mercoledì 27 novembre 2013

nuovi orizzonti professionali

Negli ultimi giorni sono stata alla mia prima conferenza sull’educazione artistica in Texas. E’ stata un’esperienza estremamente interessante per diversi motivi. Prima di tutto perche’ non avevo mai partecipato a nulla di simile. Era organizzata all’interno di un grandissimo hotel qui a Dallas e c’erano mille cose da fare ogni giorno, anzi le cose si accavallavano, era un po’ come all’universita’.

C’erano riunioni, lezioni, laboratori e una grande sezione che era una sorta di fiera dei piu’ disparati materiali artistici. Dal graffitaro che vende i piu’ nuovi strumenti nel suo campo, a chi si occupa di forni e torni per lavorare la creta, a chi offre macchinari per tagliare il vetro, per stampare, fare mosaici…e poi tavoli infiniti pieni di prodotti di ogni tipo con cui giocare  da provare.

Non avevo mai visto cosi’ tante persone che fanno il mio lavoro tutte insieme. Anzi, a dire il vero in tutti questi anni, mi e’ capitato di conoscerne solo una per puro caso a una festa. E’ che in ogni scuola di solito c’e’ una sola insegnante di arte e cosi’ queste occasioni di scambio sono preziose.

A me questa conferenza e’ servita molto per rendermi conto di quanto sia fuori dal comune la mia situazione, avere un metro di paragone finalmente. Innanzitutto, ho poco piu’ di cento studenti, mentre la maggior parte delle mie colleghe delle scuole pubbliche ne hanno circa settecento. Hanno contratti decisamente migliori da quello che si dice in giro, ma non si fermano mai e soprattutto gli manca quella inestimabile possibilita’ che ho io di stabilire un contatto un minimo piu’ approfondito con gli studenti (per quanto si possa approfondire vedendosi un’ora alla settimana…). Io non vedo mai piu’ di venti bambini alla volta e ho anche un’aiutante sempre a disposizione. Loro sono da sole con piu’ di trenta alla volta, ho sentito racconti terrificanti.

Insomma, mi sono sentita un pesce fuor d’acqua anche li’ ma soprattutto perche’, al di la’ della grandezza della scuola, non ho incontrato nessuno che insegna in modo simile al mio. Per me il centro del discorso e’ la teoria. Facciamo dei lavori, ma sono sempre in funzione dell’assorbimento di quei determinati contenuti che voglio far passare. Li’ invece ho visto tantissimi ‘lavoretti’, alcuni bellissimi, davvero, e che non sarei mai in grado di replicare, ma l’impressione che ho avuto e’ che fosse tutto abbastanza focalizzato sull’apprendimento di una quantita’ di tecniche fini a se stesse, che va benissimo poi, ma e’ un’altra cosa rispetto a quello di cui mi occupo io. C’era questa tizia, ad esempio, che ha tenuto un’intera lezione di due ore per spiegare come tenere in ordine la classe. Numerare tutto. Numerare ogni tubetto di colla stick e ogni tappo di tubetto di colla stick, cosi’ gli studenti non potranno piu’ rubarseli a vicenda, ma saranno inchiodati dalla prova incontrovertibile dei fatti. Non si volava altissimo il piu’ delle volte purtroppo. Non vedevo l’ora di seguire qualche lezione sull’arte afroamericana, che conosco solo da autoditatta e ne ho trovata solo una. Non bisognerebbe giudicare dai colori, ma quando sono entrata nella classe sono rimasta un momento colpita…avevo visto moltissimi insegnanti di colore, forse la maggioranza, ma la’ dentro eravamo tutti bianchi. Sembrava ci fossimo riuniti per parlare in segreto di una qualche creatura esotica. E alla fine poi, la cosiddetta lezione era semplicemente la testimonianza, umanamente molto intensa diciamo, di qualcuno che ha conosciuto un certo artista nero di secondo piano. Insomma, io che non c’entro nulla con questa cultura, mi invento il Black Art History Month nella mia scuola e sto sveglia fino alle due di notte a studiare, gli insegnanti di qui, nulla? Non e’ un argomento estremamente interessante sia a livello artistico che sociale? 

