Via skype.
- Papa’ ti salutiamo perche’ andiamo a giocare un po’ in giardino.
- Mi raccomando, stai attenta ai serpenti pero’.
Oramai, devo averci fatto l’abitudine, non ci penso nemmeno piu’ ai serpenti.
Ora si’ pero’. Bene, grazie.
Via skype.
- Papa’ ti salutiamo perche’ andiamo a giocare un po’ in giardino.
- Mi raccomando, stai attenta ai serpenti pero’.
Oramai, devo averci fatto l’abitudine, non ci penso nemmeno piu’ ai serpenti.
Ora si’ pero’. Bene, grazie.
Appena sveglia, come sempre leggo un po’ di notizie e mi cade l’occhio su questo titolo ‘Gli Usa sono intimamente cattivi?’ e, in cuor mio so gia’ che mi arrabbiero’, ma non resisto e lo apro, piu’ che altro perche’ e’ pubblicato su un giornale che in genere mi piace e sono curiosa di capire dove vuole arrivare, se e’ una provocazione intelligente, se ha un senso.
Invece no. Mi stupisco che l’autore, che in passato mi sono trovata ad apprezzare, faccia cosi tanta confusione con tutta una serie di argomenti da bar senza capo ne’ coda, ma non vale nemmeno la pena di entrare nel merito…e’ il titolo a lasciarmi basita. Ma come si fa a pubblicare un articolo con un titolo del genere nel 2012 in Italia, sul Fatto Quotidiano, un buon giornale mi e’ sempre parso? Quanto razzismo c’e’ in questo titolo?
Ah no, dimenticavo, e’ vietato parlare di razzismo, gli italiani non sono razzisti.
Infatti la maggior parte dei commenti sono completamente dalla parte dell’autore. Come se con il suo nome e cognome soprattutto, li autorizzasse moralmente a tirare fuori tutta la rabbia e lo sdegno che hanno dentro contro un intero popolo. Mi sarebbe piaciuto sapere cosa avrebbero commentato se il medesimo articolo l’avessero trovato su La Padania o Il Giornale.
Comunque ognuno la pensa come vuole in un paese democratico, no? Anche su intere categorie di persone, va benissimo. Anzi, a questo punto, ho dei suggerimenti per i prossimi intelligentissimi post di Iacopo Fo:
- I tedeschi sono intimamente cattivi?
- Gli zingari sono intimamente cattivi?
- Gli israeliani sono intimamente cattivi?
- I musulmani sono intimamente cattivi?
- Gli omosessuali sono intimamente cattivi?
- Quelli che votano il Pdl sono intimamente cattivi?
- Quelli che lasciano la cacca del cane sul marciapiede sono intimamente cattivi?
- Iacopo Fo e’ intimamente cattivo?
Che strano che abbia scritto un post come quello di ieri proprio ieri. Raccontavo della mia banalissima gita, mentre poche ore dopo tutti avrebbero parlato di ben altra gita, finita come ben sappiamo in tragedia, in Svizzzera.
Non ne so molto, non sono riuscita a leggere piu’ del titolo di quella notizia, e oltretutto in maniera involontaria, ma come genitore mi faccio tante domande di principio.
Dopo che e’ nato il piccolo Joe e avere constatato quanto gli americani (a differenza degli italiani) siano fissati con i seggiolini tanto da organizzare corsi su corsi per impararne l’uso corretto, ho notato una cosa. Che gli scuolabus non hanno le cinture di sicurezza. Bella scoperta, direte. Certo lo sanno tutti che sugli autobus non si mettono le cinture di sicurezza, ma perche’?
Voglio dire. Mi fanno un testone cosi’, addirittura mi impediscono di portare a casa mio figlio dall’ospedale se non ho un seggiolino in macchina e, all’eta’ di tre o quattro anni dovrei mandarlo allo sbaraglio? Capisco i comuni mezzi di trasporto urbani, ma in caso di gite lunghe? Viaggi di ore in autostrada ad alta velocita’? O anche solo autobus pieni di bambini che si spostano ogni giorno da casa a scuola?
Mi sono accorta a mie spese che i genitori fanno gli incubi peggiori, che hanno le paure piu’ assurde e proprio una persona saggia su queste pagine mi spiegava una volta quello che e’ probabilmente il motivo: un istinto primordiale che serve prevenire il pericolo. Certo e allora mi chiedo. Io cosa farei? Ce lo manderei mio figlio in vacanza su uno di quegli autobus?
