domenica 28 giugno 2009

mr. johnson esiste, ci sono le prove

Questo blog e' stato aperto piu' di due anni fa e chi lo segue con attenzione sa che c'e' un personaggio un po' speciale, una sorta di deus ex machina che salta fuori e risolve molti dei miei dubbi su questo nuovo paese in cui vivo, e non solo. Ecco, oggi e' successa una cosa senza precedenti: dopo essere stato tirato in ballo mille volte, Mr. Johnson ha finalmente detto la sua. Ma allora esiste! pensera' qualcuno di voi. Beh, a quanto pare si'. A volte perfino io mi sento quasi un po' Psycho con questa storia che non interviene mai. Con l'occasione ho imparato anche una cosa nuova: IMHO. Vuol dire In my Humble Opinion. Io con gli acronimi non vado molto piu' in la' di LOL. E lui non si smentisce proprio mai.

Buona domenica ;)

venerdì 26 giugno 2009

come guadagnare di piu'

Dice un mio amico che il motivo per cui le donne in genere guadagnano meno degli uomini e' che hanno paura o vergogna di parlare di soldi e spesso non ci provano nemmeno a chiedere un aumento. Se questa cosa fosse vera, la sottoscritta non farebbe eccezione. Odio parlare di soldi, e' piu' forte di me, e' una cosa che mi mette in imbarazzo e spero sempre che non ce ne sia bisogno, che ci si capisca telepaticamente, qualunque cosa. Pero' questa spavalderia del mio amico mi ha irritato e non mi andava di dargliela vinta. Il fatto e' che quando ho ricevuto il mio contratto, sono stata relativamente contenta. Insomma si', non e' il lavoro che mi fara' diventare ricca, ma e' il lavoro che voglio fare adesso, e per me questo vale tantissimo. E poi lavorero' meno e guadagnero' magari non tanto, ma di piu', e' un miglioramento bello e buono. Per conto mio avrei firmato anche subito. Avrei firmato anche ad occhi chiusi e mille grazie. Pero' dice questo mio amico che non si fa e che bisogna darsi un tono. Confident but not arrogant mi ha ripetuto prima del colloquio fino allo sfinimento. Cosi' alla fine dopo il paio di giorni necessari per pensarci o dare l'impressione che ci stavo pensando, ho deciso di dimostrare a me stessa e al mio amico che ce la potevo fare, che non c'e' niente di male a parlare di soldi e che in quanto donna non ho nessuno stupido tabu' a riguardo. Allora ho ringraziato il datore di lavoro per l'opportunita' e ho fatto una piccola allusione al salario in calce. La risposta e' stata lapidaria quanto sarcastica: The salary is not negotiable unless you want less!
Con tanto di punto esclamativo! C'era dell'ironia, lo so, e altrettanto ironica e' stata la risposta, ma questo tipo di gioco e' troppo sottile per me, odio e continuero' a odiare parlare di soldi.
Fatto sta che l'altro ieri [come ennesimo regalo di compleanno, neanche a farlo apposta, ve l'ho detto che sono fortunata in questo periodo], la direttrice mi manda l'orario delle lezioni e io scopro che, alle stesse identiche condizioni, dovro' lavorare non cinque giorni, ma solo tre. Non potevo credere ai miei occhi, l'ho riletto cinque volte. La proposta era di lavorare cinque giorni e io avevo chiesto magari di cercare di arrivare a quattro per dare qualche lezione privata e tagliare un po' le spese, ma la settimana di tre giorni era fuori da ogni discussione. Per di piu' i giorni liberi sarebbero il lunedi e il venerdi. Quasi mi vergogno! Se me lo fossi fatto da sola quell'orario, non avrei mai avuto il coraggio di concedermi tanto. Dopo aver letto, quindi, mi sono sentita doppiamente in imbarazzo per aver chiesto piu' soldi, ma sapete che c'e'? Probabilmente e' per questo che ho ottenuto tanto. Probabilmente io ho tanto bisogno di questo lavoro, ma anche loro hanno bisogno di me a questo punto. Un dettaglio che non avevo proprio considerato [vedere sempre alla voce autoboicottaggio]. E invece a volte giocando bene le proprie carte...