Quelli che fanno il mio lavoro qui sono o si definiscono artisti, io invece vengo dal mondo della storia dell’arte e dei musei, ho un approccio completamente diverso alla cosa, forse anche un po’ troppo accademico in un certo senso. Ho moltissimo da imparare nel campo delle tecniche e faccio di tutto per colmare da sola questa mia lacuna, ma ora capisco perche’ tutti si sono sempre stupiti in senso positivo e hanno sempre apprezzato cosi’ tanto il mio lavoro: e’ perche’ faccio cose che qui praticamente non fa nessuno.  

- Secondo te quando dovrei chiedere un aumento?

- Tre anni fa.

giovedì 21 novembre 2013

la lingua di renzo piano

Renzo Piano ha lavorato molto in Texas ed e' piuttosto conosciuto da queste parti. In questi giorni e' al centro dell'attenzione per l'imminente apertura al pubblico di un nuovo padiglione da lui progettato all’interno del Kimbell, un importante museo della zona. Ascoltavo una sua intervista e mi sono completamente persa nella sua voce. Fa una cosa, quando parla in inglese, che adoro e vorrei tanto essere in grado di fare anch'io un giorno. Mantenere il proprio accento, costruire la frase in maniera il piu' possibile simile all'italiano, ma senza commettere errori in inglese. Prima di ascoltarlo, non sapevo nemmeno con certezza fosse possibile. Gli italiani che parlano molto bene in inglese che conosco, hanno la caratteristica comune di non sembrare italiani. Lui invece, traduceva letteralmente termini che sono corretti, ma che non sono per niente comuni e questo conferiva eleganza e autorevolezza ad ogni frase. 

Quello che succede a me quando parlo in inglese invece e' che cerco di semplificare per evitare di fare errori ed essere chiara, ma semplificando non riesco mai a esprimere esattamente quello che ho in mente, soprattutto quando si parla di questioni al di fuori della quotidianita'.

Poi mi sono anche un po' commossa quando ha parlato del cielo del Texas, della sua unicita', della luce. Un italiano che sente quello che sento io e lo esprime come piacerebbe esprimerlo a me, non capita spesso. Se un giorno lo incontrassi, lo ringrazierei per portare in giro questa Italia. Non vedo l’ora di andare a vedere la sua nuova creazione. 

mercoledì 20 novembre 2013

il palloncino rosso

Dopo aver fatto una lezione sul palloncino rosso di Klee con i bambini di cinque anni, mi e' venuto spontaneo suggerire alla maestra di mostrare, in caso ne avesse avuto il tempo, il bellissimo corto francese degli anni Cinquanta, "Le ballon rouge".

Mi ha risposto che i bambini non sono abituati a non essere intrattenuti cosi' a lungo.

Dura solo 32 minuti.

Alla fine glielo ha fatto vedere lo stesso, ma mi ha fatto sapere che i bambini sono rimasti turbati dalla scena dei bulli, sottointendendo chiaramente che non era adatto a loro. Molti di voi forse non lo avranno mai visto questo film, ma quella che mi ha fatto e’ un’obiezione ridicola. “Le ballon rouge” e’ una fiaba meravigliosa, astratta, piena di poesia ambientata in una Parigi post bellica che e’ cosi incantevole da togliere il fiato. Si e’ mai vista una fiaba senza cattivi? A me pare che la maestra non lo abbia capito il senso di quello che ha visto. E’ che quando uno non ha la mente aperta, va dritto al contenuto anche quando si trova davanti a un’opera d’arte. E questo e’ sbagliatissimo perche’ di solito il contenuto in se’ non ti da’ molto, e’ la forma che ti arricchisce.