La mia risposta ora e’ si’. Si’ perche’ la vita e’ cosi’. Perche’ non posso metterlo al riparo da tutto e soprattutto perche’ non voglio che viva nella paura della vita.
Spero che le cose cambino, che le misure di sicurezza diventino piu’ efficaci, ma li ricordo quei viaggi. Ricordo quanto ci muovevamo fra quei seggiolini, ma anche quanto cantavamo, ridevamo, giocavamo. Sono fra i ricordi piu’ vividi della scuola, non potrei mai privare mio figlio di un’esperienza di socializzazione cosi’ preziosa.
La paura me la tengo io e la sfido tutti i giorni, ma la paura, anche quando succedono cose cosi’ non puo’ vincere.
E’ spring break e a qualcuna delle mie amiche viene la splendida idea di portare tutti i bimbi a fare una bella gita. Sara’ che in questo periodo sono davvero esausta, ma riesco a immaginarmi solo i preparativi, i capricci, la stanchezza e sono tentata di rifiutare. Poi ne parlo a Ms. Monkey e stranamente mi sembra quasi entusiasta, cosi’ decido che bisogna farla questa cosa.
Lo stress comincia gia’ la sera prima. Dobbiamo incontrarci con diverse persone dall’altra parte della citta’ per poter partire insieme. Io, ritardataria cronica nell’ordine dei quarti d’ora, dipendo da Ms. Monkey, ritardataria cronica nell’ordine delle ore per arrivare in orario. Un’ansia. Preparo tutto, controllo il percorso quattro volte, metto perfino la borsa in macchina la sera prima e, nonostante cio’ la notte dormo malissimo. Ma succede qualcosa che verra’ a lungo ricordato: Ms. Monkey, si sente esattamente come me e per la prima volta nella storia varca la porta di casa mia in orario perfetto (veramente le avevo detto un po’ prima giusto per sicurezza…).
Tutto e’ gia’ fatto, da non credere. Due adulti e quattro bambini, completamente pronti. Non ci perdiamo nemmeno per strada, o meglio ci perdiamo, ma siamo talmente in anticipo da arrivare in tempo lo stesso.
Siamo tutti orgogliosi e sorridenti, ci sentiamo delle persone migliori.
Il problema e’ che per la prima volta, sono gli altri a non arrivare. E non e’ un ritardo di cinque minuti. Passa quasi un’ora. La giornata e’ appena iniziata e siamo gia’ alla frutta. Avete idea di cosa significhi aspettare chiusi in una macchina con quattro bambini dagli uno ai nove anni appena svegliati?
Arrivati finalmente li’, nuvole e umidita’. Folla, aria soffocante e capelli elettrici. Bambino che si perde, bambino che cade. Ms. Monkey e io con un’espressione oramai attonita e il mal di testa, loro perfette e sorridenti che tirano fuori non solo primi, secondi e contorni, ma anche meravigliose cup cakes di fragole biologiche infornate poche ore prima. Una bimba poco piu’ grande di Slipino mi chiede una patatina e la madre mi dice di non dargliela facendomi sentire un pessimo genitore.
Finalmente arriviamo a casa, tutti escono dalla macchina, ma la macchina non si vede piu’. E’ stata ricoperta in modo uniforme di ogni tipo di cibo e cartaccia. Praticamente i ragazzini non hanno mangiato nulla di quello che gli abbiamo dato nel percorso, trovando molto piu’ interessante versarselo/lanciarselo addosso. A quel punto, gli acchiappaconiglietti, trovano la loro occasione di riscatto e si offrono volontari di pulire la macchina. Un lavoro egregio devo dire e fatto in cinque minuti.
[Allora servono a qualcosa quei due. Dopo l’altra sera, quando hanno ignorato un principio di incendio, avevo cominciato ad avere dei seri dubbi]
Finisce che ci concediamo un meraviglioso te’ coreano al gelsomino con le bolle di tapioca, il nostro confort food per eccellenza, e ci diciamo piu’ e piu’ volte che andare a lavorare e’ una passeggiata in confronto a questa roba qui.
Prima chiaccheravo con un’amica italiana su skype. Anche lei vive all’estero da qualche anno come me e mi raccontava di una sua idea molto interessante per aprire un’attivita’ culturale ed eventualmente anche commerciale.
