giovedì 11 gennaio 2018

il problema di tutti

All'inizio della scuola, la mamma di un'ex compagna di classe di Joe, mi fermò per chiedermi come stessero andando le cose in prima. Bene grazie e voi? Pensavo fosse il solito small talk senza importanza, invece lei colse l'occasione per raccontarmi che sua figlia stava avendo delle serie difficoltà. Un gruppetto di ragazzine della sua nuova classe l'avevano esclusa a causa del colore della sua pelle. Il classico tu non giochi perché sei nera + una serie di altre frasi razziste da manuale. La psicologa della scuola prese queste due iniziative per sistemare le cose: fare scrivere una lettera di scuse alla capetta del gruppo e separare le due bambine in modo che non sedessero più una accanto all'altra. La mamma evidentemente non era soddisfatta e non si dava pace. 
Dice a me non è mai successa una cosa simile, mai avrei pensato che mia figlia dovesse subire questo nel 2017. Dice mia madre era l'unica bambina nera della sua scuola e non ha mai ricevuto questo trattamento, ha sempre avuto rispetto da tutti e a mia figlia invece viene fatto questo nel 2017
Mamma e figlia si sono trasferite qui da poco da una città più piccola sempre in Texas. 
Dice forse qui è diverso, forse dovremmo andarcene. Mi spiega che ha perfino cambiato pettinatura perché dopo questo incidente la bimba, per la prima volta, ha cominciato ad avere insicurezze sul proprio aspetto fisico e così lei ha smesso di stirarsi i capelli per dimostrarle un fatto che lei per prima fa fatica ad accettare e cioè che i capelli afro sono eleganti e belli quanto quelli delle donne bianche. 
Si commuove lei, mi commuovo io. 
Ma cosa si può fare concretamente per migliorare le cose? 
Lei si stupisce di questa mia domanda, evidentemente non ha nemmeno considerato l'ipotesi di poter fare qualcosa. Il suo racconto era inteso solo come sfogo personale, ma io sono convinta che qualcosa si possa fare, almeno per educare meglio i bambini all'uguaglianza e far sì che fatti simili non si ripetano. 
Passano le settimane e i mesi, ma questa cosa rimane lì, continuo a pensarci finché mi imbatto in un articolo che parla di un incidente simile in un'altra città. La comunità in quel caso ha reagito organizzando una giornata di giochi e attività contro il razzismo. Mi piace, può essere un buon punto di partenza. Mi piace soprattutto perché non sento mai parlare di razzismo nelle scuole di qui. Per quello che ho visto, in Italia negli anni Ottanta e Novanta, quando andavo a scuola io, si parlava di razzismo forse più che in Texas oggi ed è allarmante considerando quanto sia recente la segregazione razziale e quanto i bambini siano bombardati di messaggi razzisti attraverso la viva voce di un presidente che è associato -e nessuno ne fa mistero- al movimento suprematista (KKK, neonazi, ecc.). Le maestre che hanno parlato a Joe in modo approfondito di queste cose finora, sono state sempre quelle afroamericane e dubito sia un caso. Io stessa come insegnante, non ho mai visto grandi iniziative nella scuola in cui ho lavorato per molti anni (tanto è vero che). Lí di insegnanti di colore non ce n'erano, per dire. Tutto il personale delle pulizie che volevi, ma nemmeno un insegnante. 
Insomma, decido che devo essere io a prendere in mano la situazione perché quella mamma, molto giovane, che già si fa in quattro per tirare su una figlia da sola, non ha  certo bisogno di ulteriori stress. Ne parliamo e mi ringrazia moltissimo, è entusiasta.
Il problema, per come la vedo io, è di tutti, incluso mio figlio che non c'entra assolutamente nulla con questo fatto specifico. 
Il problema è di tutti perché è profondo, culturale, e la mentalità, in qualunque paese, si cambia a partire dalla scuola.
Mi sembra giusto cercare di contattare prima l'associazione dei genitori. Conosco solo una persona, tra l'altro di colore. Sono sicura che mi aiuterà, che sarà sufficiente spiegarle l'accaduto e che prenderà subito in mano la situazione insieme agli altri genitori. 
Ci metto più di un mese solo a riuscire a incontrarla. Ci diamo appuntamento nell'atrio della scuola. Mi concede una decina di minuti. Mentre le parlo, mi accorgo che non guarda me, ma segue i movimenti della direttrice che si aggira alle mie spalle. Taglia corto, mi ringrazia e corre a bloccarla per parlarle subito. Suppongo sia una cosa positiva, ma non sento più nulla. Dopo qualche settimana, la contatto per chiederle cosa abbiano deciso e con mio immenso stupore, scopro che non aveva capito assolutamente nulla. Aveva parlato alla direttrice, ma dell'incidente specifico non del problema educativo alla base e delle possibili soluzioni, come l'organizzazione di un qualche evento. Voleva correre a denunciare non si sa bene cosa, magari solo a mettersi in mostra, e non mi aveva ascoltato.