E poi delle volte mi sembra che si seguano troppo questi bambini. E lasciamoli respirare. Non vanno intrattenuti 24 ore su 24.

Lasciamogli il piacere dell’ascolto di se stessi, del sogno, dell’immaginazione. Ci sono cose che non hanno bisogno di essere spiegate, ognuno ci deve arrivare a modo proprio oppure al limite puo’ anche non arrivarci subito, che sara’ mai? Anche perdersi ha il suo fascino e la sua validita’ quando si affronta un percorso creativo, anzi forse soprattutto quello.

Lavoro con centocinquanta bambini e sette adulti. Indovinate chi mi causa piu’ mal di testa.

lunedì 18 novembre 2013

la lingua che parli influenza i tuoi pensieri? sei bilingue o biculturale?

Qualche giorno fa, ho letto un articolo sull’Economist che tratta una questione che mi interessa molto: se la lingua che parliamo e’ in grado di influenzare la nostra personalita’.

La prima volta che ragionai su questa cosa, fu molti anni fa, quando feci uno scambio linguistico con uno studente americano. Ci incontravamo una volta alla settimana, lui mi aiutava con l’inglese e io con lo spagnolo. Questo ragazzo, era un entusiasta, anzi quasi un esaltato della lingua spagnola. Mi racconto’ che lui voleva parlare il piu’ possibile in spagnolo perche’ in quella lingua si sentiva felice. Es como fumarme un porro, cioe’ diceva che per lui parlare spagnolo era come farsi una canna. Mi faceva molto ridere e dato che anch’io mi sentivo molto piu’ felice parlando spagnolo che inglese, non ebbi grandi benefici dal nostro scambio.

Col tempo, ho notato delle differenze anche nella maniera in cui io stessa uso le lingue. In spagnolo, soprattutto all’inizio, dicevo un sacco di parolacce che non avrei mai detto in italiano (il mio era il famoso spagnolo imparato por la calle…), e ancor meno in inglese.

Anzi, a dire la verita’ in inglese non dico mai nessuna parolaccia. Non mi sono mai ripresa dal trauma di aver detto accidentalmente culo davanti alla Nonna Johnson nel 2008. Dopo quell’esperienza, ancora oggi ho il terrore delle parolacce in inglese, deve essere stress post traumatico.

Ma le differenze piu’ grandi le ho notate in Mr. Johnson. Quando ci siamo conosciuti l’unica lingua che avevamo a disposizione per comunicare era lo spagnolo, poi entrambi abbiamo imparato la lingua dell’altro e io gli ho sempre detto senza scherzare che e’ un po’ come avere avere a che fare con tre persone perche’ la sua personalita’ cambia notevolmente da una lingua all’altra.

Di solito sembriamo tutti meno sicuri di noi stessi in una lingua che non e’ la nostra. Dover pensare in un’altra lingua ci rallenta e ci rende meno spontanei, spiritosi, sarcastici. Come e’ logico che sia, ci sforziamo di non dire qualcosa di sbagliato insomma.

Supponiamo, pero’, che la nostra competenza sia speculare in entrambe le lingue. Ecco, perfino in questo caso potremmo notare delle differenze nel nostro modo di comportarci. Questo avviene, secondo l’articolo, perche’ essere bilingue non significa affatto essere biculturale. Ed e’ qui che la discussione si complica e si fa ancora piu’ interessante.

E’ probabilmente per questo che il mio amico americano si sentiva felice parlando spagnolo perche’ lo associava al divertimento, ai viaggi, alle feste. L’inglese invece per lui era la lingua dei doveri, del lavoro, dello studio. Immagino possa succedere qualcosa del genere anche al piccolo Joe un giorno. L’italiano e’ la lingua di casa, delle vacanze. L’inglese della scuola e del dovere. Oltretutto, stranamente sia io che Mr. Johnson tendiamo a parlargli in inglese quando si tratta di rimproverarlo. Forse perche’ abbiamo l’impressione che capisca meglio? Chissa’.

