto di elaborare un qualche piano di azione per fare in modo che la nostra scuola diventi una sorta di esempio in questo senso e ho proposto diverse idee, solo un paio di insegnanti mi hanno seguito. Adesso stiamo lavorando insieme su vari fronti e sono abbastanza ottimista perchè ho fiducia anche negli altri e sono sicura che pian piano il gruppo si allargherà. Dopo tutto sono appena arrivata, ci vuole tempo.
In questo momento il dubbio più grande che mi hanno comunicato quelli che non vogliono partecipare è legato alla politica. Tanti insegnanti hanno paura che parlare troppo di discriminazione e razzismo venga visto come un gesto politico e susciti le ire o anche solo il fastidio dei conservatori che si trovino fra i genitori o eventualmente nello staff stesso della scuola. Qualcuno se la prenderà certo, ma c'è sempre qualcuno che se la prende, no? Non importa, si va avanti. Ci sono anche tantissimi che non aspettano altro e me lo fanno sapere ogni volta che ce n'è l'occasione. Non credo che la politica c'entri tanto in questo caso, è una questione di civiltà, di rispetto reciproco. Credo che il vero problema sia culturale e sia dovuto al fatto che certe conversazioni qui, per tanto tanto tempo e ancora oggi in parte, sono state considerate sconvenienti.
Mi riferisco alla questione del razzismo endemico, ma non solo. Un'insegnante l'altro giorno mi diceva che un genitore ha protestato perchè si è spiegato come funzionano le carte di credito. Penso che la scuola abbia il diritto/dovere di andare avanti per la sua strada e semplicemente educare e formare dei buoni cittadini.
Ultimamente sono impegnata su tanti fronti. 
Sono in contatto con alcuni insegnanti che hanno già messo a punto piani come quello che aspiro a creare io qui. C'è una grande artista internazionale che si occupa di razzismo da tanti anni che si è offerta di parlare direttamente con i miei studenti. Un altro progetto riguarda il fatto che ho scoperto che la maggior parte dei miei studenti, ad esempio, non va nei musei. La notizia non mi ha sorpreso, ma mi ha allarmato e ho deciso di agire. Abbiamo parlato di cos'è un museo e a cosa serve. Abbiamo parlato degli ostacoli che ci impediscono di andare nei musei più spesso entrando nei dettagli: prezzi, distanze, utilizzo dei siti web, ecc. E poi, siccome abbiamo constatato che i musei possono intimidire, abbiamo cominciato a costruire un nostro museo scolastico, piccolo piccolo. Ogni studente ha creato un'opera in miniatura ispirata da qualsiasi cosa abbiano visto nella classe di arte.
Mi ha stupito e mi ha fatto molto ridere che un paio di studenti fra tutto abbiano scelto la famosa (o famigerata) banana con lo scotch di Cattelan che devo aver nominato una volta per due minuti. La riprova che tutto quello che si fa e si dice a scuola ha delle conseguenze, anche solo su pochi bambini.
Questa piccolissima idea si sta ingigantendo. Gli studenti più grandi adesso stanno cominciando addirittura a rispondere a vari annunci di lavoro: mi serviranno restauratori, guardie, qualcuno che disegni il logo del museo e delle guide.
Sono anche in contatto con un grande museo che dovrebbe mandare a scuola qualcuno che possa direttamente raccontare la sua esperienza e rispondere a tutte le domande dei ragazzi. 
Un'altra cosa che sto cercando di fare è aiutare i bambini problematici. Ce ne sono alcuni che nella libertà della classe di arte si sentono persi, ma ce ne sono tanti altri che magari si portano dentro dei traumi o altre situazioni di disagio che invece là dentro rifioriscono. Sto provando in vari modi a espandere la quantità di tempo che passano con me. Ce n'è uno che ogni tanto appare per dieci minuti, si mette in un angolo, costruisce qualcosa al volo e torna a fare le sue cose. Venire nella classe di arte è la boccata di ossigeno che gli viene concessa quando si comporta bene e vediamo dei miglioramenti. C'è una bambina che ogni tanto spalanca la porta, corre ad abbracciarmi forte e scappa via. Ognuno ha bisogno di qualcosa. 
Il mio problema è che non ho il famoso talento dei medici, quello di non farsi coinvolgere. Ci sono dei giorni che torno a casa, penso a certi sguardi e mi viene da piangere perchè qualunque cosa possa fare non è mai abbastanza. Ho letto che esiste un fenomeno chiamato compassion fatigue che si verifica quando le richieste di aiuto si moltiplicano e si diventa indifferenti alle sofferenze altrui. Per ora mi sembra di esserne del tutto immune. Per questo non bazzico così spesso questa pagina in questo periodo. Nel mio tempo libero, devo (devo, devo) staccare. Devo leggere, disegnare, camminare, ridere e -ho scoperto- ascoltare tonnellate di John Coltrane. Sono convinta che con il passare del tempo imparerò a stabilire le giuste distanze fra me e gli altri e soprattutto fra me e il mio lavoro, ma adesso sento che è giusto così, sento che è giusto provare.    

3 commenti:

dario celli ha detto...

Sei forte, ragazza!
Sei forte...

d.

Speranza ha detto...

Va benissimo così. Sono felice per te e per i tuoi studenti. Stai facendo tantissimo. Grazie avercelo detto

Slicing Potatoes ha detto...

Per parlare di razzismo con i bambini, magari lo conosci già, ma io trovo eccezionale questo sito: https://www.embracerace.org/
Si trovano davvero molti spunti, sia da genitore che da educatore.