mercoledì 9 maggio 2012

miti da sfatare?

Mi viene chiesto in un commento:

"Mi spieghi il concetto di solitudine? Riesco a capire che stando in un posto nuovo, con nuove persone e una cultura ci si senta più "soli" ,ma spesso la scelta di andar via non è motivata proprio dal voler tagliare i ponti col passato e dal desiderio di rimettersi in gioco da capo?"

Ecco, correggetemi se sbaglio, ma a me questo sembra proprio un mito da sfatare sugli emigranti. Certo, ci piace tanto pensarci come coraggiosi avventurieri e a volte siamo tentati anche a dipingerci cosi’, ma la verita’ e’ che in tutti questi anni all’estero, non credo di aver mai conosciuto un solo straniero (fatta eccezione per gli studenti, che poi pero’ in genere finito quello che devono fare, se ne tornano a casa) che sia venuto qui davvero per “tagliare i ponti col passato” e “rimettersi in gioco da capo”.

A me pare che per lo piu’ le persone si spostino perche’ in qualche modo la vita le aiuta a spostarsi. Incontri, opportunita’, chiamatelo destino se vi piace di piu’. Non che non siano scelte ragionate e consapevoli, ma noto che molto di rado la spinta a cambiare sia semplicemente l’insoddisfazione a casa propria o un impellente bisogno di cambiamento. Fra tutte le persone che conosco, vedo che quelle che piu’ parlano di quanto vogliano ‘mollare tutto e ricominciare’ sono proprio quelle che in genere poi non vanno da nessuna parte. Perche’ non e’ facile andare via, ci vogliono tanti buoni motivi diversi per aver davvero voglia di imbarcarsi in un’impresa simile. Infatti, la maggior parte di noi emigranti poi magari sta benissimo e finisce che non torna piu’ indietro, ma sente sempre una grande nostalgia e si aggrappa a qualunque cosa pur di non staccarsi del tutto dalla vecchia vita. Spendiamo cifre spaventose e usiamo tutti i nostri giorni di ferie per tornare, che ne so, a Quarto Oggiaro, mentre i nostri colleghi americani se ne vanno magari alle Hawaii. E non e’ tutto: ne siamo anche ben contenti e lo rifacciamo ogni volta che ci e’ possibile, altro che porte sbattute e ponti tagliati, facciamo qualunque cosa in nostro potere per non slegarci del tutto e non essere dimenticati. Il vuoto che troviamo nel posto nuovo, quello che all’inizio puo’ al limite anche divertirci, alla lunga ci fa orrore e tutto quello che vogliamo e’ riempirlo in qualunque modo, con chiunque non sia proprio peggio del vuoto stesso. Non so se mi sono spiegata bene stavolta, e’ tardi e sono stanchissima, ma grossomodo e’ questo il concetto di solitudine a cui mi riferivo, grazie per la bella domanda 70 Millimetri.

16 commenti:

amaranta ha detto...

concordo. Io vivo in Australia da un anno, prima sono stata tre anni in Inghilterra, e dopo non so cosa mi riservi la vita perche' faccio un lavoro bellissimo che pero' mi costringe ad andare dove c'e' disponibilita'. Mi ha fatto sorridere la frase sugli emigranti che spendono tutti i giorni di ferie e cifre mostruose per tornare a casa. I miei colleghi non capiscono mai perche' io abbia viaggiato pochissimo (per turismo )nella mia vita. Per me e' una cosa ovvia, se ho tempo torno a casa, anche se magari ci sono miliardi di posti bellissimi da vedere (quelli cerco di visitarli con le varie conferenze :P). E infatti non credo che sia davvero una scelta. Sono una serie di condizioni favorevoli che ti spingono a fare determinate cose. Certo, conosco miei amici che non si muoverebbero dal loro paese o dall'Italia per nessuna ragioen al mondo. In quei casi e' difficile trovare motivazioni sufficienti per spostarsi.Pero' nel mio caso un buon lavoro e un marito disposto a venire con me sono stati due argomenti sufficienti (anzi, il marito e' diventato tale solo dopo aver deciso di venire con me, quindi diciamo che il buon lavoro e'stata la molla vera)

MarKino ha detto...

concordo abbastanza. io mi son trasferito semplicemente perché è capitato naturalmnte. quando ho deciso che volevo fare ricerca per mestiere, ho cominciato a mettere in conto che la possibilità di trasferirmi all'estero, anche per lungo tempo fosse alta, semplicemente perché è così che funzionano le cose in questo mestiere. nessuna voglia di bruciare ponti dietro di me (commentavo ad un post di Palbi come da un anno a questa parte tutte le mie ferie la passi nella mia hometown, mentre prima era il contrario. ed al concetto di solitudine darei una sfumatura in più, lo chiamerei "spaesamento", nel senso che ti ritrovi catapultato in un pease straniero, con una cultura differente, delle meccaniche differenti (nel mio caso si parla anche una lingua che non conosco ancora, che mi rende difficile cose banali come fare acquisti) e beh, senti che hai bisogno di supporto.