Mi resta a quel punto solo una cosa da fare: parlare direttamente con la direttrice. Ha più o meno la mia età, ne ho sentito dire piuttosto bene e mi aspetto che capisca. 
Mi riceve il giorno prima delle vacanze di Natale. Mi sorride, ma non vuol dire molto, ha una sorta di sorriso perenne lei, ogni volta che la vedo sorride. E' bella, bionda, ispira simpatia. Indossa una di quelle sconcertanti collane con le luci intermittenti e non se la toglie. E' un'inezia, ma mi dà sui nervi questa cosa. 
Mi ringrazia mille volte durante il nostro incontro. Grazie di essere venuta, di portare delle idee, di qualunque cosa. Cerca di convincermi che quello sia stato solo un incidente isolato e che la diversità è un vanto della nostra scuola. In effetti, è una cosa che ho pensato anch'io alla recita scolastica...guarda quante belle famiglie di tutti i colori. La mamma di uno studente di colore, però notò esattamente il contrario e me lo disse. Secondo lei c'erano pochissime famiglie nere. Magari un genitore asiatico o sudamericano avrà fatto altre valutazioni ancora. Anche questo la dice lunga sulla complessità della questione e dei punti di vista da considerare. 
Cerco di concentrarmi sul viso della direttrice e di non farmi distrarre dalle luci intermittenti della sua collana natalizia, mentre parla e parla. Ma sapete di cosa? Dell'altra bambina, quella che ha detto le frasi razziste e della sua povera famiglia che ci è rimasta così male. Così male che non hanno sentito il bisogno di scusarsi personalmente e di cercare di stabilire nessun contatto con la famiglia nera. Sostengono di non essere razzisti (come tutti i razzisti) e che la colpa sarebbe di youtube. La figlia, secondo loro, avrebbe guardato un video su youtube e avrebbe ripetuto delle frasi sentite solo ed esclusivamente lì. 
Ecco, io tendo sempre a credere a tutti, ma c'è un limite. Ammettiamo che esista davvero un qualche video razzista su youtube che possa essere colorato e attraente per una bambina di sette anni e ipotizziamo anche che la bambina lo abbia trovato per puro caso e non che sia stato suggerito dal sito a causa di un'abitudine di chi usa quel computer a guardare video simili, la storia non sta in piedi. Dov'erano i genitori mentre la figlia si sorbiva ore e ore di questa roba? Perché non può essere stata una visione isolata, non prendiamoci in giro. Non posso immaginare Joe, vedere un video di quel tipo e non correre a chiedere spiegazioni. Ancora meno posso immaginare che dopo aver visto un solo video, vada dai suoi compagni di classe neri a insultarli, dopo tutto quello che gli abbiamo insegnato tutti quanti noi a casa e anche a scuola. A sei o sette anni un bambino comincia a separare il bene dal male, il preside di una scuola elementare dovrebbe saperlo. 
Mi sono vista costretta a ricordarle che forse non tutti gli incidenti arrivano al suo orecchio. Che forse se questa cosa, particolarmente grave le è arrivata, potrebbe voler dire che c'è molto altro che non viene riportato. Forse no, ma forse sì e io credo che valga la pena approfondire invece di sminuire. Non dico scavare nel singolo episodio che ormai è successo e pazienza, ma almeno rinforzare il messaggio generale, parlare ai bambini di questi temi così fondamentali per la formazione di ogni buon cittadino. 
Perché la scuola ha il dovere di tirare su, insieme alle famiglie, dei buoni cittadini, no? 
Il punto è che chiaramente per lei le due studentesse non sono sullo stesso piano e questo mi ha davvero colto alla sprovvista. Ho dovuto fermare il suo monologo per spiegarle quanto sia stata ferita la bambina nera in tutto questo. Lei non ci arrivava. E' bianca e riusciva a immedesimarsi nella bambina bianca che ha detto le frasi razziste e nella sua famiglia, ma non nella bambina nera che le ha subite e nella sua famiglia. Il motivo non lo so e non lo posso sapere non avendola mai incontrata prima, ma questa è stata la sua reazione. 
Siamo tutti d'accordo che una bambina di prima elementare non possa aver compreso la portata delle sue parole e del suo comportamento, ma gli adulti intorno a lei sono tenuti a rendersene conto e a farle capire che le parole possono fare molto male e che la sua compagna di classe di colore sarà segnata da questa esperienza. 
La prima volta che non solo qualcuno l'ha esclusa, quello succede a tutti prima o poi, ma che qualcuno le ha detto che qualcosa non andava nel suo aspetto e nel suo modo di essere. 
Ha ricevuto una sorta di lettera di scuse, é vero, ma nei fatti ha continuato a rimanere esclusa da quel gruppo. 
Dunque, la direttrice non la finiva più di ringraziarmi e di elogiarmi e tante belle cose. Mi farà sapere, ha detto. Può darsi che il nostro incontro l'abbia fatta riflettere e che mi contatti, ma non ci conto per niente visto com'è andata. 

