giovedì 30 maggio 2013

il vero amore

Il piccolo Joe, in questo momento, decodifica il mondo in forma di mamma-papa’-bimbo. In giardino abbiamo tre alberi, uno e’ la mamma, l’alltro il papa’ e il terzo il bimbo. Stessa cosa per i suoi dinosauri, le sue tartarughe e piu’ o meno tutto quello che vede perche’ questo e’ quello che conosce: una mamma, un papa’ e lui.

L’altro giorno nel suo gioco, pero’ e’ entrato un altro personaggio, la zia. La sua zia che e’ dall’altra parte del mondo e che non vede da un anno.

Ecco a me questa cosa fa una tenerezza incredibile. Bisogna ringraziare molto skype, certo, ma non c’e’ sistema di comunicazione che corra piu’ veloce dell’amore e i bambini questo sistema qui lo riconoscono piu’ di chiunque altro. 

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mercoledì 29 maggio 2013

la terra della liberta’?

Un po’ di tempo fa siamo stati invitati, via email, a un picnic e uno degli invitati ha scritto che avrebbe portato delle aranciate da condividere.

Niente di strano? Certo, peccato che la prima risposta sia stata:

“Perche’ non portiamo acqua e succhi di frutta invece? Perche’ non facciamo che ogni famiglia porta le sue bibite, ma niente di gasato? Le bevande gasate sono piene di zucchero o zucchero sintetico che fa male.”

E le altre risposte arrivate erano molto simili a questa. Io ero completamente senza parole e meditavo di non presentarmi nemmeno. Ma non si fa che ognuno fa come gli pare? Per di piu’ nel mio modo di vedere, se qualcuno dice di voler condividere qualcosa, lo si ringrazia, poi se non e’ di proprio gradimento, magari non lo si consuma, ma non lo si crocefigge cosi’ sulla pubblica piazza per il solo fatto di averlo offerto.

E’ finita che la persona ha ugualmente portato l’aranciata per una questione di principio, ma non appena l’ha aperta un paio di anime pie hanno sentito l’impellente dovere morale di andar li’ e sottoporre l’etichetta ad esame approfondito, sottolineare gli ingredienti nocivi e soprattutto quelli che addirittura secondo le loro conoscenze, causerebbero il cancro. Minimo quell’aranciata gli sara’ andata di traverso. 

Cerchi di fare un gesto amichevole e ti fanno passare per un irresponsabile che espone se stesso e la sua famiglia alle peggiori malattie per ignoranza, ma si puo’?

Tutti sappiamo che determinate cose non sono proprio salutari, dall’aranciata all’hamburger alla birra e a praticamente tutto quello che ha un buon sapore, ma ognuno si dovrebbe poter gestire come vuole, senza ricevere lezioncine dal primo che passa, o no? 

Il fatto e’ che ho visto davvero molte situazioni di questo tipo da quando vivo qui e allora comincio a chiedermi: e’ un fatto generazionale o geografico? Voglio dire: e’ cosi’ anche in Italia, dove magari finora ho avuto la fortuna di frequentare sempre persone molto tolleranti o e’ una questione locale?   

Qui frequento per lo piu’ stranieri, quindi la mia esperienza riguarda soprattutto loro, ma mi viene il dubbio che sia un po’ la societa’ a funzionare cosi’: sembra che tutti vogliano “educare gli altri”. Dal bambino che, sotto gli occhi dei genitori, viene rimproverato dal primo che passa a una mia amica che viene presa a male parole perche’ allatta (coprendosi) al supermercato. Infatti, l’anno scorso tornando in Italia per le vacanze, rimasi scioccata quando uscii con un’amica incinta di otto mesi e lei in tutta scioltezza ordino’ una birra e si accese una sigaretta. Al di la’ del fatto in se’, ho il forte dubbio che qui non gliela avrebbero nemmeno venduta la birra, sul fumare poi non ne parliamo nemmeno. Mi sembra abbastanza plausibile supporre che qualcuno magari avrebbe perfino potuto pensare di chiamare i servizi sociali. Non dico che sia giusto fumare e bere in gravidanza -assolutamente no per quanto mi riguarda- ma il punto e’ che e’ come se qui ci si sentisse automaticamente nel giusto a sindacare su determinate scelte personali e a me questa cosa fa davvero impressione.