Ricapitolando, i due mantra per guadagnare di piu' sono:

1-
Confident but not arrogant, sicuro ma non arrogante

2- It never hurts to ask , chiedere non fa mai male


(Ah si, l'amico era Mr. Johnson, odio quando fa l'uomo di mondo)

mercoledì 24 giugno 2009

di cosa si parla

I miei amici italiani mi dicono che in televisione le notizie qua e la' non sono proprio uguali uguali, diciamo cosi', sul web invece si parla quasi sempre piu' o meno delle stesse cose. All'incirca. In televisione qui in questi giorni si parla soprattutto di due cose: degli scontri in Iran e di Jon & Kate pus 8, che e' un reality show. Allora, sull'Iran infuoca il dibattito. Ore e ore a intervistare gli esperti non sull'Iran ma sulla ben piu' annosa questione: fa bene Obama a starne fuori? Possiamo sopportare tale comportamento antidemocratico in silenzio? Io come persona ovviamente sono indignata, come tutti del resto, ma riguardo a un possibile intervento americano, nel mio piccolo, la penso esattamente come John Stewart che dice una cosa molto semplice e ovvia: it's not about us, non sono affari nostri. Senza contare che secondo molti commentatori iraniani le autorita' locali stanno solo aspettando un intervento degli Stati Uniti per poter spostare tutto sull'attacco imperialista bla bla bla. Jon & Kate plus 8 invece e' un reality show come tanti, ma la controversia che ha creato e soprattutto le proporzioni che questa controversia ha assunto fanno capire tante cose delle contraddizioni di questo paese. Inizialmente raccontava le avventure di una bellissima famiglia di quattro persone dove sono nati 6 gemelli. Poi e' scoppiato lo scandalo. Il padre modello e' stato sorpreso dai paparazzi con una ragazza. Per mesi e' andata avanti l'amletica domanda su tutti i tabloids stanno insieme o no? ha l'amante o no? e soprattutto cosa ne sara' del programma?
L'altro ieri
Jon & Kate, tenendo l'America col fiato sospeso, hanno annunciato che finalmente divorzieranno, ma le polemiche non accennano a placarsi. La maggior parte, mi pare di capire, e' scandalizzata che il programma possa proseguire, ma mi chiedo: se il programma e', o cerca di farsi passare, per un reality, non dovrebbe riflettere la cosiddetta realta'? O per gli americani la realta' di una famiglia felice e' per cosi' dire piu' reale di quella di una famiglia con dei problemi? Anche perche' poi quando il programma raccontava della famiglia felice non lo conosceva quasi nessuno, mentre ora fa milioni e milioni di telespettatori, senza contare le copertine dei giornali e i programmi di approfondimento, i siti in internet e tutto il resto. Dunque mi pare di capire che nessuno qui vuole vedere una famiglia che sta divorziando con quei poveri bambini esposti in quel modo, etc. etc. ma tutti la guardano avidamente.

downstairs e down there

In libreria, chiedo: - Is that book down there?
Mi rispondono: - Yes, it's downstairs.

E cosi' ho scoperto che finora ho sempre detto down there, laggiu', invece di downstairs, al piano di sotto, che non e' un errore enorme, pero' una bella imprecisione che mi sono portata dietro fin qui. Chissa' cosa pensava la gente quando lo dicevo. E' una di quelle tipiche cose che si comprendono perfettamente, ma che a quanto pare suonano molto strane. Mi domando quante assurdita' dico ogni giorno senza rendermene conto. La cosa peggiore e' che paradossalmente piu' migliori e piu' i piccoli errori suonano ridicoli. Uffa.