Mi piacerebbe sapere come la pensate e qual e’ la vostra esperienza.

giovedì 14 novembre 2013

l’acqua calda (o una sorta di risposta collettiva)

Gli ultimi post sulle differenze nei rapporti personali hanno provocato diverse reazioni, che lasciando fuori qualcosa, potrei suddividere in due grandi categorie: quelli che mi scrivono per ringraziarmi per averne parlato perche’ e’ esattamente quello che vedono anche loro ma non sapevano come o a chi dirlo e poi quelli che liquidano un po’ la faccenda ricordandomi che le persone sono uguali ovunque quindi. Si certo, le persone e soprattutto i loro sentimenti sono uguali ovunque, ma la cultura in cui crescono produce delle grosse differenze nel loro comportamento. Quello che e’ accettato in una societa’, magari non lo e’ in un’altra. Mi ricordo che in Spagna, ad esempio, era perfettamente normale per gli uomini fare pipi’ per strada la notte, in Italia non credo proprio. D’altra parte in Italia e’ perfettamente normale baciarsi sulle guance per salutarsi o farsi gli auguri, qui assolutamente no. Queste sono piccole cose che ogni turista puo’ notare. Quelle di cui ho scritto io in questo periodo sono un po’ piu’ sottili, a volte cosi’ sottili che ci sono voluti anni e anni per afferrarle e comunque non del tutto.

Non sottointendo mai che sia meglio qui o meglio li’ in generale perche’ non lo penso. Alcune cose sono migliori qui, altre li’, e’ questa la verita’ pura e semplice per me. Quello che mi piace fare e’ raccontarvi la complessita’ che questo banalissimo fatto determina.

La gentilezza che ho trovato qui, il sorriso, la disponibilita’ in caso di bisogno, sono cose che mi rendono la vita infinitamente piu’ serena. Qualunque cosa debba affrontare, avere qualcuno che ti sorride e ti sostiene se sei in difficolta’ e che sembra sempre avere un pregiudizio positivo nei tuoi confronti, ti da’ una spinta in piu’ in ogni situazione. Per questo mi sono sempre sentita accolta qui e mi sono affezionata a questo posto e a queste persone dal primo giorno. E sempre per questo ogni volta che torno in Italia, soffro tantissimo per cose minime come gli sguardi di traverso sul tram o la maleducazione dell’impiegato delle poste perche’ non solo non ci sono piu’ abituata, ma ho anche sperimentato quanto allegerisca l’esistenza un comportamento anche superficiale se vogliamo, ma piu’ disponibile nei confronti degli altri.

Il rovescio della medaglia e’ che in Italia pero’ le persone nel bene e nel male tendono a farsi conoscere per quello che sono. Qui, invece, questa sorta di gentilezza eccede a tal punto da permeare i rapporti personali, da non farti mai capire cosa pensi di te la persona che hai di fronte, da trasformarsi in ipocrisia. Se c’e’ una divergenza non se ne parla mai, ci si limita a sparire. Si perdono amici o presunti tali, come fosse nulla, ma il bello e’ che quando ci si rivede per caso sono sempre grandi I missed you so much! Per questo non ci ho mai capito molto, mi fidavo troppo delle parole e dell’espressione del viso, mentre la comunicazione vera viaggia su ben altri binari. Puo’ capitare ovunque questo? Assolutamente si’. Per mia personale esperienza, mi sento di affermare che in questo tipo di societa’ pero’ un bel po’ piu’ che altrove.