Ho nascosto un sacco di miei contatti su Facebook proprio per questo motivo: non fanno altro che terrorismo psicologico sui vaccini, il tipo di dieta, il tipo di medicina…ma non era la la terra della liberta’ questa? Tutto questo proselitismo mi infastidisce da morire.

martedì 28 maggio 2013

la classe contadina

La Nonna del Far West ama parlare, raccontare vecchie storie, intessere trame autobiografiche ricche di colpi di scena e ogni volta che andiamo a trovarla, se non ci mette sotto a lavorare, fondamentalmente passiamo tutto il tempo ad ascoltarla.

Uno dei suoi argomenti ricorrenti e’ quello delle armi. A cosa ha sparato, quanto le piace quel fucile, note tecniche sui fucili, cose cosi’. Quando vede che abbasso lo sguardo e si ricorda come la penso sulle armi, usa l’argomento che sento dire a praticamente tutti i sostenitori delle armi. Lo so come la pensi, ma io sono cresciuta in una famiglia in cui tutti sapevano sparare, abbiamo sempre saputo come usare un fucile, se sai come usare le armi non puo’ succedere niente di male…

A un certo punto dice una frase piuttosto agghiacciante che mi lascia li’ a chiedermi se ho capito bene.

- …E se qualcuno una notte prova a entrare da quella porta senza invito, io ve lo dico: dovro’ mettermi a ridecorare le pareti.

Si’, avevo capito bene.

Ci ha raccontato anche di quando sua suocera le disse che doveva togliersi dalla testa l’idea di andare all’universita’ e di cercarsi piuttosto un lavoro e io ho pensato che erano davvero avanti qui sessant’anni fa. La suocera di mia nonna le avrebbe al massimo raccomandato di starsene a casa a sfornare quattro o cinque figli e non lamentarsi. Per la cronaca, alla fine ha preso un paio di lauree, master vari e ha fatto anche un paio di figli. Oggi si definisce con orgoglio una contadina, “Ufficialmente, ho anche la tessera”.

Poi ci ha raccontato anche di quanto era felice quando vivevano in Florida, ma poi un giorno il nonno l’ha chiamata e le ha detto che aveva comprato dei pozzi di petrolio in Oklahoma, di mettere i bambini in macchina e ‘ci vediamo la’. Detta cosi’ sembrerebbe una scelta subita, ma evidentemente l’Oklahoma deve esserle piaciuto visto che a ottant’anni suonati si ostina a vivere completamente sola li’ in mezzo al nulla.

A un certo punto, e’ successo che il nonno ha avuto il suo primo infarto e a poco piu’ di trent’anni un dottore gli disse che la fine era vicina. Lui allora, preso dal panico, decise di vendere i pozzi di petrolio per assicurare un bel po’ di liquidita’ alla moglie e ai figli e perse cosi’ una fortuna di milioni di dollari. Non sono diventati milionari, ma il nonno dopo quella diagnosi, ha vissuto altri cinquanta e passa anni.

Non e’ andata poi male.

domenica 26 maggio 2013

il dopo

Oggi mi sono trovata ad attraversare la citta’ di Moore, quella colpita dal tornado di lunedi scorso.

Leggi il cartello “Moore” e pensi che non e’ cosi’ tremendo come hai visto in televisione, sembra tutto perfettamente normale, poi fai un chilometro e ti ritrovi nel pieno di un’apocalisse. Case completamente normali e a posto, accanto a questo:

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Ecco cosa puo’ fare un tornado. Guardate bene quel cumulo informe sulla sinistra, sono automobili, sono accartocciate come se fossero fatte di carta. Qui c’erano case, famiglie, vita, ora c’e’ solo questo.

E’ una scena che non dimentichero’ tanto facilmente.

venerdì 24 maggio 2013

ulteriori sviluppi linguistici

Poco tempo fa, in un museo, il piccolo Joe si e’ trovato davanti a una parete piena di scritte e ha cominciato a nominare tutte le lettere che vedeva. Per me e’ stata una sorpresa, ma q946047_571171399570477_660151603_nuando l’ho raccontato alla sua maestra, si e’ meravigliata lei:

-Certo che sa le lettere.

E chi se lo aspettava…io le lettere le ho imparate alle elementari.

Oggi e’ successo qualcos’altro. Si rifiutava di uscire da scuola. Io ero gia’ fuori che gli tenevo la porta e lo chiamavo, ma lui non ne voleva sapere. Poi ho capito che stava indicando qualcosa che voleva che vedessi e ripeteva ‘dog! dog!’. Sul cartellone c’era scritto in grande ‘God’ e lui -non saprei come altro dirlo anche se mi sembra assurdo visto che non ha nemmeno due anni e mezzo e nessuno glielo ha insegnato - credo “leggesse”, male, ma lo faceva, cioe’ credo che piu’ che altro oggi abbia capito o intuito come funzioni con le lettere. Le lettere vanno messe insieme per formare le parole.