Li’ per li’ avevo dato per scontato che volesse farlo in Italia, visto che si parlava, tempo fa di tornare, e invece no, almeno non subito. Preferisce cominciare all’estero perche’ semplicemente si sente piu’ apprezzata li’. E poi se andra’ bene nel paese europeo in cui si trova, avra’ abbastanza fiducia in se stessa da affrontare i connazionali che secondo lei sono piu’ esigenti e severi.
Questa cosa mi ha fatto riflettere. In fondo e’ successo lo stesso anche a me. In Italia a fare i salti mortali fra un lavoro e l’altro, ben poche soddisfazioni e qui, una volta imparata la lingua, avere avuto non uno stipendio milionario, ma molta stima professionale e completa fiducia fin dal primo giorno. Certo, non dico che la mia sia un’esperienza esemplare, ma e’ una cosa che vedo molto fra i miei amici stranieri, non solo italiani.
Chissa’ perche’ e’ piu’ difficile affermarsi nel proprio paese.
La mia amica Ms. Monkey continua da quando e’ nato il piccolo Joe, a chiedermi di fargli da babysitter, cosi’ io e Mr. Johnson possiamo avere un attimo di tregua. Lei e’ una vera amica e Slipino stravede per lei. Il problema e’ che casa sua e’ una specie di bolgia infernale. Lei lavora a tempo pieno e ha tre bambini, tutti piu’ grandi del mio. Non sono assolutamente una di quelle donne fissate con l’ordine e la pulizia, ma la sua casa e’ oggettivamente troppo... troppo. Lei e’ una che, per dire, se cade la fetta di formaggio per terra, la prende e gliela rida’. Che non dico sia la fine del mondo, ma se almeno il pavimento non fosse coperto di peli di gatto. E poi ci sono biglie e perline, giochini, prese della corrente scoperte, insomma e’ una casa piena di cose che non vanno bene per il piccolo Joe. Gia’ me la immagino che prepara la cena nell’altra stanza mentre lui si ingoia qualche schifezza. Insomma, lo ammetto, non ce la posso fare. Senza contare che il messaggio implicito e’ chiaramente io ti tengo il tuo e tu mi tieni i miei e non credo proprio mi convenga, anche solo banalmente per una questione numerica.
Il fatto e’ che quando una cosa mi da’ fastidio la vedo dappertutto. Un po’ io mi sento in torto e continuo a pensarci e un po’ lei continua a punzecchiarmi. Oramai e’ diventata una specie di barzelletta. Che’ poi lo sa anche lei perche’ continuo a inventare scuse, mi conosce troppo bene per non saperlo, ma l’altro giorno durante uno scambio di messaggi su tutt’altro tema, e’ bastata una sua frase un minimo ambigua per far si’ che io -si io!- mi offrissi di tenerle i tre ragazzetti e per di piu’ di sabato sera. Mi sarei presa a sberle. E lei ovviamente non riusciva a crederci, era felicissima. Proprio come Mr. Johnson all’idea di passare il sabato sera con quattro bambini esagitati.
Alla fine, devo dire, che e’ andata benissimo. Ms. Monkey, che e’ famosa per I ritardi di due o tre ore e’ stata puntualissima e I bimbi sono stati fantastici come al solito. Anzi abbiamo giocato tantissimo e quasi mi e’ spiaciuto quando hanno cominciato ad avere sonno.
Ma la domanda di fondo e’: perche’ (mi) faccio queste cose?
Avete presente quando gli stranieri mangiano delle cose che a noi sembrano improponibili? La pasta scotta, il cappuccino dopo la pizza, il tiramisu’ con sopra le foglie di basilico, il pollo sulla pizza…cose cosi’.
Quando, ci provi, ma fai davvero fatica a controllare le sopracciglia.
Ecco, per la prima volta, credo di aver fatto esattamente lo stesso effetto a loro.
Alla fine di un pranzo abbondante, a un buffet, ho mangiato uno dei miei piatti americani preferiti. Il problema e’ che in realta’ non sarebbe un dolce, ma un secondo o un contorno, di sicuro non un dolce.
Pasticcio di patate dolci e marsh mellow. Io ci ho provato ad adeguarmi, ci provo sempre, ma per me rimane un dolce, e anche un buon dolce.
Mi spiace, ma le mie papille gustative mi dicono cosi’.
Vi ricordate i vicini? Quelli che per prima cosa, appena traslocato avevano inchiodato una croce sulla porta? Non eravamo partiti proprio col piede giusto e invece, non li conosco ancora benissimo certo, ma devo dire che ogni volta che parliamo mi colpiscono in positivo.