martedì 23 giugno 2009

thank god it's over

Se date un'occhiata alle categorie di questo blog, ne troverete una, trenta e non piu' trenta, che riguarda la mia famigerata crisi dei trent'anni. Si' perche' non e' una leggenda metropolitana, io la crisi dei trent'anni l'ho avuta, eccome. A volte succede di preoccuparsi senza motivo, di esagerare le cose, di rimanere vittime delle proprie ansie. Ecco, di sicuro non e' stato questo il caso, anzi. E non importa se tutti ti dicono, ma cosa vuoi che sia, e' solo un compleanno, ci sono passati tutti. Perche' andando a indagare tutti con tempismo leggermente variabile -dite anche questo per la miseria - ci sono passati appunto. Trent'anni e il mondo mi e' crollato addosso. Ho ragione di pensare che sarei andata in crisi lo stesso prima o poi, ma in questo caso il mio e' stato un crollo soprattutto fisico, cioe' qualcosa che non potevo nemmeno volendo non considerare. Il pensiero per la prima volta nella vita di non essere immortale e poi, ciliegina sulla torta, l'esperienza di chi ti vede a terra e proprio mentre gli porgi la mano sperando in un aiuto a rialzarti, decide di darti una bella spinta e farsi anche una risata. Donne dududu'. Ma un anno e' passato, sono ancora qui, mi sento di nuovo molto bene e se non suonasse terribilmente improbabile alle mie stesse orecchie, vi direi che ora come ora sono felice. Perche' si'. Perche' e' un'estate meravigliosa piena di tempo libero e sorprese e perche' non e' cambiato molto, ma questo in fondo, essere felici intendo, dipende soprattutto da noi, e' in larga parte una nostra libera scelta, o una lotta mettetela un po' come vi pare, e' questo che ho imparato quest'anno. E anche che esiste un verbo importante, che non uso quasi mai. Accettare. Non rassegnarsi, ma accettare e andare oltre. E giocare la partita migliore con le carte che qualcuno ci ha messo in mano senza discuterne il motivo, ma solo cercando di fare del nostro meglio. Fare in modo di riuscire anche, se e' necessario, a cancellarlo quello stupido quadretto che abbiamo nella testa di come abbiamo deciso debba essere la nostra presunta esistenza ideale perche' la vita non e' quasi mai come immaginiamo sia e questo, dopo tutto, potrebbe essere perfino un vantaggio. Perche' no? Poi e' anche vero che le sventure sono dei grandi filtri che trattengono tutto lo sporco e lasciano scorrere l'acqua pura e cosi' nel momento della verita' ti accorgi finalmente di quanta acqua hai a disposizione. Puo' essere tanta oppure poca, ma se non altro ti puoi organizzare e non muori di sete si spera, sempre per rimanere nella metafora. Vedo questo compleanno - si' perche' in realta' e' questo che volevo dirvi fin dall'inizio, prima di farmi prendere la mano e partire con questo sproloquio interminabile, oggi e' il mio compleanno - come una specie di rinascita, una delle tante. Lo stavo proprio aspettando il 23 giugno perche' a me servono questi momenti simbolici, i lunedi' per cominciare la dieta, i capodanni, i domani e' un altro giorno. E per una volta mi sento in qualche modo tranquilla con me stessa e con quello che ho intorno nel giorno del mio compleanno. O forse e' solo la pace dello scrivere in giardino al tramonto, il tramonto rosso, con i grilli che friniscono, gli acchiappaconiglietti che si picchiano per gioco e il mio albero che quest'anno non ne vuole proprio sapere di fiorire. Qualunque cosa sia ho intenzione di godermela.

lunedì 22 giugno 2009

going green

L'ecologia va tremendamente di moda da queste parti. Dimostrarsi attenti e informati riguardo all'ambiente e soprattutto riguardo ai prodotti piu' sani e' indubbiamente cool, anche se poi il riciclo e' ancora tutto sommato poco diffuso e girare con macchine enormi e altamente inquinanti ha magicamente smesso di essere uno scandalo da quando il prezzo della benzina e' tornato a valori normali. Mi raccontava un conoscente di un servizio che sta utilizzando. Si tratta di pagare una cifra annuale forfettaria, diciamo sui trecento dollari, per vedersi recapitare ogni sabato dal contadino in persona grandi quantita' di frutta e verdura. L'idea e' di ristabilire un contatto fra campagna e citta' e di mangiare meglio, e meglio significa tendenziamente senza pesticidi. Il problema e' che non hai scelta: se il contadino ha piantato troppe cipolle o se e' la stagione delle cipolle, per un po' son cipolle. Nonostante cio', questa persona si dice abbastanza soddisfatta per ora. Divide la verdura con un amico e e' contento di essere in qualche modo costretto a mangiare piu' verdura e a inventarsi nuovi modi per cucinarla. Che ve ne pare? C'e' qualcosa del genere anche in Italia?