Mamma mia quanto corre questo Joe!

Osservare lo sviluppo del suo linguaggio e’ sempre piu’ interessante. Ora con me parla sempre in italiano e anche se gli leggo un libro in inglese lui lo ‘traduce’, sembra proprio che non voglia parlare inglese con me. Con gli altri, invece, si adegua e usa la lingua che usano loro, o almeno ci prova, si fa capire, ma pronuncia un po’ tutto a modo suo. La cosa che mi appassiona di piu’ e’ vedere come usa l’italiano. Sa tantissime parole, ma i verbi, gli articoli, le varie parti del discorso e la costruzione delle frasi li riprende pari pari dall’inglese.

Dice sempre l’aggettivo prima del nome (verde sedia) e non coniuga i verbi. Dice “I fame” per dire “ho fame”. Quando, un giorno, ha detto “dammi!” sia io che Mr. Johnson lo abbiamo notato, un verbo in italiano finalmente! Si deve essere sbagliato, non l’ha mai piu’ rifatto. 

Ed e’ bellissimo anche osservarlo insieme al suo amichetto francese. Hanno pochissima differenza d’eta’, ma hanno fatto un percorso linguistico del tutto diverso che li sta portando agli stessi identici risultati. L’altro e’ stato muto come un pesce per tre anni, lui ha sempre parlato (o per meglio dire e’ sempre stato convinto di emettere suoni di senso compiuto) e ora parlano insieme in inglese e rispettivamente in italiano e in francese con le loro mamme come se fosse la cosa piu’ normale del mondo.

Sono cosi’ piccoli eppure senza saperlo hanno un sacco di strumenti in mano.

Tutto questo e’ meraviglioso.

giovedì 23 maggio 2013

dietro le quinte

Dovete sapere che Mr. Johnson non mi dice mai nulla riguardo a questo blog. Suppongo lo legga ogni tanto, ma non lo so per certo.

Ebbene.

La prima cosa che mi ha detto oggi entrando in casa e’ stata:

- Che cos’e’ questa storia che vuoi comportarti ‘all’americana’?!

Poi ne abbiamo parlato un attimo, gli ho spiegato le mie ragioni e ha esclamato:

- Non lo fare! Non importa il motivo. Ti ho sposato proprio perche’ non sei cosi’, io odio quelli che fanno cosi’!

- Ma voglio provare, sono troppo drammatica per vivere qui, devo diventare piu’ distaccata, e’ un modo anche quello per integrarmi, no?

- No!

- Perche’?

- Perche’ tu non sei cosi’.

Sara’. Pero’ ora sono un po’ confusa. Sono anni che mi sento dire da lui, al lavoro, dalle mie amiche, praticamente da tutti, di essere un attimo piu’ combattiva nella vita e poi quando lo faccio, e’ la fine del mondo. Forse le persone ti dicono di cambiare solo perche’ danno per scontato che non lo farai mai.

In fondo non mi dispiace per niente questa cosa.

mercoledì 22 maggio 2013

all’americana

C’e’ una persona che mi ha fatto un torto piccolo, ma che mi ha dato molto fastidio. Suppongo l’abbia fatto anche in maniera involontaria e non me la sarei presa se non avesse ripetuto quello stesso identico errore diverse volte. Mi ha proprio deluso, ha dimostrato una sciatteria nei rapporti di amicizia che non e’ cattiveria o niente di che’, ma che non mi piace, non assomiglia minimamente a come io tratto i miei amici e soprattutto non ho nessuna intenzione di tollerare oltre.

In passato, avrei detto qualcosa, magari anche litigato, stavolta invece ho deciso scientificamente di provare a fare all’americana.

Come si fa all’americana?

Si fa finta di niente, si salvano le apparenze, ma ci si frequenta sempre meno. Continuo a pensare che sia un comportamento ipocrita e non lo userei mai con un vero amico, ma con un conoscente che si e’ dimostrato cosi’ poco attento, perche’ no? Vediamo cosa succede.

Tra l’altro la cosa ha i suoi bei vantaggi, ora comincio a capire perche’ qui fanno tutti cosi’.