Detto questo, sto facendo pace anche con questo aspetto della mia vita qui. Ne parlo tanto ora perche’ non e’ piu’ un ostacolo cosi’ enorme e sono piu’ distaccata. Quando ti stacchi dai problemi, li vedi nel loro insieme e tutto ti sembra piu’ chiaro. Ti sembra di capirci qualcosa e anche se forse hai solo scoperto l’acqua calda e’ la tua acqua calda, te la sei andata a cercare nei posti piu’ impervi e qualche volta, ci sei quasi annegato dentro. Continui a ragionarci, all’interno delle varie situazioni in cui ti trovi, per un solo motivo: anche se ancora non sai bene cosa, senti che c’e’ dell’altro, ancora tanto altro da decifrare.

lunedì 11 novembre 2013

uno strano pianeta

Vado a trovare un amico italiano che ha avuto un incidente. Vive qui da moltissimi, ma prima ha vissuto in altri posti certamente piu’ esotici. Altri paesi, altri continenti, altre lingue, soprattutto paesi del terzo mondo. Questo e’ il luogo in cui si e’ fermato, in cui ha fatto in modo che crescessero i suoi figli e da cui non andra’ piu’ via, eppure mi diceva che e’ anche quello in cui ha fatto piu’ fatica ad ambientarsi e in cui ha sofferto di piu’ la solitudine.

Mi raccontava che quando si trasferirono nella casa in cui ancora oggi abitano, pensarono di cominciare subito con il piede giusto e di dare una bella festa per i nuovi vicini. Uno di loro passo’ ad avvertire che purtroppo quella stessa sera aveva un altro impegno e non avrebbe potuto partecipare, poco male avevano invitato l’intero quartiere. Aspettarono a lungo, ma non si vide nessuno. Non si erano presi nemmeno la briga di declinare.

Il senso di non sentirsi accettato, di avere qualcosa di sbagliato e di non capire cosa. Le casse di alcoolici gia’ pronte per la festa…fu una memorabile sbronza solitaria.   

Ragionando sui motivi di tutto questo e sulle medesime difficolta’ che trent’anni dopo io stessa sto affrontando per la prima volta, mi propone due ipotesi che trovo quasi opposte. Una, e’ che molti qui sentano una sorta di senso di inferiorita’ nei confronti degli stranieri con un alto livello di istruzione. Tu hai viaggiato, parli tutte queste lingue e io non sono mai uscito di casa, e’ una frase che in effetti ci si sente dire molto spesso. L’altra ipotesi e’ che siano in qualche modo poco propensi a frequentare uno straniero in genere, qualcuno con un modo di fare e un accento cosi’ diverso dal loro e che a volte puo’ essere perfino difficile comprendere. Elementi, entrambi, che non avevo mai interpretato in questo modo, chissa’ dove sta il vero.

Tornando all’incidente. Mi raccontava di aver letteralmente pianto di gioia di fronte all’immensa disponibilita’ ad aiutare sia lui che la sua famiglia anche da parte di persone che pensava di conoscere in modo estremamente superficiale, come alcuni vicini di casa appunto. Dice che, dopo la disavventura, si e’ scatenata una vera e propria gara di solidarieta’ e che queste persone non si sono limitate a fare delle semplici visite di cortesia o mandare mazzi di fiori, ma si sono adoperate nel concreto per rendergli la vita di tutti i giorni molto piu’ semplice durante la convalescenza. Non mi sono stupita perche’ e’ una cosa che mi e’ capitato di vedere piuttosto spesso in questi anni alla scuola Flanders.

La conclusione di tutto il suo discorso di vecchio expat sembra essere che se ti capita una disgrazia, diventano tutti amici tuoi, ma se va tutto bene, ognuno ha la sua vita.

In che strano pianeta sono capitata.

mercoledì 6 novembre 2013

ma noi giudichiamo o non giudichiamo?

Prima, a cena con Mr. Johnson si ragionava su un ennesimo episodio accaduto nell’ambito di quell’insieme di comportamenti che ho cercato di descrivere l’altro giorno e che anche lui, esattamente come me (e molti di voi, ho visto), subisce e mal sopporta.

Concordavamo sul fatto che rendono la vita estremamente piu’ complicata e pesante. Devi sempre in un certo senso guardarti le spalle perche’ non capisci mai da dietro a quale sorriso di circostanza possa partire un eventuale attacco.