giovedì 18 giugno 2009

l'ufficio reclami

Qualche settimana fa mi sono svegliata nel pieno della notte con un assoluto bisogno di parlare con qualcuno. Cosi' ho acceso skype e ho chiamato mia sorella, e per fortuna l'ho trovata. Questo e' l'unico lato positivo del fuso orario. Avevo ricevuto una gran brutta notizia ed ero abbastanza disperata. Ora, sembra che le cose si stiano rimettendo un minimo a posto, c'e' un po' di speranza per lo meno (o me la sono creata io, non lo so ancora), ma gia' quella notte grazie a lei, come sempre, mi ero sentita molto meglio. Lei e' una specie di sole, scalda e illumina sempre qualche aspetto della realta' che per qualche motivo era rimasto in ombra. Ti fa ragionare con relativa calma anche quando sembra impossibile. L'altro giorno l'ho risentita.
- Come va?
- Ma insomma...
E comincio mestamente a raccontarle le ultime settimane. Oltre ai giorni splendidi in Messico e al nuovo lavoro, fra le altre cose ho ricevuto una cassa di vestiti in regalo, ho trovato cinquanta dollari per terra e anche un orologio d'oro in palestra. Ancora prima di essere felicemente mandata a quel paese, ascoltando la mia voce in quel preciso momento mi sono resa conto di quanto sono fortunata ultimamente. Mille cose. Per esempio, davanti alla scuola c'e' il mio negozio preferito, cosi' qualche giorno fa dopo la riunione decido di andare a dare un'occhiata ai saldi. Appena metto piede in ufficio, la segretaria mi corre incontro con una busta contentente un bonus di quaranta dollari da spendere nel suddetto negozio che uno dei genitori non aveva fatto in tempo a darmi l'ultimo giorno di scuola. Sono cose piccole, trascurabili, ma tante. Comincio a pensare che siano dei segni, dei segni che dovrei cogliere in qualche modo. Prima di parlare con mia sorella, non me ne ero rallegrata in alcun modo. Quando ho trovato i soldi per terra per la prima volta in vita mia, ad esempio, mi sono sentita triste per chi li aveva persi. Non avevo nemmeno considerato questi fatti come in qualche modo legati fra loro e magari non lo sono nemmeno, chi lo sa. Quello che e' certo e' che a volte l'autoboicottaggio e' piu' forte di tutto e ci fa vedere solo quello che non vorremmo vedere, quello che ci fa paura. La realta' diventa una specie di foto al negativo ed e' un peccato perche' invece succedono talmente tante cose intorno a noi. Comincio a convincermi che l'ufficio reclami della vita abbia deciso di mandarmi una sorta di risarcimento.

mercoledì 17 giugno 2009

lingue diverse, persone diverse

Una delle cose piu' belle della vacanza in Messico e' stata il fatto di poter comunicare con la gente del luogo nella loro lingua, quando ce lo permettevano. Ci capitava spesso che chiedessimo in spagnolo e ci rispondessero in inglese, nonostante magari il loro inglese non fosse perfetto (come non lo e' nemmeno il mio, tra l'altro). Erano molto sorpresi che parlassimo bene lo spagnolo, soprattutto Mr. Johnson con il suo aspetto gringo. Ho capito subito che parlare in inglese per loro e' una sorta di difesa, un muro. Se ti parlano in inglese, sei un semplice turista e come tale possono trattarti, scucendoti magari qualche mancia in piu', o almeno questa e' l'idea. Con le persone con cui si e' parlato in spagnolo c'e' stato tutt'altro tipo di complicita'. Abbiamo passato intere serate a chiaccherare, scoperto cose interessantissime dell'isola e conosciuto delle belle persone, anche un paio di personaggi devo dire. Dovrei esserci abituata a questo punto, ma mi sorprende sempre come le persone siano diverse a seconda della lingua che stanno parlando.

martedì 16 giugno 2009

l'identita'