Innanzitutto, fare ‘all’americana’ significa evitare il confronto ed e’ molto piu’ semplice e meno stressante starsene zitti che spiegare tutto quello che non ti va bene per filo e per segno. Cosi’ non ti esponi, non fai vedere all’altro le tue vere emozioni e questo ti pone sempre in una posizione privilegiata. E’ anche un comportamento un po’ subdolo in fondo perche’ lasci l’altra persona li’ a chiedersi cosa e’ successo senza fornire spiegazioni, e’ una specie di vendetta, di quel tipo che si gusta con calma perche’ alla lunga sei tu che hai il controllo della situazione. Per me e’ un piccolo esperimento sociologico, un gioco delle parti che voglio provare perche’ e’ forse l’unico modo per capire questo meccanismo in cui continuo a imbattermi.

In effetti, devo dire che ora che l’ho messo in atto, lo capisco molto meglio questo modo di fare. E mi piace perfino di meno di prima, ma bisogna pur attrezzarsi prima o poi.

lunedì 20 maggio 2013

pensieri disordinati sulla maternita’

Una sera una mia carissima amica mi ha mandato una serie di messaggi un po’ allarmante. Diceva che non riusciva a smettere di urlare e di sentirsi perennemente arrabbiata con i propri figli. E poi anche che si rendeva conto di renderli infelici e che aveva bisogno di aiuto, facendo riferimento a qualche medicina che l’aiutasse a smetterla di urlare e a calmarsi. Proprio lei che non prende nemmeno un’aspirina. Se non l’avessi conosciuta bene, mi sarei allarmata seriamente leggendo certe cose, ma l’avevo vista il mattino stesso e mi sembrava tutto a posto. Ho pensato che avesse solo un momento di scoraggiamento, come era successo poco tempo fa. In quel caso, il problema erano le vacanze e in questo un lungo viaggio di lavoro del marito. Una cosa l’ho capita: ogni volta che si trova a gestire casa e figli completamente da sola va in crisi. E come darle torto. A volte la guardo e penso che io non ce la farei mai con tre figli. Ci sono tante di quelle responsabilita’ e poi sembra che piu’ crescano, piu’ tutto si faccia complicato. Un giorno al parco si chiaccherava con lei e un’altra amica che invece ne ha quattro e, a un certo punto, quando ho accennato, quasi con mia stessa sorpresa, a quanto piacevole fosse stato il nostro viaggio in tre, mi sono sentita guardata un po’ dall’alto in basso, come se non fosse socialmente (almeno in questa societa’) accettabile essere felici solo con un figlio (senza, non parliamone nemmeno). Mi piacerebbe moltissimo se un giorno il piccolo Joe avesse un fratello o una sorella, pero’ dico, non e’ obbligatorio, vero? Al di la’ del fatto che oramai si e’ capito che arrivano un po’ come e quando decidono loro, guardando certe famiglie mi viene da pensare che forse alcuni desiderino piu’ che i figli in se’, un’idea di famiglia che hanno in testa fin da piccoli e che chiaramente non corrispondera’ mai alla realta’ e li condurra’ a  vivere in un continuo stato di ansia e senso di colpa attanagliante.
Vedo tanti di quei conflitti nelle madri che conosco che a volte sono tentata perfino a sentirmi fortunata in un certo senso ad averlo desiderato tanto e cosi’ a lungo un figlio. La verita’ e’ che essere madri e’ complicato. Tu ami qualcuno che dipende totalmente da te per qualunque cosa dalla piu’ insignificante alla piu’ grande e tu dove sei? Le tue esigenze dove finiscono? Ti ricordi ancora di averle delle esigenze oppure hai deciso che non ci sono piu’, che le hai seppellite, affogate, chiuse dentro un cassetto?
Ecco, io credo che i problemi seri nascano quando uno pretenda di non avere piu’ delle esigenze proprie, quando non riconosce che e’ impossibile dedicarsi agli altri senza perdonare nulla a se stesso. Fino al punto che l’altro giorno pensavo che quelle cosiddette ‘mammine’ o ‘mamme perfette’, quelle che sembrano non sbagliare mai un colpo e che ti fanno sempre sentire inadeguata, forse non esistono, cioe’ forse lo siamo un po’ tutte –perfette e imperfette- a turno in ambiti diversi.
Volete sapere come e’ finita con la mia amica?
Un giorno, ha portato il figlio dallo psicologo perche’ pensava fosse iperattivo ed e’ venuto fuori che l’iperattiva e’ lei, quindi ha cominciato lei la terapia al posto del figlio e sembra che stia gia’ dando i suoi primi frutti. Sta imparando delle tecniche per gestire lo stress e i bambini e sembra stia abbastanza meglio.
Poi l’altra mattina eravamo tutte e due con un’altra amica che ci stava raccontando, nell’ammirazione generale, che tutte le settimane porta le figlie a lezione di pianoforte e per tutto il tempo anche lei studia e prende appunti con loro per poterle aiutare con gli esercizi a casa. Una mamma perfetta?
- Sarebbe tutto perfetto se solo riuscissi a smettere di urlare! Non so cosa mi succede, certi giorni non riesco a smettere di urlare! Forse ho bisogno di aiuto, devo leggere qualche libro, andare da uno psicologo… ma secondo voi ho qualcosa che non va?

