venerdì 3 febbraio 2012

una capatina

In questi anni, qui, ho imparato che ci sono alcuni rapporti, anche importanti, che a distanza non vanno proprio. E’ una cosa con cui oramai ho fatto pace, e’ cosi’ e basta. Non e’ colpa di nessuno e non ci si puo’ fare nulla. So benissimo che poi magari ci si rivede dopo un anno, due o anche tre ed e’ tutto come prima, ma a distanza si crea come un muro. Certe persone non riescono a esprimersi da lontano e non e’ colpa loro. Tante volte e’ capitato di iniziare una conversazione normale, come sempre, e poi piano piano sentire calare una specie di gelo ed e’ strano perche’ di solito non mancano certo gli spunti, ma a distanza la prima cosa a perdersi e’ la quotidianita’ e fatalmente si finisce con il chiamarsi sempre meno spesso. Il bello e’ quando non va cosi’, quando si riesce comunque a essere spontanei, a rimanere chi si e’. Io sono stata costretta a impararla questa cosa e oramai sono abituatissima, e come potrei non esserlo dal momento che sono situazioni che vivo ogni giorno. Siamo in due qui a casa e abbiamo due tablets, due computer e due telefoni che sono collegati praticamente giorno e notte con tutto e tutti. Famiglia in Giappone, famiglia in Europa, amici sparsi, in qualche modo bisogna esserci, no? Non che mi esalti parlare con uno schermo di fronte, ma in certi casi e’ davvero l’unico modo che resta per comunicare. Anzi, ogni volta ringrazio il cielo che esistano delle tecnologie in grado di mettermi in condizione di fare questo.

A Milano era mezzanotte o giu’ di li’, l’ora in cui io qui torno a casa dal lavoro. Mi racconta di essere su un autobus deserto di ritorno dal suo corso di teatro. Mi racconta, o forse lo immagino non so, della piazza coperta di neve, fa cinque piani a piedi per arrivare al suo appartamento e parlo io perche’ lui ha il fiatone. E poi niente, si chiacchera un po’. Non ci sentiamo per mesi e ci raccontiamo cose in apparenza piuttosto insignificanti. All’ultimo minuto ci scappa un ehi ma tu come stai e ci viene da ridere. Si e’ fatto tardi, ma e’ stato bello fare due parole cosi’, leggere. Sono queste le piccole cose che mi fanno felice, mi mancano cosi’ tanto i miei vecchi amici. In fondo anche stasera sono qui, nella mia primavera texana, fra un po’ vado a dormire, ma mi sembra quasi di aver fatto una capatina a casa. Con un po’ di immaginazione posso ancora vedere quell’autobus vuoto, l’autista dell’atm con il panciotto bordeaux, la neve sui tetti, i campanili e sentire quasi un brivido di freddo. Certo, non e’ il massimo, ma la tecnologia ci avvicina davvero, vale la pena fare uno sforzo secondo me.

3 commenti:

Silvia Pareschi ha detto...

Eh, però in questi giorni in cui sono tanto nostalgica questi post mi mettono un po' di malinconia... è anche vero che la nostalgia mi è passata stamattina, quando sono uscita con una meravigliosa giornata di sole (senza un filo di nebbia!) e ho pensato ai -14° del mio paese in Italia!

Lucy van Pelt ha detto...

Questo post mi consola.

il bona ha detto...

Chi come me sogna di andarsene dall'Italia, magari proprio per vivere in Usa, non considera queste cose.
Gli affetti, le amicizie,la famiglia sono importanti e insieme al bello di poter imparare cose nuove e di allargare i propri orizzonti c'è anche il peso di non avere sempre vicine le persone care.
Detto questo, partirei lo stesso.
In quanto al freddo di Milano, nei prossimi gg sono previste massime di -1,-2 e minime di -11, -14!!!!
Ma è tutto bianco ed è stupendo. Perfino il mio quartiere, Affori-Bruzzano,sembra bellissimo.
Però sto Texas dove fa sempre caldo mi ispira assai...