L'identita'. Chi ci pensa all'identita'? Cosi' magari in coda nel traffico o al supermercato. Non io, almeno non prima di trasferirmi qui. Pensavo a tante altre cose, ma non all'identita', su quello non avevo nessun dubbio particolare. Dopo invece e' diventato un pensiero abbastanza costante, tutto sommato e, per quanto inutile possa forse apparire, fondamentale. Tutto e' cominciato con il nome. Il mio nome qui risulta difficile e lungo e cosi' mi sono abituata fin da subito a sentirlo storpiare in mille modi. Il problema non era tanto il fastidio della storpiatura, il problema era che non mi sentivo chiamata, cioe' non sentivo quei suoni come corrispondenti all'idea che avevo sempre avuto di me. Ancora adesso quando dico il mio nome mi ritrovo davanti facce piuttosto disorientate, cosi' ho imparato a partire in quarta con lo spelling appena prima che si corruccino nella suddetta inconfondibile espressione. Qualcuno mi ha suggerito di pronunciare il mio nome all'americana per evitare perdite di tempo. ImaniuEla. Ho risposto no way, quello non e' il mio nome. Allora ho cominciato a usare quasi sempre il diminutivo che prima era riservato solo agli amici, Ema, ed e' andata molto meglio, anche se tutti pensano mi chiami Emma e me ne accorgo a Natale. In fondo non sono ImaniuEla e non sono nemmeno Emma, non ho risolto molto, sto solo abituandomi ad essere quella cosa li' che loro pronunciano. Anche il mio cognome crea scompiglio con quelle due erre, cosi' per qualcuno sono Emma Johnson, e' un po' come avere un alter ego, l'inconveniente e' che non mi ricordo mai a chi ho detto cosa a seconda della fretta e della poca voglia di spiegare. Poi ci sono le abitudini che ti fanno pensare all'identita'. Potrei fare moltissimi esempi. Tutte le cose che prima di stabilirmi qui odiavo e che ora mi piacciono, tutte le cose che prima di venire qui facevo in un modo e ora faccio in un altro. Cose che magari sarebbero cambiate lo stesso senza che nemmeno ci facessi caso, ma che in questa situazione acquistano un valore particolare. Mi sono venute anche delle piccole fissazioni. A volte non importa se determinate cose impiego piu' tempo a portarle a termine, per me importa che siano fatte come le facevo in Italia e piu' precisamente come le fa la mia famiglia. Il venerdi prima di Pasqua ho deciso che non avrei mangiato carne, non perche' pensi sia un peccato, ma perche' a casa mia il venerdi si mangia pesce e mi piace mantenere un qualche contatto anche superficiale con quel mondo lontano. E' un modo per sentirlo vicino e anche per sentirmi ancora parte di quell'ideantita' che avevo e che ogni giorno mi sfugge piu' di mano in favore di una qualche altra che allo stesso modo mi sfugge. Se una cosa so della mia ideantita' e' di essere italiana, qui e dovunque. Per questo in casa si parla italiano e per questo in parte e' anche nato questo blog, per continuare a pensare sempre in italiano, appunto. E non e' una questione di patriotismo, e' solo che considerarmi italiana o europea rappresenta forse l'insieme piu' grande delle cose che fanno parte di me, della mia cultura e della mia sensibilita'. Pero' in Messico e' successa una cosa. Un giorno ho conosciuto fra le rovine Maya una signora orientale. Faceva un caldo indicibile ed entrambe preferivamo fare quattro chiacchere all'ombra a tutta quella cultura. Mi chiede where are you from? e io rispondo I'm from Italy ovviamente, allora anch'io le faccio la stessa domanda e lei mi risponde in un inglese stentato I'm from Whashngton e io rimango interdetta. Poi, come se non bastasse incontro quest'altro tipo che ancora una volta mi domanda where are you from? e io ancora una volta rispondo allo stesso modo. D'altronde sono italiana per la miseria, nata e cresciuta in Italia. E il tizio che fa? Si mette a ridere! Del tipo, si certo, allora io sono irlandese! Anche in quel caso sono rimasta a lungo perplessa. Cioe', anche io dovrei dire I'm from Texas a questo punto? Ma io non mi sento texana, io mi sento italiana, no anzi io sono italiana. O no? O non piu'? A volte ho la sensazione di non poter piu' dire la mia nemmeno su quello che succede in Italia -i vari problemi gravissimi e gli scandali quotidiani- o meglio di dare fastidio, di suscitare irritazione. Come se il mio fosse oramai un giudizio esterno e non una critica sofferta al mio stesso paese. Accidenti.
Le cose si evolvono piu' in fretta di quanto io sia in grado di comprenderle.