mercoledì 15 maggio 2013

se non ci credi tu

C’e’ un mio amico di qui che non ha mai combinato molto a scuola e fa il barista. L’anno scorso pero’, a trent’anni suonati, ha deciso di mettersi sotto a studiare arte. Che idea strana. Un adulto che torna a studiare, ma invece di fare qualcosa che puo’ assicurargli un lavoro migliore, si mette a studiare arte. Del resto a lui fare il barista piace, mi pare. L’unica cosa che gli piacerebbe di piu’ sarebbe fare l’artista. Mi fa un po’ tenerezza, non e’ mica cosi’ facile fare l’artista di lavoro, pero’ lui ci crede, e’ questo che adoro di lui. E ci crede davvero.

L’anno scorso, ha cominciato a postare i suoi disegni su Facebook per mostrarli agli amici e non erano tanto buoni, sinceramente. A volte, mi sentivo quasi a disagio per lui, non capivo perche’ si ostinasse a metterli in evidenza cosi’ quando era chiaro che non andavano bene. Soprattutto il fatto che ogni volta che tentava di fare un ritratto di qualcuno famoso, puntualmente nascessero delle dispute infinite per indovinare chi fosse, faceva capire che forse non stava andando proprio nella direzione giusta. Mi sembrava completamente privo di ispirazione.

Fatto sta che e’ passato un anno. Fa ancora il barista e continua a studiare, ma ora ha un suo sito e le sue opere ha cominciato a venderle.

Lui stesso ha messo un suo lavoro vecchio e uno nuovo a confronto per dire a tutti che, volendo, con un sacco di pratica, si impara anche a disegnare. 

Comincio a credere che pian piano ce la fara’ sul serio a realizzare il suo sogno e glielo auguro di cuore perche’ raramente ho visto un simile miscuglio di superbia e umilta’ nella stessa persona. Quelli che credono cosi’ tanto in se stessi, fregandosene di tutto quello che dicono gli altri, ma senza perdere il senso della realta’, prima o poi ce la fanno. Per forza.  

venerdì 10 maggio 2013

esempio pratico di ottimismo americano

Stamattina una collega mi ha chiesto come stavo, in un modo in cui si capiva che – stranamente- intendeva davvero sapere questa cosa.

Allora le ho raccontato che erano solo le dieci, ma ero gia’ stanchissima. che non avevo dormito bene e poi la macchina non era partita, e poi finalmente sono riuscita a farla partire (non proprio io, eh…), ma mentre uscivo di casa mi si e’ rotto il cancello e ora e’ un mezzo disastro, ecc.

Mentre mi ascoltava pensavo che stava proprio bene con quella bella camicia gialla, che di solito non si veste cosi’ e che doveva essere perche’ e’ l’insegnante di musica e oggi c’era la recita. Quando ho finito le mie lamentele, ho chiesto a lei come stesse.

Il suo ex marito due giorni fa ha avuto un ictus (un ictus!) e – un sacco di problemi e cose brutte- e ora deve trasferirsi da lei almeno per un mese o finche’ non stara’ meglio.

E sorrideva lei, sembrava di ottimo umore. E io che mi ero lamentata per niente!

Dopo un po’, abbiamo cominciato a parlare di lavoro e le ho raccontato che avevo cambiato idea rispetto al fatto che quest’anno ci sia una specie di emergenza di studenti maleducati. Le avevo detto che non avevo notato nulla nella mia classe e invece puntualmente il giorno dopo (per la prima volta in sei anni!), ne avevo spedito anch’io uno nell’ufficio della preside.

Le dicevo che mi dispiaceva moltissimo soprattutto perche’ la sua maestra mi era sembrata stanchissima oltre che mortificata e che mi pare profondamente ingiusto che se ne vada in pensione, dopo quarant’anni di luminosa carriera, con una classe cosi’ complicata e un ricordo cosi’ brutto del suo lavoro.