Gli dicevo che per me il risultato immediato di questo modo di fare e’ una sorta di ansia generalizzata in tutta la societa’ causata dal fatto di sentirsi sempre sotto esame, sempre giudicati. La paura che vedo qui, o per lo meno piu’ che altrove, di farsi vedere per come si e’ forse nasce proprio da questa specie di malinteso sulla gentilezza, nel senso di kindness.

Per essere gentili o kind, bisogna sorridere e annuire.

No.

E’ senz’altro piu’ difficile, ma si puo’ anche essere gentili e sinceri allo stesso tempo.

Mentre gli dicevo questa cosa, mi sono venute in mente tutte le espressioni che contengono l’idea che giudicare gli altri sia profondamente sbagliato che sento dire mille volte al giorno. Don’t judge. Sorry if I sound judgmental. I don’t judge. Please, don’t judge me. E cosi’ via.

In italiano questo modo di esprimersi non esiste in questa misura perche’ non e’ un’idea cosi’ forte e acquisita dalla nostra cultura. Bisogna andarci piano con i giudizi affrettati, questo si, lo sanno tutti e lo dicono tutti, ma una volta appurati i fatti e’ considerato piu’ che lecito farsi un’opinione e agire di conseguenza.

Ma qui vengo interrotta.

- Si dice cosi’ tanto perche’ si ha bisogno di autoconvincersi che sia cosi’.

Gia’, evidentemente per alcuni e’ piu’ facile fingere di non avere certe opinioni che farci i conti.

martedì 5 novembre 2013

il far west…ma e’ vero?

Se uno pensa al Texas gli viene subito in mente il cosiddetto Far West, come lo chiamiamo noi in Italia, i cowboy e le mucche e tutta quella roba li’. Poi quando si arriva qui a Dallas, certo l’eco di quel mondo e’ presente, ma non e’ poi cosi’ preponderante rispetto a tante altre realta’ che ci sono.

C’e’ una citta’, pero’, proprio qui a due passi, che si chiama Fort Worth e che ancora oggi e’ proprio l’essenza di quello che uno immagina sia stato il tempo delle sparatorie nei saloon, degli indiani e dei cowboy come si vedono nei vecchi film.

Ci sono stata proprio l’altro giorno e quando abbiamo avvistato l’ennesimo belloccio vestito da cowboy che con tanto di lazzo alla mano intratteneva i turisti, ho fatto una domanda che credevo retorica a una mia amica che e’ nata e cresciuta proprio li’.

- Ma non ti sembra un po’ riduttivo che l’unica immagine che la citta’ trasmetta sia questa?

Lei che con quel mondo li’ non ha praticamente nulla a che vedere, che vive in centro, che si occupa di pubblicita’ e ama l’arte e la critical mass, ci ha pensato un attimo e mi ha risposto:

- A volte calcano un po’ troppo la mano su questa cosa, pero’ in fondo ogni volta che vado a fare un giro in bici mi tocca fermarmi per far passare qualcuno a cavallo. Ci sono i ranch, le mucche, gli steccati…insomma, questa cosa esiste, e’ vera. I cowboy veri non si vestono come questi qui, ma forse e’ l’unica differenza.  

lunedì 4 novembre 2013

i sottointesi che ancora ignoro

Ogni volta che cerco di descrivere questa sensazione che ritorna, questo modo di fare particolarissimo che vedo solo fra gli americani non riesco mai ne’ a farmi capire bene ne’ ad arrivare a una conclusione, a decidere che idea dovrei farmi e come dovrei reagire a determinate situazioni che mi si ripresentano quasi quotidianamente.

Piu’ passa il tempo e piu’ mi sembra che questa societa’ sia strapiena di sottointesi che ignoro. Uno all’inizio si illude che una volta che ha capito la lingua il piu’ sia fatto, invece e’ proprio li’ che il gioco si fa duro perche’ nel momento in cui capisci le parole cominci anche a intuirne meglio le sfumature, ma non ancora del tutto.