domenica 14 giugno 2009

in ricordo di ivan della mea

Questa mattina ho letto che e' morto Ivan della Mea e, come sempre accade in questi casi, per tutto il giorno mi ha accompagnato il suo ricordo. Oltre alla tristezza per la sua prematura scomparsa, mi sono sentita estremamente fortunata ad averlo conosciuto seppur brevemente. Era il 2005-2006 e stavo facendo delle ricerche sulla storia dell'associazionismo in Lombardia. Parlai con lui spesso per telefono e mi mandarono anche a intervistarlo un paio di volte. La prima volta che lo incontrai ci fu una notevole nevicata, di quelle che fanno ritardare tutti i treni e gli autobus, ma lui si presento' all'appuntamento di sabato mattina, anzi arrivo' prima di me e mi sembro' una bella cosa. Certo di domande non gliene feci molte. Bastava dargli un semplice la e lui partiva e raccontava e si infervorava e intorno a lui si creava un silenzio pieno di interesse. Fu sempre disponibilissimo nei miei confronti, sembrava gli facesse piacere di per se' condividere la sua visione delle cose, raccontare. La prima volta che gli telefonai all'istituto de Martino in Toscana onestamente non sapevo chi fosse, ma non impiegai molto a subodorare la sottile aura mitologica che lo circondava tra i miei conoscenti e colleghi. Venni a conoscenza cosi', dei Dischi del Sole, della sua esperienza come giornalista e tutto il resto. Mi colpi', quando poi lo incontrai, oltre alla piacevolezza del suo eloquio, il suo senso dell'umorismo e la lucidita' della sua analisi storica della Milano contemporanea. Era il periodo in cui con grande sofferenza, stavo decidendo di trasferirmi qui e le conclusioni che lui aveva tratto dalle alterne vicissitudini della citta' mi diedero da riflettere ben oltre l'ambito della mia ricerca. Quando ero come una pagina bianca, anche lui, a modo suo ha lasciato il suo segno su di me, e per questo lo ringrazio e per questo non lo dimentichero'. Non dimentichero' che nonostante la sua salute gia' vacillasse, aveva gli occhi vispi e sempre allerta e poi che aveva sempre un aneddoto pronto e soprattutto che sapeva come raccontarlo. Gli piaceva giocare a briscola e farsi un bianchino o forse solo passare un po' di tempo con gli anziani del Corvetto. Trattava tutti allo stesso modo, con la stessa curiosita' e la stessa voglia di capire sia i vecchi che i giovani. Anche se forse i giovani li capiva un po' di piu'.



P.s. Mi fanno sapere che il 16 giugno alle ore 11 si ricordera' Ivan della Mea presso il Circolo ARCI Corvetto in via Oglio, 21, a Milano.

sabato 13 giugno 2009

le apparenze

Il vicino che abita di fronte a noi sembra un tipo simpatico. Saluta sempre anche da lontano. E' sui 35, ispanico, atletico e indossa sempre un cappello da baseball. Ci sono tante ragazze che vengono a trovarlo. Fa grandi sorrisi ed e' molto gentile anche se non ho mai avuto occasione di parlarci per piu' di due minuti, a volte mi ha dato l'impressione di voler sfuggire. Se passi per il mio quartiere durante il giorno puoi facilmente vederlo mentre gira intorno alla casa con il suo chihuahua al guinzaglio. Un canetto nero e marrone di quelli che appena ti avvicini cominciano ad abbaiare come se squittissero e a ringhiare digrignando i dentini. Il fatto che non sopporto e' che dal suo giardinetto recintato e coperto si sentono di continuo i lamenti disperati di altri cagnolini, tanti, magari una decina. Che razza di persona e' uno che ha tutti quei cani e li lascia fuori a piangere tutto il giorno mentre ne porta a spasso solo uno, sempre lo stesso, mille volte?
Un uomo che ha sei chihuahua neri e marroni identici.