Lei ha ribaltato tutto, ha dato agli stessi fatti un’interpretazione completamente opposta.

- Ma e’ una cosa positiva invece! Cosi’ non avra’ il dubbio di aver fatto la cosa giusta o meno ad andare in pensione, e’ un segno del destino questo! E’ meraviglioso, cosi’ non avra’ nessun rimpianto!

Non ci avevo nemmeno pensato a una cosa del genere.

Ecco, questo e’ il tipo di individui che incontri da queste parti, in particolar modo alla scuola Flanders.

Una cosa non ho ancora capito. Ma come accidenti si fa a essere cosi’?

giovedì 9 maggio 2013

il cervello creativo

L’altro giorno ho fatto una bellissima chiaccherata con Ms. Guorton riguardo i nostri metodi educativi. Abbiamo piu’ o meno la stessa filosofia. Crediamo nello sviluppo del pensiero creativo -lo sforzarsi di pensare sempre ‘fuori dalla scatola’ come si dice in inglese-  e nell’indipendenza dei bambini, nel fatto che debbano imparare a fare delle scelte e a capirne le conseguenze il piu’ presto possibile. Mi ha influenzato moltissimo nei due anni in cui abbiamo lavorato insieme ed e’ buffo perche’ lavorare con lei era un inferno. Non faceva altro che cambiare idea su tutto, non riuscivo a seguirla, invece dopo che ognuna ha preso la sua strada ho cominciato a digerire i suoi insegnamenti e le sue strane convinzioni. Quello che ho imparato con lei mi sta aiutando sia come insegnante che come madre, le devo molto. 

Ad ogni modo, mi raccontava di quando le sue figlie erano piccolissime e lei ricopriva il pavimento della cucina di carta da salumiere e le faceva dipingere e poi tante altre cose che faceva con loro che sono piu’ o meno quello che io faccio con il piccolo Joe, a distanza di quarant’anni.

Nessuna delle sue figlie ha intrapreso una carriera artistica. Una fa il consulente finanziario e l’altra la ricercatrice scientifica.

Mr. Johnson mi prende sempre in giro perche’ dice che al piccolo Joe succedera’ lo stesso, che da grande odiera’ l’arte e diventera’ un commercialista o un avvocato. Per me va bene tutto, basta che prima o poi trovi la sua strada.

E l’esperienza di Ms. Guorton con le sue figlie conferma quello che immaginavo, che non e’ poi molto importante quello che si fa, ma l’aver imparato da piccoli a farlo in modo creativo, a inserire l’immaginazione nella vita di tutti i giorni.

mercoledì 8 maggio 2013

i ritorni

Mi racconta la mia amica tedesca che l’anno prossimo andra’ in Svezia con tutta la famiglia e io do per scontato che vada a trovare la sorella che vive a Stoccolma, invece no. Vuole fare un bel viaggio in macchina e non le va proprio di ‘complicarsi la vita’ e arrivare fin lassu’.
Da quando ha deciso di tornare in Germania per due mesi e’ stressatissima. Mi dice che lo fa solo per far migliorare il tedesco ai figli, ma che per lei tornare e’ una specie di tortura. Odia il volo da sola con loro e poi essere ‘bloccata’ li', essere ospite, non avere una macchina sua, dover rivedere persone con cui oramai ha perso i contatti solo per far piacere alla famiglia e soprattutto spendere tutti quei soldi senza fare nulla di speciale.
Un po’ la capisco. Tornare per noi expat e’ davvero un’esperienza complicata sia a livello materiale che psicologico e lei che vive qui da un po’ di anni piu’ di me sara’ anche stanca. Ci sono tante di quelle implicazioni, di quelle aspettative…e poi quasi sempre sono le nostre vacanze, le uniche che abbiamo e se vanno male, e’ davvero deprimente.
Pero’. Per me non e’ assolutamente cosi’. Probabilmente dipende anche tanto da chi torni. Certo, un volo transoceanico con un bambino piccolo non e’ una passeggiata, ma mi sento estremamente fortunata a poterlo fare comunque. E poi c’e’ la spesa e il non vedere mai posti nuovi che sono svantaggi notevoli, ma l’importante non e’ essere dove si vuole essere piu’ che in un posto nuovo? E io voglio essere in Italia quando posso, ne ho bisogno. A volte non mi rendo nemmeno conto di averne cosi’ bisogno perche’ qui sto bene, molto, ma poi succedono delle cose che mi fanno riflettere.
La settimana scorsa ho finalmente ricevuto il mio passaporto e con esso la possibilita’ di tornare a casa quest’estate. Ecco, non ho ancora i biglietti eppure, non sto piu’ nella pelle. Sono gia’ li’ con il pensiero. Lo capisco perfettamente quello che e’ successo alla mia amica e mi rendo conto che le possibilita’ che succeda anche a me sono concrete, ma la differenza fra noi due e‘ che io cerco proprio di impegnarmi nei miei rapporti a casa, ci credo ancora, lei forse no. Ho lasciato le persone piu’ importanti della mia vita e malgrado ne abbia incontrate delle altre, loro hanno sempre la stessa importanza che avevano. Dopo sette anni via, quando le rivedo, sembra che non sia passato un giorno, qualcosa vorra’ dire. Sono fermamente convinta che muoversi significhi creare un numero maggiore di amicizie perche’ alle vecchie si aggiungono le nuove, si perde solo quello che non e’ forte abbastanza e tutto sommato va bene cosi’.
Insomma, magari non sono un granche’ con le email e skype, ma ci sto lavorando per far si che le cose importanti non cambino. Non lo voglio perdere il mio entusiasmo.   