Proviamo a fare degli esempi proprio di quelli banalissimi successi diverse volte in questi anni, che forse si capisce meglio.

Richiedi un servizio, ti viene chiesto di proporre un prezzo e la persona che avrebbe dovuto fare quel lavoro per te scompare letteralmente, non si fa piu’ trovare, non risponde piu’ al telefono. Salvo poi incontrarti per caso e farti degli immensi sorrisi come se niente fosse. Deduci che il prezzo non era quello auspicato, ma perche’ mai non parlarne, cercare un accordo? L’hai offesa fino a questo punto con la tua proposta? Cosa e’ successo? Cosa hai fatto di male?

Ti invitano a un qualcosa in modo informale, la data si avvicina e non senti nessuno. Se stai li’ ad aspettare e’ facile che la cosa sfumi senza che nessuno si scomodi per avvisarti pero’ poi rimane sempre il dubbio nell’aria di chi abbia dato buca a chi e non e’ bello. Se chiami per una conferma, viene fuori quasi sempre che c’e’ stato un imprevisto e non se ne fa piu’ nulla. Ma nessuno ti avvisa, e’ come se fosse maleducato dire che non si puo’ piu’ fare invece che avvisare per tempo. Anzi ancora peggio, e’ come se fosse un tabu’ parlarne, meglio far finta di niente e passare oltre. A un certo punto ti pare quasi di essertelo sognato quell’invito.

Hai un problema da risolvere e chiedi un’informazione (es. per caso conosci una baby sitter?) a una persona che conosci. Ti dice si si certo, ora guardo un po’ e ti faccio sapere subito. Tu aspetti, magari contando molto su quell’informazione e nulla, non arriva piu’. Dopo un po’ rivedi la persona, anche in questo caso grandi sorrisi e l’argomento non viene mai piu’ toccato. La famosa storia dell’elefante nella stanza, quello che tutti vedono, ma che nessuno nomina mai. Perche’? Hai sbagliato a chiedere quell’informazione? Non si fa?

Conosci di vista delle persone, i tuoi vicini di casa per esempio, ti pare che ci sia una buona simpatia, si chiacchera allegramente le volte che ci si incontra. Dopo un po’ pero’ ti rendi conto che se pensano che tu non li abbia visti, corrono via. Proprio corrono a nascondersi. Cioe’ se tu le saluti ti salutano e attaccano anche bottone, altrimenti scappano lasciandoti la sensazione di averle qualche volta importunate. Li’ ti fai davvero mille domande. Prima di tutto: che fine ha fatto il buon vecchio buongiorno e buonasera e finita li’ alla milanese? Forse quella che per te era una simpatica conversazione fra conoscenti per loro invece era un abuso di tempo e confidenza? Pero’ non sembrava, proprio non sembrava con tutti quei sorrisi. Qualcosa avrai sbagliato se fanno cosi’. O no?

Potrei andare avanti a fare molti altri esempi, ma il discorso e’ questo: le cose non vengono quasi mai dette chiaramente e cosi’ non solo le grandi divergenze, ma anche le piccole questioni prive di significato diventano qualcosa di imbarazzante. Ti senti come se avessi fatto un qualche misterioso errore, ma non sai mai quale di preciso. E’ tutto molto kafkiano.

Devo dire che tutto questo mi crea una certa ansia, come e’ facile intuire. Se fai qualcosa che non va nessuno te lo dice mai apertamente, pero’ poi puntuale come un orologio ti arriva quel certo sguardo che ti trafigge e a quel punto non c’e’ davvero nulla da fare perche’ una cosa l’ho imparata di sicuro: non cercare mai di giustificarti o spiegarti perche’ peggiori solo le cose, puoi solo far finta anche tu di nulla e proseguire. Puoi stare tranquillo che tutti si comporteranno come se niente fosse, solo a te rimarra’ quel tarlo, quella sensazione di “I don’t fit in”.