venerdì 12 giugno 2009

quello che cade dal cielo

Ogni tanto ho ammorbato persino voi che passate di qui con le mie paturnie lavorative e la consapevolezza di dovermi cercare un lavoro piu' attinente ai miei studi ora che con la lingua me la cavo un pelo meglio. E invece l'insicurezza, la comodita' in fondo e altri pensieri me lo hanno sempre impedito. Qualche mese fa ci avevo anche ragionato a tavolino con un'amica che si intende di queste questioni ed era venuto fuori che il mio lavoro ideale era insegnare arte al college oppure in una scuola. Un lavoro in ambito artistico, creativo, ma lontano dall'ambiente aggressivo e snob dei musei. Mi aveva dato delle dritte, dei nomi e dei numeri di telefono, ma io presa da tutt'altro avevo deciso di pensarci dopo e di rimandare, possibilmente all'infinito.
E' successo pero' che un po' di tempo fa, la direttrice e' venuta a cercarmi a scuola e mi ha chiesto se per cortesia il giorno dopo avevo una ventina di minuti da dedicarle dopo il lavoro perche' aveva delle domande da farmi. Domande. Ma che domande? Cosi', puntuale come non mai, mi sono presentata nel suo ufficio un minimo agitata e anche molto curiosa. Supponevo di non aver fatto grandi danni, o per lo meno lo speravo, ma non immaginavo proprio cosa potesse volere da me.
Li' e' successo l'inimmaginabile.
Mi fa sedere e tutta seria mi dice che c'e' il nonno di un ragazzino che oltre ad essere molto ricco, e' anche un grande collezionista e appassionato di arte e sta pensando seriamente di fare una donazione alla scuola che serva a pagare un'insegnante di arte appunto per i prossimi tre anni. La domanda era se io fossi interessanta a essere eventualmente quell'insegnante. La risposta e' stata SIII. Cioe' - rientrando in me- certo, ne possiamo discutere, eventualmente, eh.
Il problema a quel punto era convincere il misterioso benefattore. Cosi' ho passato un intero weekend cercando di mettere giu' un progetto che avesse un senso per tutte quelle classi e sembra che sia andata bene. Il lavoro che volevo e che non ho mai cercato mi e' caduto praticamente in testa. Non mi e' mai successa una cosa del genere, e' come vincere la lotteria, non riesco ancora a crederci. E francamente comincia a essere un po' ridicolo visto che oramai lo so da un po'. L'altro giorno ho anche ricevuto il mio contratto, ho visto la mia classe... a questo punto immagino di non essermelo sognato. E' che, con tutte le disavventure che mi sono successe ultimamente, ho sviluppato la stupida paura che le cose a cui tengo mi vengano portate via proprio mentre comincio a sentirle mie e ne ho piu' bisogno. Dovrei fare i salti di gioia per la miseria. E si', sono contenta per carita'. Sono contenta che a scuola non si siano dimenticati delle mie competenze e anche di avere la possibilita' di fare quello che volevo e per di piu' in un ambiente che mi e' oramai familiare. Pero' e' strano, i salti di gioia ancora no, si vede che non e' il periodo. Ma sta arrivando, eccome se sta arrivando.

mercoledì 10 giugno 2009

delle vacanze e delle distanze. e del tempo

Dovete sapere che il Texas e' cosi' grande che non c'e' quasi nulla di speciale vicino. E' una cosa a cui un europeo non e' per niente preparato. Non e' semplice farsi un weekend da qualche parte e visitare una nuova citta' per esempio, perche' e' tutto troppo lontano e due o tre giorni non bastano. Cosi', quando si e' trattato di decidere dove andare in vacanza abbiamo subito optato per il Messico, che e' il paese straniero piu' facile da raggiungere. Abbiamo deciso di andare su un'isoletta chiamata Cozumel per evitare il turismo folle di altre zone piu' famose, pero' non avevamo grandissime aspettative. Immaginavamo un posto comunque troppo turistico per i nostri gusti e per niente autentico. Poi e' scoppiato l'allarme dell'influenza suina e abbiamo accantonato l'idea. Fino a quando non abbiamo parlato con qualcuno che ci era appena stato e ci siamo persuasi che non c'era davvero nessun problema. E infatti questo viaggio e' stata un'esperienza meravigliosa. Innanzitutto a causa dell'influenza e' costato molto meno, che non e' male, e poi sempre per lo stesso motivo, abbiamo trovato pochissima gente. Spiagge infinite completamente deserte. Non avevamo telefoni, computer, eravamo completamente fuori dal mondo, esattamente quello di cui avevamo bisogno. Questo e' stato anche il nostro primo "viaggio organizzato" se cosi' si puo' dire ed eravamo un po' preoccupati. In passato decidevamo dove andare e partivamo, cosi' all'avventura. Questa volta invece ci e' toccato prenotare perche' non avevamo tempo da perdere purtroppo. Prima avevamo pochi soldi e tanto tempo, ora pur non essendo ricchi e' un po' il contrario. E' l'altra faccia del sogno americano. C'e' il lavoro, c'e' il benessere, ma il prezzo da pagare e' il piu' alto, e' il proprio tempo. Dopo questa vacanza e' ufficiale: non siamo piu' giovani.