martedì 7 maggio 2013

la legge del piu’ forte

Al museo della scienza di Houston c’e’ un diorama gigantesco e dentro ci sono delle zebre imbalsamate. Il piccolo Joe adora le zebre, era incantato. Continuava indicarle con il ditino e a ripetere ‘zeba zeba!’. Era perfino piu’ entusiasta di quando le aveva viste dal vivo allo zoo perche’ queste qui erano molto piu’ vicine e grandi e si facevano guardare per tutto il tempo che voleva lui.

Girato l’angolo, un altro diorama. Questa volta c’era il leone. Stessa scena. ‘Mamma mamma leone!’. Poi pero’ ha notato un piccolo dettaglio…

- Mamma gamba!

Guardo meglio e si’, c’e’ proprio una gamba, una gamba di zebra insanguinata. Che si fa?

- Niente, bisogna spiegarglielo: i leoni mangiano le zebre, e’ la vita.

Cosi’ Mr. Johnson gli spiega come funziona la catena alimentare e lui sembra un po’ deluso, ma soprattutto perplesso. Per tutto il resto del tempo, non indica piu’ nulla con il ditino. Se ne torna nel suo passeggino e cerca invano di prendere sonno.

In effetti, era una scena davvero ben ricostruita, devo dire. Talmente realistica da disturbare quasi, con tutto quel sangue rosso, fresco, vero. Ma non importa, prima o poi doveva succedere, doveva arrivare anche il preciso momento in cui il piccolo Joe avrebbe imparato che il mondo non e’ tutto buono.

E’ che non me lo immaginavo cosi’ quel momento, ecco. Pensavo fosse una di quelle cose che avrebbe realizzato da solo piu’ avanti, ma mi fa piacere averne fatto parte in qualche modo.

E’ passata una settimana da quel giorno e stasera ci siamo messi a guardare ‘Madagascar’. Avevo quasi dimenticato l’episodio del museo, ma lui no. Quando ha visto il leone e la zebra ha ritirato fuori il ditino e l’entusiasmo:

- Leone mangia mangia zeba!  

venerdì 3 maggio 2013

dai fatti alle parole

Mi e’ successa una cosa molto buffa.

Vado a prendere il piccolo Joe all’asilo e la maestra mi dice tutta seria che deve parlarmi. Dal momento che questa e’ la maestra con cui devo litigare tutti i giorni perche’ non vuole farmelo portare a casa, ho pensato che ne avesse combinata qualcuna grossa stavolta, per la prima volta a dire il vero.

- Joe ha tirato fuori un’intera scatola di macchinine!

- …

- …E poi le ha rimesse tutte a posto senza che nessuno gli dicesse nulla e si e’ messo a giocare con qualcos’altro, e’ stato l’unico!

Sospiro di sollievo, era uno scherzo. Pero’ le dico di non farsi troppo quest’idea che sia un angioletto perche’ a casa ha il suo bel carattere a volte. Innanzitutto, invece di mettere via i suoi giochi si limita a cantare la canzoncina che cantano all’asilo quando e’ ora di mettere via

[“clean up clean up everybody clean up”, ma la sua versione fa piu’ o meno cosi’: “clina’ clina’ ever clina’”. Praticamente canta come me quando non parlavo una parola di inglese…] 

e soprattutto, dice sempre: ‘stop!’, ‘smettila!’ e sia io che Mr. Johnson ci rimaniamo malissimo e non capiamo perche’ ci tratti cosi’ male.