Anonimo ha detto...

Io non sono mai emigrata, ma continuo a pensarci a lungo.
Il periodo più lungo in cui sono stata via di casa è stato un mese a NYC, da sola, per “vedere se mi sarebbe piaciuto vivere lì” una volta conclusa l’università.
Un’esperienza ridicola in confronto a chi scrive su questo blog che ha fatto Erasmus e periodi all’estero, nonché traslochi intercontinentali.
Io non credo che l’emigrante vada all’estero per tagliare i ponti con il passato.
Credo che l’emigrante emigri per un semplice motivo: perché il posto dove emigra ha qualcosa in più da offrirgli che in patria non ha.
Ci sono casi disperati in cui uno emigra per avere la possibilità di vivere perché scappa da una guerra, altri in cui uno emigra perché nel proprio paese vive un disagio (in questo ambito ricadono la maggior parte degli emigranti italiani di oggi) e in altri in cui uno emigra perché le cose che cerca non le può trovare in Italia (ad es. chi, come amaranta, fa un lavoro molto specialistico che non si trova in ogni dove).
Quindi, non è detto che il paese di origine non abbia niente da offrire all’emigrante, non ha *abbastanza* da offrirgli (a detta dell’interessato, ovviamente). Anche volendo, non si riesce a ricusare le proprie origini: resteranno sempre con noi almeno come ricordi d’infanzia, e sono indelebili.

E comunque, anche gli cerca di tagliare i ponti non ci riesce: una mia zia acquisita è africana, ma a vederla adesso è una sciura di provincia molto più “riuscita” di signore nate e vissute qui, in mezzo alla Pianura Padana. Il suo sforzo d’integrazione è stato notevole, e per quanto rinneghi le sue origini, quando ti dice con nonchalance che un paio di suoi fratelli sono stati uccisi senza tradire emozioni né fornire dettagli, come se fosse la cosa più normale del mondo, ti rendi conto che per quanto si impegni, non potrà mai eliminare la “parte africana” della sua vita (intesa sia come periodo trascorso in Africa, che come bagaglio di ricordi ed esperienze africane, legami familiari, etc).
[nel caso particolare, mia zia si è trasferita in Italia quando ha sposato mio zio, che lavorava in Africa da anni]

Cinzia ha detto...

Parole sante! Ti sei spiegata benissimo Nonsi!
Ti seguo silenziosa da alcuni mesi (da Boston). Bellissimo blog! Abbiamo molto in comune. Magari uno di questi giorni ti scrivo in privato.

Francesca ha detto...

Potrei aver scritto parola per parola, concordo su tutto.
Aggiungo che a volte si parte pensando di tornare e poi le cose cambiano per strada e non si puo` far altro che prendere decisioni mano a mano che si presentano. Pero` la nostalgia rimane e il senso di non essere del tutto "a casa" pure. Non so se capita anche a te, ma da quando e` nata mia figlia, sento di piu` le differenze e a volte e` faticoso crescere un figlio fuori dalla propria cultura.

il bona ha detto...

Io ti seguo dall'Italia. Non mi piace l'Italia, mi sento quasi prigioniero della mia patria. Ho girato tutta l'europa. Bella, spesso meglio dell'Italia. Ma non so se vorrei vivere altrove nel vecchio continente.
Poi nel 2007 e nel 2009 visito Usa e Canada e nella mia testa ci sono solo Usa e Canada.
Ecco io sarei un emigrante anomalo. Ma io li da voi mi sento come non mi sono mai sentito in nessun altro posto. Scusa se sono un po andato fuori tema.

Marica ha detto...

oh, si, concordo pienamente!!
di quelli che vogliono andare via per tagliare i ponti con tutto non so quanti poi effettivamente lo fanno, come dici tu la maggior parte degli emigranti lo fa per altri motivi (direi o per amore (uhuh) o per lavoro)... soprattutto poi venire negli USA non e' cosi' semplice!

anche noi siamo partiti dicendo "siamo due anni e poi vediamo", e finiti i due anni abbiamo deciso di andare avanti alla giornata, fin quando ci sta bene
[la verita' e' che tornare in italia sarebbe un po' difficile dal punto di vista lavorativo :-( ]

e no, assolutamente nessun bisogno di tagliare i ponti, anzi a volte mi viene di quella nostalgia...

b & k ha detto...