martedì 9 giugno 2009

di come si protesta qui

Nel frattempo i Bush si sono trasferiti a Dallas e oggi pomeriggio c'e' stata una piccola protesta contro di loro. Peccato non averlo saputo prima. C'erano una cinquantina di persone, ma bisogna considerare che quaggiu' non esistono o sono molto rare le manifestazioni con folle oceaniche che si vedono spessissimo da noi. C'era anche una manifestazione a favore. E' sempre cosi'. Anche ad Austin, dove vengono eseguite le condanne a morte c'e' quasi sempre una protesta contro e una contro quelli contro, cioe' a favore. Scusate il bisticcio di parole, ma sono un po' stanca.
Mi fece molta impressione vedere quelli che manifestavano davanti al parlamento a favore della pena di morte mentre qualcuno in quello stesso momento stava morendo. Successe piu' o meno lo stesso altre volte protestando contro la guerra in Irak davanti all'universita'. Ricordo una volta in cui noi, quattro gatti, si manifestava contro e un tizio da solo dall'altra parte della strada a tre metri da noi agitava il suo cartello "bomb Irak" senza che nessuno gli facesse nessun caso. Suppongo che in Italia o Spagna sarebbe facilmente scoppiata una rissa. Tutta quella tolleranza mi stupi' (e quasi infastidi', devo ammetterlo).
Nella foto ci sono un paio di vecchi amici durante una di quelle manifestazioni per darvi un'idea. Quando li ho visto cosi' ero sicura che li avrebbero picchiati. E invece sono tornati a casa con qualche bruttissima occhiata e qualche insulto ma tutti interi. Che scemi, dopo anni ancora ne ridiamo...

impreparata al referendum

Una piccola nota fuori tema.
Mi sono arrivate le schede per il referendum italiano. Non pensavo di poter votare cosi' non mi sono minimamente interessata, qualcuno di voi mi saprebbe consigliare un modo facile e veloce per farmi un idea?
Ho ancora qualche giorno di tempo e non mi piace proprio non votare...

lunedì 8 giugno 2009

di una perfezione dissonante

In questi giorni, sono un po' per aria. Sono successe tantissime cose tutte insieme e ora ho un sacco di tempo libero, e' strano. E' successa prima una cosa molto bella e poi una molto brutta. Ero felicissima per la buona notizia ricevuta, per la fine della scuola e per il viaggio che stavo per fare. E ho anche pensato che finalmente le cose stessero ricominciando a girare per il verso giusto e invece niente, nemmeno questa volta. C'e' sempre questo stesso problema in diverse forme che mi perseguita e non ne vuole proprio sapere di lasciarmi in pace. Un problema con una bella voce, almeno, non c'e' che dire. Pero', non so come, sono riuscita a riprendermi anche questa volta, a partire triste e a rimanere poi sorpresa e entusiasta da tutto quello che ho trovato. Alla fine sto bene, sto proprio bene. Ci ho pensato a questa cosa e credo sia perche' mi sento che si', ho un bel peso da portarmi in giro (come tutti probabilmente, no?) pero' ora sono abbastanza calma e so di avere dei buoni strumenti per gestirlo. L'unico problema, un dettaglio praticamente, e' che a un certo punto, non dipende piu' da te. Insomma si', puoi fare tutto quello che ti pare, ma certe cose sono completamente fuori dal tuo controllo. Vedremo un po' cosa succedera'. Intanto sto elaborando una mia filosofia che a Socrate e a Platone gli fa un baffo.
Comunque il viaggio e' stato un vortice velocissimo di mille scoperte (voglio raccontarvi tante cose pian piano) e ora e' complicato riabituarsi a essere di nuovo qui. Il Messico e gli Stati Uniti sono due paesi vicinissimi, ma non potrebbero essere piu' diversi per quello che ho visto. Laggiu' c'e' caos, colore, rumore qui in confronto (almeno a Dallas), e' tutto perfetto. Di una perfezione che in questo momento trovo leggermente dissonante. Questi prati perfetti, questi fiorellini, questi alberelli, le casette, i parcheggi giganteschi, la gente che ti sorride sempre, qui e' tutto facile e perfetto. E anche un po' noioso ora come ora.
La cosa positiva pero' e' che dopo ogni viaggio il cielo texano ritorna immenso come all'inizio. E si ricomincia.