L’estate la passano a fare i missionari in Africa e in cinque anni, sono stati i primi e gli unici a lasciarci le chiavi di casa. Qualche mese fa, poi, la moglie ha lasciato il suo lavoro perche’ era troppo pesante e non era contenta e voleva seguire un po’ di piu’ i figli. Cosi’ ne ha trovato un altro, part time, ma i soldi non bastano piu’ ora. Cosi’, tutti insieme, i genitori e i tre figli, hanno deciso di vendere la loro macchina grande e di comprarne un’altra piu’ piccola. Non e’ da tutti una scelta del genere, soprattutto qui con tutta questa cultura della carta di credito. E ieri mi hanno raccontato che stanno anche per prendere un bambino in affido. Sicuramente dovranno privarsi di qualcos’altro per lanciarsi in questa nuova avventura, ma erano talmente contenti che mi sono sentita cosi’ anch’io solo a sentire loro.
E cosi’ convinco Mr. Johnson ad accompagnarmi alla (molto probabilmente noiosissima) cerimonia per i miei cinque anni alla scuola Flanders. Nel parcheggio noto quella mia simpatica collega che ha un nipotino nato lo stesso giorno del piccolo Joe e penso sia un’ottima idea correrle incontro per farglielo finalmente conoscere, me lo ha chiesto tante di quelle volte...
Parto in quarta con le presentazioni, sono cosi’ di buon umore oggi. O forse e’ solo che queste occasioni ufficiali mi rendono terribilmente nervosa e continuo a parlare, parlare…
- Look Mr. J., she has a 14 month old…
A quel punto preciso, lei si toglie gli occhiali da sole e… non posso credere ai miei occhi. Io non so chi sia. Mai visto questa donna. Mentre ci allontaniamo cerco di spiegare a Mr. Johnson che davvero con gli occhiali era identica alla mia amica, ma non mi crede minimamente.
Allora provo di ridarmi un tono e mi sposto in bagno, dove fra le duecento e passa persone presenti, con la mia solita fortuna, mi imbatto nuovamente nella sosia che non solo non asseconda il mio disperato tentativo di ignorarla, ma mi rivolge pure la parola. E per dire cosa ancora? Vuole infierire? Al contrario, mi ringrazia. Piu’ e piu’ volte. You made my day, thank you so much! Potrei essere tua madre e tu invece hai pensato avessi un bambino piccolo! Non avrei potuto ricevere un complimento piu’ bello!
Grandson. Era la parola che avrei detto se non si fosse tolta gli occhiali, ma questo lei non lo sapra’ mai. Insomma, se avete problemi di autostima, sapete a chi rivolgervi.
Poi inizia il tutto e quando la direttrice chiama il mio nome e quello di un paio di colleghe, mi ritrovo di fronte a tutta quella gente e non so cosa aspettarmi. Una targa. Il tutto si risolve in una targa. Ora ho una targa come quei maestri di karate di provincia o quelle parrucchiere che appendono i diplomi di tutti i corsi che hanno fatto nella vita per sembrare piu’ professionali.
Si bello, per carita’, pero’ niente, nemmeno un mazzo di fiori. Cosa me ne faccio di una targa? Poi piccola, nemmeno, da dire, una targa eccezionale, che ne so, qualcosa di memorabile.
Alla fine pero’, in disparte, arriva il vero regalo o almeno quello che io considero tale. A quanto pare hanno smosso mari e monti e sembra proprio che l’anno prossimo potro’ lavorare due giorni invece che tre e portare Slipino con me, anche se non avra’ proprio l’eta’ giusta. Che meraviglia sarebbe. Ma anche se non dovessimo riuscire, sono davvero contenta che si siano impegnati tanto per venirmi incontro. Una cosa che, targa o no, in cinque anni e’ successa molte volte. E dire che fu il mio primo e unico colloquio, quasi non parlavo inglese, ero cosi intimidita, non avrei mai pensato di fermarmi cosi’ a lungo. Ricordo ancora il primo giorno di lavoro. Chiesi a Ms. Guorton come si trovava a lavorare li’ e lei con il suo famoso snobismo inglese mi disse solo oh, dear, I wouldn't be here after 25 years. Beh, le buone premesse c’erano gia’ tutte, speriamo di continuare cosi’.
- Sai che mi danno un aumento?