Emanuela sono d'accordo con te. E' proprio cosi, se solo si potessero avere tutti e due i luoghi e tutte le persone!

nonsisamai ha detto...

grazie a tutti per questi commenti, ne sto facendo davvero tesoro oggi!

nonsisamai ha detto...

il bona: invece succede di sentirsi cosi' in un posto. io mi sono sentita sempre un po' cosi' a dallas e non ho ancora capito perche'. forse sono solo sensazioni, odori, chissa'. pero' in genere e' un buon punto di partenza per capire cosa si vuol fare. in bocca al lupo!

nonsisamai ha detto...

amaranta: magari poi alla fine non cambia molto, ma non riesco nemmeno a immaginae di essere piu' lontana di quanto sono, ti ammiro molto.

markino: 'spaesamento' ci sta all'inizio, ma dopo anni e anni...

anonimo: concordo sul fatto che i ponti in realta' non si possano mai davvero tagliare.

nonsisamai ha detto...

cinzia: grazie! e fallo, mi farebbe piacere! :)

francesca: si, anche epr me e' molto piu' difficile, ma soprattutto perche' mi sembra di star togliendo una grande gioia ai nonni e agli zii. e' molto triste questa cosa.

marica: anch'io nel club dei 'due anni e poi vediamo' che poi magari e' solo un modo per darsi il coraggio di buttarsi...

b&amp: gia' sarebbe perfetto cosi'...

Giovanni ha detto...

Secondo me "tagliare i ponti" è (quasi) impossibile. Certo trovi magari persone che ormai sono emigrate da 20 anni e sono sposate con gente del luogo e...hanno effettivamente tagliato i ponti, ma molti di questi spesso non è che avessero molto da tagliare.
Credo che anche il più intransigente emigrate alla fine torna sempre indietro con il pensiero. Ho letto qua e là nei vari blog tante critiche all'Italia e tanti elogi al posto dove si è emigrati, ma sotto sotto alla fine ci leggo sempre un pizzico di nostalgia per certe cose. Come un fidanzato tradito ma che sotto sotto è rimasto ancora un po' innamorato. Ma questa è una mia sensazione. Da studente ho vissuto un anno negli USA (Bay Area) e ho solo splendidi ricordi, poi sono stato abbastanza fortunato da poter girare un po' il mondo NON per lavoro, ho visto città in cui mi piacerebbe vivere, ma il concetto di tagliare i ponti lo trovo impraticabile, o meglio, incomprensibile. Emigrare è una delle belle possibilità che ci regala il mondo "moderno", che allo stesso tempo ci da' la possibilità di rimanere sempre in contatto con il nostro paese d'origine. Tornare nel proprio paesello dopo 45 anni, quello sì che è tagliare i ponti!

70millimetri ha detto...

Non mi era mai successo di essere citato in blog ;) , tornando in tema credo che il taglio dei ponti (per me) nasca dal desiderio di riordinare l'esistenza per come si è realmente e non per come la si vive, ovviamente tutto nasce dal fattore lavorativo che inevitabilmente contagia la vita privata. Sono stato più volte in giro per l'Europa e ho sempre avuto l'impressione che il restare in Italia (che ha un potenziale immenso e sprecato) sia un privarsi di reali opportunità sotto tutti i punti di vista.
Mi manca la conoscenza delle terre oltre l'oceano, anche se amo (per questioni ambientali) il Canada e mi sento attratto dagli USA.
Nonsi ho sempre avuto l'impressione che il popolo americano sia molto pragmatico è un altro mito da sfatare o è cosi? Il senso della comunità e della schiettezza è reale o è solo uno dei tanti spot che ci vendono?

nonsisamai ha detto...

giovanni: si, diciamo che piu' che tagliare si allungano all'infinito questi ponti e tornare indietro ha sempre meno senso. questa e' una cosa che mi e' capitato di vedere in effetti.

70mm: si si, pragmatico e ottimista, ho imparato a fare un sacco di cose da quando sono qui :)

dancin' fool ha detto...

io sono l'esempio "dell'altro tipo" di persona, che ha voluto mollare tutto e cambiare e sono felicissima di averlo fatto e non ho nostalgia di quel che ho lasciato se non la mia famiglia, ovviamente.

per anni guardavo chi per amore o per motivi "non cercati" partiva mentre io facevo una fatica tremenda a farlo da sola (non perché non volessi ma deciderlo da sola richiede tutta una serie di organizzazioni di altro tipo, a partire dal lavoro).

tutto qui. credo di averlo già detto diverse volte in passato che volevo andare e finalmente sono "via" :)