A quel punto e’ impallidita un attimo lei.

- Veramente glielo abbiamo insegnato noi…

E mi spiega che gli insegnano a dire ‘stop’ quando qualcuno fa qualcosa che non gli piace invece di dirlo “con le mani”. Ci penso un secondo e noto che in effetti, fino a un po’ di tempo fa, mi prendevo certe sberle. Vuoi l’acqua? Bum. Diventava rosso di rabbia e mi buttava il bicchiere per terra.

Quindi questo ‘stop!’ e’ un grande passo avanti a quanto pare perche’ gli insegna un po’ di autocontrollo.

Dice la maestra che se non mi piace “stop” lo possiamo sostituire con “no grazie”. Mi veniva da dire che magari avrebbero potuto farlo fin dall’inizio, ma mi rendo conto che forse una parola corta come ‘stop’ funziona meglio.

Ora che mi e’ stato spiegato, mi piace, mi sembra un buon sistema per fargli capire di esprimersi a parole invece che alzando le mani. Che ne dite mamme all’ascolto? Promuoviamo la maestra?

giovedì 2 maggio 2013

cavillocrazia

C’e’ una cosa a cui continuo a pensare da giorni, ma sono costretta a rimanere sul vago per non dare nessuna pubblicita’ indesiderata alla persona che mi ha aiutato. Vediamo se si capisce il nocciolo del discorso senza chiamare le cose con il loro nome.
A me serviva una cosa dall’Italia e una persona estremamente professionale e appassionata del suo lavoro mi ha aiutato ad ottenerla. Poi ho scoperto che questa persona non lo ha fatto solo con me, ma lo fa sempre, sistematicamente, con tutti quelli che le chiedono aiuto.
Quello che mi ha fatto andare un po’ in crisi e’ che sono felicissima di avere ottenuto questa cosa fondamentale che mi serviva, ma mi sento comunque, un po’ come se avessi fatto qualcosa di furbo, di scorretto. In fondo l’intervento di questa persona e’ stato un piccolo sotterfugio perche’ chi nella mia stessa situazione, si e’ rivolto a un altro impiegato, non ha certamente ottenuto lo stesso risultato negli stessi tempi.
Eppure non capisco. Io ci ho davvero provato a fare le cose per bene, seguendo le regole e questa persona anche, ma non c’e’ stato altro modo. Comincio a pensare che forse non siamo noi, ma sono proprio le regole a non essere percorribili in Italia perche’ se una persona di buona volonta’, professionale, anzi cosi’ professionale da rasentare la perfezione, cosi’ professionale da lavorare molte piu’ ore di quelle che dovrebbe, non riesce a fare il suo lavoro seguendo le regole, chi puo’ riuscirci?
Non capisco nemmeno se ho fatto qualcosa di male poi o se piu’ che altro avrei potuto agire diversamente per raggiungere il medesimo scopo.
Delle volte e’ come se nel sistema italiano uno si sentisse autorizzato a eludere delle regole, talmente tanto che come nel mio caso, spesso non si rende nemmeno conto di farlo. Il fatto e’ che deviare e’ rischioso. Non rispettare la legge vuol dire tante cose, ma fondamentalmente nulla di buono. C’e’ chi lo fa con il buon senso, certo, come in questo caso, eliminando una trafila che non ha senso di esistere, ma c’e’ anche chi va ben oltre e sentendosi nel giusto per di piu’.
Il cittadino comune si sforza, ma proprio non capisce. Tra l’altro, ho scritto insieme a una serie di amici che avevano avuto esperienze simili alla mia, una lettera di lodi a questa persona che ci ha aiutato, mi sembrava il minimo da fare per qualcuno che risponde alle email due ore prima che apra il suo ufficio, e non ci crederete, ma questa lettera e’ stata rifiutata. Non e’ incredibile? Verra’ letta da chi di dovere solo se inviata per posta. Voglio dire: questa persona era li’, di fronte a me, ma io ora devo prendere quella stessa lettera e devo mandargliela per posta se voglio che la legga. Da pazzi. Ecco perche’ poi uno si sente autorizzato ad arrangiarsi come puo’ per sopravvivere in questa giungla di cavilli senza senso.