- Ah che bello! Anch’io ho una bella notizia! Domenica mi danno un premio perche’ sono cinque anni che lavoro li’!
- E quanto ti danno?
- …Forse una medaglia. Oh no. Mi sa che mi offrono il pranzo. Senti, non so, vedro’ domenica.
- Cioe’ devi anche andare li’ di domenica?
Tante volte abbiamo parlato della sindrome di Toto Cutugno in tono scherzoso. E’ quel disturbo per cui all’improvviso gli emigranti si trovano con le lacrime agli occhi e la pelle d’oca ogni volta che ascoltano qualcosa in italiano e per cui piu’ passa il tempo e piu’ ascoltano musica italiana, anche se magari non l’avevano nemmeno mai fatto prima. Quando sei lontano apprezzi di piu’ il suono delle parole, delle tue parole, e la musica aiuta davvero tanto a ritrovare un po’ se stessi quando per un motivo o per l’altro ci si sente sballottati dalla vita.
Da quando sono qui, ho ascoltato tanta musica italiana e Lucio Dalla e’ stato davvero una delle scoperte piu’ belle. Ho cominciato con le poche cose che conoscevo e ci ho preso gusto al punto che ora suppongo di conoscere la sua produzione piuttosto bene. Quando, stamattina, appena sveglia, ho letto la notizia della sua morte, mi si e’ spezzato il cuore. Non e’ come quando muore una persona che si conosce, per carita’, e poi ci rimane tutta la sua musica, ma guardavo le sue foto e pensavo semplicemente… che peccato che non possa piu’ vivere. E’ un pensiero un po’ assurdo, me ne rendo conto, ma il fatto e’ che trasmetteva quella leggerezza, lo vedevi proprio che si interrogava sul mondo, si’, come fanno tutte le persone intelligenti, ma fondamentalmente si divertiva. Aveva un modo tutto suo di afferrare e rubare la bellezza delle situazioni e delle persone.
Anna come sono tante
Anna permalosa
Anna bello sguardo
Non c’e’ piu’ eppure comunicava quest’ansia di esserci, di vivere tutto, e’ questo il paradosso della sua morte per me.
E se quest'anno poi passasse in un istante,
vedi amico mio
come diventa importante
che in questo istante ci sia anch'io
Che splendido essere umano. Me lo immagino a guardare quel mare notturno di cui racconta in tantissime sue canzoni.
Va bene io credo nell'amore l'amore che si muove dal cuore
Che ti esce dalle mani che cammina sotto i tuoi piedi
L'amore misterioso anche dei cani e degli altri fratelli
Animali delle piante che sembra che ti sorridono anche quando ti chini per portarle via
L'amore silenzioso dei pesci che ci aspettano nel mare
L'amore di chi ci ama e non ci vuol lasciare
Come sapete le visite dall’Italia mi piacciono sempre da morire e uno dei mille motivi per cui mi piacciono e’ che mi fanno un po’ tornare al mio stupore iniziale. Mi piace ascoltare le osservazioni di chi e’ qui per la prima volta, sentire come vivono le cose loro.
Alla Nasa a Houston, ho incontrato per caso una ragazza italiana e abbiamo attaccato un bottone incredibile, mi hanno fatto notare. E’ che quando incontro degli italiani, soprattutto se mi ispirano simpatia, sono sempre molto contenta e curiosa, loro invece non capivano tutto questo cameratismo fra emigranti.
Ad ogni modo, i miei ospiti, fra le altre cose, sono rimasti colpiti dalla pubblicita’ locale e in particolare dal fatto che siano spesso basate su una gigantografia del proprietario del business che si pubblicizza. Io non ci faccio nemmeno piu’ caso invece. Nello studio del mio dottore per dire, all’ingresso, trovi un cartonato ad altezza naturale del dottore stesso che invita nuovi pazienti, normalissimo. Per le strade ci sono manifesti di avvocati, medici e imprenditori che tutti tirati a lucido, come si suol dire, ci mettono la faccia.
Ecco, loro dicevano, che gli sembrava strano perche’ in Italia invece, non sai mai chi c’e’ dietro a un’azienda, soprattutto ai vertici. Mi e’ sembrato interessante.
Oggi la maestra mi ha raccontato che il piccolo Joe le ha fatto un discorso. Dice che era un discorso piuttosto lungo e articolato con tante parole diverse, e che sembrava proprio che fosse convinto di quello che diceva.
Lei crede che stesse parlando in italiano.
Ah!