E archiviamo anche questa, con grande amarezza, anche se non demordo e continuo a pensarci. Chissà che prima o poi non riesca a trovare una qualche chiave per aprire la porta al dialogo. 
Si dice sempre che il Texas sia razzista e anch'io come straniera con un forte accento e carnagione olivastra, non posso dire di avere mai avuto una singola esperienza negativa in tutti questi anni. Ma sono italiana, europea, è completamente diverso, non è come se fossi messicana o cinese.  
Ho raccontato quello che è successo solo a un'altra mamma, l'unica fra quelle che conosco lì a scuola, che mi sia sembrata in grado di comprendermi. 
- E ti stupisci? Hai notato che  ci sono due insegnanti di colore in tutta la scuola? Il Texas è razzista, mia cara.
Già, questo paese tutto è profondamente razzista, altrimenti Trump non avrebbe mai vinto. 
Con questi grandi sorrisi che ti fanno, non sono tutti cattivi per carità. E' solo che il più delle volte, l'amara verità di cui sono stata testimone in questi anni è che sono buoni con te perché gli somigli, ma non necessariamente con tutti allo stesso modo. Non si rendono conto fino a che punto hanno assorbito i pregiudizi della società in cui sono cresciuti e non hanno avuto l'opportunità di conoscere persone con esperienze diverse dalla propriaQui nessuno viaggia, nessuno parla un'altra lingua, tu vai in giro e anche così basandosi su uno sguardo del tutto superficiale, vedi dei gruppi molto ben definiti. I neri con i neri, i bianchi con i bianchi, i latinos con i latinos e via dicendo. 
Ognuno sta beatamente nel suo e si sa che le cose che non si conoscono sono quelle che fanno più paura. Basterebbe parlarne tutti quanti. Ecco io rimango convinta di questo.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Quello che scrivi è allarmante.In tutti i sensi.
Un preside che non capisce la gravità del fatto mi fa accapponare la pelle.
Ma probabilemnte gli USA sono un mondo a sè.
Qui, che il razzismo c'è e si sente, e pure tanto, le vittime di razzismo non sono italiani, ma persone che vivono qui da massimo 1-2 generazioni.
In USA sono americani contro americani.é proprio razzismo puro, apartheid.Ognuno sta con i propri simili.Pure se tutti vivono in quel paese dalla notte dei tempi.
Non che sia meno o più grave, sono due situazioni diverse.
Tu fai bene a non lasciar correre, a instillare il dubbio.
Chissò cosa troverò tra due anni alle elementari.Nella nostra cittadina, almeno 1/3 dei bambini è figlio di stranieri.Chissà come viene gestita la situazioe.
Mio figlio per ora ha, all'asilo, un paio di compagni cingalesi,più altri due bimbi figli di coppie miste. Siccome due bimbe hanno lo stesso nome, lui la omonima cingalese la chiama "marrone", ma non ci vedo ancora malizia. Così come , quando vede sui giornali le donne con il chador mi dice "è la mamma di", ricordando un suo amico marocchino del nido.
Cioè, lui alcune peculiarità le nota, non so se capisca che siano dovute a differenze di provenienza, o per lui sono solo peculiarità della persona.
Chissà.
simona

Anonimo ha detto...

È preoccupante questa situazione, sia a livello locale che mondiale, vedi l'ultima sparata di Trump proprio oggi. C'è qualcosa che non capisco però, perché i neri non mostrano interesse alla tua iniziativa, offrendoti supporto per organizzare qualcosa? Sono loro stessi e il futuro dei loro figli ad andarci di mezzo, com'è possibile che rimangano così passivi?
Carla

Bean far away ha detto...

Cara, parlavo proprio qualche giorno fa con una mia cara amica che ha 75 anni (un po' una mamma che ho qui in Svizzera visto che la mia è beyond reach) , che è nata in Alabama negli anni 40 da una famiglia ebrea, poi ha studiato a Berkley e ha sposato un uomo svizzero e ora vive qui da più di 40 anni. Anche lei segue con preoccupazione questa crescente polarizzazione che sta avvenendo all'interno della società americana, e mi diceva che secondo lei si è perso il senso di ciò che è reale e ciò che invece è fiction. Che la gente ha perso il senso della realtà, forse per questa esposizione esagerata ai media, alla televisione, dove è tutto show business. Mi diceva che per lei la cosa più grave è che si sia perso il senso di ciò che è PLAUSIBILE. Come quei genitori che scaricano la responsabilità su un video di Youtube. Assurdo. Eppure è la loro linea di difesa, anche se non è assolutamente plausibile. Secondo me ha ragione.